Un’estate tutta italiana. Parte quarta: Puglia

Settembre è un gran bel mese per visitare la nostra penisola: non fa eccessivamente caldo, le persone in vacanza sono, per la maggior parte, rientrate nelle loro città e si spende un po’ meno rispetto a luglio ed agosto. Alla fine di questo mese, con la visita di molte zone della Puglia, abbiamo terminato la nostra estate tutta italiana. Un viaggio del quale ricorderemo la bellezza delle coste, i siti Unesco, i borghi antichi, la simpatia e l’accoglienza delle persone incontrate, i sapori della cucina, sia di mare che di terra, ma anche la nostra tristezza nel vedere gli ulivi, i più vecchi soprattutto con i loro tronchi che si torcono in senso orario dal basso verso l’alto che li rendono delle vere e proprie opere d’arte, uccisi dalla xylella.

Primo giorno

Era il primo pomeriggio quando abbiamo raggiunto la sosta camper “Isola bella” in località Contrada Pantanello, Lido del Sole, la frazione turistica di Rodi Garganico: come dice il nome è una bella area con grandi piazzole, molta ombra, e dista pochi chilometri da Rodi Garganico, che può essere raggiunta con navetta privata (€ 5 a persona) o, in stagione, con il trasposto locale (possibile comunque anche il percorso a piedi).

Per arrivare all’area abbiamo percorso la strada litoranea lungo i due laghi di Lesina e Varano: tanta vegetazione mediterranea, numerosi sono gli accessi al mare che si sviluppano al suo interno, ci sono molti alberghi e qualche campeggio, che sono però chiusi o abbandonati. E purtroppo la chiusura sarà anche una caratteristica di altri luoghi che abbiamo visitato (purtroppo è l’altra faccia della medaglia considerati il periodo e la parte dell’Italia nella quale ci troviamo).

La località Lido del sole può essere raggiunta a piedi dall’area camper. Così noi abbiamo fatto camminando lungo la strada che costeggia la spiaggia, un po’ lasciata a se stessa e per questo, ai nostri occhi, con un suo (relativo) fascino, un po’ organizzata dagli stabilimenti balneari. Quando raggiungiamo il Lido scopriamo che è un centro di vacanze, piuttosto anonimo, con molte case chiuse.

Secondo giorno

Ci spostiamo a Peschici. Attraversiamo Rodi, borgo di antiche tradizioni marinare situato su una collina: c’è traffico locale, nel centro la strada è piuttosto stretta, e non riusciamo a trovare un parcheggio. Così continuiamo lungo la strada nazionale 89 che ci regala dei begli scorci sul mare e sulla Foresta Umbra, sito Unesco, un’area naturale sita all’interno del Parco Nazionale del Gargano e così chiamata per quanto la vegetazione è fitta.

Delle aree di sosta camper a Peschici, noi abbiamo scelto “Marina Piccola”, al n. 84 della SS89: le piazzole sono comode, è ombreggiata, da direttamente sulla spiaggia e Peschici, la cui veduta è lì sullo sfondo, può essere raggiunta a piedi dalla spiaggia e salendo una scalinata (il paese è arroccato su un promontorio).

C’è tempo per una visita: il centro storico è caratteristico: lungo i vicoli ci sono case colorate di bianco, qualcuna con i tetti a cupola come le case arabe, c’è la chiesa madre, un tratto di mura (la nascita di Peschici risale all’anno 1000), ed un castello.

Alla sera pranziamo alla trattoria “Costamarina”, in viale Kennedy, scalinata principale per il porto, e troviamo una cucina come piace a noi: senza fronzoli e di sostanza con un giusto rapporto qualità e prezzo. I nostri piatti sono: orecchiette cozze e vongole, cicatelli alla scoglio e, per secondo, cozze ripiene. Gustati avendo una bella veduta sulla baia di Peschici.

Dopo aver cenato, durante una breve passeggiata nel centro storico, facciamo una scoperta “molto dolce”: è la pasticcerie tipica “Dolce Peschici”: pasticciotti, paste, cornetti, taralli, tutti fatti sul posto, sono una prelibatezza!

Terzo giorno

E’ di completo riposo sulla spiaggia. Pur essendo domenica, non è particolarmente affollata dai locali e dai turisti stranieri (soprattutto tedeschi) che, come noi, stanno visitando la Puglia. Il sole, l’acqua trasparente, due buone letture e la visione di Peschici rendono speciale la giornata. Che si conclude degnamente con una passeggiata nei vicoli di Peschici ed in un ristorante – “Borgo Antico”, in via Castello 73 – con una cena in cui abbiamo gustato, come antipasto,  un’insalata di polipo con cime di rapa e pomodorini secchi e, come primo, orecchiette con tonno rosso, burrata e pomodorini, troccoli al sugo con seppia ripiena (specialità della casa), il tutto accompagnato da un buon rosato locale. Insomma bontà e tradizione, a giusto prezzo. Suggestiva la posizione del nostro tavolo, come di molti altri: all’esterno, nel vicolo.

Quarto giorno

Ci rimettiamo in moto per raggiungere Vieste. Continuiamo a percorrere la N 89 che però, ad un certi punto,  lasciamo per spostarci sulla litoranea fino a Vieste. E così ci regaliamo altri scorci della bella costa e del mare del Gargano. 

A Vieste usiamo il parcheggio del porto: ci sono altri camper, ci viene detto di spostarci lungo i grandi blocchi di cemento che proteggono la sponda perché intendiamo passare la notte che lì, da soli, infatti trascorreremo in assoluta tranquillità (con la cena e colazione con vista sul porto o sulle transitanti barche).

Vieste è il centro principale del Gargano ed il suo punto più orientale. Nella parte storica, il borgo evidenzia la sua origine medioevale ed il suo aspetto mediterraneo:  stretti vicoli, piazzette, archi, scalinate, le case bianche, il castello normanno-svevo, la cattedrale romanica. Un curiosità che val la pena di visitare: il Museo malacologico, in via Pola 2, che raccoglie conchiglie da tutto il mondo (è privato e gratuito). Vieste ha anche una bella e lunga spiaggia, con campeggi e aree di sosta (che abbiamo trovato in parte chiusi), sulla quale c’è un monolito – il Pizzomunno (secondo la leggenda è la trasformazione di un innamorato morto suicida).

Quinto giorno

Lasciamo Vieste seguendo la litoranea che ci regala splendidi panorami delle baie e delle cale che rendono famoso il Gargano. Giungiamo a Mattinata e qui seguiamo la N. 89 dir/b  in direzione Monte Sant’Angelo. Il primo tratto della strada è in salita: la vegetazione si fa man mano sempre più scarsa, prevale la roccia ed i terreni sono delimitati dai muretti a secco. Il paesaggio è aspro, duro e, per noi molto suggestivo. Quando raggiungiamo il territorio di Monte Sant’Angelo, una volta superata la parte moderna,  ci colpisce la fila di case bianche lungo la strada: fanno parte dell’abitato che si è espanso lungo le pendici del colle.

Lasciamo il camper nel grande parcheggio nella parte alta del paese e dopo aver dato un’occhiata al vicino castello con la torre pentagonale dei Giganti di età normanna, ci dirigiamo verso il santuario per cui il paese è famoso: dedicato al culto dell’arcangelo Michele,  dal 2011 uno dei siti dichiarati dal’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ha un ingresso ad arcate posto di fianco ad un campanile ottagonale che ricorda i torrioni di Castel del Monte. Una scalinata con 86 gradini e cinque rampe, risalente al periodo  angioino (XIII° secolo) scende nella mistica grotta dove l’arcangelo apparve tre volte (490, 492, 493). E qui più che le porte di bronzo, la Cappella del SS. Sacramento, l’altare della Madonna, quello che più ci colpisce è l’altare di san Michele, costruito al fondo della grotta, per la bella statua in marmo di Carrara del Santo, attribuita al Sansovino.

Usciti dal santuario c’incamminiamo lungo il dedalo di vicoli del centro storico: così intravediamo, perché chiusa,  la romanica Santa Maria Maggiore, mentre visitiamo l’abside di San Pietro (la chiesa più antica) e la Tomba di Rotari del XII° secolo, in realtà un battistero con cupola emisferica ed interessanti bassorilievi (il vero nome è: Battistero di San Giovanni in Tumba). Ci sono caratteristici angoli e pittoreschi scorci nei vicoli scalinati e nel nostro percorso entriamo  in un negozio di cose usate e, oltre a queste, troviamo tanti tanti animali (gatti, pappagalli, tartarughe tra questi, tutti accolti perché abbandonati, con grande amore, da una signora) e ci fermiamo in un famoso ristorante, il “Medioevo”, dove assaporiamo una buona cucina del territorio. Come antipasto scegliamo il misto di verdure ed affettati e il piatto di buonissimi formaggi. Come primo, delle succulenti orecchiette Medioevo, in cui alla pasta vengono uniti pomodorini, rucola, pecorino e pezzi di agnello (!), e pancotto contadino con verza, patata, fave secche e finocchietto.

Una volta terminata la visita, riprendiamo il viaggio. Ci indirizziamo verso Margherita di Savoia e quando percorriamo la nazionale 141, che costeggia la Riserva Naturale Saline di Margherita di Savoia, negli stagni dove si raccoglie il sale vediamo degli aironi rosa. Raggiungiamo Margherita nel tardo pomeriggio: i campeggi e le aree sosta per i camper sono tutti chiusi e così decidiamo di trascorrere la notte in un parcheggio difronte agli stabilimenti balneari, appena fuori dal viale centrale della località.

Sesto giorno

In mattinata giungiamo a Barletta. Dapprima ci indirizziamo all’area di sosta sul lungomare Mennea che però troviamo chiusa. Così dobbiamo attraversare la città per raggiungere quella in via Leonardo da Vinci: il traffico è piuttosto intenso e caotico. Questa area è in realtà un parcheggio asfaltato all’aperto, con uno spazio per i camper, con possibilità di allaccio elettrico, con personale cortese, assolutamente comodo per visitare la città (in 15 minuti circa a piedi si raggiunge il centro).

Nel centro abbiamo piacevolmente passeggiato ed ammirato la Cattedrale, dallo stile architettonico composito, dedicata a Santa Maria Maggiore, il castello svevo costruito in prossimità del porto, la romanica chiesa di Sant’Andrea, con al suo fianco una alta  statua in bronzo del Colosso, comunemente chiamato Eraclito e i palazzi nobiliari. In uno di questi, in via Cialdini, c’è la Pinacoteca con numerose tele di De Pisis; sempre nella stessa via è possibile visitare la Cantina della Disfida, la ricostruzione del luogo in cui è avvenuta l’offesa che ha dato origine alla famosa (e letteraria) Disfida tra un gruppo di valenti cavalieri francesi ed italiani alla guida di Ettore Fieramosca.

Terminata la visita di Barletta ci muoviamo in direzione Trani. Pesanti nubi grigie si affacciano all’orizzonte: scoppia un fortissimo temporale, la pioggia è così intensa ed il vento così forte che all’uscita di Manfredonia, ci obbligano, insieme alla maggior parte degli automobilisti, a fermarci lungo la strada. Ma il peggio deve ancora avvenire: ripresa la strada e, appena dopo aver superato la splendida basilica di Santa Maria di Siponto, ci troviamo bloccati perché la strada è praticamente  un fiume piena (in più la forza dell’acqua ha rotto un muretto in pietra di una villa, i cui sassi si trovano ora sparsi lungo la strada). Purtroppo passano gli anni ma la situazione di questa terra non cambia: era il 1999, stavamo percorrendo la Puglia in macchina, un forte temporale si riversò su Manfredonia ed anche allora la strada diventò un fiume che ci bloccò (l’unica differenza è che riuscimmo a visitare la splendida basilica).

Alla fine giungiamo a Trani e ci sistemiamo nell’area di sosta “Camper Park”, in via Finanzieri 7: può ospitare una quindicina di camper, la superficie è in brecciolino, ha attacchi per la corrente elettrica, CS, è illuminata, recintata e custodita sia di giorno che di notte ed il wifi gratuito. E’ vicina al centro storico e, data l’ora, ne approfittiamo: è l’imbrunire e la la vista della Cattedrale, che si staglia solitaria in riva al mare a ridosso del porto,  è davvero suggestiva.

Settimo giorno

Alla mattina completiamo la visita di Trani con un percorso nella città vecchia o “Borgo Antico”. Il punto d’inizio è la Cattedrale, una delle chiese più famose di Puglia, completata a metà del XII° secolo. Ha splendide facciate: quella anteriore, con doppia scalinatala, portale maggiore ornato da figurazioni di animali mostri e arabeschi e chiuso da una porta in bronzo composta da 32 formelle a bassorilievo, rosone e monofore, quelle posteriore con le forme semicilindriche delle tre grandi absidi. All’interno ci sono tre chiese sovrapposte; al suo fianco destro s’innalza il romanico campanile del XIV° secolo, caratterizzato dalla successione, dal basso verso l’alto,  di monofore, bifore, trifore e quadrifonie.

Vicino alla Cattedrale, direttamente sul mare, c’è il castello svevo: più volte modificato, colpisce per la sua austerità. La nostra visita prosegue nelle vie del Borgo che si trovano a ridosso del porto ed ammiriamo eleganti palazzi signorili, pittoresche chiese (tra queste: la romanica di Ognissanti, la chiesa di San Francesco con la copertura a cupole in asse e e la caratteristica chiesa dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme). Giungiamo fino al bel giardino della Villa Comunale, che ci offre belle vedute sul mare. Il Borgo antico è però anche il porto, con le barche ormeggiate ed i numerosi pescatori che vendono il loro pescato.

Al pomeriggio visitiamo Monte Sant’Angelo. Lasciamo il camper nell’area riservata del parcheggio CAT – Centro di accoglienza turistica: l’area è provvista di carico e scarico acqua e c’è la possibilità di allacciamento all’energia elettrica.

Una navetta ci porta all’ingresso del sito: ignoriamo le offerte di accompagnamento di guide turistiche non autorizzate e ci incamminiamo verso castello: poiché è alla sommità di un colle, l’agevole e breve salita ci regala delle viste mozzafiato. Di un anonimo architetto ma progettato da Federico II, costruito tra il 1229 ed il 1249,  ha come elemento caratteristico il numero 8: la forma è ottagonale, è scandito negli angoli da otto torri, anch’esse ottagonali. Lo stile rinvia agli inizi del gotico nel meridione d’Italia, ma ci sono elementi romanici, normanni ed arabi. Forse è stato una residenza di caccia (agli inizi, ma gli storici non sono concordi), visse un momento di grande splendore sotto gli Svevi, poi con la loro caduta, divenne una prigione, fu lasciato incustodito e per questo spogliato dei marmi  e delle sculture e divenne residenza di pastori e briganti. Poi con il riscatto dello stato italiano nel 1876 inizio l’opera di restauro e nel 1996 entrò a far parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Molti sono i misteri che lo circondano: il motivo della sua costruzione, la simbologia del numero 8 (a proposito: anche la biblioteca de “Il Nome della Rosa” ha una strutture ottagonale …), le sue misure che possono essere associate alla piramide di Cheope e ai megaliti di Stonehenge.

Terminata la visita ci spostiamo a Bari. Troviamo una sistemazione in via G. Gentile al n. 8: è un rimessaggio parcheggio autofficina con qualche posto per i camper. E’ piuttosto distante dal centro ma è vicino alla fermata del bus che, in circa mezz’ora, raggiunge il centro.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e decidiamo di visitare la Bari del “borgo murattiano”, quella parte cioè iniziata durante la parentesi napoleonica (la prima pietra è del 1813), dalla vie ampie ed ortogonali: tra queste, corso Vittorio Emanuele II, via Sparano, corso Cavour: sono le vie dello struscio serale, piene di negozi e bar alla moda.

Ottavo giorno

Visitiamo la Bari vecchia. Questa parte di Bari si sviluppa su una piccola penisola e quando siamo entrati da piazza del Ferrarese abbiamo subito colto la sua peculiarità: è il vero cuore popolare della città. Presenta la tipica struttura medioevale contornate da mura, con vicoli piazzette corti dove ci sono abitazioni, all’esterno delle quali non è insolito trovare una signora che vende le sue orecchiette fatte a mano, ma anche negozi e ristoranti. Ed è qui che si trovano le due grandi chiese di Bari: la Cattedrale dedicata a san Sabino e la Basilica di San Nicola. La Cattedrale, in piazza Odegitra, è in stile romanico, ha subito molti rifacimenti nel corso della sua esistenza (anche distrutta e ricostruita nell’XI° e XII° secolo), ha una mirabile facciata anteriore ed un bel finestrone in quella posteriore, mentre nell’interno si apprezzano i finti matronei, i leoni all’ingresso, la cattedra episcopale, il ciborio, l’antico battistero trasformato in sagrestia. La vita di Bari venne profondamente trasformata quando nel 1087 vi giunsero le reliquie di San Nicola: la città divenne uno dei punti di riferimento della cristianità ed in onore al Santo venne edificata la basilica, uno dei capolavori dello stile romanico pugliese. Noi siamo rimasti affascinati dall’imponente facciata in bianca pietra calcarea, con le lesene che la suddividono in tre parti, dal portale  dai due monchi torrioni e, per quanto riguarda l’interno, dalle decorazione del soffitto, dall’altare di San Nicola, in argento sbalzato, dall’antico ciborio, dalla cattedra di Elia (intravista più che vista) e dalla cripta.

Nella nostra passeggiata senza una meta precisa abbiamo anche apprezzato: San Gregorio (nei pressi di San Nicola), la chiesa di san Marco, il Complesso di Santa Scolastica, Piazza Mercantile, Piazza del Ferrarese ed il castello svevo, ai margini della città vecchia e, fuori da essa, il lungomare di Crollalanza ed il teatro Petruzzelli.

E non potevamo non assaggiare un’abbondante porzione di focaccia barese (indicazione dalle guide gastronomiche: panificio Fiore, in Strada Palazzo di città 38 e panificio Santa Rita, in strada Bianchi Dottula 8).

Rientrati al parcheggio, decidiamo di lasciare Bari in direzione Polignano a mare. Scegliamo l’area sosta in via Conversano 448: è su sterrato, spartana ma con tutto l’occorrente. I bagni sono puliti e le docce calde a pagamento, con gestori gentili e disponibili a dare indicazioni (il paese è raggiungibile a piedi in circa 10 minuti).

Nono giorno

Visitiamo Polignano a mare: il borgo è una perfetta sintesi di bellezza paesaggistica e storica: i vicoli, le piazzette, le corti  e le bianche case del centro storico si sviluppano infatti sopra una scogliera caratterizzata dalla presenza di ampie grotte che sono opera dell’azione di erosione compiuta dal mare. Questa sintesi la si può cogliere nel punto panoramico “Lama Monachile”, in via S. Vito, che è anche una incantevole baia con una spiaggia fatta di sassi,  o al termine della scalinata che scende dalla piazza con la statua di D. Modugno, nativo di Polignano. Del suo passato, conserva l’antica piazza dell’Orologio con la Chiesa Matrice, alcuni tratti della mura medievali attorno a Piazza Garibaldi, l’Arco Marchesale di accesso al borgo e i due ponti della Lama Monachile (uno di epoca romano, l’altro dell’800).

Al pomeriggio di spostiamo a Egnazia, “luogo del cuore” del FAI. Raggiungerla non è stato facile: molto scarse sono le indicazioni e così ci perdiamo in strade strette, fiancheggiate da muretti a secco che delimitano terreni in cui crescono splendidi ulivi. E così, guardando la perfezione di questi muretti a secco e ricordando quelli del Gargano e di altre parti d’Italia, capiamo perché sono fra i cinquantaquattro siti materiali diventati patrimonio culturale dell’Unesco: “È uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese … le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione concreta alle particolari condizioni di ogni luogo in cui viene utilizzata … svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura” (citato dalla motivazione dell’Unesco).

Egnazia, che si trova lungo la costa di Fasano, è un interessante centro archeologico, in un contesto ambientale suggestivo, per una parte in riva al mare. Abitato sin dall’età del bronzo, l’area presenta ai visitatori resti appartenenti a tre periodi diversi: del periodo messapico, precedente l’insediamento romano, conserva delle necropoli e dei resti d’un tempio dell’antica acropoli; del periodo romano i resti del Foro, del Porto, dell’Anfiteatro o di una piazza sussidiaria, delle Terme, delle abitazioni e delle botteghe, ed un tratto della via Traiana a lastroni con i solchi del passaggio dei carri; del periodo paleocristiano una basilica. Il sito ha anche un museo.

Quando terminiamo la visita è sera: ci spostiamo nel vicino paese di Savelletri e parcheggiamo il camper lungo la scogliera. C’è tempo per una breve visita: nel paese troviamo case di vacanza, un porticciolo turistico con qualche barca di pescatori e dei ristoranti. Vediamo che nei loro menù sono presenti dei piatti con i ricci di mare. In uno di questi  – “Saporedisale” in piazza del Porto 15  – gustiamo moscardini fritti sul un letto di purea di patate allo zafferano e, per primo, spaghettoni ai ricci di mare. Buono il Verdeca servito al calice.

Decimo giorno

E’ la volta di Ostuni. Scegliamo il parcheggio “Stella”, in C. da S. Stefano, 3: è sotto le mura, vicino al centro storico, custodito, a conduzione familiare, con autolavaggio e lavanderia self-service (che utilizziamo).

Come in molte altre località pugliesi, il suo centro storico medioevale, che qui si chiama “Rione Terra”, sorge su di un colle. Cinto da mura, è composto da vicoli scalinate ed archi, dove si affacciano bar e ristoranti (tutti pieni essendo domenica), case bianche con muri a calce, palazzi signorili con elementi barocchi e due grandi chiese: la Concattedrale quattrocentesca dalla splendida facciata e la chiesa delle Monacelle,  barocca e con cupola a disegni geometrici. Fuori dal rione, interessanti sono la piazza della Libertà con la guglia di San Lorenzo, l’ex convento francescano ora sede del Municipio, la chiesa conventuale di San Francesco e la chiesa del Carmine.

Undicesimo giorno

Dopo aver passato la notte ad Ostuni, entriamo nel Salento, e raggiungiamo Lecce. Lasciamo il camper nel grande parcheggio in p.zza Carmelo Bene (ex foro Boario): è a pagamento (noi prendiamo due biglietti perché il nostro camper occupa due posti) ed abbastanza vicino al centro (circa 15 minuti a piedi; c’è però la possibilità della navetta).

Nella sua storia, ci fu un momento in cui Lecce venne chiamata la Firenze del sud: ed infatti è una splendida città con un centro storico che conserva capolavori quali la piazza del Duomo, Santa Croce, la sua più bella chiesa barocca, conventi chiese palazzi che sono un’esplosione dello stile barocco, in cui agli schemi italiani si unisce il gusto, un po’ esagerato, di impronta spagnola (fu sotto Carlo V che Lecce diventò capoluogo della Puglia e visse un periodo di grande fulgore), tutti costruiti grazie all’abilità dei suoi maestri ed artigiani che seppero al meglio lavorare la pietra locale, duttile e dal colore dorato. Senza però scordare che in Piazza Sant’Oronzo, che rappresenta il cuore della città, tra banche uffici bar, si trova un anfiteatro romano scavato nella roccia.

Nel tardo pomeriggio lasciamo Lecce in direzione San Cataldo (N. 364) per seguire la litoranea (N 366) fino a Otranto. La costa è prevalentemente rocciosa e frastagliata,  ci sono però piccole baie come pure spiagge sabbiose (Area protetta Laghi Alimini), località turistiche rinomate (i laghi Alimini, Torre dell’Orso). Vediamo però, ed è la prima volta nel viaggio, gli ulivi uccisi dalla xylella: e purtroppo non è che l’inizio.

Ad Otranto scegliamo il parcheggio in via Renis: è misto camper e auto, pianeggiante, video-sorvegliato e con sbarra d’accesso (che viene abbassata di notte), si può caricare acqua ma non scaricare ed è vicino al centro storico.

E’ sera e, su indicazione del proprietario del parcheggio, ceniamo al ristorante “Retro Gusto”, in via Luigi Eula 7, una “cucina di qualità” secondo la guida Michelin. E’ stata una cena sopraffina della quale ci ricorderemo a lungo. In un ambiente classico, dall’arredo semplice ma di qualità, siamo stati accolti con un piccolo e delizioso assaggio di benvenuto: polpettina di pesce su una base di purea di zucca. Gli antipasti sono stati polpo in pignatta e crostini di pane di Altamura, purea di fave bianche e cicorie cotte in pignatta con crostino durati all’olio di oliva; i primi cappellacci con sfoglia all’aloe vera ripieni di aguglia imperiale, ricotta e meloncella su pesto di erbe e gambero viola di Gallipoli ed un fuori menù: spaghetti alla chitarra con capocollo, fichi caramellati e scampi. Il pane e la pasta sono fatti in casa. La cena si è conclusa con un ottimo sorbetto ed un conto davvero contenuto considerata l’ottima qualità del cibo e del vino.

L’uscita per il  ristorante ci ha permesso di apprezzare Otranto di sera: soprattutto il suo centro storico proteso verso il mare e chiuso dai torrioni e dalle mura. I vicoli sono lastricati e regalano qualche angolo suggestivo; i negozi, che vendono di tutto, sono tanti.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ripercorriamo tutto il centro storico di Otranto e passeggiamo sui bastioni che danno sul porto: e qui la veduta è davvero molto bella. Ci fermiamo al Castello, ammiriamo la bella chiesa bizantina dedicata a San Pietro e raggiungiamo la Cattedrale che visitiamo per lo splendido mosaico del XII°, originale e ben conservato: ha come figura centrale l’Albero della Vita, si sviluppa come un percorso in un labirinto teologico di cui, a volte, sfugge la vera interpretazione iconologica ed offre uno spaccato della cultura del Medioevo.

Otranto è anche famoso per il mare cristallino: una breve passeggiata e siamo sulla spiaggia libera: l’acqua è bassa, una specie di piscina e la bella temperatura fa sì che numerosi siano i bagnanti: noi ci sediamo su una banchina, rivediamo tutta Otranto mangiando dei buoni taralli casalinghi comprati in un vicino panificio. 

Lasciamo Otranto per Santa Maria di Leuca. La strada lungo la costa (N 363) è, come nel tratto precedente, rocciosa, frastagliata, incontaminata, ed in cui si aprono alcune delle più famose grotte della regione (Cervi, Romanelli, Zinzulusa). Noi ci siamo fermati a Santa Cesarea Terme, una piccola località che ci ha stupito per alcune splendide ville in stile moresco.

A Santa Maria di Leuca si sistemiamo nell’area “Alexander park”, al n. 6 lungo la SP 124 (nelle guide è riportato il nome “La Cornula”): è molto grande, comoda, abbastanza ombreggiata, con allacci elettrici, con servizi (però non in uso quando noi l’abbiamo visitata).

Facciamo una passeggiata sul lungomare: in prossimità del porto c‘è una piccola cala di sabbia, poi la costa diventa rocciosa e frastagliata, sopra la quale, su apposite impalcature, sono stati costruiti dei ristoranti. Mentre passeggiamo e quando siamo seduti in un bar che da sul mare ed assaporiamo una corroborante bevanda ci colpisce l’intensità dell’azzurro del mare. Ci spostiamo all’interno e vediamo delle ville costruite tra la fine dll’800 e gli inizi del XX° secolo: alcune sono abbandonate, altre in decadenza, altre invece sono state ristrutturate ma profondamente modificate rispetto all’originale anche se conservano un po’ del loro lascino del tempo che fu.

Santa Maria di Leuca è famosa anche per il Santuario, con la sua lunga scalinata e la grande cascata d’acqua (quasi mai in funzione), situato in alto sulla costa da cui si hanno dei bei panorami, l’alto faro ed i suoi fasci di luce bianchi e rossi, le grotte presenti sia sul versante adriatico sia su quello ionico della costa.

Risaliamo verso il centro e troviamo la sistemazione per la notte nell’agriturismo “Arangea” a Lequile, via Vecchia Lecce Copertino 70: ha piazzole con le colonnine per l’energia elettrica, carico e scarico, e ristorante. La notte passa in tutta tranquillità.

Tredicesimo giorno

L’inizio della giornata non è molto fortunato: vogliamo visitare Martina Franca, ma vuoi perché ci sono dei lavori stradali vuoi perché il traffico è tanto, non riusciamo a trovare un parcheggio per il nostro camper. Ci spostiamo allora a Locorotondo e qui invece troviamo un comodo parcheggio, vicino al centro, in viale Olimpia.

Il nome del paese evidenzia la sua particolarità: è su un’altura e le vie si sviluppano in modo concentrico verso la sua sommità. Su di esse si affacciano le tipiche case: bianche, alte, con i tetti spioventi e ricoperti da lastre in pietra calcarea. Andiamo in via Nardelli che corre lungo la circonferenza del paese: splendida la vista delle case e della campagna circostante, con le sue vite da cui si ottiene un buon vino bianco. Dopo la visita della Chiesa Madre, con elementi neoclassici nella facciata e barocchi al suo interno, che sembra dominare il paese, ci fermiamo a “La taverna del Duca”, in via Papatodero 3. E’ una cucina casalinga e che sapientemente valorizza le risorse del territorio, con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Ordiniamo delle gustose strascinate con cime di rape ed un’indimenticabile pecora in pignata, delicata e saporita dopo ore di lenta e attenta preparazione.

Lasciamo Locorotondo per Alberobello: sono circa 8 chilometri tra muri a secco, rigogliosi ulivi e trulli: indimenticabile! Ad Alberobello ci fermiamo al “Camping dei Trulli”, al km 1,5 di Via Castellana – Putignano. Ha piazzole per camper, un ristorante/pizzeria/sala giochi all’interno di un ambiente che ricorda le discoteche di qualche decennio fa, una piscina, però dei servizi, almeno nel nostro breve soggiorno, non adeguati. Offrono un servizio navetta per raggiungere, in circa 10 minuti, il centro storico di Alberobello.

Qui trascorriamo il resto della giornata. Due sono i rioni in cui i trulli (a proposito: Alberobello è dichiarata Patrimonio Mondiale dell’umanità dal 1996) sono concentrati: “Aia Piccola” e “Monti”. Nel primo i trulli sono circa 400 e sono abitazioni private o da affittare per le vacanze, nel secondo, che ne conta circa 100, sono negozi, bar e ristoranti. Ci sono trulli che più degli altri colpiscono perché hanno delle caratteristiche loro proprie: il trullo Sovrano, fuori dai due rioni in piazza Sacramento, uno dei più grandi, alto 14 metri, i trulli Siamese  nel rione “Monti per la caratteristica cupola a due coni”. E anche la “Casa d’Amore”, dal nome del proprietario, sede dell’Ufficio informazioni turistiche, perché  è stata la prima casa ad essere costruita con la malta  alla fine del XVIII° secolo e segnò il passaggio da una città “illegale” (quella dei trulli a secco così costruiti in modo da poterli rapidamente demolire in caso d’ispezione del viceré spagnolo che imponeva autorizzazioni e tasse per ogni abitazione) e ad una “legale”. Ed una particolare malta, rossastra, venne utilizzata anche per i trulli; malta che è ancora visibile su alcuni tra i più vecchi.

Tra i negozi abbiamo apprezzato “La Bottega dei Fischietti”, in via Monte Pertica al n. 11 per i fischietti che sono dei veri e propri oggetti d’arte fatti da valenti artigiani ed artisti del luogo.

Quattordicesimo giorno

Raggiungiamo Altamura e sostiamo nel parcheggio del Frantoio Oleario Perniola, in via Santeramo in Colle al n. 101: gli spazi sono sull’erba, ci sono degli allacciamenti elettrici, ha un piccolo spaccio, è di fronte alle mura megalitiche e a circa 10 minuti dal centro.

Altamura ha un centro storico piuttosto interessante: ha l’aspetto di un borgo a se stante, di forma circolare, attraversato da un lungo corso (corso Federico II di Svevia, che rese grande Altamura), a metà del quale c’è la piazza del Duomo con la bella Cattedrale (splendida la facciata) e la vicina chiesa di san Nicola di Greci (che ricorda una delle comunità presenti ai tempi di Federico II) )e con numerosi claustri (dal latino claustrum – spazio chiuso) ovvero piazzette-cortili si cui si affacciano le abitazioni raggiungibili solo grazie a stretti vicoli.

In via G. Luciani troviamo una trattoria: si chiama “Federico II di Svevia”: l’ambiente è famigliare, la cucina casalinga, ottimo il rapporto tra la qualità del cibo ed il prezzo.  Iniziamo con un grande antipasto misto della casa (due grandi piatti dove c’è davvero di tutto) e per primo delle buone orecchiette alle cime di rapa. Dopo il pranzo vorremmo visitare il museo del pane in via Onorato Candiota (siamo ad Altamura!), ma che però troviamo chiuso (è aperto sino alle ore 13,00).

Altamura è famosa per il ritrovamento presso la grotta di Lamalunga del cosiddetto “Uomo di Altamura”, uno scheletro umano integro di circa 200.000 ani fa. Attorno a questa grande scoperta si sviluppa la Rete Museale di Altamura, www.uomodialtamura.it, ma in questo viaggio che sta volgendo al termine noi non abbiamo tempo di visitare.

Ritorniamo al parcheggio, compriamo una lattina d’olio, e ci indirizziamo per strade secondarie a Gravina in Puglia. I terreni lungo la strada sono rocciosi, quasi senza vegetazione e ci preparano alla visita di Gravina. Che però non riusciamo a fare perché il parcheggio dei camper vicino allo stadio è in rifacimento e non riusciamo a trovare uno spazio libero lungo le strade del paese. Sarà per un’altra volta.

E così decidiamo di spostarci a Troia, cittadina “Bandiera arancione” del Touring club. Sostiamo nella bella area in via Campo Fiera: è attrezzata, a due passi dal centro, con 30 posti, su asfalto, in piano e in parte con ombra. E giustamente una targa riporta che Troia  “una città amica del turismo itinerante”.

E’ sera ed è tempo per una breve passeggiata lungo via regina Margherita che attraverso il centro storico e sulla quale si affacciano dei begli antichi palazzi. Ci fermiamo nella  pasticceria Casoli ai nn. 121/123 del viale e compriamo la loro specialità: la “passionata”: una delicatezza e squisitezza di “crema di ricotta (mucca, pecora e bufala)”, una al gusto di pistacchio e l’altra della “passione”, “su base biscuit ricoperte di pasta di mandorle pugliese e senza conservanti” (citazioni  dal loro sito dolcepassionata.com).

Quindicesimo giorno

Continuiamo la visita di Troia. Andiamo all’ufficio Informazione ed Accoglienza Turistica: in piazza Giovanni XXIII° e due cortesi e ben informati volontari ci danno depliant e informazioni sul paese e la zona circostante (i monti Dauni) a conferma che Troia è davvero amica del turismo. La nostra visita s’incentra sulla Concattedrale della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, capolavoro dello stile romanico dell’XI° secolo. E’ soprattutto la sua facciata che attira la nostra attenzione: l’insolito e particolare rosone a 11 raggi, le numerose sculture allegoriche, le due porte bronzee. Altra chiesa importante è quella di San Basilio Magno: ha origini protoromaniche, una facciata sobria e severa, all’interno presenta antiche colonne con bei capitelli.

Altra tappa della giornata è Lucera. Parcheggiamo il camper nell’area comunale in prossimità della Stazione, in piazza Giuseppe Papa. Dal parcheggio, una strada in leggera salita ci porta alla porta d’ingresso del centro storico (Porta Troia). Purtroppo le macchine sono ovunque e la visita diventa difficile. Ci sono palazzi nobiliari ed una bella cattedrale di impianto gotico-angioino (per la nostra guida ricorda certe chiese provenzali). Proseguiamo in direzione ovest ed incontriamo la chiesa di San Francesco, ma poi soprattutto per il traffico rinunciamo a proseguire verso il castello svevo, del quale ci accontentiamo di una parziale veduta.

Ripartiamo per Pietramontecorvino, nella lista dei “Borghi più belli d’Italia” e “Bandiera arancione” del Touring Club. Parcheggiamo il camper in una strada all’ingresso del comune e dopo una decina di minuti raggiungiamo il borgo storico dominato dall’alta torre normanna. Collegato alla torre c’è il Palazzo ducale che si sviluppa su tre piani. Ai loro piedi si sviluppa il quartiere detto della Terravecchia, che si inerpica lungo i fianchi della collina con una struttura a lisca di pesce, con vicoli stretti e contro ed alcune abitazioni incluse nelle antiche mura di difesa del borgo.

Ormai siamo sulla strada del ritorno. Per la notte raggiungiamo l’Area Camper “Villaggio la Torre” a Petacciato, al km 535 della SS16. E’ una bella scoperta soprattutto per la vista che ci regala perché i camper sono sistemati sopra la spiaggia di sabbia.

Sedicesimo giorno

Un po’ sulla nazionale ed un po’ in autostrada raggiungiamo Cesenatico. Qui sostiamo nella parte libera del parcheggio della “Rocca” (c’è anche una parte a pagamento –  € 5 – gestita da una cooperativa sociale), all’ingresso principale del paese, a pochi passi dal Porto Canale. Quella libera può ospitare circa 30 camper, la seconda circa 70. Entrambe hanno carico/scarico acqua gratuito; nessun tempo limite alla sosta.

E naturalmente, alla sera, ci ritroviamo davanti a dei gustosi piatti di pesce a parlare del nostro viaggio in Puglia.

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