Viaggiando a Cuba

Non abbiamo spesso superato i confini dell’Europa. Con il camper, in uno dei nostri viaggi nella Federazione Russa, siamo, seppur di poco,  entrati nella parte asiatica di quel grande paese, mentre tanti anni fa, grazie all’organizzazione di una agenzia, abbiamo fatto un viaggio in Tunisia, per sette giorni itinerante nel deserto e per altri sette a crogiolarsi nelle bellezze della turistica Jerba. Da qualche anno a questa parte, invece, i viaggi senza camper oltre il confino europeo si sono intensificati:  Cuba, Vietnam e Perù sono state mete fantastiche, ma maledetta sia l’attuale situazione della pandemia perché ci obbliga a ritardare altri viaggi che da tempo sognano di fare. Quello che state per leggere e vedere nelle testimonianze fotografiche è stato il primo: grazie all’organizzazione sopraffina di Viaggi Solidali (www.viaggisolidali.it), una agenzia di Torino, abbiamo attraversato l’isola caraibica da occidente ad oriente volutamente tralasciando i grandi alberghi ed il mare di zone come Varadero ad uso e consumo dei turisti amanti del sole e del divertimento, per immergersi nelle realtà del territorio e delle persone che lì abitano. Non vi presenteremo il viaggio tappa per tappa, ma vi racconteremo le nostre impressioni e vi illustreremo i ricordi che gelosamente conserviamo di questa meravigliosa terra e dei suoi abitanti. E sarà così anche quando vi scriveremo le note degli altri viaggi extraeuropei.

I colori

Ci hanno profondamente colpiti sin dal nostro primo giorno nella capitale e così è stato fino alla fine del nostro viaggio a Baracoa. Sono i colori degli esterni di edifici importanti ma anche, seppur spesso fatiscenti, delle case civili: tinte pastello molto calde, una delizia per gli occhi.

Per non parlare delle famose automobili: quelle americane dalle grosse dimensioni degli anni ’50 del secolo scorso, sopravvissute grazie alla paziente e sapiente opera di manutenzione dei cubani. E qui le tinte sono molto sgargianti.

La natura

Non siamo stati molto al mare. Ma il giorno di assoluto riposo a Cayo Jutia, in prossimità di Vinales, e l’escursione in catamarano con lunga sosta a Cayo Blanco (non quello vicino a Varadero ma a Trinidad) con la finissima sabbia bianca, le palme, il mare caraibico cristallino, turchese e blu cobalto, gli animali che, a Cayo Blanco, ci hanno fatto, con qualche apprensione, compagnia, i fiori, la passeggiata sulle rocce della spiaggia di Cayo Blanco con i resti di coralli morti, hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria.

E poi le piante. Per chi scrive, con una grande predilezione per il cioccolato, il primo posto è occupato dalla  “Theobroma cacao” che è quella quella delle fave di cioccolato contenute, in varia quantità, nella sua bacca che noi abbiamo visto soprattutto con una colorazione rossastra. La “Roystonea regia”, la palma reale, simbolo della nazione, molto alta, dal bel tronco chiaro, quasi bianco, che è larga alla base ma che si restringe salendo e che poi si allarga prima della chioma delle foglie. La canna da zucchero, dalla cui melassa, si distilla il rum ma dalla quale si può ottenere, mediante spremitura,  il “guarapo”, molto buono e salutare. Il tabacco per i famosi sigari. Le numerose pianta da frutta di cui ci ricordiamo, anche per la grande quantità bevuta sotto forma di succo soprattutto alla mattina, il mango e la papaya.

Nella parte occidentale dell’isola, la visita a Vinales, ci ha regalato la vista dei mogotes, classificati dall’Unesco come “Paesaggio Culturale dell’Umanità”, che sono delle colline arrotondate ed isolate, con ripide pareti, che si innalzano su terreno pianeggiante e con lussureggiante vegetazione, soggette al fenomeno del carsismo che crea al loro interno delle grotte (ed in una di queste abbiamo fatto una piccola gita in barca).

Durante l’ultima tappa del viaggio, Baracoa, ci siamo trovati immersi in una regione selvaggia ed intatta, tipicamente caraibica:  l’area rappresenta, infatti,  la principale risorsa forestale del paese ed è una riserva della biosfera riconosciuta dall’Unesco in quanto presenta la più alta biodiversità dell’area caraibica e la più alta percentuale di fauna e flora endemiche. Dalla famosa strada La Farola, che dagli anni ’60 collega la città al resto dell’isola, che si dipana per 60 chilometri circa zigando su precipizi e con ardite soluzioni ingegneristiche, all’escursione al Parque National de Humboldt, anch’esso designato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, ci hanno fatto compagnia cactus, agave, aloe, alberi di mango, di banane, di platano,  del pane, di cacao, palme reali, felci, conifere.

Le persone

I cubani che abbiamo incontrato ci hanno colpito per la loro voglia di fare gruppo e di relazionarsi con noi, per il loro amore della musica e del ballo, per la loro situazione di grave difficoltà economica, affrontata però con relativa serenità e spirito di intraprendenza. Quella grande voglia  di fare che noi abbiamo visto manifestarsi nella porzione di proprietà privata e di mercato libero riconosciuti dalla stato. E’ stato il caso del coltivatore di tabacco, di cui abbiamo visitato i locali di essiccazione all’aria e presso cui abbiamo fumato e comprati i sigari; del coltivatore della pianta di fave di cioccolato, che ci ha regalato, dopo la visita alla piantagione, una piccola lezione sulla coltivazione del cacao e la produzione del cioccolato (e noi che amiamo il cioccolato abbiamo molto gradito e ce ne siamo andati con borse ripiene di vari formati di cioccolato); dei gestori/proprietari, soprattutto signore, delle “casas particulares” dove abbiamo sempre soggiornato – case essenziali ma comode – che ci hanno sempre deliziato con ampie e sostanziose colazioni e, talvolta, con succulenti piatti di pesce (indimenticabili i piatti di gamberetti cucinati con latte di cocco a Baracoa e le aragoste a L’Avana).

Mentre passeggiavamo per Santiago de Cuba ci siamo fermati per un salutare ristoro in un caffè. E’ stato un momento fortunato perché nel tavolo vicino vediamo seduti dei signori, con chitarra, tromba, congas e claves  più qualche bottiglia di rum bianco, marca “Mulata”, e lattine di birra. Di lì a pochi minuti ci regalano un concerto di musica cubana, che viene nobilitato anche da una bella voce femminile ed accompagnato da inviti a noi rivolti a partecipare alla bevuta (fortunatamente non al canto). Siamo piacevolmente sorpresi, incantati, la musica è bella, spontanea, tipicamente cubana (e forse un po’ per l’effetto del rum la mente va al “Buena Vista Social Club” e al film di Wim Wenders). Ma poi uno di loro si avvicina con una borsa tipo quella del supermercato, ne estrae un CD, “se vuoi costo di 8 euro” e l’incanto svanisce un po’…

A Trinidad mentre apprezzavamo i colori, la gente e la bella architettura della città vediamo in una residenza un gruppo di persone: c’è chi suona e canta musica tradizionale, c’è chi balla, c’è chi piacevolmente conversa. Noi ci fermiamo e guardiamo il gruppo, alcuni di loro guardano noi. In men che non si dica ci invitano ad entrare ed a unirsi a loro: è la festa di compleanno di una anziana signora. Partecipiamo con grande gioia, ma peccato che al gruppo si unisce, lo scrivente, un elefante danzante!

Per gli abitanti di Cuba il passato rivoluzionario è costantemente presente nella loro vita: noi abbiamo incontrato chi vive di ricordi e continua, ad occhi chiusi,  a celebrarne i miti e chi invece, pur vivendo in nome di quegli ideali,  si pone il problema di come attualizzarne il significato. Certo che la presenza fisica del potere è ovunque: per noi turisti (magari di una certa età) può essere motivo di ricordi giovanili, di discussioni ed arrabbiature, comunque parte importante della dimensione culturale del viaggio, ma per chi ci abita può essere una presenza soffocante e generatrice di proteste.

Il passato coloniale

Certo la rivoluzione, con i suoi miti ed i luoghi, ma Cuba è anche questo (gli insediamenti spagnoli iniziarono nei primi anni del XVI° secolo, mentre le guerre di indipendenza risalgono alla fine del XIX° secolo). Nel nostro cuore sono rimaste le grandi città storiche di Baracoa, Camaguey, Trinidad, Santiago de Cuba, Remedios. Qui il tempo sembra che si sia fermato ed in ottimo stato di conservazione ci sono le cattedrali, da sempre frequentate dai cubani, i palazzi dei grandi proprietari terrieri, i monumenti agli esploratori che per primi arrivarono in questa isola.

Baracoa ovvero la Città Primada, la prima ad essere fondata dagli Spagnoli nel lembo più estremo della parte orientale dell’isola e fino agli anni ’50 del secolo scorso isolata dal resto dell’isola, è un gioiello dalla lunga storia. Passeggiare nel centro è sì fare un tuffo nel passato: bella la Iglesia de Nuestra Señora de la Asunción , nel centro della città, appartenente alla Chiesa Cattolica, costruita nel 1803 anche se l’attuale chiesa risale al 1905. Ma anche constatare che il presente ha modellato il passato perché quelle che erano le tre fortezze di Baracoa ora ospitano il museo coloniale, un hotel e un ristorante, mentre un ricco palazzo coloniale è diventata la sede del Comune (la ristrutturazione, che era in corso durante la nostra permanenza, gli ha conferito un caldo color giallo). La città è impegnata anche a preservare la forte tradizione musicale della zona nella piccola, affollata e meritatamente rinomata Casa de La Trova Victorino Rodriguez (tradizione che anche noi abbiamo avuto modo di apprezzare con qualche bicchiere di mojito e cuba libre).

Il centro storico Camaguey è dal 2008 nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità perché la città è uno dei primi sette villaggi fondati a Cuba dagli spagnoli. La città, ora la terza più grande della nazione, ha una forte tradizione cattolica (e tante sono le chiese) e presenta un centro (uno dei tanti quadrati che urbanisticamente la caratterizzano) caratterizzato da uno stile architettonico eterogeneo, con edifici neoclassici, eclettici, art decò, neocoloniale, Art Noveau e razionalista. Noi l’abbiamo apprezzato durante una passeggiata, in parte a piedi ed in parte in risciò, lungo strade sinuose, stretti e nascosti vicoli che, nel passato, vennero costruiti per proteggere la città dagli assalti dei pirati.

Anche la fondazione di Trinidad risale agli spagnoli ed è dal 1988 Patrimonio dell’Umanità. Delle tre, è stata per noi la più bella ed autentica scoperta in un’indimenticabile, tranquilla e “coloniale” passeggiata tra le strette vie in selciato, fiancheggiate da palazzi, ricchi restaurati e dai magnifici colori, imponenti chiese neoclassiche, lussureggianti giardini. Però ci sono tratti, un po’ fuori dal centro, in cui al posto delle lastre di pietra ci sono buche ed il fango è dappertutto, l’esterno delle case è piuttosto fatiscente, le persone sono sedute fuori dalle abitazioni, alcuni cavalli passeggiano liberamente ed anziani sono impegnati in silenziose ed impegnative partite di domino.

Nondimeno Santiago de Cuba: fondata dagli spagnoli e purtroppo distrutta da due violenti terremoti nella seconda metà del diciassettesimo secolo, ma che ancora conserva, del periodo spagnolo, la cattedrale, i palazzi dell’amministrazione statale (per qualche decennio nel XVI° secolo fu il centro più importante dell’isola) e soprattutto il Castello di San Pedro de la Roca, una fortezza, che dal 1997 è negli elenchi dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, costruiti nel passato per difendere la città dalle incursioni dei pirati. La città è legata alla rivoluzione cubana perché qui si trova il Cuartel Moncada (Quartier Generale Moncad), dove nel 1953 ebbe inizio l’insurrezione (che allora fallì) contro il regime di Batista (ora è museo ed istituto scolastico). Altro sito importante (e meta di pellegrinaggio) è il suo cimitero che si chiama il Cementerio di Santa Ifigenia dove riposano le spoglie di alcune tra le persone più importanti per la storia e la vita del paese. Tra queste: il padre dell’indipendenza cubana Carlos Manuel de Cespedes, l’eroe nazionale José Martì, che riposa in una tomba avvolta nella bandiera nazionale e sempre inondata dalla luce (la posizione richiama un verso di una sua poesia) posta in solenne mausoleo con l’immancabile cambio della guardia, ed il compositore e cantante Compay Segundo del famoso “Buena Vista Social Club” (Due note in aggiunta a proposito del Cimitero. La prima: durante la visita Fidel Castro era in fin di vita e sarebbe morto dopo qualche mese: ora anche le sue ceneri riposano nel cimitero, interrate all’interno di una grande pietra, tra il mausoleo di José Martì. La seconda: per chi ama la musica – ed intendo non solo quella cubana – è da poco uscito, in occasione del venticinquesimo anniversario,  la versione rimasterizzata e in diversi formati del famoso disco: assolutamente da ascoltare e da consumare per i tanti ascolti.)

La nostra visita della città, che ci ha occupato quasi due giorni, ha toccato i grandi luoghi elencati in precedenza, ma si è anche svolta lungo vie piene di vita e colori e traboccanti di cultura e tradizione (interessante anche la visita del museo del rum): davvero un bel momento del viaggio!

Nella provincia di Villa Clara, nel centro dell’isola (ah i ricordi ah: e ovviamente la visita al mausoleo del Che, ai luoghi e ai monumenti della rivoluzione qui presenti non poteva non mancare) c’è un’altra antica città fondata nella prima metà del XVI° secolo: Remedios. Durante la nostra passeggiata siamo stati colpiti dalla bellezza dall’eleganza di alcune residenze (anche qui nobilitate dai bellissimi colori), dalla piazza centrale con le sue due chiese: la Iglesia de Nuestra Señora del Buen Viaje, che costituisce un vero e proprio gioiello dell’architettura coloniale, fondata nel 1600 e la Iglesia Parroquial de San Juan Bautista della fine del XVIII secolo, considerata uno degli edifici ecclesiastici più belli dell’isola, con un campanile eretto tra gli anni 1848 e 1858, ed un prezioso altare dorato, e con tetto in mogano.

Altra tappa nel passato dell’isola è stata la visita della Manaca Iznaga, nella Valle de los Ingenios, vicino a Trinidad, un’alta torre all’interno di un vecchia proprietà zuccheriera che veniva usata per controllare il lavoro e la vita degli schiavi della piantagione.

La Habana

Tante sono state le passeggiate, alcune organizzate altre in cui come al solito abbiamo amato girare senza una meta precisa. E questi sono i nostri ricordi:

i) il centro storico, La Habana Vieja, Patrimonio Universale Unesco dal 1982, con le sue quattro piazze, tutte luoghi di grande interessa storico e culturale: la Plaza de la Catedral, con la Catedral de San Cristóbal, uno dei monumenti architettonici più imponenti di Cuba e uno dei migliori esempi del barocco cubano, il Palacio de los Marqueses de Aguas Claras, il Palacio del Conde de Lombillo, il Museo de Arte Colonial; la Plaza de Armas, che fu il centro militare e difensivo come testimonia il castello e l’ampio cortile, un perfetto esempio d’architettura militare coloniale (fu costruito dagli spagnoli) l; la Plaza Vieja, con il suo mercato (e quasi ci scappa l’acquisto l’edizione russa di “Choba B CCCP” di Paul McCartney – mania da collezionista, che però rinuncia perché il vinile è rotto e la copertina tutta ammuffita); la Plaza de San Francisco de Asis, che fu il il principale punto d’esportazione e importazione merci per la presenza del porto dove attraccavano le navi spagnole. Non meno interessanti sono le vie che l’attraversano. Tra queste: Calle Opispo, un’isola pedonale, su cui si affacciano antiche farmacie, vecchi palazzi, negozi d’artigianato e ristoranti; Calle Mercaderes, restaurata ed ora una replica perfetta della via che risale al XVIII° secolo, con i suoi musei, la Casa del Cioccolato, la casa museo di Simon Bolivar, il Museo Maqueta, con la sua perfetta riproduzione del centro storico (scala 1:500).

E mentre passeggiamo incontriamo sempre tanta gente, molte indaffarate altre un po’ meno, sedute attorno a tavolini ed impegnate nelle partite a domino, tante automobili che scaricano i loro gas tossici, povertà, tanti turisti, e … tanti cani, ben tenuti, che sanno riposarsi anche nel mezzo delle zone pedonali, dotati di tesserino di riconoscimento;

ii) La Plaza della Revolucion. Costruita negli anni ‘20 del secolo scorso dall’urbanista francese Jean Claude Ferestier sul modello della francese piazza dell’Etoile con grandi viali che si dipartano dal suo centro, è un grandissimo spazio parte integrante del municipio de L’Avana e teatro di numerosi eventi e celebrazioni politiche (concerti musicali inclusi). Sulla piazza prospettano gli edifici, grigi e un po’ orwelliani, del Ministero degli Interni  e delle Telecomunicazioni, il primo con una grande effigie di Che Guevara ed il secondo di Camilo Cienguegos, un altro eroe della rivoluzione,  mentre al suo centro c’è la statua di un altro eroe nazionale, il leader del movimento dell’indipendenza cubana dalla Spagna, José Marti. E, per i numerosi turisti, la piazza è anche un luogo dove ammirare le sgargianti automobili americane degli anni ’50 e, magari, trovare qualche passaggio su quelle che fanno servizio di taxi;

iii) El Malecon, ufficialmente Avenida de Maceo, una strada di grande scorrimento a 6 corsie situata difronte al mare, in tutto lunga 8 chilometri (noi ne abbiamo percorso solo una parte), iniziata agli inizi del XX° secolo per proteggere la città dal mare. Nonostante il traffico e qualche grande cartello pubblicitario che annunciava la costruzione di un grande centro commerciale nel centro storico (sarà stato costruito?), il luogo è stato per noi di grande suggestione, perché il pensiero è andato alla Cuba precedente la rivoluzione (ancora ci sono grandi alberghi) ma anche alle difficoltà economiche dell’isola mentre guardavamo i vecchi palazzi in disfacimento o in faticosa ricostruzione, con le onde del mare che si frangevano sul muro, incuranti della leggera pioggia come i numerosi cubani impegnati a pescare o a passeggiare come noi, e un po’ rattristati dal cielo grigio;

iv) il Barrio Pogolotti, che non è un’attrazione turistica ma ha una significativa importanza storica perché venne fondato da un italiano emigrato a Cuba, Dino Pogolotti, proveniente da un piccolo centro del Piemonte (Giaveno), che realizzò opere di urbanizzazione, le strade, l’acquedotto, un cinema così da dar vita, agli inizi del XX° secolo, al primo quartiere operaio nell’America latina. Ora molte delle case necessitano di interventi di ristrutturazione, la vita è piuttosto difficile, ma un’associazione, di cui abbiamo incontrato delle rappresentanti, è molto attiva nell’opera di recupero del luogo e di sostegno degli abitanti;

v) il sacro ed il profano della collina “La Cabana”. Qui, oltre alla bella vista su tutta L’Avana, si trovano la statua del Cristo benedicente, opera in marmo di Carrara della scultrice cubana Jilma Madera, alta 20 metri, scolpita in Italia, benedetta da Papa Pio XII° inaugurata nel 1958, e la casa-museo di Che Guevara;

vi) il quartiere Miramar a Playa, un po’ defilato rispetto al centro storico, con il suo parco, Amendares, ricco di piante tropicali e con i grandi viali e gli imponenti palazzi del periodo che precede la rivoluzione che ora sono sedi di ambasciate e consolati, hotel ristoranti club esclusivi, nonché ricche residenze private.

Il viaggio fu fatto nel mese di febbraio, di poco più di due settimane, con un piccolo gruppo di italiani e due brave guide cubane, ed il fascino di questa terra, tra passato e presente, agisce ancora su di noi.  E per concludere, insieme ad una miscellanea di foto, il ricordo di una specialità della zona di Baracoa che, grazie alla nostra guida, abbiamo avuto la fortuna di assaggiare in una sosta mentre percorrevamo La Farola: il cucurucho, composto da cocco grattugiato, miele, mandorle tostate a pezzettini,  papaya (ma altri frutti possono essere impiegati) avvolto in una foglia di palma a forma di cono: semplice ma delizioso.

Miscellanea

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