Viaggio in Sicilia

E’ stato il nostro secondo viaggio con il camper in Sicilia e per questo non troverete nulla circa alcuni dei luoghi più belli dell’isola perché li abbiamo visitati nel precedente viaggio, fatto tanti anni fa e del quale, purtroppo, non troverete traccia in questo blog (eravamo “giovani camperisti”, abbiamo perso tutti gli appunti ed allora, piuttosto che scrivere, ad esempio, di Palermo Siracusa Segesta, con i soli dati da guida turistica, rinunciano a compilarne il diario).

Questa volta abbiamo deciso di raggiungere l’isola con la nave in partenza da Civitavecchia. In realtà  la nave è arrivata da Olbia ed ha lasciato il porto di Civitavecchia con 4 ore di ritardo (cosa non insolita considerate le testimonianza di altre passeggeri e presenti in YouTube) e, dopo circa 13 ore di viaggio (il ritardo non è stato recuperato), siamo arrivati al porto di Palermo solo nella tarda mattinata del giorno successivo.

Primo giorno

Usciti dal porto ci dirigiamo a Castellammare del Golfo dove resteremo per quattro notti nel campeggio “Nausicaa” (info@nausicaa-camping.it). In realtà accoglie prevalentemente camper, i servizi sono sicuramente adeguati, i negozi sono abbastanza vicini, così il centro storico, ha una bella posizione sopra la spiaggia di Castellare che regala a chi si trova (come noi) lungo la recinzione una bella vista di una parte del golfo.

Dopo aver sistemato il camper, in un’afosa serata di settembre, facciamo la nostra prima visita del centro storico di Castellammare: tutte viuzze e scalinate che portano alla punta del promontorio sui cui sorge il Castello e al porto turistico da cui si può cogliere la bella vista di case che, strette le une sulle altre, scendono al mare. Questa è anche la zona dei molti ristoranti ed in uno di questi, “La Cambusa”, ceniamo con buoni piatti di pesce, tra cui un cous cous, per terminare con un gustoso cannolo rovesciato.

Secondo giorno

Visitiamo Erice. Lasciamo il camper nel parcheggio prospiciente la funivia che ci porta, con una bella vista dall’alto della città di Trapani e delle sue saline, all’ingresso del borgo. Risaliamo la via centrale  e scopriamo che è incantevole nella sua dimensione medioevale. Ci perdiamo nelle piccole vie e raggiungiamo il castello di Venere: spettacolari sono le viste sui territori che circondano il borgo.

Erice è famosa per il centro di ricerca scientifica “Ettore Maiorana”, ma anche per i dolci che qui si producono, in particolare quelli di Maria Grammatico al n. 14 di via Vittorio Emanuele (attenzione il negozio è prima del loro albergo, non si nota facilmente anche perché è seguito da un altro bar con un abile cameriere che decanta, anche a ragion veduta, i dolci che nel suo bar si producono) che ripresenta le ricette delle monache ericine di cui lei è la grande interprete. Noi abbiamo comprato quasi tutte le loro specialità e siamo rimasti deliziati dalla loro bontà. L’acquisto è stato fatto velocemente (fuori c’è sempre la coda di clienti) e con cortesia. Ed abbiamo avuto la fortuna di incontrare la signora Grammatico!

Dopo Erice abbiamo visitato le saline di Trapani e Paceco che formano una Riserva Naturale Protetta gestita dal WWF, ma con gran parte della saline di proprietà privata. Le prime saline le ammiriamo lungo la SP21, la provinciale che poi lasciamo per indirizzarci verso Nubia (famosa per l’aglio rosso) e la Salina Calcara. E qui ci aspetta una bella disavventura: entriamo nel parcheggio, non vedo che il terreno al centro è molle e la conclusione è che ci ritroviamo con il camper affondato nel fango. Ovviamente siamo al centro dell’attenzione degli altri visitatori, che gettano sguardi e fanno commenti. Tra i quali però c’è una gentile coppia di camperisti di Torino che viene in nostro soccorso e dopo numerosi tentativi riusciamo ad uscire dal fango: non so se mai leggeranno queste righe, ma sappiamo che ora li vogliamo nuovamente ringraziare.

Rimesso tutto in ordine, ripuliti un po’ dal fango gli attrezzi, mentre ci stiamo per spostare verso l’unico posto libero ecco che un van tedesco decide di precederci così che a noi non rimane altro che portare il camper all’esterno del parcheggio e sostare lungo la via (fortunatamente abbastanza grande).

E’ tardi pomeriggio quando facciamo una bella passeggiata tra gli stagni con l’acqua dal colore cangiante, le montagne di sale, i mulini, l’edificio del Museo del Sale: un paesaggio davvero molto suggestivo.

Terzo giorno

E’ una giornata di assoluto riposo. Alla mattina una passeggiata nel centro storico alla ricerca di una buona colazione. Che alla fine troviamo in un bar dai tempi molto dilatati (alcuni clienti lo lasciano arrabbiati per la lunga attesa, mentre noi discettiamo sulla differenza della gestione del tempo tra nord e sud d’Italia – evviva i luoghi comuni!): alla fine un buon cannolo siciliano soddisfa la nostra voglia di dolci. Poi la spiaggia, un bagno, ed ancora alla sera, il ristorante “La Cambusa”. Sempre piatti di pesce: questa volta con qualche pecca nei primi (le busiate) con gli ingredienti della salsa che li accompagnano non ben amalgamati ed un servizio non sempre attento.

Quarto giorno

La Riserva dello Zingaro, da poco riaperta dopo il terribile incendio del 29 agosto del 2020, è la destinazione di questa giornata. Con il camper da Castellammare ci spostiamo a Scopello: la provinciale che seguiamo per raggiungere il parcheggio vicino all’ingresso della Riserva si restringe un po’ ma non è difficoltosa. Scorgiamo i faraglioni di Scopello e siamo arrivati al secondo parcheggio (quello all’ingresso è già pieno e sono le 10 circa). Paghiamo il biglietto del parcheggio (€ 10) e della “Riserva” (€ 6), entriamo e seguiamo il sentiero che corre lungo la costa e che per una lunghezza di circa 8 chilometri attraversa tutta la Riserva fino all’ingresso opposto di San Vito Lo Capo (ci sono altri due sentieri: di mezza costa e, per esperti, quello in costa). Un po’ è in pendenza ma, in genere, è pianeggiante: comunque bisogna percorrerlo con scarpe ed abbigliamento adeguati (abbiamo visto signore con scarpe con i tacchi, infradito e signori con jeans e camicia!), avere delle bottigliette di acqua (ci sono, comunque, delle fontanelle: tutte segnate sulla mappa che viene consegnata all’ingresso).

I ripidi pendii alla sinistra, la rinata macchia mediterranea nel mezzo della quale si snoda il sentiero, i colori dello splendido mare, le due cale (Marinella e Dell’Uzzo) nelle quali, tra i numerosi turisti, troviamo, non senza qualche difficoltà, un piccolo spazio per deliziarci dello splendido sole e bagnarci nelle cristalline acque, i numerosi pesci che ci fanno compagnia durante il bagno a Cala Marinella, il piccolo museo dedicato alla tonnara che fu, un gentile signore che in una abitazione-museo-negozio ci spiega che sta intrecciando delle foglie di una delle piante della macchia mediterranea per ricavarne una corda (ma che è possibile ottenere anche ciò che è esposto: borse, cesti ed attrezzi vari), fanno di questa giornata una di quelle che ti rimangono dentro e che ti fanno amare il viaggio.

Quinto giorno

Alla mattina lasciamo il campeggio “Nausicaa” e ci spostiamo a Nubia, Trapani, nel parcheggio Le Saline: è vicino al porto, ha un’area camper con gli attacchi per l’elettricità, una piccola zona con tavolini e sedie, è sorvegliato 24 ore ed è possibile la prenotazione.  Con la loro navetta (gratuita) raggiungiamo il porto di Trapani dove prendiamo l’aliscafo per la visita di Favignana (avevamo, in precedenza, acquistato i biglietti della compagnia Liberty Lines online).

Dopo circa mezz’ora raggiungiamo l’isola. Quando scendiamo dall’aliscafo e ci mettiamo alla ricerca di un noleggio biciclette notiamo tanta confusione, tanti noleggiatori, ed ovviamente, tante biciclette e motociclette. Oltre alle macchine, parcheggiate o sfreccianti lungo la strada del porto. Alla fine ci ritroviamo con due biciclette, non in buono stato, al costo di € 15 ognuna, per tutto il giorno (due giorni prima avevamo tentato una prenotazione online ma senza avere risposta).

La prima tappa sull’isola è di tipo storico. Andiamo agli antichi stabilimenti Florio dove fino a qualche decennio fa veniva lavorato il tonno pescato nella tonnara di Favignana. La visita è guidata: la brava guida ci dà informazioni sulla famiglia e la loro importanza per lo sviluppo dell’economia dell’isola, ci informa minuziosamente sulle varie fasi di lavorazione del pesce (dal momento della pesca nella tonnara all’inscatolamento) mentre ci accompagna nelle sale dello stabilimento, nel luogo dove sono riparate le navi usate per la pesca per concludere nel museo in cui possiamo ammirare interessanti rostri, fenici e romani.

Favignana ha un centro storico, fatto soprattutto di ristoranti, bar, case per vacanze. In un bar gustiamo delle buone tapas con polipo e sardine, più due sostanziose fette di “pane cunzato” (tipico pane siciliano con fette di pomodoro, pecorino grattugiato, acciughe, origano, sale e pepe nero).

Riprendiamo la bicicletta e percorriamo la pista ciclabile (spesso però da dividere con moto e automobili), bella per le vedute che ci regala del mare, delle cave di tufo, di una natura aspra e selvaggia, purtroppo rovinata dai resti della presenza umana (l’immondizia è un po’ dappertutto, per non parlare delle automobili). Seguiamo la pista e ci fermiamo in alcune tra le più famose cale dell’isola: Cala Rossa, Cala del Bue Marino, Cala Azzurra. Che dire: tanti turisti, in mare e non, le imbarcazioni sono un po’ ovunque, ma davvero l’acqua è trasparente, ha dei colori incantevoli e sdraiarsi sui sassi e godersi la vista è davvero una bella esperienza.

Rientriamo, non senza qualche difficoltà, nel centro storico di Favignana. E qui ci perdiamo ancora tra i negozi ed i bar. Mangiamo un’ottima genovese con crema di ricotta ed una squisita pasta ripiena di ricotta e cioccolato alla “Pasticceria FC” in via Garibaldi 28 e facciamo degli acquisti presso un negozio di specialità locali. Parliamo un po’ con il proprietario e veniamo sapere che nello scorso mese di agosto nell’isola erano presenti circa 70.000 persone al giorno e che, inevitabilmente Favignana è, nel periodo estivo, al collasso e deturpata dai tanti irrispettosi turisti. Per non parlare dei locali che sfruttano questa opportunità …

Una volta rientrati con l’aliscafo e ripresa la navetta, passiamo una tranquilla notte nel parcheggio “Le Saline”.

Sesto giorno

Ci spostiamo a Marsala. Parcheggiamo nell’Area Attrezzata “Villa Genna”, ovvero in un spazio sotto delle palme nel giardino della villa in quanto l’area non risulta in funzione. A pagamento ci viene offerto il servizio navetta per il centro di Marsala.

La nostra visita inizia dal Museo Archeologico Baglio Anselmi, sul lungomare Boeo.  Situato all’interno di un ex azienda vinicola, raccoglie la nave punica, unica al mondo, un’imbarcazione da guerra per circa 34 rematori da ogni lato, la nave Marausa, tardo-romana, altri reperti subacquei e relitti medievali del Lido Signorini (il lido di Marsala), nonché la statua in marmo greco che raffigura la Venere callipigia (non presente, però, quando visitiamo il museo). A destra del Museo, c’è una chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, bianca, dal portale barocco, e la grotta della Sibilla, in cui, ci dicono (per il COVID l’accesso è vietato) un mosaico pavimentale romano e tracce di affreschi alle pareti.

Dal cortile interno del Palazzo che ospita il museo si accede al Parco Archeologico. Che troviamo purtroppo in grande degrado: i cartelli informativi sono illeggibili o buttati per terra, le strutture che proteggono  una interessante sezione romana mostrano preoccupanti crepe, la vegetazione è lasciata a se stessa. Comunque il lastricato del decumano massimo, i pavimenti a mosaico con motivi geometrici ed animali dell’insula romana, vedere un gruppo di archeologi al lavoro e lo stabile che raccoglie moltissimi reperti raccolti rendono la visita davvero molto interessante, ma non cancellano la rabbia per le condizioni in cui il Parco si trova. 

Seguendo il decumano usciamo dal parco in piazza della Vittoria e sempre a piedi seguendo via XI Maggio entriamo nel centro storico di Marsala. La città ci appare elegante e curata. Arriviamo in Piazza della Repubblica, con il Palazzo Senatorio  e il Duomo, dall’imponente facciata con molte statue e due campanili. In prossimità del Duomo avremmo voluto visitare il Museo degli Arazzi, che contiene otto splendidi arazzi cinquecenteschi, ma quando arriviamo alla sede scopriamo che è chiuso, non ha alcun cartello informativo per i visitatori, ed una gentile signora, che nota il nostro disorientamento, ci dice che gli arazzi sono stati trasportati da qualche anno a Roma per il restauro e non si sa quando rientreranno a Marsala. Così continuiamo la nostra passeggiata senza una metà precisa nel centro. In Piazza dell’Addolorata, in un chiosco, con una piccola finestrella, da un “panellaro” che è un’istituzione per Marsala, gustiamo un ottimo panino con le panelle, le frittelle di farina di ceci, fritte in olio e tagliate a fettine. La passeggiata ci porta lungo il mare nella zona dove hanno sede i grandi produttori del Marsala, il vino liquoroso gloria della città (le cantine possono essere visitate su prenotazione e alla visita si unisce la degustazione).

Alla sera, una volta rientrati con la navetta al parcheggio, ci mettiamo in sella alle nostre biciclette e percorriamo la pista che corre lungo lo Stagnone, la laguna più grande della Sicilia, e le saline. Siamo davvero fortunati perché, quando raggiungiamo le saline, il sole che tramonta e l’acqua delle saline compongono una indimenticabile tavolozza di colori, caldi ed intensi, in cui il blu si unisce al giallo al rosso e all’arancione. Che maggiormente apprezziamo quando ci fermiamo in un bar con i tavoli praticamente nell’acqua mentre sorseggiamo un aperitivo e gustiamo una saporita e fragrante frittura.

Settimo giorno

Mazara del Vallo è la tappa successiva. Ci fermiamo all’Area Attrezzata “Il Giardino dell’Emiro”. L’area è davvero molto bella: le piazzole sono larghe, ben tenute, chi la gestisce è molto attento ed organizzato (offrono servizio navetta in molte delle località vicine), i servizi sono adeguati e la navetta è prevista anche per il centro della città.

Considerata la qualità del posto e forse perché siamo un po stanchi, passiamo il pomeriggio e la sera nell’Area.

Ottavo giorno

Con la navetta ci indirizziamo verso il centro di Mazara. Ci lasciano prima del porto-canale (avevamo chiesto un buon posto dove fare colazione), al di fuori della “Pasticceria Rocca”, in via Emanuele Sansone 53. E’ molto conosciuta e non solo per qualità dei dolci: mentre facciamo un’ottima la colazione con i cannoli, vediamo degli invitanti arancini e delle gustose focacce che saranno il nostro apprezzato pasto.

A piedi raggiungiamo il centro. Camminiamo piacevolmente un po’ sul bel lungomare, attraversiamo il giardino pubblico Jolanda, ci spostiamo in Piazza della Repubblica per entrare nel centro storico. La Piazza è un grande spazio barocco su cui si trovano il Palazzo vescovile, il Seminario dei Chierici, con portici e sovrastante loggiato, il Museo diocesano e la Cattedrale, con il massiccio campanile ed il portale sul quale compare la figura del conte Ruggero che, a cavallo, calpesta un saraceno (sintesi efficace di un periodo di storia della Sicilia).

Il Satiro danzante

Il giorno prima all’Area Attrezzata avevamo prenotato una visita serale e ,pertanto, dopo un po’ ci fermiamo. Però questa visita ci regala un prezioso dono: la vista del Satiro Danzante, conservato nell’omonimo Museo: una statua greca in bronzo che le reti di un peschereccio mazarese hanno raccolto nel mare tra Pantelleria e l’Africa. La datazione e l’attribuzione sono incerti, è alto più di due metri, è senza le braccia ed una gamba, ha orecchie equine e presenta un foro per la coda sul dorso (ritrae un partecipante al corteo orgiastico di Dioniso) e ciò che ci impressiona è l’espressività della torsione del busto e il capo reclinato che fissano, per l’eternità, un passo di danza, fatto con armonia, leggerezza, grazia, ma anche forza e voluttuosità.

Ritorniamo sui nostri passi, ci gustiamo l’ottimo (e molto conveniente) pasto e mentre ritorniamo a piedi all’Area Attrezzata scopriamo una zona con maioliche sulle case, sulle bordure di piccole aiuole e strutture in ferro che attirano la nostra attenzione.

Una volta arrivati, restiamo nell’Area fino al momento della visita serale.

Il luogo d’incontro è la vivace piazza Mokarta dove si trovano una porzione del portale d’ingresso del distrutto castello normanno, un tratto delle mura ed un arco ogivale in tufo giallo. Ripercorriamo il giardino pubblico per ritornare ai monumenti della mattina e raggiungere la kasbah, di antica fondazione (concomitante con l’arrivo degli Arabi a Mazara nell’867 d.C.) che, come la coinvolgente e brava guida tiene a precisare, è parte integrante del centro storico. Nella kasba, di impianto tipicamente arabo, tra vicoli molto stretti, che sembrano finire in una abitazione o serpeggiano fra le abitazioni stesse (per agevolare le fughe e per ripararsi dal vento), bassi archi per impedire l’accesso di cavalli dei gendarmi, serrande elegantemente dipinte, scopriamo un pezzo di storia di Mazara: della comunità tunisina che da decenni qui abita, ma anche di una amministrazione cittadina che ha voluto risanare questa parte della città che non è più rifugio di ladri e prostitute (così la nostra guida), ma luogo di incontro e di conoscenza.

La serata ha avuto poi la sua degna conclusione in un ristorante prenotato dal proprietario dell’Area (“L’Antica Sicilia,” in via Garibaldi 47): tutti piatti della cucina locale, in abbondanti porzioni, dai sapori forti e decisi, che abbiamo davvero gustato. E nel piatto dei crudi (molto buono) non potevano mancare i gamberi rossi, vanto di Marsala.

Nono giorno

Alla mattina visitiamo il Parco Archeologico di Selinunte. Selinunte, fondata attorno al 650 A.C, fu una colonia greca che, nel corso della sua storia, visse momenti di grande splendore ma anche di lotta distruzione e saccheggi da parte di Segesta e dei Cartaginesi (dopo la prima guerra punica, lasciata in balia dei Romani, non fu più ricostruita ed abitata).

Lasciato il camper nel grande parcheggio ed una volta entrati ci indirizziamo a piedi (ma per chi lo vuole ci sono dei veicoli elettrici) verso la Collina Orientale, dove si trovano i templi E, F, G. Il Tempio E è quello in miglior stato di conservazione di tutta l’area, mentre il Tempio G “pare sia stato il più grande di tutta l’archeologia ellenica”: un magnifico inizio di una visita indimenticabile. Sempre a piedi attraversiamo tutta l’area della collina (circa 3 chilometri) e raggiungiamo l’Acropoli. E’ il punto più alto di Selinunte e noi siamo sopraffatti dalla vista dei resti dei templi con il mare sullo sfondo. Ed è qui che si trovano i templi dei Dioscuri Castore e Polluce (Tempio A ed O), le rovine dei Templi C e D, intitolati rispettivamente ad Apollo e Atena, il Tempio C di cui è visibile il lato nord, con le 14 colonne ancora in piedi delle 17 totali ed il il Tempio R, a ridosso del Tempio C. 

Il Parco include altre aree (complessivamente sono 7), che però, dato il tempo a disposizione, non visitiamo: così appena fuori dalle mura che cingono l’Acropoli prendiamo il trenino che ci riporta al parcheggio.

La tappa successiva è Sambuca di Sicilia, classificata tra i “Borghi più belli d’Italia”. La cittadina è di origine araba (fino al 1921 il suo nome era Sambuca Zabut, nome dell’emiro che qui fece costruire il castello, ora in larga parte rovinato). Lasciamo il camper nell’area di sosta e ci spostiamo nella parte alta con la bella chiesa Matrice vecchia, dall’interessante portale, ed il terrazzo belvedere da cui si ha una bella vista della campagna sottostante. Discendiamo dal poggio e ci inoltriamo nel quartiere saraceno composto da un intricato dedalo di vicoli e piazzette, secondo la guida verde del Touring Club, “il più interessante esempio di urbanistica islamica in Sicilia”. Dopo il Municipio la nostra passeggiata continua nel corso Umberto I, risalente al XIX° secolo, fiancheggiato da edifici signorili dell’epoca e chiese, la più interessante delle quali è la chiesa del Carmine, costruita nella prima metà del XVI° secolo.

A seguire Sciacca. Lasciamo il camper in un parcheggio del porto prospiciente la Capitaneria di porto ed a piedi raggiungiamo il centro storico. La città sorge inclinata sul mare: la prima parte è composta da abitazioni legate alle attività del porto, poi seguono una serie di eleganti edifici, civili e religiosi, per finire con i vicoli d’impronta araba del quartiere Terravecchia. Troviamo la visita interessante, ma non di grande impatto (forse per il caldo afoso e l’immondizia che spesso troviamo lungo la strada e la scalinata che dal porto sale verso la strada principale, corso Vittorio Emanuele).

La giornata si conclude alla Scala dei Turchi, uno dei “luoghi del cuore” del Fai in Sicilia. Parcheggiamo al “Parking Scala dei Turchi”, a Realmonte, vicinissimo al sito. Arriviamo nel tardo pomeriggio e c’è ancora sole. Approfittiamo per scendere alla Scala dei Turchi. La navetta del parcheggio (un’Ape agghindata come quelle dei film degli anni ’50 ambientati a Capri o a Ischia) ci lascia sulla spiaggia (il parcheggio è lungo la strada che corre a picco sopra la spiaggia) e poi a piedi ci indirizziamo verso la Scala dei Turchi: una parete rocciosa, fatta di marna ovvero di roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, che scende al mare a gradoni, biancastri e dalla forma ondulata ed irregolare per l’azione del mare e del vento (di qui il nome “scala”, mentre l’altra parte del toponimo fa riferimento al fatto che qui trovavano riparo i pirati saraceni). Purtroppo nel passato è stata deturpata da un ecomostro di ferro e cemento abbattuto grazie all’azione di Legambiente e del FAI nel 2013 ed ora è chiusa perché c’è il pericolo di cedimenti e di atti di vandalismo e perché è sotto sequestro a seguito di una disputa giuridica tra il tribunale di Agrigento ed un cittadino di Realmonte che sostiene di esserne il proprietario. E così, tra bagnanti sdraiati sulla spiaggia, altri in mare, spuntoni di roccia che escono  dalla sabbia, con il sole che sta tramontando e la Scala che si avvicina sempre più, noi raggiungiamo la recinzione che blocca l’accesso: la poesia va un po’ in frantumi, ma la Scala è lì (o quasi) per essere ammirata.

Decimo giorno

Alla mattina ci spostiamo a Caltagirone. Per raggiungerla la strada si snoda in un territorio aspro, selvaggio e collinare. La città si trova a 608 metri sul livello del mare, è adagiata su tre colline, che formano un anfiteatro naturale che funge da spartiacque tra due valli (una in direzione Gela, l’altra verso la piana di Catania). La sua posizione ne condiziona il clima: generalmente umido, mentre famosa è la nebbia (“a paesana” o “a muddura“, in dialetto), sempre presente in autunno ed in inverno.

Caltagirone è famosa per le sue ceramiche smaltate e lo scopo principale della nostra visita è stato l’acquisto di due teste di moro siciliane. I negozi e le botteghe dei ceramisti sono tanti, ne visitiamo alcuni, ci informano circa la storia e l’evoluzione nel tempo delle teste (tipico articolo della tradizione siciliana, un vaso di ceramica usato come abbellimento per esterni – balcone – o interni, che raffigura un Moro ed una donna, variamente abbigliati) e alla fine troviamo la coppia che incontra il nostro gusto.

La parte della nostra visita relativa alla ceramica ci conduce al Museo Regionale della Ceramica, in via Giardini Pubblici e alla Scala di Santa Maria del Monte. Purtroppo la visita al Museo è una delusione per come è organizzato. Fuori dai giardini pubblici non c’è alcuna indicazione per raggiungere l’ingresso (è sulla sinistra dell’ingresso dei giardini: noi lo raggiungiamo grazie alla gentilezza di un venditore ambulante), non è possibile pagare con il POS, le vetrine in cui sono esposte le ceramiche sono spesso impolverate, scarsamente illuminate, con le targhette staccate o mancanti. I vasi nelle prime vetrine e poi le ceramiche, tutte di importanza storica, rendono comunque  la visita interessante. La Scala di Santa Maria del Monte è altamente scenografica: composta da 142 gradini,  è arricchita, nelle alzate, da maioliche decorate secondo il gusto di Caltagirone. Dal 1608 collega la parte bassa della città a quella alta ed è una meta turistica per eccellenza: e così anche noi, tra turisti e sposi con fotografo e parenti annessi che hanno fatto di tutto per ostacolare la salita e lo scatto di qualche fotografia, ne abbiamo percorso un tratto.

Ma Caltagirone non è soltanto ceramica: dal 2002 è inclusa nelle “Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale)”, patrimonio mondiale dell’Unesco. Tante sono le chiese ricostruite in questo stile architettonico dopo il terremoto del 1693: tra queste il Duomo nella centrale piazza Umberto I (ma di antica fondazione normanna e con una facciata del 1909), Santa Maria del Monte, in Largo Ex Matrice nella parte più antica dell’abitato, con la statua marmorea della Madonna con il Salterio, San Giorgio (che però ha subito altri rifacimenti) nell’omonimo largo, San Giacomo con il Portale delle Reliquie nel transetto sinistro e la teca con le reliquie del patrono della città in fondo a corso Vittorio Emanuele e San Francesco d’Assisi

Da ricordare, infine, anche la Piazza del Municipio, nel cuore della città, con il Palazzo dell’Aquila ed il Palazzo Gravina, il Carcere Borbonico in via Roma che accoglie il Museo Civico dedicato ad un grande caltagironese “Luigi Sturzo” (che però non visitiamo) edile bel Palazzo della Poste , in stile Liberty, in via Vittorio Emanuele.

Lasciamo Caltagirone per Sampieri: una frazione di Scicli, piccolo borgo di pescatori e balneare, che si sviluppa su uno sperone di roccia calcarea, che divide due spiagge di sabbia finissima e roccia. E nel bel campeggio del borgo passeremo tre notti: si chiama “La Spiaggetta”, http://www.la_spiaggetta.it, l’ingresso è al km 0,400 della SP65, da direttamente sulla spiaggia, ha ampie piazzole, i servizi sono essenziali e, rispetto al momento della nostra visita, meriterebbero un po’ di manutenzione.

Undicesimo giorno

Una giornata di riposo. Passeggiamo nel bel borgo di Sampieri, ci gustiamo dei buoni dolci ed una gustosa e dissetante granite alla mandorla (bianca e tostata, dal sapore delicato la prima, più spiccato la seconda, che preferisco), ci indirizziamo sulla spiaggia e, quando rientriamo al campeggio, decidiamo di continuare la nostra giornata di completo riposo sdraiati sulla spiaggia e nel refrigerante mare prospicienti il campeggio.

Dodicesimo giorno

E’ un giorno di mare: siamo a Scoglitti, in uno stabilimento balneare di un nostro amico che si chiama “La Capannina”, che è parte integrante dell’hotel sul mare “Al Gabbiano”, un quattro stelle che la famiglia ha fatto costruire e gestisce dalla fine degli anni ’60. La spiaggia è di sabbia fine e dei frangiflutti la proteggono. Un po’ ci crogioliamo al sole, un po’ ci rinfreschiamo nel (caldo) mare, un po’ passeggiamo con il nostro amico per il paese (c’è una grande area in costruzione lungo il mare che renderà la località ancora più appetibile per i turisti). E sempre attorno a noi la grande ospitalità siciliana.

E alla sera, sul nostro camper, nuovamente ci coccoliamo con il cibo e, soprattutto, i dolci che la giornata ci ha regalato.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ci godiamo il mare e la spiaggia davanti al campeggio. Poi nel pomeriggio visitiamo Ragusa Ibla, il nucleo antico di Ragusa. Il disastroso terremoto che nel 1693 devastò la Sicilia orientale colpì duramente anche questa zona. Ragusa venne tempestivamente ricostruita dalla nobiltà di allora sulla collina del Paro, mentre Ibla fu abbandonata e la sua sua ricostruzione iniziò con qualche decennio di ritardo e si sviluppò con estrema lentezza. La ricostruzione fu essenzialmente barocca, ma diversamente da Ragusa, quella di Ibla conservò la struttura medievale.

Lasciato il camper nel parcheggio gratuito posto sotto Ibla in via Avvocato Giovanni Ottaviano, iniziamo la visita seguendo dapprima la segnaletica presente, ma poi volutamente ci perdiamo nell’intrico dei vicoli dell’impianto medievale che ci portano sul corso XXV aprile, l’asse centrale del nucleo storico, che collega Piazza Pola a Piazza del Duomo. Ibla è abitata, le abitazioni non sono particolarmente attraenti, ma è l’insieme quello che ci colpisce. E poi sono le sue chiese: la Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio, in piazza della Repubblica o degli Archi, che uscì indenne dal terremoto, San Agnese, in via Tenente di Stefano, Santa Maria del Gesù, San Francesco all’immacolata con la torre campanaria, all’estremità nord-orientale, San Tommaso, San Giorgio Vecchio, dal bel portale in stile gotico-catalano in prossimità del Giardino Ibleo (uno spazio verde al margine orientale di Ibla), e San Giacomo, che si trova nel Giardino. Ma è soprattutto San Giorgio, il Duomo, nella scenografica piazza omonima, con la sua imponete facciata, la cupola neoclassica, l’interno e l’adiacente museo ad impreziosire questa parte della visita. Non di meno i palazzi: il Palazzo della Rocca, per i suoi balconi, il Palazzo del Circolo di Conversazione, in corso XXV Aprile, dove una volta i nobili si riunivano per, appunto, conversare e per allontanarsi dalla gente comune (ora è un po’ diverso …), il Palazzo Arezzo di Donnafugata nello stesso corso.

La visita non può non finire in un bar in prossimità del Duomo e con sullo fondo la facciata, facendo quattro chiacchiere ed osservando chi passeggia nel corso,  ci gustiamo l’ennesimo (e buono) cannolo.

Tredicesimo giorno

Lasciamo il campeggio e visitiamo Scicli, un gioiello barocco per i suoi palazzi nobiliari e le chiese, Patrimonio dell’Umanità Unesco, ed ora anche meta di un moderno pellegrinaggio sulle tracce del Commissario Montalbano.  Parcheggiare non è facile, ma alla fine troviamo una via vicina a Piazza Italia lungo la quale c’è un agevole parcheggio.

Dalla piazza inizia la nostra visita: è uno ampio spazio alberato, contornato da bei palazzi (c’è anche una scuola la cui costruzione risale agli anni ’60 al posto del convento dei Gesuiti che, a nostro parere, non arricchisce di certo la bellezza del luogo), che termina con la chiesa di San Ignazio, la chiesa Matrice, con la statua in cartapesta della Madonna delle Milizia, un’insolita Vergine guerriera, con veri capelli neri  e crespi,  su un cavallo bianco, con spada sguainata, in atto di attaccare i nemici saraceni. Usciti dal chiesa seguiamo la via San Bartolomeo che ci conduce all’omonima chiesa che ricordiamo per la sua posizione, la facciata slanciata ed il presepe in legno.

Ritorniamo sui nostri passi e lungo via Duca d’Aosta ammiriamo il palazzo Beneventano con le sue fantasiose decorazioni e le porte che in origine erano finestre perché, a seguito di alcuni lavori nell’ottocento, ci fu l’abbassamento del livello stradale. Quando raggiungiamo via Nazionale, a sinistra entriamo a in Via Mormino Penna, il cuore di Scicli ed il suo salotto buono. Pregevole è l’antica Farmacia Cartia (un piccolo spazio con gli arredi originale di inizio XX° secolo), mentre un cartello fuori dal Municipio informa che è la sede del “Commissariato di Vigata” e che sono previste visite guidate nelle stanze usate nella serie televisiva. C’è anche il il tempo per una particolarità: nella chiesa di San Giovanni Evangelista, una delle chiese della via, tra gli stucchi dell’interno, attira la nostra attenzione una seicentesca immagine di Cristo (il Cristo di Burgos) che indossa una femminile veste bianca da fianchi in giù.

Terminata la visita ci spostiamo a Marzamemi. La raggiungiamo passando per Portopalo di Capo Passero e Pachino (e vediamo i campi e molto serre in cui vengono coltivati i famosi pomodori). Quando arriviamo lasciamo il camper nel grande parcheggio all’ingresso della località: il centro è a pochi metri e, dopo aver gustato degli sfiziosi arancini, facciamo la nostra prima visita. La località, un tempo borgata marinara cresciuta attorno all’attività della tonnara e dello stabilimento di lavorazione del tonno, è a nostro parere  un elegante posto di villeggiatura, con negozi e tanti tanti ristoranti. Al suo centro c’è la suggestiva Balata, una piccola piazza aperta sul mare e chiusa da alcuni edifici rustici e piazza Regina Margherita, interamente occupata dai tavoli dei ristoranti e dalla sedie del cinema all’aperto, su cui si affacciano le due chiese (una vecchia medievale, sconsacrata, ed una nuova) dedicate a San Francesco, un palazzo nobiliare ed alcune case di pescatori, composte da un unico piano, in pietra arenaria (per gli appassionati di film qui Salvatores girò un suo film degli anni ’90).

Dopo la visita ci spostiamo nell’area attrezzata “Dragomar”: è lungo la strada che costeggia il mare e che collega Marzememi a Portopalo di Capo Passero, non è molto distante dal centro (raggiungibile in bicicletta o a piedi in circa 20 minuti), ha grandi piazzole, alcune coperte da grandi teli, e servizi essenziali.

Alla sera ci gustiamo una buona cena a base di pesce nel ristorante “A Lancitedda”. Consigliati abbiamo cenato con dei fuori menù: una leggera e saporita frittura di paranza come antipasto, busiate con cernia per primo, filetto di cernia alla griglia come secondo con aggiunta di una caponatina: tutto molto buono, servito con professionalità ed attenzione.

Quattordicesimo giorno

Una rilassata e rilassante giornata di mare. Prendiamo il camper e ci indirizziamo verso Portopalo. Tante sono le cale e le calette lungo la costa: alla fine troviamo uno spazio piuttosto largo lungo la strada dove parcheggiare il camper. Attraversiamo la strada, percorriamo un breve sentiero sulle dune e raggiungiamo una di quelle piccole cale viste dal camper. Per gran parte della giornata siamo soli, ci sdraiamo al sole e facciamo dei bagni: l’acqua è cristallina, quando siamo in acqua piccoli pesci ci mordicchiano i piedi, un po’ di brezza tiene l’afa lontana: insomma una splendida giornata. Che si chiude, alla sera, in un ristorante nel centro di Marzamemi: è  il ristorante “Campisi”, la cui famiglia da più di cent’anni è collegata alla storia del paese per la lavorazione, produzione e conservazione dei prodotti ittici del posto (sopra a tutti il tonno). Il locale è piuttosto conosciuto, dà direttamente sul mare, ha molti tavoli ma è sapientemente organizzato. Il menù è basato sui prodotti locali e così nella nostra cena non poteva non mancare l’antipasto a base di tonno (nel negozio annesso è possibile fare acquisti). Ma molto buoni sono anche il polipo croccante con crema di patate affumicata (l’altro antipasto), le abbondanti paste (quella con la bottarga forse un po’ troppo … turistica con quella leggera spruzzata di cioccolato di Modica) ed i dolci (il cannolo scomposto).

Quindicesimo giorno

Lasciamo Marzamemi per l’Area Attrezzata “Lagani” , dove trascorreremo cinque notti. L’area è davvero molto bella: si trova a Recanati, una zona dei Giardini di Naxos, di fronte al parco archeologico ed in prossimità della spiaggia (raggiungibile a piedi in circa un quarto d’ora), ha due tipi di piazzole (più grandi, con ombrellone, tavolo e sedie per chi intende fermarsi per più notti), ottimi servizi.

Quando arriviamo è pomeriggio , una volta sistemati, facciamo una breve passeggiata a piedi per conoscere la zona (tutta hotel e negozi), la spiaggia, con stabilimenti balneari ma anche libera, ed in bicicletta per la parte dei Giardini di Naxos che si affaccia sul mare. E’  una lunga via con tanti ristoranti, piccoli negozi e case che ci lascia però un po’ perplessi per il traffico (macchine ovunque) e la qualità della spiaggia, un po’ trasandata.

Sedicesimo giorno

Con il bus che parte dal centro di Recanati e ci porta verso l’interno al Parco Botanico e Geologico Gole di Alcantara (www.golealcantara.it). Tra le varie possibilità di visita scegliamo il “trekking fluviale”: siamo un gruppo di circa 20 persone che, come viene riportato nel sito ufficiale del Parco, in circa “un’ora e mezza”, “con assistenti fluviali”, indossando “le salopettes fornite in dotazione”,  risaliamo “il Fiume tra rocce laviche e cascatelle all’interno delle Gole per poi ritornare al punto di partenza” (la discesa al fiume e la risalita avviene tramite ascensori). Una volta concluso il trekking, la nostra visita continua con le “Gole Alcantara Walking” (il biglietto del trekking comprende anche quest’altra attività), e seguendo il facile sentiero, che tra cactus e grandi piante di fico d’India, ci permette di ammirare le gole dall’altro. 

Siamo venuti in questa zona perché volevamo fare una vista dell’Etna, ma quando siamo arrivati ci aveva preoccupato il fumo che usciva da uno dei crateri del vulcano. Purtroppo la situazione è andata peggiorando nel corso di questa giornata: una nube molto scura e sempre più ampia è andata oscurando il cielo. Quando raggiungiamo il parking Lagani ci consigliano di chiudere tutte le finestre del nostro camper perché dicono che ci potrebbe essere una intensa pioggia di cenere. 

Iniziamo a temere che anche questa volta il trekking sul vulcano rimarrà nelle nostre intenzioni (nel precedente viaggio, sempre per un’eruzione, non potemmo andare oltre Zafferana).

Diciassettesimo giorno

La situazione dell’Etnea non cambia (e siamo sempre più preoccupati quando vediamo la nube scura in cielo). Così decidiamo per la visita a Taormina, che raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati. E’ la seconda volta che la visitiamo: così tralasciamo uno dei luoghi che la rendono famosa nel mondo (il Teatro Greco, con la sua splendida vista), ci muoviamo senza una meta precisa lungo Corso Umberto I, il corso principale che attraversa il centro da Porta Messina a Porta Catania, e le vie laterali. L’insieme è davvero molto suggestivo e, nonostante la presenza dei molti turisti, i negozi ed i ristoranti, passeggiare in Taormina è davvero molto bello e richiama il passato quando “la perla della Sicilia” fu luogo di soggiorno di personalità di cultura e del “bel mondo internazionale”  (la vita culturale della cittadina è però tuttora molto attiva).

Nella visita ci sono state tre tappe gastronomiche: la “Pasticceria Etnea”, attiva dal 1963, in Corso Umberto I al n. 112, http://www.pasticceria etnea.com, dove abbiamo gustato due cannoli tra i migliori di questo viaggio, il “Bam Bar”, un’istituzione in Taormina per le granite, in via Di Giovanni 45, per, appunto, due ottime granite al limone, il “Wine Bar Enofood and Lounge”, arrivati per caso, in corso Umberto 76, molto stiloso, dall’arredamento moderno, dove abbiamo gustato due ottimi taglieri di salumi e formaggi locali.

Diciottesimo giorno

Mentre l’Etnea continua a preoccuparci, oggi è il giorno della visita a Catania, che, come per le altre località di questi giorni, raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati.

Il bus ci lascia vicino al centro e quella che segue è la nostra visita, interessante e quasi sempre bella: Piazza del Duomo, tradizionalmente il cuore della città, con il Duomo, completamente ricostruito dopo il terribile terremoto del 1693,  la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, ed i suoi palazzi; Via Etnea, una lunga arteria della Catania barocca, che ora ha un’aspetto prevalentemente ottocentesco, che ci ha condotto all’Orto Botanico, di fine ottocento e parte dell’Università,  con la sua ricca collezione di piante succulenti (una delle più ricche in Italia); Via dei Crociferi, la scenografica via per eccellenza dell’architettura settecentesca catanese, che però ci ha procurato molto delusione per lo stato in cui versano gli edifici, chiusi e quasi tutti imbrattati da graffiti; il mercato della Pescheria, che inizia alle spalle della Fontana dell’Amenano, e A Fera ‘o luni, in piazza Carlo Alberto, un bazar mediterraneo all’aperto; la Piazza dell’Università.

Non potevano non mancare alcune tappe gastronomiche: il famoso e storico (è attivo dal 1936) caffè Spinella in via Etnea al n. 292, per la colazione con un discreto (ma nulla più …) cannolo; “Pizza and Waffle”, in via dei Crociferi al 37, una piacevole scoperta, dove le pizze ed i panini sono fatti al momento, con lievito madre e giusti tempi di lievitazione, gli impasti sono classici o integrali, e con un ottimo rapporto qualità/prezzo (per saperne di più è possibile visitare la loro pagina Facebook); un “ciospo” nel pressi della piazza dl Duomo, uno dei tanti chioschi sparsi in Catania che forniscono dissetanti bevande analcoliche tra cui, caratteristico, è il seltz limone e sale (noi, più tradizionalmente, ci siamo bevuti una spremuta di arancia e pompelmo); la pasticceria Prestipino, in piazza del Duomo, per le deliziose paste di mandorle.

Diciannovesimo giorno

Ormai abbiamo abbandonato l’intenzione del trekking sull’Etnea (sarà così anche per la terza volta? Eh sì: perché, accidenti, ci ritorneremo) e destiniamo la giornata ancora alla visita di Taormina. O per meglio all’Isola Bella, anche se una passeggiata nel centro di Taormina non possiamo non farla: è perché vogliamo gustarci le paste di mandorla prodotte in una famosa pasticceria: il “Minotauro”, in via Di Giovanni.

Arriviamo all’Isola Bella con la funicolare che parte in via L. Pirandello a Taormina e che termina a Mazzarò e da qui, con una breve passeggiate a piedi (circa 200 metri). Una lunga scalinata ci porta alla spiaggia di ghiaia e alla stretta lingua di ghiaia e sabbia che collega l’isola alla terraferma (al ritorno è interamente coperta dal mare e l’attraversiamo a piedi nudi). Isola Bella, così chiamata dal barone Wilhelm von Gloeden, grande fotografo a cui si deve la diffusione della bellezza di Taormina tra l’ottocento ed il novecento, è in realtà dal 1998 una “Riserva Naturale”, con numerose piante della vegetazione mediterranea mischiate ad altre esotiche che compongono un’affascinante combinazione  voluta dall’antica proprietaria Lady Trevelyn che qui visse nei primi anni del novecento. Un altro elemento che ci colpisce sono le diverse unità abitative fatta costruire dalla famiglia Bosurgi (gli ultimi proprietari, negli anni ’60 del secolo scorso): sono stanze e belvederi sovrapposti ed uniti da passaggi nascosti e scalinate, interne ed esterne, che sono perfettamente inserite nella roccia calcarea e nella vegetazione dell’isolotto e che regalano ora al visitatore delle vedute mozzafiato sul  bel mare.

Alla sera, per la seconda volta in due giorni, ceniamo al ristorante “La Cambusa”, in via Lungomare Schisò 3. La sera precedente con piatti di pesce, oggi con pizza. Tutto molto buono. Dai tavoli si ha una meravigliosa vista su Taormina, l’ambiente è molto elegante, il personale attento e molto professionale.

Ventesimo giorno

Inizia il viaggio di ritorno. Ci spostiamo a Messina per il traghetto.  II paesaggio dell’autostrada che ci riporta a casa, nel tratto calabro, è davvero molto bello: da un parte ci regala splendide vedute sul mare dall’altra sulle montagne che attraversiamo. Mentre ci gustiamo le vedute, decidiamo di fermarci lungo il tragitto: la tappa sarà la Reggia di Caserta, dal 1997 entrata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Riusciamo a fare la prenotazione online per il giorno successivo mentre vediamo che per la visita è consigliata la sosta nell’Area Sosta Camper situata in via Feudo di San Martino 5 di Caserta a circa un chilometro dall’ingresso della Reggia. Arriviamo all’Area che è quasi sera: è un parcheggio per auto e con degli spazi per i camper (è anche rimessaggio), è sorvegliato e provvisto di sbarra all’ingresso, i servizi sono molto spartani. E per la notte qui ci fermiamo.

Ventunesimo giorno

Entriamo nella Reggia con il gruppo delle 8.30. La sua costruzione, iniziata da Luigi Vanvitelli nel gennaio del 1752 e terminata dopo la sua morte nei primi decenni dell’ottocento,  fu legata al Regno di Napoli, liberato dall’egida della Spagna: del regno doveva essere il centro ideale. E non è un caso che noi, come crediamo ogni visitatore, siamo colpiti dalla grandiosità, opulenza e sfarzosità del sito. Nel sito ufficiale della Reggia (reggiadicaserta.cultura.gov.it) si può leggere: “Ia Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari”.

La Reggia di Caserta (vista dal Parco Reale)

La nostra visita ha inizio con il Palazzo Reale. Al piano terreno c’è la prima meraviglia: una galleria centrale,  costruita  per permettere l’ingesso alle carrozze, che forma un cannocchiale prospettico che inquadra la piazza esterna alla Reggia (purtroppo non ben tenuta) con la parte del Parco Reale chiamata la “Via dell’Acqua” ovvero una scenografica successione di fontane cascate vasche. Al Piano terra le meraviglie continuano il Vestibolo Inferiore, un punto si snodo dal quale si possono cogliere vedute scenografiche dei quattro cortili interni e dello scalone d’onore. Lo scalone è un altro capolavoro della Reggia conduce al Piano Superiore, il “Piano Nobile” della Reggia, che con i suoi leoni le due rampe e le sculture rappresenta una sintesi perfetta di classicismo e sfarzosità barocca. Anche su questo piano c’è un Vestibolo, speculare rispetto a quello inferiore, con quattro vetrate che danno luce e che permettono al visitatore di cogliere belle vedute dei quattro cortili interni. Di questo piano, che Vanvitelli volle dedicare agli appartamenti reali, ricordiamo la Stanza del Trono, la più ampia del palazzo (lunga circa 40 metri),per la suaabbondanza di oro usato per le decorazioni, la Sala di Astrae, la Sala delle Quattro Stagioni, la biblioteca, il Presepe (di cui i  Borboni  erano grandi appassionati).

Tutto questo (ma non solo!) ha fatto del Palazzo un elemento fondamentale per il riconoscimento dell’Unesco, ma noi, mentre saliamo lo scalone, visitiamo le sale, siamo attenti a non perderci nessun aspetto della grandezza del Palazzo, persi nella classicità, nel barocco e ci ricordiamo dei Borboni e del Vanvitelli, sentiamo che qualche cosa ci manca e che qualche cartonato sparso qua e là non ci aiuta più di tanto: ma sono i personaggi di “Star Wars”, che noi immaginiamo di incontrare!

Il Parco Reale è un’altra meraviglia che fa parte del progetto iniziale del Vanvitelli e si ispira, da un parte,  alle grandi residenze europee del periodo (il riferimento a Versailles è molto evidente); dall’altra, ai grandi giardini rinascimentali italiani.  Usciti dal Palazzo noi abbiamo seguito il viale centrale per poi prendere la seconda diramazione sulla destra per la visita della Castelluccia,  che si presenta come un piccolo castello fortificato, con tanto di ponte levatoio e fossato, usato come luogo di svago e di divertimento dalla la famiglia reale. L’edificio si trova nel Bosco Vecchio, la parte più vecchia del parco ed in prossimità della Peschiera, un grande bacino artificiale, altro luogo di svago in cui venivano simulate battaglie navali (purtroppo durante la nostra visita abbiamo potuto coglierne solo una piccola porzione perché in fase di restauro).

Il capolavoro assoluto del parco è la “Via d’Acqua”: è in leggera pendenza (per chi non se la sente di camminare c’è anche una servizio navetta) ed è un susseguirsi di belle fontane, ispirate alla mitologia classica, vasche e cascate. E’ l’insieme della via a meravigliarci, ma la Fontana dei Delfini, la Fontana di Eolo, la Fontana di Cerere, la Fontana di Diana e Atteone, l’ultima alimentata dalla cascata che scende dal monte che sorge alle spalle del parco, sono una delizia per i nostri occhi.

La nostra visita ha termine con il Giardino all’inglese (o meglio una porzione perché non tutto è aperto al pubblico), il cui ingresso è vicino all’ultima fontana. Venne costruito sui modelli inglesi alla fine del settecento: è piuttosto suggestivo perché tra scorci in cui la natura risulta apparentemente selvaggia, tra ruscelli ed avvallamenti compaiono delle rovine archeologiche e statue che rimandano a Pompei e all’antica Roma.

Quando usciamo dalla Reggia è quasi mezzogiorno: purtroppo è tempo di rientrare. Non solo all’Area di Sosta, ma a casa. E così un altro viaggio in camper finisce. Ma come potete nella nostra presentazione “ Briciole di noi”, ad ogni fine corrisponde un inizio. Che magari è il diario che avete finito di leggere oppure un altro viaggio oppure …

Lascia un commento