San Pietroburgo è stata l’ultima tappa di un viaggio della durata di un mese iniziato in Lituania e proseguito negli altri due paesi baltici. Il testo che state per leggere è sia il diario di viaggio che il racconto di tutto quanto ci è capitato dal passaggio della frontiera in ingresso a Narva, dei giorni passati nella bellissima San Pietroburgo e dell’uscita dal territorio della Russia verso la Finlandia. Il tono scelto è piuttosto leggero, scherzoso, ma ci sono stati dei momenti veramente difficili ed impegnativi da gestire. Sono passati molti anni (era il 2003) e non sappiamo se le cose sono ancora così o anche se siamo stati particolarmente sfortunati: ci piacerebbe pertanto leggere qualche commento al riguardo da parte di chi si ritrovato sulla stessa strada.
Passaggio della frontiera tra Estonia e Russia. In territorio estone entriamo in un grande cortile. All’ingresso, ritiriamo una placca metallica con un numero: 254. Ci mettiamo in colonna nella fila indicata dal funzionario. Aspettiamo il nostro turno per ore chiedendoci con quali criteri vengono fatte partire le macchine, in quanto vediamo sfrecciarne alcune e, con una certa regolarità, muoversi gruppi di cinque auto. Poiché veniamo gradualmente travolti dal desiderio di capire qualcosa, cerchiamo di avere qualche spiegazione. Ritorno all’ingresso, mi esprimo in inglese, il nuovo funzionario risponde grugnendo. Sconsolato ritorno al camper.
Dopo cinque ore, un gentile signore estone ci spiega che: a) è vero: sono cinque le macchine che sono autorizzate ad uscire dal recinto; b) prima di uscire, bisogna recarsi alla guardiola per pagare il balzello di 15 krooni.
Giunge finalmente il nostro momento: vado a pagare, sbaglio il turno perché non ha ancora pagato il 253. Paga il 253, gesticolando mi fanno capire che devo aspettare il 252, di cui posseggono però il numero. Fingo di non capire che devo aspettare un signore che ha pagato (hanno il numero!), ma che per loro non ha pagato! Aspetto qualche attimo, mi rivolgo per due volte ai due funzionari, rispondono in estone, do il numero ed i soldi, inveiscono (?) contro di me, insisto in inglese, alla fine, rudemente, compilano dei fogli che da noi-uomini-duri mi restituiscono, sbattendoli contro i vetri della guardiola.
Usciamo: ormai è notta fonda. Seguiamo il 253, che ci semina, ci perdiamo, vagabondando in Narva, prima arriviamo alla frontiera per i camion poi a quella delle automobili. Con il camper, mi avvicino alla sbarra, che è abbassata. Mostro i due fogli a due funzionari che gesticolano: non capiamo, spengo il camper. Aspettiamo. Dopo un po’, scendo dal camper, ritorno alla sbarra, un funzionario si degna di uscire dalla guardiola, prende uno dei due fogli, “good”, gesti vari, rientra nella guardiola.
Aspettiamo, guardando, incuriositi, la varia umanità che popola la frontiera: famiglie che all’una di notte (!) rientrano a piedi in Estonia, appesantiti da numerose borse; ragazzi con l’immancabile bottiglia di birra; impettiti funzionari in rigide uniformi che entrano ed escono dagli edifici della frontiera. Nella luce metallica dei fari e fra le ombre che si riflettono nelle pozzanghere, ci aspettiamo di vedere l’arrivo di due macchine, rapidi movimenti di persone in nero e lo scambio di due spie. Ed il compagno Boris Ivanov, biondo, occhi azzurro-ghiaccio, che, con mitra puntato, si rivolge alla compagna Sonia Petrovna, in pelliccia di zibellino, occhi scuri, avvolgenti, penetranti e taglienti come lame affilate di coltelli: “Questi sporchi capitalisti!”, mentre, Michael Caine, a bordo di una Rolls Royce nera, commenta: “E’ stata dura questa volta…”.
Tra queste suggestioni filmico-letterarie, ci poniamo anche una domanda: “dove sono finite le altre quattro macchine del nostro gruppo?”. Dopo un’ora, senza alcuna plausibile spiegazione, la sbarra si alza. Giungiamo alla frontiera estone: le pratiche vengono sbrigate in cinque (diconsi cinque!) minuti. Ripartiamo, raggiungiamo gli altri. In fila, su di un ponte. Aspettiamo. Capiamo che dobbiamo raggiungere una poliziotta russa per la prima registrazione. Mi avvicino e vedo la povera signora circondata, sommersa, da insetti alati che l’hanno eletta a loro pasto notturno. Muovendo disperatamente le braccia, mi fa capire che, per la compilazione dei moduli (?), sono necessari la targa (che naturalmente non ricordo; e per ogni secondo che passa mi accorgo che anche il mio sangue ha trovato il favore dei mostri alati) e la marca del camper. Mentre realizzo di essere un tarantolato, soddisfo la richiesta.
Ora possiamo superare l’ennesima sbarra ed arriviamo alla frontiera. La prima richiesta è la compilazione di un normale modulo di ingresso. Sono le due di notte, abbiamo qualche problema, il funzionario capo che, fisicamente, più-russo-che-non-si-può si dimostra collaborativo (ebbene sì!), prende il foglio anche se è completato a metà. Ci spostiamo di qualche metro, salgono sul camper: una funzionaria gentile e sorridente apre, quasi scusandosi (ebbene sì), qualche armadietto; un’altra, con lo stile della collega, chiede informazioni sulla assicurazione del mezzo. In venti minuti tutte le pratiche sono smaltite.
C’è nebbia ed umidità: non so dove andare. Un autista tedesco, mi indica l’uscita. Ma non è finita: altro stop: la parte restante dei moduli deve essere consegnata. C’è sempre una sbarra abbassata, che rimane tale anche dopo la consegna: che succede? Siamo stati identificati come spie al soldo dei capitalisti occidentali? Una macchina arriva nella direzione opposta: i compagni Ivanov e Petrovna scenderanno e ci obbligheranno a seguirli e l’atto di accusa sarà la non completa compilazione del modulo di ingresso? Mentre già immaginiamo giorni di immane sofferenze burocratiche, vediamo alzarsi la sbarra ed i funzionari che autorizzano il transito della macchina in direzione opposta alla nostra. Salvi forse, ma non ancora transitati. Improvvisamente la sbarra si alza anche per noi e possiamo andare.
Ma non è finita. Nella nebbia, con difficoltà, troviamo la strada per San Pietroburgo. Percorriamo qualche chilometro, sentiamo delle grida: tre giovani militari (poliziotti?) sulla strada sostengono che non ho rispettato il segnale di stop. Così inizia una conversazione in russo-inglese-italiano mentre il segnale dello stop viene mostrato con la torcia elettrica poiché non illuminato, immerso nella nebbia e posizionato a circa tre metri dal livello della strada (quello sulla strada è invisibile). Accompagnato nella loro stazione-baracca in stile fabbrica dismessa ed occupata dagli immigrati che popolano l’hinterland milanese, ci ritroviamo attori di una scena del teatro dell’assurdo: “multa” “no rubli. Vengo dall’Italia e non ho ancora cambiato” “ah Italia …Celentano …”Lasciatemi cantare” (come è strana la vita: di notte, con tre poveri poliziotti russi, a ricordarsi di una brutta canzone italiana di Toto Cotugno …io cultore musicale, ammiratore di Peter Gabriel, Joan Armatrading, Ivano Fossati, Fabrizio de André …aiuto!!!). “ Ma allori parli italiano” “No” “E allora multa, Celentano, la canzone …” “incomprensibili parole in russo…Lasciatemi cantare” “Ah la canzone del presidente partigiano … la cantiamo?” “incomprensibili parole in russo…pagare multa 100 rubli” “Vedi che parli italiano…””incomprensibili parole in russo…Tu stare attento” “Vuoi cantare la canzone? Io no rubli” “Tu no stop tu multa” “No multa, tu ragione, ho sbagliato, ma non ho rubli. Vuoi del vino italiano?” Occhi che luccicano. “Fa freddo, ti scaldi, poi, se lo tieni, puoi fare bella figura con qualche ragazza”. Mi vergogno tremendamente di quello che ho detto. “Dai, guarda che è buono …”. ” Incomprensibili parole in russo…”. Colgo l’occasione vado nel camper e prendo 4 bottiglie di vino ed una di China Martini. Ritorno e li trovo sorridenti. Do il vino. “Tu avere sbagliato …stare attenzione” “Hai ragione ma la stop non può essere visto” “Incomprensibili parole russe…”. Ops, sono andato oltre. “Dove possiamo dormire questa notte…posto sicuro” “Distributore a sinistra (e poi dice di non parlare italiano…)”Fare attenzione”. ”Hai ragione. Ciao”. “Ciao”.
Così alle tre circa stavamo tentando di dormire nell’area del distributore di fianco alla postazione della polizia nella “border area” di ingresso in Narva. Dopo più di sette ore. Cose di una altro mondo. O meglio: “this is Russia”, come commentava un signore estone, nostro compagno di disavventura, nel primo grande cortile.
Ci svegliamo alle 8.30. Riprendiamo il viaggio verso San Pietroburgo. Dobbiamo caricare acqua. Ci fermiamo a qualche distributore ma non hanno acqua potabile. Così arriviamo alle porte della città, dove, da un pozzo, lungo una strada non praticabile dal camper, riesco a trovare un pozzo, dal quale ottengo circa trenta litri.
Entriamo in San Pietroburgo. Orientarsi è davvero difficile: non abbiamo una vera cartina stradale della città, (ci avvalliamo di quelle delle nostre guide), le strade sono in cirillico, il traffico molto indisciplinato. Ci fermiamo due volte a chiedere informazioni in inglese: male la prima volta, benissimo la seconda: un gentile signore russo, con precise e dettagliate informazioni, permette alla navigatrice Cristina che-non-sbaglia-mai-una-strada-mai (vedi il viaggio in Irlanda) di condurre il camper all’hotel Mosca.
SAN PIETROBURGO. Per l’organizzazione di questa parte del viaggio, ci siamo avvalsi di un’agenzia milanese. Avevano fornito un servizio completo (visti, inviti, assicurazioni ecc.), anche tramite una rappresentanza in loco, che ci aiuterà nella visita all’Ermitage. E delle nostre fidate guide: “Lonely Planet”, Touring Club, oltre al numero monografico dei Meridiani (n. 120 del luglio 2003, ora esaurito) articoli raccolti da varie riviste e il classico di E. Gatto, “Il mito di San Pietroburgo”, edito da Feltrinelli.
Restiamo in città dal 16 al 24 agosto. Per tutti questi giorni, seguendo una indicazione raccolta durante il viaggio, sostiamo nel parcheggio dell’hotel Mosca: in puro stile URSS ai tempi della nostra visita, si trova in fondo alla prospettiva Nevskji (nel corso degli anni l’hotel è stato ristrutturato e l’esterno è molto diverso da quello che avevamo trovato nel 2003). Per 17 euro al giorno, abbiamo anche l’elettricità e circa 20 litri d’acqua ogni giorno dal fiorista che ha un piccolo negozio nel parcheggio. Il posto è sorvegliato e gli uomini della sorveglianza dell’albergo impediscono agli ubriachi che sostano nella vicina fermata della metropolitana di entrare nel parcheggio. E il fatto poi che si trovi alla fine della prospettiva ci regala un momento di leggerezza che non so quanto gradito dagli sbalorditi russi perché ogni volta che la percorriamo ci mettiamo a cantare qualche verso della canzone di Battiato, con Nijinski ed i balletti russi.
La “nostra” San Pietroburgo.
Quale nome? San Pietroburgo, Pietroburgo, Pietrograd, Leningrado. A voi la ricerca (noi la risposta l’abbiamo trovata nella guida di “Lonely Planet”).
Le numerose chiese, la Neva ed i canali. La profusione di architettura barocca e neoclassica, frutto, in larga parte, della presenza di architetti ed artisti italiani e ticinesi (Bartolomei Rastrelli, Carlo Rossi, Domenico Trezzini). San Pietroburgo è stata pensata e costruita come “la finestra aperta sull’Europa”: chi vuole trovare la Slavonia deve percorrere altri itinerari.

La Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato 
La Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato vista dal canale 
La Cattedrale di Kazan 
La Chiesa di San Nicola 
La Chiesa di San Isacco

La Neva con vista sulla fortezza di San Pietro e Paolo 
La Neva 
La Neva con vista sulla fortezza di San Pietro e Paolo 
La Neva
Le residenze degli zar e i numerosi musei. L’Ermitage o Hermitage o Museo statale Ermitage. Che dire? E’ un complesso architettonico che comprende una serie di edifici costruiti tra il XVIII° ed il XIX° e nel quale sono esposti circa 60.000 opere di grande livello, non a caso uno dei musei più visitati al mondo e tra i più importanti al mondo. Però: i troppi turisti, il criterio dell’accumulo che ha guidato la raccolta delle opere (anche se si seleziona cosa vedere, ci vorrebbero dei mesi per una visita attenta), l’organizzazione ingessata e priva di senso dei rendono la nostra visita e la fruizione delle capolavori d’arte davvero difficile. Esistono poi due tariffe per gli ingressi: una per i russi ed una per gli stranieri, molto più alta (nostra esperienza: valore quintuplicato). Noi ci salviamo grazie ad Olga (e chi mai sarà?) e alle sue conoscenze (un bel soldatino dell’esercito, opportunamente raggiunto con una telefonata dal cellulare), non facciamo la fila e facciamo arrabbiare, a ragion veduta, un iperteso turista italiano. Ma “This is Russia”…

Ermitage – Palazzo di Inverno 
Palazzo dello Stato Maggiore 
Palazzo dello Stato Maggiore
Csarskoe Selo, ovvero “villaggio dello zar”, uno splendido complesso di residenze della famiglia imperiale russa, che si trova a 26 chilometri a sud di San Pietroburgo, composto da numerosi palazzi, fra cui il Palazzo di Caterina, il Palazzo di Alessandro, ed un grande parco. La maggiore attrattiva è la Camera d’ambra, una stanza di circa 55 metri quadrati le cui pareti sono completamente rivestite da pannelli decorati con ben sei tonnellate d’ambra, oltre a foglie d’oro e specchi.

Il Palazzo di Caterina 
Il Palazzo di Caterina
La visita diventa un’avventura. Arriviamo alla mattina presto. Paghiamo per entrare nel parco. Vediamo una coda vicino al palazzo. Ci mettiamo in fondo. Dopo circa tre ore, ci accorgiamo che qualcosa non va. Raccogliamo una voce preoccupante: possono entrare solo 700 persone. Cerchiamo qualche conferma. I cartelli sono in cirillico, i funzionari parlano solo russo, qualche italiano (i soliti italiani!), non sapendo cosa fare, cercano di infilarsi più avanti nella coda, qualche russo prenota dei posti in fila per circa trenta amici, altri russi ti vendono biglietti (falsi?). Scopriamo che il signore che ci precede parla americano. Ci comunica quello che speravamo di non sentire mai: i cartelli in cirillico ed i funzionari dicono che possono entrare solo 700 persone della fila. A proposito: nel conteggio sono esclusi i turisti delle agenzie di viaggio, per i quali c’è un apposito ingresso. Che fare? Decidiamo di stare in coda: contando chi ci precede, possiamo rientrare nei 700. Ma però non sappiamo esattamente quanti russi ci stanno davanti a noi… e poi ci sempre essere qualche infilato all’ultimo momento… Così, dopo più di tre ore, quando siamo in prossimità della cassa, vediamo che viene abbassata la piccola finestra da cui una mano raccoglieva i soldi e consegnava i biglietti. Un poliziotto parla in russo. Il ragazzo che parla americano ci dice che hanno venduto il settecentesimo biglietto. Che fare? Attoniti sguardi, rabbia, nessuno vuole muoversi: non si sa mai …hanno sbagliato … la mano è andata a far pipì … “abbiamo fatto duemila chilometri per vedere la Camera d’ambra” …i poliziotti parlano in russo … “tanto abbiamo visto il programma di Alberto Angela” (sic!: questo è davvero troppo, ma, credetemi, l’abbiamo detto) e “this is Russia” che circola nella mente. Per concludere: i furbi italiani sono riusciti ad entrare, noi abbiamo visitato il bel parco con le sue sculture, padiglioni, monumenti e ponti, un’opera paesaggistica di primo ordine risalente, come tutto il complesso, agli inizi del XVIII° secolo. Ma… autocensura!

Padiglione Eremitaggio 
Padiglione La Grotta 
Il Ponte di Palladio
Le chiese ortodosse, con i loro riti, i loro interni ed il Pope. Tutto è permeato di antico, di autorità, di mistero. Abbiamo assistito ad una Messa e ad un battesimo. La messa era cantata: voci baritonali cantavano lodi al Signore in un crescendo travolgente. Il Pope intanto celebrava una funzione, attorno a sé fedeli ed altri preti, ogni tanto il gruppo si spostava nella chiesa, alla fine il Pope scompariva ed una voce femminile iniziava a leggere un lungo elenco di nomi. Tutto questo mentre altri fedeli entravano in chiesa (sembravano impiegati che avevano finito la loro giornata lavorativa), si avvicinavano ad icone con l’immagine della Madonna e recitavano preghiere, come se stessero seguendo un loro percorso di fede, indipendente dalla presenza del Pope. La battezzata era una bambina di circa cinque anni, in abito bianco, tutto ricamato: una piccola principessa. Attorno a lei, la famiglia: genitori, nonni, parenti vari. Tutti con gli abiti delle grandi ricorrenze, solo che quelli femminili, nei colori e nelle fogge, erano del tutto simili a quelli indossati nelle trasmissioni televisive condotte da Maria De Filippis! Durante la cerimonia, il Pope, un bel giovane barbuto, aitante, venticinquenne, dalla voce profonda, si avvicina alla bambina. La bambina inizia a strillare e a muoversi come una forsennata, il Pope cerca di calmarla, non ci riesce. Alla fine non può non farlo: le versa dell’acqua. Le urla si fanno ancora più forti, i movimenti più inconsulti. Lui recita velocemente qualche formula. Qualcuna vicino a me commenta che la situazione sarebbe molto diversa se la bimba avesse venti anni. Il Pope scompare. Il parente-cameraman, che ha ripreso tutta la cerimonia disturbando il Pope, inciampando nel tappeto, scontrandosi con una icona, spegne, avvilito, il suo strumento. Così fanno anche dei turisti italiani, i quali lasciano la chiesa doppiamente eccitati perché hanno delle fotografie scattate con un flash che ha accecato tutti quanti. Fuori dalla chiesa, il loro lavoro si dimostra inutile: tre industriosi russi vendono delle videocassette con riprese delle chiese di Pietroburgo e delle funzioni religiose. E se sei titubante, dimostrazione sul campo: c’è un televisore con videoregistratore alla bisogna!
La reggia di Peterhof. Appena fuori San Pietroburgo, è uno dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. La tenuta di Peterhof comprende una serie di palazzi (il principale è il “Gran Palazzo”), tre parchi (Superiore, Inferiore e di Aleksandra), con molte fontane, sentieri e viali alberati con vedute sul Baltico. E anche qui i doppi prezzi dei biglietti: a prezzo pieno per i turisti e con lo scontro di circa il 10% per i russi. E noi, ancora una volta, ci ricordiamo quello che ormai è diventato un tormentone: “This is Russia!…”.


Scrocio del Palazzo 
La Fontana di Nettuno nel Giardino Superiore 
Una fontana nei giardini 
Un’altra fontana nei giardini
In città tutto è grande e gli edifici sono imponenti; molti, costruiti nel settecento e nell’ottocento, sono fatiscenti eppure abitati. La ricorrenza della fondazione (il 27 maggio e sono 300 gli anni) ha indubbiamente migliorato la facciata della città. Solo che per la stragrande maggioranza degli edifici la ristrutturazione è ormai impensabile perché richiederebbe ingenti capitali. Alle finestre, comunque, si vedono telecamere e molte antenne paraboliche e nei cortili, abitati da topi ed occupati da immondizia varia, Mercedes, BMW, Audi, anche nuove di pacca (i casermoni sovietici e le nuove case, ben fatte e, almeno alla vista, ospitali, si trovano nelle zone residenziali periferiche che abbiamo attraversato quanto siamo arrivati e che, in direzione opposta, attraverseremo quando andremo in Finlandia).
I ristoranti, molti dei quali da noi si chiamerebbero etnici, perché oltre alla cucina russa si può trovare quella delle altre repubbliche sorte dopo la fine dell’URSS. Noi abbiamo molto apprezzato la cucina georgiana, quella dell’Uzbekistan ed alcuni piatti di quella russa. Per qualche suggerimento, rinviamo al numero dei Meridiani e alla guida di Lonely Planet. Una nostra scoperta di allora per uno spuntino a mezzogiorno: in piazza Sennaya 7 (quella di Dostoevskij). Cucina a vista, dove signore preparano la pasta a mano, che poi diventa o una specie di panzerotto ripieno di carne, pesce o verdura oppure dolci da sballo alla frutta. Cottura: rigorosamente al forno! Purtroppo non ha resistito negli anni: a quel numero ora compare un ristorante dal nome Tokyo-City… Ma se nel vostro vagabondare per la città avrete modo di trovare un posto simile, se fossi in voi, non lo lascerei scappare!
Gli incontri. Le persone per strada sono molto collaborative: cercano di comunicare in inglese, si scusano per le difficoltà, comunque ti aiutano (meglio la popolazione giovane che studia inglese a scuola ed è affascinata dall’Occidente). Non così le persone che vendono: scorbutiche, ottuse, fanno concorrenza ai pitbull, manichini ingessati di un vecchio regime.
Donna con scimmietta, un’altra con serpente; persone con abiti stile anni ’50, che ricordano quelli fatte dalle “sarte del quartiere”; tante spose nella versione bambola da mettere sul letto che con i loro mariti che bevono champagne e posano in foto più o meno artistiche davanti ai monumenti della città; Putin, Pietro il Grande e le zarine in versione manichino vivo per foto ricordo; babuska che vende un servizio da tè e dei gattini con concorrente che vende cuccioli di cane; bambino con orso in catene; automobili multicolori, frutto di un collage, soprattutto conquistate da decennali strati di ruggine; pestilenziali gas di scarico; fruttivendoli dell’Azerbaigian e produttori di miele che, con il sorriso sulle labbra, vendono della buona frutta e dell’ottimo miele, praticando a noi turisti prezzi da Via Montenapoleone; tutte le etnie dell’ex URSS concentrate in un mercato al coperto; italiano, fricchettone, che, tra una copula e l’altra (traduzione: “Ah le russe: che donne, che amanti: sempre pronte! Io, da quando sono qui, e sono pochi mesi, non è passato giorno che … A proposito. Perché non venite al club… che si trova in Ulica Rossi”…”Si certo ci vediamo giovedì sera”…Come no …) trova anche il tempo di … lavorare.
Molti militari: alcuni giovanissimi, altri in versione reduci dall’Afghanistan chiedono soldi cantando canzoni patriottiche nei corridoi della metropolitana. Si rafforza una impressione già maturata durante le ore trascorse alla frontiera. Ci convinciamo che la Russia è ancora una società fortemente militarizzata e la sua eventuale smilitarizzazione sarà un’operazione lunga, difficoltosa, non indolore.
Gli ubriachi, tanti, ovunque. Chi ama la birra ama San Pietroburgo: la birra è di buona qualità e a basso costo. Il fatto è che è abbondante sia nei negozi sia nei corpi dei russi. E bottiglie e lattine ovunque. Per non parlare dell’”acqua”: la vodka, intendo. Simbolo di virilità.
Poiché i bus non sono sufficienti, alcuni volenterosi hanno inventati i taxi-bus, pulmini di seconda-terza-quarta-quinta mano provenienti dall’occidente. Molti sostituiscono le linee dei bus, altri sono illegali. Sui finestrini hanno foglietti di ogni genere, scritti ovviamente solo in cirillico, su uno di questi c’è una cifra che corrisponde alla tariffa. Fermano dove c’è gente. Trasportano circa 10 persone. Salgono i più svelti. Per i turisti rappresentano ovviamente una avventura poiché non si capisce dove possono fermarsi (sui marciapiedi ci sono gruppi di persone ovunque), dove vanno, come fare a salire e, nel caso si riesca, come pagare e quando scendere. Poiché siamo cattivi, non vi diamo le ultime tre informazioni. Noi li abbiamo usati per andare a Csarskoe Selo e alla reggia di Peterhof.
Gli automobilisti indisciplinati ed impegnati in gare al più trasgressivo al codice della strada. Purtroppo sono tanti: parcheggiano grandi auto americane ovunque e attraversare le strade sulle strisce pedonali è un’avventura ad alto rischio, in quanto o sono colpiti da cecità improvvisa, oppure non hanno ancora scoperto che tra i pedali della macchina c’è anche quello del freno, oppure giudicano le strisce dei graffiti fatti durante la notte da qualche pittore-pianista per protestare contro Putin. Il quale è di Pietroburgo, ed allora ma non era molto amato perché sembrava avesse tagliato molto dei fondi destinati alla città.
Gli oggetti del passato e la paccottiglia per turisti. Cercare cimeli del passato sovietico è un’operazione che porta a scoprire molta paccottiglia per turisti, statue di Lenin rimosse dalle piazze oppure diventati luogo per giochi di bambini (come a noi è capitato). Qualcosa può ancora essere trovato: una cosa su tutte: le stazioni della metropolitana costruite negli anni ’50 e ’60: Avtovo, Dostoevkaja, Sportivnaja e Majakovskaja. Assolutamente da non perdere.
Abbiamo anche trovato negozi che vendono matrioske, vodka, ambra, teste di Lenin, uova di Fabergé, colbacchi dell’Armata Rossa e che hanno anche inventato una unità monetaria che non esiste, il cui valore è una media da loro fatta tra i valori del rublo e dell’euro. Chiaramente per loro molto favorevole.
Per non parlare dei manichini di Putin ed i modelli e le modelle che, vestiti come Pietro il Grande e le zarine, invitano i turisti a posare per l’immancabile foto ricordo. Ma queste cose si trovano dappertutto…
Per completare l’album fotografico della visita

Sulla Prospettiva Nevskji 
Sulla Prospettiva Nevskji 
Sulla Prospettiva Nevskji

Veduta dall’alto 
Il Museo di Stato Russo

Un canale 

Non solo BMW o Mercedes …
Viaggio di ritorno. Memori dell’avventura dell’ingresso in Russia e su suggerimento di alcuni amici incontrati durante il viaggio, decidiamo di rientrare in Italia passando dalla Finlandia. In effetti, l’attraversamento della frontiera è più veloce e, soprattutto, umano. Un giovane militare ha anche il tempo di cadere affascinato dalla beltà di Cri (no comment) e di comunicarci il suo amore per Italia-spaghetti, e guardando il passaporto: “Monza vicino ad Arcore. Italia-soldi-Berlusconi”. Aiuto!!!
I finlandesi si dimostrano poco …”nordici”: in frontiera, la corsia per le persone residenti nell’Unione europea non è transitabile e un finanziere si rivolge a noi con fare arcigno perché osiamo presentarci insieme al controllo del passaporto (sulla cui necessità abbiamo qualche dubbio poiché siamo cittadini europei). E quando raggiungiamo Helsinki e rimettiamo piedi a Talliinn, capiamo quando ci è costato lasciare San Pietroburgo, che è sicuramente uno dei ricordi più belli e duraturi dei nostri trentennali viaggi.


