Un viaggio in Inghilterra tra i villaggi delle Cotswolds, Bath, le contee del Somerset, Devon, Dorset e la Cornovaglia

Parte seconda: verso la Cornovaglia

Sesto giorno

Prima di uscire dall’area delle Cotswolds ci fermiamo a Lacock nel Wiltshire, una delle sei contee che includono le Cotswolds. Il villaggio è posto sotto la tutela del National Trust dal 1944 e, non a caso, si presenta come la quintessenza del villaggio inglese, pressoché incontaminato da circa 200 anni (peccato però per le auto dei residenti che abbiamo trovato un po’ dappertutto). Ci sembra di essere tornati indietro nel tempo: lungo le strade sono davvero tante le belle case a graticcio; c’è una interessante Residenza che in origine era un’abbazia con chiostro, che è stata la location di alcuni importanti film (tra cui tre della saga di Henry Potter) ed è sede di un museo delle origini della fotografia dedicato a William Henry Fox Talbot che qui visse; una chiesa dedicata a San Cyriac del XIV° secolo; un medioevale granaio, un “tithe barn”, dove venivano raccolte le decime dei contadini,  e … tanti negozi, tea/coffee shops, ristoranti.

Lasciato il villaggio, siamo ancora nel Wiltshire e sul confine delle Cotswolds, e facciamo una sosta a Bradford-on-Avon.  E’ un’incantevole cittadina che si sviluppa dalle sponde del fiume Avon sulla collina. Per apprezzare appieno la vista iniziamo la nostra visita dal vecchio ponte nel centro storico con le arcate risalenti al XIII°. Continuiamo lungo il fiume dove si possono ancora vedere le fabbriche tessili che, nel XVII° resero famosa la cittadina, mentre sulla collina ci sono ancora le case che furono abitate dai tessitori (ora sia le fabbriche che le case sono diventate negozi, bar, ristoranti e luoghi di accoglienza turistica). Sempre lungo il fiume vediamo un granaio per la raccolta delle decime. In Church street, davvero interessante, anche perché una delle poche ancora esistenti, ammiriamo l’antica chiesa in pietra dedicata a San Lorenzo, risalente al periodo anglo-sassone e rimasta praticamente intatta dal momento in cui fu costruita.

Mentre passeggiamo la fame ci attanaglia e così scopriamo la casa di Mr Salvat, o meglio Mr. Salvat’s Coffee Room, nella Town House St Margaret’s Street; in una stanza arredata come se fosse abitata da una nonna inglese (e va beh i luoghi comuni…), abbiamo mangiato degli ottimi dolci casalinghi e bevuto uno squisito the da lui miscelato. (Nel viaggio con destinazione Galles, che abbiamo pubblicato nel nostro blog con il titolo: “Un viaggio nella terra del dragone, del porro e del narciso”, abbiamo scoperto un altro eccellente posto per deliziarsi con un ottimo cream tea, immergersi e coccolarsi in un’atmosfera “olde England”: è il The Bridge Tea Rooms, al 24a di Bridge Street).

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo un campeggio vicino a Bath, che è nella contea del Somerset: c’è tempo per fare il bucato e lavare il camper (eh sì viaggiare in camper è anche questo).

Settimo giorno

Dedichiamo l’intero giorno alla visita di Bath, che è, meritatamente, una delle destinazioni preferite per chi visita il Regno Unito. Costruita su sette colli come Roma, che si fanno sentire durante la nostra passeggiata, dichiarata dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, Bath conserva grandi testimonianze storiche.

La nostra visita non poteva che aver inizio dalle Terme Romane, ora un Museo,  (Roman Bath Museum) che risalgono alla fondazione della città (circa 2000 anni fa) da parte dei Romani e che sfruttano tre sorgenti calde (l’acqua è ad una temperatura costante di 46 gradi). Tra i molti turisti, con l’audioguida, la nostra visita ha inizio con il  maestoso complesso del Great Bath, poi camminando sopra un passaggio sopraelevato che ci permette di vedere la pavimentazione romana e seguendo una serie di passaggi e camere costruite sotto l’attuale livello stradale visitiamo altri bagni (il più interessante è il King’s Bath, del XII° secolo, costruito attorno alla fonte originaria, dalla quale sgorga tuttora la grande quantità d’acqua che riempie la piscina), vediamo il sistema di riscaldamento e le rovine di un tempio

Lasciato il Museo, ci indirizziamo verso la vicina Cattedrale. Subito la nostra attenzione è attirata dalla facciata occidentale per la grande quantità di statue di angeli che salgono e scendono da scale in pietra in ricordo di un sogno fatto dal suo fondatore, il vescovo Oliver King (la Cattedrale fu costruita tra il 1499 ed il 1616). All’interno un’altra meraviglia ci colpisce: sono le volte a ventaglio della navate aggiunte nel XIX° secolo. Molte sono le tombe (per la guida la cattedrale è seconda solo alla Westminster Abbey): tra queste notiamo quella del famoso “dandy” Beau Nash, un “arbiter elegantiarum” morto a Bath nel 1762 e di Isaac Pitman, che nell’ottocento elaborò un suo sistema stenografico.

Usciti dalla Cattedrale, ci imbattiamo in alcuni busker, di cui Bath va molto fiera, che ci intrattengono con i loro concerti. E con la loro musica nelle orecchie ci ritroviamo a passeggiare tra le maestose testimonianze del periodo georgiano e della sua architettura, caratterizzata da elementi classici, regolarità, equilibrio e simmetria. Iniziamo dal Royal Crescent (1767-1774), una struttura semicircolare di case a schiera che si proiettano su di un prato privato. Ci spostiamo a est lungo Brock Street raggiungiamo il Circus, un insieme di case disposte ad anello, abitate da alcuni personaggi famosi (Thomas Gainsborough, David Livingstone tra questi), con a sud un Georgian Garden, che fu luogo di passeggio per chi abitava nella zona (e leggiamo che i sassi presero il posto dell’erba per non sporcare gli abiti delle signore). La visita della Bath georgiana si conclude nelle Assembly Rooms (inaugurate nel 1771), il luogo in cui le persone si riunivano per ballare, bere il the, giocare a carte, ascoltare gli ultimi successi du musica (nel seminterrato c’è anche un Fashion Museum).

Infine una nota letteraria per chi, come lo scrivente, ama la letteratura inglese. Bath è la città di Jane Austen: qui la scrittrice visse per alcuni anni e spesso ci ritornò; fu, per larga parte, l’ambientazione di due dei suoi romanzi (“Persuasion” e “Northinger Abbey“) e molti dei suoi personaggi sono di quel mondo che ora noi visitiamo quando ci muoviamo nella Bath georgiana.

Ottavo giorno

Appena lasciata Bath, attraversiamo le Mendip Hills (o più comunemente Mendips), una catena di colline in pietra calcarea, classificata come “Area of Outstanding Natural Beauty”. Anche se la più alta raggiunge l’altezza di non più di 300 metri, i rilievi si innalzano bruscamente e sono percorsi da selvagge e profonde gole, che improvvisamente incontriamo lungo la strada. Nel nostro percorso vediamo mucche e pecore al pascolo nei prati verdi e qualche cava di di pietra che macchia un po’ il territorio (storicamente la zona è famosa per le miniere di piombo e di carbone ora non più in uso e, appunto, le cave, con la cui pietra è stata costruita, tra le altre, Bath). E mentre guido altri ricordi letterari salgono alla mia mente perché le colline sono intimamente legate a Thomas Hardy e ai suoi romanzi.

Raggiungiamo Wells, che si trova all’estremità meridionale delle Mendip Hills, e che si fregia d’essere la più piccola città di Inghilterra. La città è un gioiello medioevale. Il primo sito della nostra visita è la Cathedral Church of St Andrew, un capolavoro del gotico primitivo inglese, costruito tra il 1180 ed il 1508. All’esterno restiamo colpiti dalle numerose sculture (più di trecento, di cui solo una – quella di Cristo – non è originale) della facciata orientale. Non meno ricco l’interno: la navata è separata dal coro da un’imponente coppia di archi contrapposti; il coro è contornato da sette interessanti effigi di vescovi; nel transetto c’è un meraviglioso orologio meccanico della fine del XIV° secolo; elegante è la Lady Chapel nell’estremità orientale dell’edificio; magnifica infine la Chapter House.

Wells Cathedral

La Cattedrale è l’elemento centrale di un complesso di edifici ecclesiastici: il Bishop’s Palace, circondato da un fossato e da imponenti mura difensive, con splendidi giardini risalente al XII° secolo; l’Old Deanery del XV° secolo; il Vicar’s Close, considerata nelle guide “la più antica strada medievale completa di tutta l’Europa”, lastricata e fiancheggiata da case tutte uguali del XIV° secolo, oggi abitate dai componenti del coro della cattedrale; il Penniless Porch, che è un porta cittadina del XV° secolo, dove un tempo si radunavano i mendicanti per chiedere l’elemosina e che conduce alla Market Place.

Vicar’s Close e Wells Cathedral

Prima di lasciare la città ci fermiamo in un negozio per acquistare una sostanziosa fetta di Cheddar Cheese, una dei formaggi inglesi più conosciuti ed apprezzati, che si produce nella zona sin dal medioevo: di latte vaccino, a pasta dura, piccante e friabile, dal forte sapore: per noi una squisitezza!

Rientriamo nella contea del Wiltshire per visitare Stourhead, vicino al villaggio di Mere, di proprietà del National Trust. Più che sulla casa costruita agli inizi del ‘700 ed i suoi interni (apprezziamo soprattutto mobili in stile chippendale ed alcuni dipinti), la nostra visita si incentra sugli splendidi e grandi spazi esterni (è una tenuta di più di 1000 ettari). Che  sono caratterizzati da una raffinatissima architettura paesaggistica ottenuta grazie all’intervento umano che ha modificato l’ambiente naturale e gli ha dato ordine, equilibrio e simmetria e che noi apprezziamo seguendo il sentiero che si snoda tra prati, piante secolari e il lago, e lungo il quale ci sono templi, un obelisco, la King Alfred’s Tower, costruita sul confine delle due contee e da cui si ha un ottimo panorama della tenuta.

Vista del parco di Stourhead

Facciamo due brevi soste, non particolarmente significative,  a Yeovil e Taunton, quest’ultima il centro amministrativo del Somerset, attraversiamo le Quantock Hills, che sono delle ondulate collina di arenaria rossa, un “romantico paesaggio” apprezzato dal poeta S.T. Coleridge negli anni in cui visse in uno dei villaggi della zona e, in tarda serata, arriviamo a Dunster. Siamo sotto un diluvio quando raggiungiamo il parcheggio all’ingresso del villaggio: siamo in due camper, in una scomoda posizione in quanto i posti che occupiamo sono in forte discesa, l’intensa pioggia che non molla, sarà perché siamo stanchi, ma passiamo una notte tranquilla.

Nono giorno

Quando ci svegliamo, il diluvio continua. Decidiamo di rimandare la visita di Dunster e ci rimettiamo in marcia. 

Siamo nella parte orientale dell’Exmoor National Park, un’area protetta, dal 1954 parco nazionale, nelle contee del Devon e, soprattutto, del Somerset, che si estende dall’interno alla costa. Nel loro sito (http://www.exmoor-nationalpark.gov.uk)  si può leggere che “We are recognized as one of the best locations for walking in Europe and have road cycling good enough to host the Tour of Britain.  Feel the open space of our heather topped moorland, catch a glimpse of wild red deer or iconic Exmoor ponies, explore our mysterious and very special woodlands, find your new favourite village pub, or marvel at a unique landscape shaped by people and nature over thousands of years.” Le tappe del nostro viaggio non ci permettono alcuna sosta per godere delle sue bellezze, certo però che i prati ricoperti d’erica, i boschi, la verde e lussureggiante vegetazione ci rimangono negli occhi.

Attraversiamo il grazioso villaggio di Porlock, entriamo nella contea del Devon e raggiungiamo Lynmouth percorrendo una strada privata. Il villaggio si trova alla fine di una gola e nel punto in cui il fiume West Lyn entra nel mare: un pittoresco porto, luogo di pescatori, di cottage, e dedito al turismo di massa 

Lynmouth

In cima alla scogliera rocciosa c’è un altro villaggio: Lynton. Per raggiungerlo prendiamo la Cliff Railway composta da due carrozze unite da un cavo di acciaio che salgono e scendono lungo il pendio a seconda della quantità d’acqua contenuta nei loro serbatoi: un affascinante capolavoro di ingegneria che funziona dal 1890. Il villaggio ci appare aristocratico, una equilibrata composizione in cui elementi vittoriani si uniscono ad altri del turismo di oggi.

Terminata al visita ai due villaggi, ritorniamo a Porlock  seguendo una diversa strada: non è privata, ma con una pendenza superiore al 20%: pur utilizzando il freno motore, i freni del camper si surriscaldano così ci fermiamo in uno spazio ai margini della strada e con qualche difficoltà alla fine parcheggiamo sul porto di Porlock (riferimento Porlock Weir, nella parte ovest del villaggio), dove passeremo una notte tranquilla.

Il villaggio è davvero incantevole: da un parte ci sono le ripide colline dall’altra il mare, tipicamente inglese è la via centrale e tanti sono i cottage con i tetti in paglia. Nella nostra passeggiata vediamo il negozio di Miles Tea & Coffee Shop, Porlock Roastery, nella High Street: sono attivi dal 1888 e nel loro sito dichiarano che “every day we taste, roast and blend our products” (…) “combining the modernity of today’s taste of the art of coffee (…) to the use of traditional methods for blending and tasting”. Noi che amiamo il the e dopo aver gustato una loro miscela a Lynton il giorno dopo abbiamo fatto dei grandi acquisti.

Decimo giorno

La prima tappa è Selworthy, un caratteristico e bel villaggio del National Trust, a circa 4 chilometri a sud-est di Porlock. Si compone di un insieme di cottage le cui pareti sono costituite da un materiale edile formato da paglia e fango, con i tetti ricoperti di canne.  C’è un tea shop in uno dei cottage: mentre beviamo un ottimo the accompagnato da una fetta di dolce, conversiamo con chi ci serve e veniamo a sapere la durata delle canne che coprono il tetto (qualche decennio), la quantità dell’umidità che sale dal terreno (tanta), la possibilità di passarvi le vacanze (bella opportunità per un periodo “far from the madding crowd”).

Ritorniamo a Dunster. Tipicamente medioevale, il villaggio è davvero molto interessante da un punto di vista architettonico e per delle testimonianze del passato: c’è un castello, imponente ed in pietra color ruggine, sulla collina che domina il villaggio, un insolito ponte medioevale in pietra per il passaggio dei cavalli da soma, una colombaia in pietra del XVI° secolo, un mulino ad acqua, un granaio per le decime, un mercato dei filati dalla strana forma ottagonale, la St George’s church del XV° secolo, strade lastricate, la High street, cottage con tutti in paglia e rose sulle pareti.

Clovelly è la successiva tappa. Il villaggio è privato (il proprietario vive in una grande casa che sovrasta il villaggio), l’ingresso è a pagamento e si compone di cottage dal colore bianco e si sviluppa sulle scogliere che scendono al porto. C’è una via centrale, molto ripida, che insieme ai molti turisti discendiamo, lungo la quale ci sono negozi, ristoranti, coffee/tea rooms e pub, e che termina nel piccolo porticciolo. Lungo questa via, che è chiusa al traffico veicolare,  vengono trasportati le merci alle varie abitazioni e, se nel passato venivano usati gli asini, ora il trasporto avviene mediante speciali slitte. Per conoscere la storia del villaggio, facciamo una piccola deviazione ed entriamo nel “Fisherman’s cottage & Kingsley’s Museum”, un  museo che raccoglie fotografie ed oggetti dei pescatori che qui vissero la loro vita (nel XIX° secolo era un importante porto peschereccio per le aringhe, mentre ora le pesca continua ma su scala ridotta).

Continuiamo senza meta nei vicoli del villaggio ed abbiamo sempre più modo di apprezzare l’incantevole posizione del villaggio ed i suoi bianchi cottage, molti  dei quali abbelliti da vasi con fiori (nei nostri viaggi in questa parte dell’Inghilterra ci siamo ritornati più volte e la bellezza del villaggio è rimasta tale sia sotto sole che sotto una forte pioggia). Visitiamo anche il “Clovelly Court Gardens”, un tipico esempio di un “walled kitchen garden” del periodo vittoriano.

Alla sera ritorniamo il parcheggio prospiciente il centro visitatori e qui passiamo una notte tranquilla.

Undicesimo giorno

Ci spostiamo sulla costa e raggiungiamo Hartland Point, che è sulla punta dell’omonimo promontorio. C’è anche un faro bianco costruito alla fine del XIX° secolo: un panorama che più volte abbiamo visto ed ammirato nei nostri viaggi nel nord dell’Europa: le scogliere, il vento, il frangersi del mare, la schiuma bianca delle onde ed il volo degli uccelli marini.

Hartland Point con il faro

Lasciata la costa ci dirigiamo verso l’interno e ci fermiamo a visitare Hartland Abbey (www.hartlandabbey.co.uk). In realtà non si tratta più di un’abbazia (fu soppressa da Henry VIII° ai tempi della soppressione dei monasteri), ma una casa privata (fu dal Re assegnata al responsabile delle sue cantine ed ora è di proprietà della famiglia Stucley) che si presenta come una “18th-century country house & gardens”.

Noi passeggiamo nel  bog garden (ed ovviamente ci infradiciamo le scarpe),  nei walled garden (belli sotto il sole), nella bushery, ci colpiscono le molte varietà ed i colori delle ortensie, ma ci sono anche rododendri, azalee, camelie, magnolie e nei prati troviamo piume di pavone ed i loro possessori, mucche, asini e pecore nere. Mentre nella casa troviamo interessante gli affreschi, gli antichi documenti, molti dipinti di grandi maestri inglesi porcellane cineserie che sono acquisizioni di chi ha abitato in questa casa nel corso dei secoli, ed una mostra fotografica del periodo vittoriano ed edoardiano.

Il giorno non è ancora finito, la tappa successiva sarà in Cornovaglia, che sarà l’inizio alla terza parte di questo diario.  Ma prima di chiudere due località in cui ci siamo fermati in altri soggiorni in questa parte della Gran Bretagna e che per noi meritano assolutamente una una visita.

Frome, a 13 chilometri da Bath, nella contea del Somerset: giudicata dal “The Times” come uno “dei migliori posti dove vivere in Gran Bretagna”. La cittadina, una tipica market town del Somerset sin dal Medioevo, ha un ricco, vivace e gradevole centro storico, caratterizzato da edifici storici, interessanti negozi di artigiani ed artisti locali, e, nei frequenti giorni di mercato,  da molto bancarelle con prodotti del territorio, oggetti retro, vintage e per collezionisti, e dalla presenza di molti artisti di strada che intrattengono i visitatori.

Glastonbury, che si trova nel distretto delle Mendip Hills, nella contea del Somerset. Una cittadina per noi curiosa ed interessante da visitare per la sua dimensione spirituale, mistica, di centro alternativo, culla della cultura New Age (qui tutto iniziò con la Summer of Love e la generazione hippy).  La leggenda narra che Giuseppe di Arimatea seppellì il Santo Graal nel terreno su cui oggi si trovano le rovine dell’Abbazia e che, sempre in questo terreno, fossero stati sepolti re Artù e Ginevra (nel Medioevo fu trovata una tomba con gli scheletri di una coppia, mentre ora il sito della presunta sepoltura è segnato sull’erba). La leggenda di Re Artù continua con la Glastonbury Tor, una altura con i resti di una torre,  posta ai margini della città ed identificata come la Isle of Avalon, il luogo dove il Re venne portato quando fu ferito a morte dal nipote Mordred ed in cui egli dorme in attesa del richiamo del suo paese (in realtà ci sono altre leggende celtiche ad essa collegata; fu anche meta di pellegrinaggi nel Medioevo perché sulla sua sommità esisteva una chiesa – di qui la torre – e due nodose querce, dal nome di Gog e Magog, che s’incontrano nel percorso verso la Tor, si dice siano quello che rimane di un viale cerimoniale).

Nelle nostre passeggiate senza meta nella città abbiamo incontrato templi intitolati a varie divinità, sopravvissuti e convinti hippy, qualche sciamano, negozi pieni di magliette decorate con la tecnica del “tie-dye“, udito il rullare di tamburi o di campane tibetane che sono parte di qualche mistico rito, ammirato edifici dai colori sgargianti, gustato qualche buon piatto e dolce biologico in caffé con divani in pelle (ovviamente vecchia), tavoli in legno, lavagne con i menù appesi alle pareti, tante piante in vaso. 

Glastonbury è anche legata al festival che ebbe inizio nel 1970, il “Glastombury Festival of Contemporary Performing Arts“. In realtà si svolge a Pilton, distante una quindicina di chilometri ed è una composita manifestazione di musica (con grandi artisti), teatro di strada, danza e, ovviamente, fiere ed iniziative ecologiche e spirituali.

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