In Trentino: dalla Piana Rotaliana alla Val di Fassa. E non solo.

Partiamo molto presto ed arriviamo a Nave San Rocco, nella piana rotaliana, nel “CamperStop Bed&Breakfast Navis”. Il posto è davvero accogliente: le piazzole sono grandi, su un prato curatissimo, i servizi (due) paragonabili a quelli di un’abitazione privata, è nel mezzo della piana Rotaliana ed adiacente alla pista ciclabile dell’Adige (il loro sito, che contiene anche un’interessante  spiegazione storica del nome “Navis” è: http://www.camperstopebnbnavis.com).

Ci sistemiamo (siamo gli unici) e, dopo un breve riposo, prendiamo le biciclette per visitare Egna.  Il tratto di pista ciclabile che percorriamo è facile, tutto su asfalto, con dei punti di ristoro, e ci permette di ammirare la piana Rotaliana: siamo nel cuore del Trentino, tra Trento e Bolzano, è contornata da dolci colline dove si coltivano viti che danno rinomati vini (soprattutto il Teroldego Rotaliano) e montagne dai ripidi pendii (per saperne di più perché la Piana è anche altro rinviamo al sito dell’area di sosta e a quello ufficiale: http://www.pianarotaliana.it).

Dopo una ventina di chilometri raggiungiamo Egna. Lasciamo le biciclette all’inizio della via principale del centro storico, che percorriamo tutto a piedi.  Egna fu un centro importante per il commercio nel Medioevo e di quel periodo conserva i portici che caratterizzano tutta la via principale, costruiti tra il 1300 ed il 1600, alcune case dalle belle facciate colorate e dall’architettura veneziana.  Per tutto questo, la cittadina è compresa nell’elenco dei borghi più belli d’Italia. 

Secondo giorn

Sempre in bicicletta e sempre seguendo la ciclabile dell’Adige, che in questo caso, per un tratto, segue anche un altro fiume – l’Avisio -,  raggiungiamo Trento. Lasciamo le biciclette nel parco antistante la stazione ferroviaria, e quando entriamo nel centro storico della città subito apprezziamo la sua eleganza, costituita da insigni monumenti, molte vie dai begli edifici, dal Castello del Buon Consiglio, racchiusi da tre colli (di qui il nome dato dai romani di Tridentum) e dalla sponda sinistra dell’Adige. Il vero gioiello è piazza del Duomo e quando la percorriamo (è praticamente quadrata) restiamo affascinati  dalla bella fontana del Nettuno, posta al centro e soprattutto dalla ricchezza e dalla varietà degli ambienti e delle decorazioni della facciata del Duomo (che sorge sul luogo del martirio di San Vigilio nel 400 d.C., a cui è dedicato, mentre la sua costruzione ebbe inizio nel 1212 e durò secoli). Da ricordare per noi: per la parte che dà sulla piazza il colonnato della galleria ad acrcatelle, il rilievo del Cristo Pantocratore, la Ruota della Fortuna; per la facciata su via Verdi, la torre campanaria, il grande rosone centrale e la copertura a bulbo del campanile; per il lato sud, che dà su una piazza, le tre figure, che con un leone, reggono il protiro; per la zona absidale a est, l’infinità di colonnine, di pilastri, di finestre ed il Campanile di San Romedio.

Ma la ricchezza della piazza non finisce con il Duomo ed i suoi esterni: c’è il Palazzo del Pretorio, con la Torre Civica, che ospita all’interno il Museo Diocesano, le case Cazzuffi Rella, del cinquecento, con i loro affreschi ed i porticati, ora occupati da bar e ristoranti. 

Purtroppo non abbiamo tempo per visita gli interni del Duomo (sono tante le cose da vedere rispetto al tempo a disposizione), percorriamo la via Belenzani, una delle vie che fanno da cornice alla piazza, con numerosi ed sinuosi palazzi nobiliari (univa il potere religioso a quello secolare), e raggiungiamo il Castello del Buon Consiglio, per la guida “Lonely Planet” “forse il monumento più rappresentativo di Trento”. Fu una postazione di guardia , residenza dei principi-vescovi dal XIII° al XVIII° secolo , e per noi che restiamo all’esterno sembra proprio incombere sulla città.

Il caldo della giornata si fa sentire e dato che la parte della pista che precede Trento ci ha lasciato un po’ indifferenti, decidiamo di ritornare all’area di sosta con il treno: la linea è quella che collega Trento a Malé e Mezzana e la stazione di partenza in Trento si trova in prossimità della stazione ferroviaria principale. Così dopo circa 20 minuti siamo alla stazione di Nave San Rocco e dopo un quanto d’ora circa stiamo facendo una refrigerante doccia.

Ci spostiamo a Feltre, nell’area di sosta camper in via Achille Gaggia. E’ vicina al tunnel che porta nel centro della cittadina e così, dopo poco tempo, iniziamo la visita. Siamo nella parte bassa quando raggiungiamo la porta Imperiale in largo Castaldi (Feltre è una città murata) e passato sotto il suo arco entriamo in via Mezzaterra, che ci porterà nella parte alta del centro storico e lungo la quale ci sono alcuni dei palazzi cinquecenteschi con le facciate affrescate, uno dei vanti della cittadina (non a caso chiamata “la città dipinta”).

In cima al Colle delle Capre, sul quale la parte antica di Feltre si sviluppa, c’è la piazza Maggiore. Restiamo colpiti dalla sua eleganza cinquecentesca e dal suo scenografico impianto composto, a nord,  dalla chiesa di Santi Rocco e Sebastiano, in posizione soprelevata rispetto all’intera area (e forse è il miglior punto di osservazione), dalla fontana del 1480 e dalle due statue di famosi personaggi locali nel centro, da una colonna bianca con in testa un leone che indica quale fu l’appartenenza territoriale di Feltre, dai Palazzi che la contornano (quello Pretorio ed il teatro della Sena), per finire, a destra della facciata della chiesa, dal castello di Alboino con la torre dell’Orologio con il Campanon, simbolo di Feltre.

Continuiamo la nostra visita senza una meta precisa: vediamo altri palazzi affrescati e decorati a graffito ed il pomeriggio sta finendo quando ritorniamo all’area camper.

Tra il restare per la notte o trovare una nuova destinazione, scegliamo questa opzione, anche perché vorremmo lasciare il caldo che ci ha accompagnato per tutta la giornata. La scelta cade sull’Area Camper Fiemme, in via Venezia, 44 lungo la statale 50, a Predazzo (www.areacamperfiemme.com), il comune più popolato della Val di Fiemme. E’ sera quando entriamo: è vicina al centro della cittadina, può accogliere molti camper (75), le piazzole sono grandi, ci sono le colonnine dell’elettricità, dei lavandini per lavare le stoviglie, è possibile il carico ed lo scarico delle acque, ma non ci sono i servizi igienici e le docce. 

Durante la notte ci troviamo nel mezzo di uno dei temporali che hanno caratterizzato questa estate: la pioggia è fortissima, un po’ di grandine colpisce il camper (senza, però, lasciare alcun bollo) ed il vento soffia così forte che dà degli scossoni al camper.

Visitiamo, con grande calma, Predazzo. Nella piazza centrale del centro storico ci fermiamo all’esterno della chiesa neo-gotica dedicata ai santi Filippo e Giacomo e quando camminiamo nelle vie vediamo case con pitture murali ed interessanti fontane/lavatoi (c’è un itinerario a loro dedicato ed accanto ad ogni fontana, ristrutturata ed abbellita, ci sono cartelli con informazioni storiche e fotografie).  Un vanto di Predazzo è il Museo Geologico delle Dolomiti, che raccoglie una ampia e preziosa collezione fossile che illustra la storia geologica delle Dolomiti (www.muse.it). Non ci facciamo mancare una tappa golosa: in via Don Lorenzo Felicetti al numero 9 c’è la sede del Pastificio Felicetti: da più di cent’anni producono pasta di eccellenza, anche  monograno con varietà pregiate (per saperne di più il sito è http://www.felicetti.it), e nell’annesso negozio acquistiamo tante confezioni che, per ritirarle,  saremo costretti a ritornarci con il camper la sera quando lasceremo Predazzo.

Un breve tragitto e raggiungiamo il Camping Catenaccio Rosengarten a Pozza di Fassa. L’abbiamo prenotato online (prenotazione che abbiamo allungato di due giorni sul posto): abbiamo una piazzola “superior”, abbastanza grande ma senza alcuna elemento di separazione con quella a fianco (e la macchina del vicino di piazzola è posta in maniera tale che solo parzialmente possiamo aprire la porta del garage del nostro camper), i servizi igienici sono tanti e ben tenuti, c’è un centro wellness (doccia, sauna e bagno turco per un numero contingentato di persone), la vista delle vette delle Dolomiti è impagabile, la pista ciclabile Val di Fiemme e Val di Fassa è appena fuori il campeggio, il centro di Pozza si raggiunge in cinque minuti, ma quando lo lasceremo i 60 euro al giorno che abbiamo pagato ci sono sembrati troppi (è il prezzo di alta stagione e la convinzione è maturata sulla base di quanto pagato in altri campeggi, anche nelle Dolomiti, e delle tariffe delle aree di sosta della zona).

Un giornata di assoluto riposo e di programmazione delle attività dei giorni che qui trascorreremo. Passeggiamo per Pozza di Fassa tutto il giorno: a noi sembra una elegante località di montagna, dove può essere piacevole trascorrere le ferie sia d’estate che d’inverno per le varie attività che qui si possono fare, con le vette delle Dolomiti che riempiono la vista.

Iniziano le nostre attività nella valle ed in bicicletta, lungo la pista ciclabile Val di Fiemme e Val di Fassa, raggiungiamo Canazei. La pista è asfaltata fino a Campitello di Fassa poi diventa sterrata, ha qualche saliscendi, ci sono fontane, aree picnic e parchi giochi per i bambini, corre lungo il fiume Avisio tra prati e boschi, con le meravigliose vette delle Dolomiti sullo sfondo.

Come Pozza di Fassa, anche Canazei è un luogo ideale per il turismo estivo ed invernale poiché, nelle sue vicinanze, ci sono i gruppi montuosi del Sella, Sassolungo, Pordoi e Marmolada. Nella nostra passeggiata vediamo tanti hotel e case per le vacanze, alcune delle quali che hanno conservato l’antico architettura sono state sapientemente ristrutturate.

Rientrati n campeggio, ci rilassiamo per circa un’ora nel centro benessere

E’ il giorno della nostra prima escursione nella valle. A piedi ci spostiamo alla stazione della Funivia Buffaure in Piazza de San Nicolò 4 (che è mezz’ora circa dal campeggio). Più che la Piana del Buffaure vogliamo raggiungere il Colle del Valvacin (a 2354 m.s.l) e per questo acquistiamo il biglietto cumulativo che ci permette di raggiungere la piana con la cabinovia ed il colle con lo skilift. Qui iniziamo l’escursione, non particolarmente impegnativa,  sulla cresta della montagna (attenzione: è sconsigliata a chi soffre di vertigini anche se io, un po’ sofferente di vertigini, non ho avuto alcun problema): il sentiero è il numero 613 e ci porta in cima al Sass d’Adam (2430 metri) con una meravigliosa vista sul Catinaccio, il Gruppo del Sella ed il Sassolungo e che noi percorriamo fino a Sella di Brunech a 2438 metri.

Per il ritorno non scegliamo di seguire il consiglio di ripetere lo stesso percorso: prendiamo il sentiero che scende a fondovalle, ma ad un certo punto scopriamo che per risalire al Colle del Valvacin dobbiamo seguire un ripidissimo sentiero. Dopo molte soste per recuperare fiato raggiungiamo il rifugio sul colle: si chiama “El Zedron“. E qui per ritemprarci prendiamo due abbondanti porzioni di Kaiserschmarren, tipico dolce della regione, di origine austriaca, che è una specie di frittata dolce, spezzettata, servita tiepida, ricoperta di zucchero a velo, ed accompagnata da marmellata di ribes rosso e panna montata.

Lo ski-lift e la cabinovia ci riportano a Pozza: una giornata impegnativa ma da incorniciare!

Vedute di Vigo dal sentiero

Oggi una passeggiata facile lungo il sentiero panoramico che collega Pozza a Vigo di Fassa. Le vedute dei due paesi dall’alto e le vette delle Dolomiti abbelliscono il tragitto.

Vigo è nell’elenco dei Borghi più Belli d’Italia per la sua identità ladina testimoniata dall’interessante Museo Ladin de Fascia che qui ha la sede centrale (la Val di Fassa è una delle valli dolomitiche in cui abitano i Ladini, i discendenti dei Reti che popolavano una zona compresa tra l’attuale Svizzera ed il Friuli Venezia Giulia e che furono sottomessi dai Romani nel 15 a.C.) e le bellezze naturali.

Rientriamo al campeggio un po’ camminando lungo la statale e poi seguendo il sentiero che ci porta lungo il fiume Avisio.

Riprendiamo le nostre biciclette per raggiungere Moena. Diversamente dall’altro giorno quando la  pista era quasi sempre in piano, oggi il dislivello si fa più evidente e, fortunati noi, perché per noi sono soprattutto lunghe discese. Visitiamo Moena a piedi: si vedono ancora le ferite dell’alluvione del 2018, ma come le altre località visitate è evidente la sua elegante vocazione turistica.

Al teatro Navalge, nell’omonima piazza, c’è una mostra evento dedicata alla Grande Guerra: “Un percorso nella storia tra trincee, uniformi originali, cimeli, immagini, suoni, voci e ricostruzioni che vi farà entrare nella Grande Guerra 1914-1918. A cent’anni dall’evento che ha sconvolto l’Europa e provocato un’incolmabile frattura tra il mondo antico e quello attuale. Un invito a conoscere i fatti compresi tra il 1914-18, come hanno vissuto gli uomini con addosso un’uniforme: italiani, austriaci, russi, ungheresi, bosniaci, tedeschi. Un fronte lontano: montanari mandati al macello, contadini divenuti alpinisti combattenti. In Galizia e Dolomiti.” (così recita la loro presentazione). Però è lunedì e la mostra è chiusa …

Ritorniamo sulla pista ciclabile, in direzione Predazzo, fino a Forno di Moena. Ci fermiamo ad una fermata del Bike Express, il bus con il rimorchio per trasportare le biciclette che avevamo prenotato e che, insieme ad altri ciclisti, ci riporta a Pozza.

Con la navetta (che prendiamo in piazza del Comune a Fassa) andiamo a Vigo, alla stazione della funivia, che ci porterà, in pochi minuti, al Ciampedie (1998 m.s.l.; il nome è in ladino e significa “campo di Dio”), che è un pianoro in mezzo al bosco con una bella vista sulle Dolomiti di Fassa. Tante sono le persone e, sul pianoro, numerose sono le possibilità di rilassarsi e ristorarsi. Ci indirizziamo verso il rifugio Ciampedie e, dopo una breve risalita, siamo al rifugio Negritella. E’ l’inizio del sentiero n. 540, chiamato della Foresta, che insieme agli altri seguiamo. E’ piuttosto facile (ci sono anche genitori che spingono carrozzine da trekking), attraversa il bosco soprattutto a pino cembro, è tematico (ci sono molti cartelli dedicati alla natura d’alta montagna), e ci regala delle meravigliose vedute sulle guglie frastagliate e le fratture rocciose delle pareti del Larséch e dell’imponente parete est del Catenaccio.

Quando arriviamo ai rifugi della conca di Gardeccia, ci riposiamo sui prati e ci riempiamo gli occhi con lo splendido panorama. Siamo a 1949 m. s.l.m. nel gruppo del Catinaccio, fa piuttosto caldo ed il sole batte forte. Così, dopo qualche tratto, abbandoniamo il sentiero che ci avrebbe portato al rifugio Vaiolet.

Ritorniamo sui nostri passi fino al Rifugio Ciampedie e qui, piuttosto di prendere la funivia, decidiamo di seguire il sentiero n. classificato come “escursione per famigliefacile”. In realtà facile non è: spesso stretto, sempre in forte pendenza, con massi sparsi ovunque (forse portati dai temporali di questi giorni) si dimostra davvero impegnativo. Quando poi seguiamo la segnaletica per Pozza le difficoltà per noi aumentano perché si fa ancora più stretto, alcune volte è a strapiombo sul fondovalle e quando, finalmente, raggiungiamo il sentiero panoramico dell’altro giorno, tiriamo un sospiro di sollievo perché qualche pericolo l’abbiamo davvero corso.

Percorriamo a piedi un tratto della pista ciclabile per fermare negli occhi la splendido panorama della zona. L’intenzione era quella di procedere fino a Campitello di Fassa per visionare l’area di sosta campeggio, ma la stanchezza di ieri si fa sentire nelle nostre gambe, così ci rinunciamo e ritorniamo a Pozza.

Le previsioni del tempo per i prossimi giorni sono piuttosto nefaste: i siti concordano nel prevedere pioggia e temporali. Allora  decidiamo di lasciare la Val di Fassa per andare in una località di mare (e questo cambiamento sta nelle molte opportunità che il camper ti permette). E un po’ perché la conosciamo e un po’ perché le previsioni sembrano essere clementi andiamo a Sottomarina di Chioggia, nell’area di sosta “Le due Palme”, dove resteremo, mangiando pesce camminando sulla spiaggia ed in Chioggia, fino a domenica.

Ma nelle Dolomiti ci ritorneremo ..

Un viaggio in Inghilterra tra i villaggi delle Cotswolds, Bath, le contee Somerset, Devon, Dorset e la Cornovaglia

Quarta parte: attraverso le contee del Devon e del Dorset e la conclusione del viaggio

Lasciata la Cornovaglia, entriamo nel Devon e percorriamo un tratto del Dartmoor National Park. Così la presentazione del parco nel sito ufficialedartmoor.gov.uk”:Wild, open moorlands and deep river valleys, with a rich history and rare wildlife, Dartmoor is a unique place” … “Dartmoor’s moorland core is the largest open moor in southern England and a place of remoteness and tranquillity. Radiating out from the moorland core are deep river valleys cutting through enclosed farmland with distinctive field patterns and historic features which evidence our historic relationship with the land … “Granite is a strong unifying feature across Dartmoor, found forming the distinctive tors of the high moorland and as a key element in many of the features of the enclosed landscape including stonewalls, hedgebanks and buildings”.

Il parco è stato, nel corso dei secoli, fonte di ispirazioni per artisti e letterati. Tra questi Sir Arthur Conan Doyle, in quanto i paesaggi del parco fanno da sfondo ad una delle sue opere più famose “Hound of the Baskervilles”.

Raggiungiamo Princetown, sempre nella contea del Devon, che si trova ad una considerevole altezza per il luogo:  456 metri sul livello del mare. La strada attraversa un altopiano che è una spettacolare brughiera con pecore e mucche allo stato brado che spesso vengono sulla strada. Non riusciamo ad andare a Widecombe (contea del Devon) perché la strada si fa stretta. D’altro canto nel sito del parcosi può leggere “If you want to enjoy Dartmoor in your motorhome or campervan, the size of your vehicle may mean some roads are off limits because of narrow roads and small bridges.Please don’t rely on satellite navigation systems to get you to your destination, but use the helpful Coach Driver and Motorhome Guide for Dartmoor map (PDF).” Ritentiamo un’altra via, ma è tardi e ci fermiamo a Postbridge, nel parcheggio del Visitors’ Centre. Siamo nel centro del parco ed in prossimità del parcheggio c’è un pittoresco ponte in pietra di granito costruito su due pilastri centrali, che si dice risalga al Medioevo e che forse venne costruito per agevolare il passaggio dei cavalli sul piccolo fiume.

Ventesimo giorno

Restiamo nel Dartmoor Nazional Park. Ed il grande spettacolo di ieri si ripete però, questa volta, sotto un diluvio. Alla fine raggiungiamo Widecombe, che sempre sotto il diluvio, scopriamo essere un piccolo villaggio con graziosi cottage in pietra ed un’interessante chiesa dedicata a St Pancras, costruita con il granito locale in più fasi a partire dal XIV° secolo (fu pesantemente colpita da un fulmine globulare nel 1638 mentre era in corso un servizio religioso tanto che ci furono morti e feriti mentre una leggenda locale vuole che fu opera del Maligno) e conosciuta con il nome di “Cathedral of the Moors” perché piuttosto grande per un piccolo villaggio come Widecombe e per l’alta torre (circa 40 metri) visibile in lontananza.

La tappa successiva è la Buckfast Abbey, al limite dell’Exmoor National Park, nella contea del Devon. Nacque agli inizi dell’anno 1000 come abbazia benedettina, poi divenne della congregazione di Savigny, fu soppressa da Henry VIII°, rifiorì alla fine del XIX° secolo, ed ora è un centro benedettino dove una comunità di monaci oltre alla diffusione della religione cristiano-cattolica dà grande importanza all’ospitalità (dal sito “buckfast.org.uk“: “Our site includes beautiful, spacious gardens, a restaurant, multiple shops, a conference centre, a hotel plus a range of guest accommodation”). Una ospitalità che, insieme a molti turisti, anche noi cogliamo.

La giornata si chiude con la visita di Totnes, sempre nella contea del Devon, un’antica cittadina (le prime notizie risalgono attorno all’anno 1000: di quel periodo c’è un castello che fu costruito durante il regno di re William the Conqueror). Fu una ricca “market town” nel corso dei secoli XVI°e XVII° (testimonianza di ciò sono i numerosi ed eleganti edifici di chi allora era mercante) ed ora è conosciuta anche per la sua comunità New Age. La nostra passeggiata si svolge soprattutto lungo Fore Street e la bella High Street  fino a Eastgate, la porta di accesso alla città nel Medioevo (che fu fedelmente ricostruita dopo un incendio nel 1990).  Nel percorso, al n. 56 di Fore Street,  troviamo una tradizionale tea room, “Anne of Cleves”: con un bel servizio di tea, ci gustiamo una deliziosa crumble con frutti di bosco accompagnata da un buon darjeeling.

Trascorriamo una notte tranquilla nel parcheggio lungo il fiume Dart che attraversa Totnes.

Ventunesimo giorno

Siamo ancora nel Devon e visitiamo Exeter, famosa soprattutto per la sua bella cattedrale. Di lì è iniziata la nostra passeggiata: all’esterno notiamo il contrasto che contraddistingue l’edificio perché del periodo normanno rimangono le due torri del transetto, mentre l’architettura del corpo centrale è in stile gotico decorato. All’interno troviamo interessanti e pregevoli le numerose miniature, l’insolita ed unica “minstrels’ gallery” con gli angeli, scolpiti o dipinti, che suonano strumenti musicali medievali, l’orologio astronomico, il coro con la sedia vescovile e la lunga navata.

Usciti dalla Cattedrale, facciamo una breve passeggiata nella città.

Ci indirizziamo verso Lyme Regis, nel Dorset. Ci fermiamo in campeggio a Wood Farm Park. E’ sera e quando prendo qualche appunto della giornata (sono le 20,40) il cielo non sembra più esistere: tutto attorno a noi c’è un elemento grigio che tutto confonde.

Ventiduesimo giorno

Visitiamo Lyme Regis e la nostra prima tappa è un tea shop per deliziarci e riprenderci con un delizioso cream tea with clotted cream. Lyme Regis ci appare una località di vacanza, vittoriana, un po’ decaduta, in una baia della straordinaria Jurassic coast. Quando siamo sulla darsena (The Cobb), un po’ il simbolo di Lyme Regis, si accendono ricordi letterari perché nella cittadina sono ambientati “Persuasion” di Jane Austen (la scrittrice era entusiasta del luogo e vi soggiornò per due volte) ed il grande romanzo John Fowles, “The French Lieutenant’s Woman” (lo scrittore passò qui gli ultimi anni della sua vita).

La Jurassic Coast, nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, è una meraviglia geologica perché come si legge nel sito ufficiale jurassiccoast.org “ (…) a 95-mile long stretch of coastline in southern England (…) it is the only place on Earth where rocks from the Triassic, Jurassic and Cretaceous Periods can be seen in one place, representing 185 million years of Earth’s history. Within these rocks are countless stories of continents colliding, landscapes being formed and shaped by time and tide, and extraordinary creatures living, dying and evolving across millions of years, many of which we are lucky enough to discover, enjoy and study today through the fossils they’ve left behind.”

Seguiamo la strada lungo la bella costa fino ad Abbotsbury nel Dorset.   Mentre viaggiamo un altro ricordo letterario si affaccia alla mia mente: il bel romanzo storico e biografico dal titolo “Strane creature” (in lingua originale “Remarkable Creatures”) di Tracy Chevalier, ambientato a Lyme e basato sulla vita di Mary Anning, paleontologa e scopritrice di fossili e della sua amica Elizabeth Philipot che non solo sono legate da una burrasca ma intensa amicizia e scuotono le convenzioni ed i preconcetti della vittoriana Lyme,  ma trascorrono le loro giornata nella ricerca degli amati “ninnoli” della costa.

Ad Abbotsbury ci fermiamo per una breve sosta: siamo un po’ distanti dalla costa e le colline fanno da contorno al bel e tipico villaggio della campagna inglese, con cottage in pietra e tetti di paglia (per molti cottage le pietre sono quelle dell’abbazia che venne distrutta da Henry VIII° e da cui prese il nome il villaggio). Non a caso qui il grande Thomas Hardy trovò ispirazione per l’ambientazione dei suoi romanzi.

Lacciato il villaggio ci spostiamo ad Abbotsbury Swannery. In questa zona i monaci della vicina abbazia benedettina allevavano i cigni. Ed ancora adesso, su una superficie di circa 25 acri, tanti sono i cigni muti che vi abitano, che volano liberi e che condividono gli stagni con altrettante starnazzanti e simpatiche anatre (un avvertimento: il biglietto di ingresso è davvero molto caro!).

Trascorriamo la notte in un campeggio della zona.

Ventitreesimo giorno

La prima tappa è Dorchester, che come il suffisso -chester indica fu un castrum romano. Durante la piacevole passeggiata notiamo molte eleganti case risalenti al XVIII° secolo. Dorchester è la città dove visse Thomas Hardy e che spesso ricorre nei suoi romanzi. Così a piedi raggiungiamo Max Gate in Arligton Avenue per visitare la casa vittoriana da lui progettata, fonte di ispirazione ed in cui visse fino alla morte, e poi con il camper ci spostiamo di qualche miglia, a Higher Bockampton, per il suggestivo e tipico cottage, come la casa ora tra i beni del National Trust, dove nacque e scrisse i suoi primi romanzi (tra questi “Far from the Madding Crowd”, uno dei miei preferiti).

Maiden Castle, la successiva tappa sempre nel Dorset, è davvero suggestiva: sono dei contrafforti coperti da erba di un insediamento e forte risalente al’Eta del Ferro.

La giornata continua con la visita di Cerne Abbas (contea del Dorset): un tipico villaggio con numerosi cottage, elegante, con famosi pub. E con la figura in gesso di un gigante (Cerne Giant) sulla ripida collina che lo sovrasta. L’origine del Gigante, ora tra i beni del National Trust, è materia di discussione: recenti studi lo attribuiscono al periodo sassone, ma c’è chi lo ritiene la rappresentazione di Ercole o di un dio pagano della fertilità (durante una delle nostre visite di alcuni anni fa, al suo fianco, qualcuno aveva disegnato un personaggio dei Simpson: tempi moderni!).

Sherborne nel Dorset è l’ultima tappa della giornata. C’è tempo per una passeggiata: bella è la cattedrale la cui origine risale al periodo sassone, interessante la neo-classica Manor House degli inizi del XVIII° secolo, molti sono gli edifici medioevali e del periodo georgiano, costruiti con la tipica pietra locale dal colore del miele.

Per la notte, che trascorreremo tranquillamente,  ci spostiamo sotto il Corfe Castle (contea del Dorset). Il castello fu costruito da William the Conqueror, venne parzialmente distrutto durante la Rivoluzione borghese ed ora rimangono delle suggestive e romantiche rovine su una collina. Che fanno da sfondo alla nostra cena.

Ventiquattresimo giorno

Iniziamo la giornata con una breve visita non prevista a Swanage (contea del Dorset), nella punta orientale della penisola chiamata Isle of Purbeck. Facciamo una breve passeggiata e scopriamo una tipica città inglese di mare, che fiorì nel periodo vittoriano e che mantiene ancora quell’atmosfera con il suo molo ed il lungo mare.

Ritorniamo a Corfe Castle o, per meglio dire, al villaggio. Ci sono molti cottage in pietra e l’insieme è davvero bello e pittoresco.  Pranziamo con gusto nel famoso “The Greyhound Inn”. Come la sera precedente , anche la passeggiata nel villaggio ci regala delle vedute delle rovine del castello, mentre pecore e capre, di una rara razza nera, pascolano liberamente nei prati ed in mezzo alle rovine.

Lasciamo Corfe Castle e facciamo una breve sosta a Wareham sempre nel Dorset. E’ una città le cui mure risalgono al periodo sassone ed ha una piacevole camminata lungo i due fiumi che la bagnano. Ci accorgiamo però che le visite sono state tante, siamo un po’ stanchi e senza più tappe intermedie raggiungiamo Brighton, che non può non mancare nei nostri viaggi in Inghilterra. Nei suoi bric-a-brac, nel quartiere North Laine, al “Mock Turtle” con il loro delizioso cream tea , e perché no, abbandonati sulle sdraio nella spiaggia di ciottoli, concludiamo questo viaggio.

(Post scriptum. Ai nostri lettori ricordiamo che nel nostro blog possono leggere il diario di un altro viaggio nel sud dell’Inghilterra dal titolo “Attraverso il sud”)

Un viaggio in Inghilterra tra i villaggi delle Cotswolds, Bath, le contee Somerset, Devon, Dorset e la Cornovaglia

Terza parte: Cornovaglia

Undicesimo giorno

Entriamo in Cornovaglia dalla parte settentrionale di questa terra, per molti viaggiatori il prototipo della meta turistica ideale grazie alle sue meravigliose coste frastagliate, alle spiagge da sogno, al clime mite (è lambita dalla corrente del Golfo), ai pittoreschi porticcioli, ai coloratissimi campi coltivati e agli animati e molto accessoriati centri di vacanze.  E se tutto ciò non bastasse nel suo fascino c’è anche la leggenda di re Artù, la presenza di streghe,  lo spirito di indipendenza ed una lingua della famiglia celtica – il cornico o Kernewek – che si è estinta alla fine del XIX° secolo (noi abbiamo visto una lapide a Zennor al riguardo) ma che ora, però, è in via di recupero.

La prima meta è il villaggio di Boscatle (in cornico Kastell Boterel) che, purtroppo, divenne famoso nel 2004 per una devastante inondazione. La sua posizione è fantastica e tipica di molti villaggi della zona: circondato da pascoli verdissimi, si trova alla fine di un lungo fiordo che arriva al mare tra le scogliere e che ne fa un porto naturale. Facciamo una passeggiata: il villaggio, posto sotto la tutela del National Trust, ha tante graziose case, molte delle quali sono pub, negozi, bed and breakfast, e si sviluppa attorno al porticciolo. Tante sono le foto che ricordano l’infausto evento: tra queste c’è ne una che ritrae uno Sleek della Elnagh che allora era il nostro camper!

Dopo aver gustato un ottimo gelato alla fragola (uno dei migliori dei nostri viaggi fatto con il latte delle mucche dell’isola di Guersney), entriamo nel “Museum of Whichcraft and Magic”, a dir poco un insolito ed indipendente museo che raccoglie dal 1960 e nei due piani che lo compongono più di 3000 oggetti del mondo della stregoneria, della magia e dell’occulto (www.museumofwhichfyandmagic.co.uk).

Lambiamo Tintagel (Kastell Dintagell) famosa per le rovine del suo castello dove si dice sia stato concepito Re Artù (fonte: “La Storia dei Re di Britannia” di Geoffrey of Monmouth) ed in una caverna ci sia Merlino la cui voce può alle volte essere udita. A noi basta la splendida vista che ci riempie gli occhi: a picco sul mare, in cima alla scogliera.

Port Isaac (Porthysek) è la successiva pittoresca tappa. Lasciamo il camper in prossimità del porto e ci inoltriamo nei suoi tortuosi vicoli fiancheggiati da bianchi ed eleganti cottage (per chi ama le serie TV è stato la location di “Doc Martin” con il nome di fantasia di Portwenn). Bello il piccolo porto. Il villaggio è stato un porto molto attivo fino all’arrivo della ferrovia nel XIX° secolo per il commercio del carbone, del  legname, della ceramica, dell’ardesia (prodotti tipici della Cornovaglia). Da allora l’attività principale è ritornata ad essere la pesca (inizio così nel Medioevo). Ed allora non poteva mancare una cena a base di pesce. Scegliamo “The Old School Hotel and Restaurant” al numero 21 di Fore Street: è in una vecchia scuola vittoriana e ci gustiamo una cena con  gamberi, cozze, salmone, torta al cioccolato e creme brulè: tutto davvero buono.

Trascorriamo una notte tranquilla sul porto con una bella vista delle barche ormeggiate ed il garrito dei numerosi gabbiani.

Dodicesimo giorno

Iniziamo con la visita di una splendido area naturalistica posta sotto la tutela del National Trust: i Carnewas and Bedruthan Steps. E’ un tratto della costa settentrionale in prossimità di Pastow, nel passato legato alla storia mineraria della regione e poi divenuto una risorsa turistica a partire dal periodo vittoriano. Lasciamo il camper nel parcheggio e, dopo una breve camminata, come tutti i visitatori, seguendo il facile sentiero costiero verso Park Head e la piccola baia chiamata Porth Mear, restiamo affascinati  dalle vedute mozzafiato sull’oceano e sugli scogli dal colore rosso presenti nella sottostante spiaggia, sicuramente tra le più belle di tutta la Cornovaglia. Ci sono anche i gradini (Bedruthan Steps) per scendere alla spiaggia (la Bedruthan Beach, che non è del National Trust), con gli scogli, che prendono il nome dal gigante che, secondo la leggenda, li usava per camminare: sono tanti, a noi la discesa non sembra molto sicura (nel momento in cui scrivo questo articolo sono chiusi al pubblico a seguito di una frana) e così restiamo sul sentiero molto appagati di quello che vediamo.

Il resto della giornata è occupata dalla visita di località balneari, tutte fra loro vicine, famose e molto frequentate per le belle spiagge sabbiose ed il vento che regala ai surfisti esperienze uniche. Newquay è la prima,  dalla bella posizione sulla scogliera, con un rinomato Acquario e per la quale la fedele “Lonely Planet” scrive che la sua “chiassosità” ed “allegria” rimandano a “Ibiza”. Seguono Portreath, Porthowan, Saint Agnes.

St Agnes è designata come Area of Outstanding Natural Beauty: è un pittoresco villaggio, con cottage in pietra, sul pendio delle colline e lungo la strada principale, che scende ripida e raggiunge Trevaunance Cove, la spiaggia principale, racchiusa in una piccola e sicura baia.

Alla sera raggiungiamo St Ives. Ci sono molti campeggi, noi scegliamo “Ayr Holiday Park”, in Alexandra Road, per la vicinanza al centro e per la vista sulla baia.

Tredicesimo giorno

Facciamo una passeggiata lungo la costa seguendo il South West Coast Path, che con i suoi quasi 1000 chilometri è il sentiero più lungo di tutto il Regno Unito. Lo percorriamo per circa 10 chilometri fino a Zennor. Lo spettacolo che ci regala ci lascia senza parole: tante sono le piccole e racchiuse baie, molti gli scogli, l’acqua è limpidissima, la vegetazione è lussureggiante, mentre ci sono foche mollemente adagiate sugli scogli. Quando raggiungiamo il villaggio va bene dare un’occhiata alla medievale St Senara’s Church, al Wayside Folk Museum, ma quello che più conta  è l’ora passata nel Tinner’s Arms, la locanda/pub frequentata da D.H. Lawrence (ah gli studi letterari …) che qui e a Zennor visse ai tempi in cui scrisse uno dei suoi capolavori “Women in Love” (il Tinner’s Arms lo si ritrova come Tinner’s Rest nella short story “Samson and Delilah”). E a proposito del villaggio egli scriveva a ragione “At Zennor one sees infinite Atlantic, all peacock-mingled colours, and the gorse is sunshine itself. Zennor is a most beautiful place: a tiny granite village nestling under high shaggy moor-hills and a big sweep of lovely sea beyond, such a lovely sea, lovelier even than the Mediterranean… It is the best place I have been in, I think”(citato dal sito della locanda).

Terminata la visita del villaggio rientriamo a St Ives con il bus.

Quattordicesimo giorno

Lo dedichiamo interamente alla visita di St Ives. Del passato, di quando era un grande porto per la pesca delle sardine conserva molti vicoli, acciottolati e tortuosi, lungo i quali ora ci sono caffè, ristoranti, negozi, boutique e soprattutto gallerie d’arte, in una affascinante commistione tra località fulcro della vita artistica della Cornovaglia, elegantemente modaiola, e località balneare che si riempie di vacanzieri nell’alta stagione che si riversano sulle belle spiagge di Porthmeor, PorthminsterPorthwidden.

Passeggiare è indubbiamente un grande piacere. Nondimeno le visite alla Tate St Ives, un bianco edificio in cemento che si affaccia sulla Porthmeor Beach (bella la vista che si può avere della baia dall’ultima piano) e al St Ives Museum. La prima è una galleria che ospita pregevoli opere di artisti che, soprattutto, hanno trovato ispirazione e celebrato la Cornovaglia nelle loro opere. Il Museo, invece, che si trova nel vecchio quartiere di pescatori, raccoglie interessanti manufatti locali legati alla lavorazione del ferro, alla pesca e ai relitti delle navi.

Dopo aver gustato un ottimo panino con il granchio comprato in uno dei molti locali sparsi nei vicoli della cittadina (per la quantità di locali c’è solo l’imbarazzo della scelta), andiamo al porto e prendiamo una barca privata con destinazione Seal Island o Godrevy Island. Il tragitto di andata e di ritorno ci regala nuove prospettive della baia e di St Ives, mentre quando raggiungiamo l’isola vediamo, anche molto da vicino, numerose foche grigie (mentre al rientro una colonia di delfini scorta la barca).

Alla sera, per celebrare l’ultimo giorno in questa splendida località, ci regaliamo una cena a base di pesce in un ristorante della guida Michelin: il posto è elegante, i piatti ricercati e davvero molto buoni.

Quindicesimo giorno

Lasciamo St Ives e mentre percorriamo la B3306, una bella strada costiera, ci fermiamo a St Just-in-Penwith perché vediamo i cartelli di una fiera. Del paese, appunto. E’ colorata, insolita, un po’ hippy: nel giardino della chiesa e delle case private, dove veniamo accolti con molto calore, facciamo incetta di articoli che venderemo sulla nostra bancarella del mercatino e ci gustiamo un ottimo the accompagnato da fette di torta fatte in casa.

Percorriamo la A30 e, quando finisce, ci troviamo a Land’s End (Penn an Wlas o Pedn an Wlas), il capo della penisola di Penwith, il luogo più occidentale della dell’entroterra inglese (non britannico perché allora bisogna andare a Corrachadh Mòr nella Highlands scozzesi), che ha ad est il Canale della Manica e a ovest il Mar Celtico. La costa è rocciosa, ci sono i cartelli con le distanze che la separano dalla Scozia (1349 chilometri dalla punta più estrema, John o’ Goats) e dal resto del mondo, ci sono dei ricordi letterari legati ai suoi promontori (William Combe e Samuel Johnson), non mancano echi del ciclo di re Artù, ma per noi rappresenta una delusione perché è soprattutto un complesso turistico e di vacanze.

Tentiamo di raggiungere Mousehole, descritto come un pittoresco villaggio di pescatori, “uno dei centri più graziosi della Cornovaglia, con i suoi cottage dal tetto di ardesia raggruppati intorno al porto” (citato dalla guida “Lonely Planet”): tentiamo, appunto, perché le strada diventa molto stretta e siamo costretti ad invertire il senso di marcia in uno spazio ampio tanto quanto il camper (lungo più di 6 metri e mezzo e largo 2 metri e 30).

Ci spostiamo nella vicina Penzance (Pen Sans): una cittadina balneare  dove facciamo una breve passeggiata nei suoi vicoli e sul lungomare.

The Lizard peninsula è la successiva tappa con il capo più a sud della Gran Bretagna, che fu terra famosa per l’attività di contrabbando, spesso associata alla Cornovaglia, e pertanto ricca di storie di banditi che si appropriavano di barili di liquori, inutilmente contrastati dai battelli governativi. Tante sono le distese di brughiera ed indubbiamente belle le vedute sul mare, sulle spiagge, le piccole baie, la costa frastagliata e le scogliere nere.  

E’ sera quando raggiungiamo la cittadina di Marazion che si trova difronte al St Michael’s Mount: ci fermiamo lungo la strada e passiamo una notte tranquilla.

Sedicesimo giorno

La giornata si apre con la visita di St Michael’s Mount, che è in realtà un’abbazia/castello/residenza posta spettacolarmente in cima ad un isolotto, una delle attrattive turistiche più frequentate della Cornovaglia. A seconda delle marea, l’isolotto può essere raggiunto sia in barca che a piedi, lungo una strada lastricata, opportunità che noi abbiamo colto per l’andata e per il ritorno. 

Le origini dell’abbazia risalgono al V° secolo, mentre dopo la conquista normanna fu assegnata ai monaci benedettini del Mont Saint Michel in Francia. In seguito divenne una fortezza ed ora, amministrata dal National Trust, è la residenza della famiglia St Aubin che è titolare di una contratto di affitto di 999 anni e che ha in carico l’organizzazione della visita. Della visita noi abbiamo apprezzato soprattutto i giardini a picco sul mare, la chiesa abbaziale trecentesca e, degli interni, il salotto con elementi gotici e rococò e trovato interessante l’armeria.

A seguire Falmouth, una piacevole cittadina, che è un porto naturale che ebbe un periodo di grande prosperità tra il XVIII° e XIX° secolo per i traffici navali. Noi passeggiamo tra molti giovani, ammiriamo il bell’ingresso del porto, saliamo al Pendennis Castle, che è arroccato sul promontorio che domina la cittadina, che ha più di 500 anni storia (venne edificato da Enrico VIII° come il più grande di Cornovaglia) e che venne costruito, con il gemello dall’altra parte del fiume a scopi difensivi).

Lasciamo la cittadina in direzione Roseland Peninsula (nulla a che vedere con le rose, in quanto “ros” in cornico significa promontorio) per la visita di due villaggi: PortloeVeryan. Ma dobbiamo rinunciare perché sullo stradario la strada è bianca e “unsuitable for long and heavy vehicles”. E anche questa volta facciamo inversione con difficoltà.

Il tempo si mette al brutto e piove intensamente quando raggiungiamo il campeggio di fianco al Lost Garden of Heligan

Diciassettesimo giorno

Quando ci svegliamo la pioggia cade ancora molto intensamente, accantoniamo la visita del Lost Garden of Heligan e decidiamo di visitare l’Eden Project, che si presenta comeEducational charity, Social enterprise, Eco attraction, Global movement” la cui  “global mission is to create a movement that builds relationships betweenpeople and the natural world to demonstrate the power of working together for the benefit of all living things. Twenty years ago, a group of us transformed a china clay pit in Cornwall into a living theatre of plants and people. This visitor destination, cultural venue and global garden showcases our dependence on plants and demonstrates technological ingenuity and the regeneration of landscapes and livelihoods. It was our first ‘shop window’ for the future we want to make.” (citazioni dal loro sito edenproject.com).

Quando entriamo e seguiamo i percorsi a tema restiamo senza parole. Innanzitutto per l’architettura delle biosfere, alte 50 e 30 metri, che sono tra loro collegate, e che occupano la parte nord della cava: sono una struttura tubolare in acciaio autoportante, in pannelli esagonali rivestiti di una particolare polimero, alcuni dei quali apribili. Iniziamo la visita dalla “Rainforest Biome”, che contiene più di mille varietà di piante tropicali del sud-est asiatico, dell’Africa occidentale, del Sud America, una passerella con copertura per una visione dall’alto, un ponte a sospensione, una cascata, opere d’arte in legno, pitture murali aventi per oggetto le piante e loro relazione con gli umani e …molte pernici. Proseguiamo con la “Mediterranean Biome”, che è un grande giardino mediterraneo coperto nel quale sono raccolte più di 1000 varietà di piante provenienti non solo dal Mediterraneo ma anche dalla California, Sud Africa ed l’Australia occidentale e qualche scultura in legno o che ritrae il mito di Dioniso (nella parte dedicata al Mediterraneo ci scappa qualche sorriso per la scelta dei nomi per indicare vie e piazze italiani).

Un breve pranzo e poi via a visitare il Giardino esterno che occupa la maggior parte della superficie della cava e nel quale sono presenti circa 2000 specie di piante e coltivazioni, spesso accompagnate da installazioni artistiche e didattiche. La visita si chiude con “The Core”, che è lo spazio didattico, costruito in modo completamente sostenibile, e nelquale si trova “The Seed”, un macigno di granito-argenteo, che è un’installazione artistica dalla forma ovale, la cui superficie evoca la testa di un girasole. 

Ripreso il camper che avevano lasciato nel grande parcheggio esterno, abbiamo raggiunto Charlestown (Porthmeur). Che è un tipico porto cornico ossia una stretta insenatura con una spiaggia, una fila di piccole case colorate e, quando l’abbiamo visitato, un veliero (qui Tim Burton girò alcune scene di “Alice nel Paese delle Meraviglie”).

La visita di Mevagissey, un villaggio di pescatori il cui nome nasce dall’unione di due santi irlandesi St Meva e Saint Issey, chiude la giornata. Facciamo una bella passeggiata nelle sue strette vie su cui si affacciano molti ristoranti che ovviamente servono frutti di mare, raggiungiamo il porto dove sono attraccate le barche dei pescatori (in realtà i porti sono due) ed abbiamo una bella vista delle colline che circondano il villaggio.

Ritorniamo sul camper che abbiamo lasciato in un parcheggio, all’ingresso del villaggio, ceniamo e trascorriamo una notte tranquilla.

Diciottesimo giorno

Visitiamo “The Lost Garden of Heligan”. La sua storia è particolare: il giardino visse il punto di massimo splendore alla fine del novecento,  ma “only a few years later bramble and ivy were already drawing a green veil over this “Sleeping Beauty” (citato dal sito ufficiale) e la sua fine coincise con lo scoppio della prima guerra mondiale perché le maestranze lasciarono il giardino e non tornarono più. Tutto ricominciò alla fine del XX° secolo: il restauro è stato apprezzato in tutto il mondo anche se lo spazio che attualmente occupa è di solo 220 acri (ma il progetto è ancora ben lontano dalla sua conclusione).

Il nostro percorso si snoda lungo le sezioni che lo compongono: il Productive Garden, un grande orto che raccoglie 300 varietà di frutta anche antica, verdura, insalate ed arte aromatiche, che risale al periodo vittoriano ed che ora è il luogo per un ricordo di chi qui lavorò e lo fece grande; i Pleasure Grounds, per la prima volta disposti duecento anni fa, con i loro molti sentieri e le romantiche composizioni di alberi, arbusti e fiori che provengono da tutto il mondo; la lussureggiante e molto umida Jungle, una vera e propria giungla, anch’essa vittoriana (ma accresciuta da contemporanee acquisizioni), con giardini e vegetazione tropicale in cui torreggiano da banani, palme, gigantesche piante di rabarbaro, di bambù che formano dei veri e propri tunnel.

Nel pomeriggio raggiungiamo Fowe (Fowydh), un villaggio dalla lunga tradizione marinara, che si sviluppa principalmente sulla collina e attorno al porto. Noi piacevolmente passeggiamo lungo i suoi vicoli su cui si affacciano molte case bianche o dai colori a pastello, e l’atmosfera che cogliamo è elegantemente vacanziera (Fowey uno dei luoghi preferiti per il turismo estivo e per l’acquisto della seconda casa)

Trascorriamo la notte in un campeggio tra Looe e Polperro. La pioggia che ci tiene compagnia per tutta la notte cade incessante.

Diciannovesimo giorno

Ci svegliamo ed è novembre: nebbia, vento, pioggia. Facciamo la seconda doccia perché carichiamo un po’ d’acqua.Visitiamo Polperro. E’ un porto di pescatori e, dopo aver lasciato il camper all’ingresso del villaggio, insieme a molti turisti camminiamo lungo i suoi stretti vicoli. Belli i cottage attorno al minuscolo porto: un luogo davvero pittoresco!

Looe è la tappa successiva. E’ posta sull’estuario del fiume omonimo e così è divisa in due parti West and East – da sempre un po’ rivali, una “soleggiata” l’altra “danarosa” (così la fedele “Lonely Planet” ). Del passato conserva l’importanza del porto peschereccio (il secondo in Cornovaglia) e la vocazione turistica che ebbe inizio nel periodo vittoriano. E difatti nella nostra passeggiata vediamo molti pescherecci in porto, turisti in visita e case di vacanza. In un posto così non potevamo sottrarci ad un gustoso “fish and chips” che troviamo da “The Coddy Shack” in  Great Tree Farm (coddyshack.com).

Terminata la visita ci spostiamo a Cotehele (Koesheyl) House, vicina alla cittadina di Saltash, il cui parcheggio raggiungiamo prendendo la A390: è una residenza nobiliare del periodo Tudor, con radici medievali, che non ha subito molte modifiche posteriori (un raro esempio da questo punto di vista), di proprietà del National Trust. Troviamo interessante la visita dei suo interni per l’antica Great Hall, la presenza di numerosi arazzi, mobili, armature ed armi e della Cappella , sul alto occidentale della Hall Court, collegata all’edificio principale da un passaggio che conduce alla sala da pranzo, che è una delle parti più antiche della residenza e che contiene un originale orologio del periodo Tudor ancora in funzione. 

Gli esterni si estendono per 1300 acri e sono percorsi da numerosi sentieri tra boschi, rovine industriali, fattorie. Noi visitiamo i bei giardini con molti fiori e frutteti.

Con la visita di questa residenza si conclude la nostra permanenza in Cornovaglia e la terza sezione del diario di questo viaggio.

Un viaggio in Inghilterra tra i villaggi delle Cotswolds, Bath, le contee del Somerset, Devon, Dorset e la Cornovaglia

Parte seconda: verso la Cornovaglia

Sesto giorno

Prima di uscire dall’area delle Cotswolds ci fermiamo a Lacock nel Wiltshire, una delle sei contee che includono le Cotswolds. Il villaggio è posto sotto la tutela del National Trust dal 1944 e, non a caso, si presenta come la quintessenza del villaggio inglese, pressoché incontaminato da circa 200 anni (peccato però per le auto dei residenti che abbiamo trovato un po’ dappertutto). Ci sembra di essere tornati indietro nel tempo: lungo le strade sono davvero tante le belle case a graticcio; c’è una interessante Residenza che in origine era un’abbazia con chiostro, che è stata la location di alcuni importanti film (tra cui tre della saga di Henry Potter) ed è sede di un museo delle origini della fotografia dedicato a William Henry Fox Talbot che qui visse; una chiesa dedicata a San Cyriac del XIV° secolo; un medioevale granaio, un “tithe barn”, dove venivano raccolte le decime dei contadini,  e … tanti negozi, tea/coffee shops, ristoranti.

Lasciato il villaggio, siamo ancora nel Wiltshire e sul confine delle Cotswolds, e facciamo una sosta a Bradford-on-Avon.  E’ un’incantevole cittadina che si sviluppa dalle sponde del fiume Avon sulla collina. Per apprezzare appieno la vista iniziamo la nostra visita dal vecchio ponte nel centro storico con le arcate risalenti al XIII°. Continuiamo lungo il fiume dove si possono ancora vedere le fabbriche tessili che, nel XVII° resero famosa la cittadina, mentre sulla collina ci sono ancora le case che furono abitate dai tessitori (ora sia le fabbriche che le case sono diventate negozi, bar, ristoranti e luoghi di accoglienza turistica). Sempre lungo il fiume vediamo un granaio per la raccolta delle decime. In Church street, davvero interessante, anche perché una delle poche ancora esistenti, ammiriamo l’antica chiesa in pietra dedicata a San Lorenzo, risalente al periodo anglo-sassone e rimasta praticamente intatta dal momento in cui fu costruita.

Mentre passeggiamo la fame ci attanaglia e così scopriamo la casa di Mr Salvat, o meglio Mr. Salvat’s Coffee Room, nella Town House St Margaret’s Street; in una stanza arredata come se fosse abitata da una nonna inglese (e va beh i luoghi comuni…), abbiamo mangiato degli ottimi dolci casalinghi e bevuto uno squisito the da lui miscelato. (Nel viaggio con destinazione Galles, che abbiamo pubblicato nel nostro blog con il titolo: “Un viaggio nella terra del dragone, del porro e del narciso”, abbiamo scoperto un altro eccellente posto per deliziarsi con un ottimo cream tea, immergersi e coccolarsi in un’atmosfera “olde England”: è il The Bridge Tea Rooms, al 24a di Bridge Street).

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo un campeggio vicino a Bath, che è nella contea del Somerset: c’è tempo per fare il bucato e lavare il camper (eh sì viaggiare in camper è anche questo).

Settimo giorno

Dedichiamo l’intero giorno alla visita di Bath, che è, meritatamente, una delle destinazioni preferite per chi visita il Regno Unito. Costruita su sette colli come Roma, che si fanno sentire durante la nostra passeggiata, dichiarata dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, Bath conserva grandi testimonianze storiche.

La nostra visita non poteva che aver inizio dalle Terme Romane, ora un Museo,  (Roman Bath Museum) che risalgono alla fondazione della città (circa 2000 anni fa) da parte dei Romani e che sfruttano tre sorgenti calde (l’acqua è ad una temperatura costante di 46 gradi). Tra i molti turisti, con l’audioguida, la nostra visita ha inizio con il  maestoso complesso del Great Bath, poi camminando sopra un passaggio sopraelevato che ci permette di vedere la pavimentazione romana e seguendo una serie di passaggi e camere costruite sotto l’attuale livello stradale visitiamo altri bagni (il più interessante è il King’s Bath, del XII° secolo, costruito attorno alla fonte originaria, dalla quale sgorga tuttora la grande quantità d’acqua che riempie la piscina), vediamo il sistema di riscaldamento e le rovine di un tempio

Lasciato il Museo, ci indirizziamo verso la vicina Cattedrale. Subito la nostra attenzione è attirata dalla facciata occidentale per la grande quantità di statue di angeli che salgono e scendono da scale in pietra in ricordo di un sogno fatto dal suo fondatore, il vescovo Oliver King (la Cattedrale fu costruita tra il 1499 ed il 1616). All’interno un’altra meraviglia ci colpisce: sono le volte a ventaglio della navate aggiunte nel XIX° secolo. Molte sono le tombe (per la guida la cattedrale è seconda solo alla Westminster Abbey): tra queste notiamo quella del famoso “dandy” Beau Nash, un “arbiter elegantiarum” morto a Bath nel 1762 e di Isaac Pitman, che nell’ottocento elaborò un suo sistema stenografico.

Usciti dalla Cattedrale, ci imbattiamo in alcuni busker, di cui Bath va molto fiera, che ci intrattengono con i loro concerti. E con la loro musica nelle orecchie ci ritroviamo a passeggiare tra le maestose testimonianze del periodo georgiano e della sua architettura, caratterizzata da elementi classici, regolarità, equilibrio e simmetria. Iniziamo dal Royal Crescent (1767-1774), una struttura semicircolare di case a schiera che si proiettano su di un prato privato. Ci spostiamo a est lungo Brock Street raggiungiamo il Circus, un insieme di case disposte ad anello, abitate da alcuni personaggi famosi (Thomas Gainsborough, David Livingstone tra questi), con a sud un Georgian Garden, che fu luogo di passeggio per chi abitava nella zona (e leggiamo che i sassi presero il posto dell’erba per non sporcare gli abiti delle signore). La visita della Bath georgiana si conclude nelle Assembly Rooms (inaugurate nel 1771), il luogo in cui le persone si riunivano per ballare, bere il the, giocare a carte, ascoltare gli ultimi successi du musica (nel seminterrato c’è anche un Fashion Museum).

Infine una nota letteraria per chi, come lo scrivente, ama la letteratura inglese. Bath è la città di Jane Austen: qui la scrittrice visse per alcuni anni e spesso ci ritornò; fu, per larga parte, l’ambientazione di due dei suoi romanzi (“Persuasion” e “Northinger Abbey“) e molti dei suoi personaggi sono di quel mondo che ora noi visitiamo quando ci muoviamo nella Bath georgiana.

Ottavo giorno

Appena lasciata Bath, attraversiamo le Mendip Hills (o più comunemente Mendips), una catena di colline in pietra calcarea, classificata come “Area of Outstanding Natural Beauty”. Anche se la più alta raggiunge l’altezza di non più di 300 metri, i rilievi si innalzano bruscamente e sono percorsi da selvagge e profonde gole, che improvvisamente incontriamo lungo la strada. Nel nostro percorso vediamo mucche e pecore al pascolo nei prati verdi e qualche cava di di pietra che macchia un po’ il territorio (storicamente la zona è famosa per le miniere di piombo e di carbone ora non più in uso e, appunto, le cave, con la cui pietra è stata costruita, tra le altre, Bath). E mentre guido altri ricordi letterari salgono alla mia mente perché le colline sono intimamente legate a Thomas Hardy e ai suoi romanzi.

Raggiungiamo Wells, che si trova all’estremità meridionale delle Mendip Hills, e che si fregia d’essere la più piccola città di Inghilterra. La città è un gioiello medioevale. Il primo sito della nostra visita è la Cathedral Church of St Andrew, un capolavoro del gotico primitivo inglese, costruito tra il 1180 ed il 1508. All’esterno restiamo colpiti dalle numerose sculture (più di trecento, di cui solo una – quella di Cristo – non è originale) della facciata orientale. Non meno ricco l’interno: la navata è separata dal coro da un’imponente coppia di archi contrapposti; il coro è contornato da sette interessanti effigi di vescovi; nel transetto c’è un meraviglioso orologio meccanico della fine del XIV° secolo; elegante è la Lady Chapel nell’estremità orientale dell’edificio; magnifica infine la Chapter House.

Wells Cathedral

La Cattedrale è l’elemento centrale di un complesso di edifici ecclesiastici: il Bishop’s Palace, circondato da un fossato e da imponenti mura difensive, con splendidi giardini risalente al XII° secolo; l’Old Deanery del XV° secolo; il Vicar’s Close, considerata nelle guide “la più antica strada medievale completa di tutta l’Europa”, lastricata e fiancheggiata da case tutte uguali del XIV° secolo, oggi abitate dai componenti del coro della cattedrale; il Penniless Porch, che è un porta cittadina del XV° secolo, dove un tempo si radunavano i mendicanti per chiedere l’elemosina e che conduce alla Market Place.

Vicar’s Close e Wells Cathedral

Prima di lasciare la città ci fermiamo in un negozio per acquistare una sostanziosa fetta di Cheddar Cheese, una dei formaggi inglesi più conosciuti ed apprezzati, che si produce nella zona sin dal medioevo: di latte vaccino, a pasta dura, piccante e friabile, dal forte sapore: per noi una squisitezza!

Rientriamo nella contea del Wiltshire per visitare Stourhead, vicino al villaggio di Mere, di proprietà del National Trust. Più che sulla casa costruita agli inizi del ‘700 ed i suoi interni (apprezziamo soprattutto mobili in stile chippendale ed alcuni dipinti), la nostra visita si incentra sugli splendidi e grandi spazi esterni (è una tenuta di più di 1000 ettari). Che  sono caratterizzati da una raffinatissima architettura paesaggistica ottenuta grazie all’intervento umano che ha modificato l’ambiente naturale e gli ha dato ordine, equilibrio e simmetria e che noi apprezziamo seguendo il sentiero che si snoda tra prati, piante secolari e il lago, e lungo il quale ci sono templi, un obelisco, la King Alfred’s Tower, costruita sul confine delle due contee e da cui si ha un ottimo panorama della tenuta.

Vista del parco di Stourhead

Facciamo due brevi soste, non particolarmente significative,  a Yeovil e Taunton, quest’ultima il centro amministrativo del Somerset, attraversiamo le Quantock Hills, che sono delle ondulate collina di arenaria rossa, un “romantico paesaggio” apprezzato dal poeta S.T. Coleridge negli anni in cui visse in uno dei villaggi della zona e, in tarda serata, arriviamo a Dunster. Siamo sotto un diluvio quando raggiungiamo il parcheggio all’ingresso del villaggio: siamo in due camper, in una scomoda posizione in quanto i posti che occupiamo sono in forte discesa, l’intensa pioggia che non molla, sarà perché siamo stanchi, ma passiamo una notte tranquilla.

Nono giorno

Quando ci svegliamo, il diluvio continua. Decidiamo di rimandare la visita di Dunster e ci rimettiamo in marcia. 

Siamo nella parte orientale dell’Exmoor National Park, un’area protetta, dal 1954 parco nazionale, nelle contee del Devon e, soprattutto, del Somerset, che si estende dall’interno alla costa. Nel loro sito (http://www.exmoor-nationalpark.gov.uk)  si può leggere che “We are recognized as one of the best locations for walking in Europe and have road cycling good enough to host the Tour of Britain.  Feel the open space of our heather topped moorland, catch a glimpse of wild red deer or iconic Exmoor ponies, explore our mysterious and very special woodlands, find your new favourite village pub, or marvel at a unique landscape shaped by people and nature over thousands of years.” Le tappe del nostro viaggio non ci permettono alcuna sosta per godere delle sue bellezze, certo però che i prati ricoperti d’erica, i boschi, la verde e lussureggiante vegetazione ci rimangono negli occhi.

Attraversiamo il grazioso villaggio di Porlock, entriamo nella contea del Devon e raggiungiamo Lynmouth percorrendo una strada privata. Il villaggio si trova alla fine di una gola e nel punto in cui il fiume West Lyn entra nel mare: un pittoresco porto, luogo di pescatori, di cottage, e dedito al turismo di massa 

Lynmouth

In cima alla scogliera rocciosa c’è un altro villaggio: Lynton. Per raggiungerlo prendiamo la Cliff Railway composta da due carrozze unite da un cavo di acciaio che salgono e scendono lungo il pendio a seconda della quantità d’acqua contenuta nei loro serbatoi: un affascinante capolavoro di ingegneria che funziona dal 1890. Il villaggio ci appare aristocratico, una equilibrata composizione in cui elementi vittoriani si uniscono ad altri del turismo di oggi.

Terminata al visita ai due villaggi, ritorniamo a Porlock  seguendo una diversa strada: non è privata, ma con una pendenza superiore al 20%: pur utilizzando il freno motore, i freni del camper si surriscaldano così ci fermiamo in uno spazio ai margini della strada e con qualche difficoltà alla fine parcheggiamo sul porto di Porlock (riferimento Porlock Weir, nella parte ovest del villaggio), dove passeremo una notte tranquilla.

Il villaggio è davvero incantevole: da un parte ci sono le ripide colline dall’altra il mare, tipicamente inglese è la via centrale e tanti sono i cottage con i tetti in paglia. Nella nostra passeggiata vediamo il negozio di Miles Tea & Coffee Shop, Porlock Roastery, nella High Street: sono attivi dal 1888 e nel loro sito dichiarano che “every day we taste, roast and blend our products” (…) “combining the modernity of today’s taste of the art of coffee (…) to the use of traditional methods for blending and tasting”. Noi che amiamo il the e dopo aver gustato una loro miscela a Lynton il giorno dopo abbiamo fatto dei grandi acquisti.

Decimo giorno

La prima tappa è Selworthy, un caratteristico e bel villaggio del National Trust, a circa 4 chilometri a sud-est di Porlock. Si compone di un insieme di cottage le cui pareti sono costituite da un materiale edile formato da paglia e fango, con i tetti ricoperti di canne.  C’è un tea shop in uno dei cottage: mentre beviamo un ottimo the accompagnato da una fetta di dolce, conversiamo con chi ci serve e veniamo a sapere la durata delle canne che coprono il tetto (qualche decennio), la quantità dell’umidità che sale dal terreno (tanta), la possibilità di passarvi le vacanze (bella opportunità per un periodo “far from the madding crowd”).

Ritorniamo a Dunster. Tipicamente medioevale, il villaggio è davvero molto interessante da un punto di vista architettonico e per delle testimonianze del passato: c’è un castello, imponente ed in pietra color ruggine, sulla collina che domina il villaggio, un insolito ponte medioevale in pietra per il passaggio dei cavalli da soma, una colombaia in pietra del XVI° secolo, un mulino ad acqua, un granaio per le decime, un mercato dei filati dalla strana forma ottagonale, la St George’s church del XV° secolo, strade lastricate, la High street, cottage con tutti in paglia e rose sulle pareti.

Clovelly è la successiva tappa. Il villaggio è privato (il proprietario vive in una grande casa che sovrasta il villaggio), l’ingresso è a pagamento e si compone di cottage dal colore bianco e si sviluppa sulle scogliere che scendono al porto. C’è una via centrale, molto ripida, che insieme ai molti turisti discendiamo, lungo la quale ci sono negozi, ristoranti, coffee/tea rooms e pub, e che termina nel piccolo porticciolo. Lungo questa via, che è chiusa al traffico veicolare,  vengono trasportati le merci alle varie abitazioni e, se nel passato venivano usati gli asini, ora il trasporto avviene mediante speciali slitte. Per conoscere la storia del villaggio, facciamo una piccola deviazione ed entriamo nel “Fisherman’s cottage & Kingsley’s Museum”, un  museo che raccoglie fotografie ed oggetti dei pescatori che qui vissero la loro vita (nel XIX° secolo era un importante porto peschereccio per le aringhe, mentre ora le pesca continua ma su scala ridotta).

Continuiamo senza meta nei vicoli del villaggio ed abbiamo sempre più modo di apprezzare l’incantevole posizione del villaggio ed i suoi bianchi cottage, molti  dei quali abbelliti da vasi con fiori (nei nostri viaggi in questa parte dell’Inghilterra ci siamo ritornati più volte e la bellezza del villaggio è rimasta tale sia sotto sole che sotto una forte pioggia). Visitiamo anche il “Clovelly Court Gardens”, un tipico esempio di un “walled kitchen garden” del periodo vittoriano.

Alla sera ritorniamo il parcheggio prospiciente il centro visitatori e qui passiamo una notte tranquilla.

Undicesimo giorno

Ci spostiamo sulla costa e raggiungiamo Hartland Point, che è sulla punta dell’omonimo promontorio. C’è anche un faro bianco costruito alla fine del XIX° secolo: un panorama che più volte abbiamo visto ed ammirato nei nostri viaggi nel nord dell’Europa: le scogliere, il vento, il frangersi del mare, la schiuma bianca delle onde ed il volo degli uccelli marini.

Hartland Point con il faro

Lasciata la costa ci dirigiamo verso l’interno e ci fermiamo a visitare Hartland Abbey (www.hartlandabbey.co.uk). In realtà non si tratta più di un’abbazia (fu soppressa da Henry VIII° ai tempi della soppressione dei monasteri), ma una casa privata (fu dal Re assegnata al responsabile delle sue cantine ed ora è di proprietà della famiglia Stucley) che si presenta come una “18th-century country house & gardens”.

Noi passeggiamo nel  bog garden (ed ovviamente ci infradiciamo le scarpe),  nei walled garden (belli sotto il sole), nella bushery, ci colpiscono le molte varietà ed i colori delle ortensie, ma ci sono anche rododendri, azalee, camelie, magnolie e nei prati troviamo piume di pavone ed i loro possessori, mucche, asini e pecore nere. Mentre nella casa troviamo interessante gli affreschi, gli antichi documenti, molti dipinti di grandi maestri inglesi porcellane cineserie che sono acquisizioni di chi ha abitato in questa casa nel corso dei secoli, ed una mostra fotografica del periodo vittoriano ed edoardiano.

Il giorno non è ancora finito, la tappa successiva sarà in Cornovaglia, che sarà l’inizio alla terza parte di questo diario.  Ma prima di chiudere due località in cui ci siamo fermati in altri soggiorni in questa parte della Gran Bretagna e che per noi meritano assolutamente una una visita.

Frome, a 13 chilometri da Bath, nella contea del Somerset: giudicata dal “The Times” come uno “dei migliori posti dove vivere in Gran Bretagna”. La cittadina, una tipica market town del Somerset sin dal Medioevo, ha un ricco, vivace e gradevole centro storico, caratterizzato da edifici storici, interessanti negozi di artigiani ed artisti locali, e, nei frequenti giorni di mercato,  da molto bancarelle con prodotti del territorio, oggetti retro, vintage e per collezionisti, e dalla presenza di molti artisti di strada che intrattengono i visitatori.

Glastonbury, che si trova nel distretto delle Mendip Hills, nella contea del Somerset. Una cittadina per noi curiosa ed interessante da visitare per la sua dimensione spirituale, mistica, di centro alternativo, culla della cultura New Age (qui tutto iniziò con la Summer of Love e la generazione hippy).  La leggenda narra che Giuseppe di Arimatea seppellì il Santo Graal nel terreno su cui oggi si trovano le rovine dell’Abbazia e che, sempre in questo terreno, fossero stati sepolti re Artù e Ginevra (nel Medioevo fu trovata una tomba con gli scheletri di una coppia, mentre ora il sito della presunta sepoltura è segnato sull’erba). La leggenda di Re Artù continua con la Glastonbury Tor, una altura con i resti di una torre,  posta ai margini della città ed identificata come la Isle of Avalon, il luogo dove il Re venne portato quando fu ferito a morte dal nipote Mordred ed in cui egli dorme in attesa del richiamo del suo paese (in realtà ci sono altre leggende celtiche ad essa collegata; fu anche meta di pellegrinaggi nel Medioevo perché sulla sua sommità esisteva una chiesa – di qui la torre – e due nodose querce, dal nome di Gog e Magog, che s’incontrano nel percorso verso la Tor, si dice siano quello che rimane di un viale cerimoniale).

Nelle nostre passeggiate senza meta nella città abbiamo incontrato templi intitolati a varie divinità, sopravvissuti e convinti hippy, qualche sciamano, negozi pieni di magliette decorate con la tecnica del “tie-dye“, udito il rullare di tamburi o di campane tibetane che sono parte di qualche mistico rito, ammirato edifici dai colori sgargianti, gustato qualche buon piatto e dolce biologico in caffé con divani in pelle (ovviamente vecchia), tavoli in legno, lavagne con i menù appesi alle pareti, tante piante in vaso. 

Glastonbury è anche legata al festival che ebbe inizio nel 1970, il “Glastombury Festival of Contemporary Performing Arts“. In realtà si svolge a Pilton, distante una quindicina di chilometri ed è una composita manifestazione di musica (con grandi artisti), teatro di strada, danza e, ovviamente, fiere ed iniziative ecologiche e spirituali.

Un viaggio in Inghilterra tra i villaggi delle Cotswolds, Bath, le contee Somerset, Devon, Dorset e la Cornovaglia.

Prima parte: le Cotswolds

Le Cotswolds sono una vasta area collinare, compresa tra sei contee, ad un centinaio di chilometri ad occidente da Londra e vicina a Oxford, dal 1966 classificata come Area of Outstanding Natural Beauty per il fascino, la bellezza e l’unicità del paesaggio. Ha anche un’importante valenza storica perché nel Medioevo divenne ricca e famosa per il commercio della lana: molti dei proventi vennero investiti nella costruzione di chiese  – le wool churches – e nelle abitazioni di allora tuttora esistenti. Ora invece è una zona di seconde case e di chi è alla ricerca del “buen retiro”. O di chi, come noi, è innamorato del Regno Unito, perché le Cotswolds sono una delle zone più tipicamente inglesi, con i suoi numerosi e pittoreschi villaggi, le case in pietra di provenienza locale, calcarea e dal bel colore dorato, i cottage che un tempo erano abitati dai tessitori, i giardini in fiore che sono una variopinta tavolozza di colori, le colline ondulanti percorsi da una fitta rete di sentieri, le grandi residenze storiche con i loro immensi parchi popolati da animali.

Primo giorno

Dopo essere arrivati con il traghetto a Dover, l’incantevole Rye, per una breve passeggiata lunghe le sue vie acciottolate risalenti al Medioevo e per un primo corroborante cream tea con clotted cream, e l’universitaria Oxford sono state le due tappe di avvicinamento alle Cotswolds.

E’ una tarda serata di luglio quando raggiungiamo la storica Woodstock (il primo insediamento risale al periodo Sassone ed il suo territorio è indicato nel Domesday Book), posta al limite delle Cotswolds. In un parcheggio, in prossimità della stazione di polizia, trascorriamo la notte.

Secondo giorno

Si apre con la visita al Blenheim Palace. E’ un imponente palazzo, costituito da un blocco principale con gli appartamenti stato ed il piano nobile, affiancato da due blocchi laterali di servizio, con grande parco sviluppato anche su disegni del grande paesaggista “Capability” Brown e dei giardini, costruito agli inizi del XVIII°. Il Palazzo, che è residenza di famiglia, mausoleo e monumento nazionale, è da sempre collegato al casato dei Churchill (qui nacque e visse Winston Churchill) e dal 1987 è nell’elenco dei patrimoni mondiali dell’umanità dell’Unesco.

La nostra visita ha inizio dagli interni: l’arredamento è sempre elegante e sfarzoso, gli spazi sono ampi e spettacolari, talvolta un po’ teatrali; i vari salotti, le sale di rappresentanza, lo studio, il salone dei ricevimenti, la cappella, la biblioteca, le opere in muratura ed in legno, i quadri, le decorazioni pittoriche, i ricchi arazzi illustrano il gusto e lo stile dei vari abitanti, la loro ricchezza e potenza.

Una volta usciti, nuovamente ammiriamo la facciata, molto composita, con tante e ricche (anche in oro 24 carati) decorazioni e statue, di chiara ispirazione eclettica, con molti rinvii all’architettura inglese. Non mancano la scalinata, il colonnato, il portico e le torri.

Entriamo nel parco, a nord del Palazzo (bellissima la vista che si ha dal Colonnato): il genio di Brown si vede nella quantità degli alberi piantati, nella creazione del grande lago e nella costruzione di un paesaggio che sembra assolutamente naturale. E mentre passeggiamo raggiungiamo la Colonna della Vittoria, con una statua in bronzo del primo duca,  e superiamo il Grande Ponte che attraversa il lago.

Lasciamo il Palazzo ed iniziamo la visita della cittadina. Che per noi è un piacevole introduzione alla zona perché riunisce tutti gli elementi che la rendono una delle più tipiche di tutta l’Inghilterra: ci sono cottage ricoperti di piante rampicanti, eleganti case in pietra, con facciate in stile georgiano, tetti dalla strana forma, gallerie d’arte e negozi di antiquariato, buoni coffee shops, una chiesa, la St Mary Magdalene Church, che conserva la facciata normanna, con un orologio musicale ed una interessante raccolta di inginocchiatoi con tessuti ricamati a mano (per non parlare dei due musei, dedicati alla storia, all’arte e al patrimonio militare della zona).

Terminiamo la visita nel tardo pomeriggio, torniamo sul camper e restiamo per la notte nel parcheggio di Woodstock.

Terzo giorno

Witney è la prima tappa. Raggiungiamo, tra molto traffico, il centro della cittadina che è una grande piazza, con un prato centrale (Wood Green), attorno al quale ci sono delle belle case in pietra appartenute ai ricchi mercanti della lana,  la wool church dedicata a St. Mary the Virgin, l’ospizio di carità ed il mercato coperto. A piedi percorriamo l’elegante High Street: all’inizio c’è la Butter Cross (del sedicesimo secolo, ora una specie di torretta con orologio), anche qui belle case,  un settecentesco palazzo in stile barocco (Blanket Hall) che rinvia al fiorente periodo dell’industria laniera quando si producevano le coperte per cui la cittadina era famosa, ed il Victorian Corn Exchange.

Le altre tappe del giorno sono:

Minster Lovell: un incantevole villaggio, per noi uno dei più belli che abbiamo visitato. Si sviluppa su un lieve pendio che scende verso il tortuoso ruscello (Windrush). Il tempo sembra essersi fermato: i cottage sono in pietra, tutti con il tetto fatto con paglia e stoppie, e sono raggruppati attorno al vecchio pub. Un mulino lungo il ruscello e le rovine di una residenza quattrocentesca  (Minster Lovell Hall) sono altri due gioielli di questo splendido villaggio;

Burford: il villaggio si sviluppa lungo la via principale che dal ponte medievale sul Windrush sale su una ripida collina. Lungo la via (purtroppo però il traffico veicolare disturba non poco la visita) e nei tranquilli vicoli laterali ci sono cottages in pietra, tipiche town houses, e residenze di epoche elisabettiana e georgiana. La wool church è dedicata a San Giovanni Battista, con la torre normanna sormontata da un campanile, un interno con un soffitto con volta a costoloni e balaustre medievali che dividono le cappelle. Un altro sito di interesse in High Street è la Tolsey House, la Casa del dazio, dove si riunivano i ricchi mercanti dell’industria della lana, ora un museo che illustra le varie attività economiche che hanno fatta ricca questa zona;

Chipping Campden: un’altra perla, un villaggio che è una magnifica testimonianza di come era la vita in questa zona durante il Medioevo. La High Street che l’attraversa forma una grande curva e lungo il suo tratto e nelle piccole strade laterali ci sono, intatti, antichi cottage in pietra, locande e storiche dimore. Con i cottage in High street, ammiriamo la seicentesca Market Hall, per i suoi timpani e l’elaborato tetto, la wool church, quattrocentesca e dedicata a St James, in gotico perpendicolare e l‘immancabile torre, e nella vicina Church Street, le Case di carità del seicento, il Court Barn, un museo dedicato ad artisti ed artigiani del luogo legati al movimento Arts and Crafts, e ciò che rimane di una residenza, Campden House.

Quando visitammo il villaggio era luglio e quindi ci perdemmo una delle sue attrattive: i Cotswolds Olimpic Games, delle olimpiadi ante-litteram, iniziate nel 1612, citate da Shakespeare nella commedia “Le allegre comari di Windsor”, in cui valenti e coraggiosi atleti partecipano a stravaganti gare quali il calcio negli stinchi, il lancio degli stivali,  la corsa nei sacchi, l’arrampicata sul palo della cuccagna (per saperne di più il sito è: olimpickgames.co.uk).

E per chi, rispetto a noi, avesse più tempo delle due ore che noi qui trascorremmo, da non perdere è l’Hidcote Manor Garden, a circa quattro chilometri dal villaggio, un raffinato giardino, tra i più bei esempi di architettura del paesaggio di tutta l’Inghilterra;

Broadway: un altro bel villaggio, con tante sale da the, negozi di antiquariato, galleria d’arte, per noi dal sapore aristocratico, con tanti cottage in pietra dal colore dorato. E’ l’ultima tappa della giornata ed in un parcheggio trascorriamo una tranquilla notte.

Quarto giorno

Iniziamo con la visita di Winchcombe: una cittadina dal prestigioso passato, ora testimoniato dalle belle case a graticcio bianche e nere e dai cottage lungo soprattutto Vineyard Street e Dents Terrace. Bella la St Peter’s church, una wool church abbellita, all’esterno, da numerose e raffinate gargoyles. Purtroppo l’umidità e la pioggia dei giorni della nostra visita hanno reso il sentiero, di circa 4 chilometri, che conduce a Belas Knap troppo fangoso e molto scivoloso e così abbiamo dovuto rinunciare alla visita di questo sito che è una camera funeraria di epoca neolitica (una delle meglio conservate del Regno Unito) e che offre una dei più bei panorami della regione. Un valido motivo per ritornare in questa cittadina! (Ma nella nostra visita mancano anche le rovine della cistercense Hailes Abbey ed il Sudenley Castle, una delle residenze preferite dalle due famiglie reali, Tudor e Stuart).

Case a Winchcombe

Segue Stow-on-the-Wold. Il centro della cittadina è la grande piazza del mercato che, come i vicoli che da essa si irraggiano, presenta begli edifici in pietra dal colore del miele, negozi di antiquariato, boutique, gastronomie, sale da the. Ma tante sono le automobili ed i turisti dei viaggi organizzati (Stow è crocevia e luogo di sosta per chi viaggia in questa terra sin dai tempi della presenza dei Romani). Ed allora ci rifugiamo in una sala da the ed apprezziamo la qualità di un Cotswold garden afternoon tea composto da sandwich al prosciutto, una fetta di Victorian cake, un cream tea with clotted cream.

Nel primo pomeriggio arriviamo a Bourton-on-the-water. Restiamo colpiti dalla quantità di persone che passeggia nei vicoli della cittadina, che è seduta nei numerosi bar e coffee/tea rooms, che si da allo shopping nei numerosi negozi, che prende il sole sui prati lungo il Windrush, che, tra molte anatre e germani,  si bagna i piedi nelle cristalline acque del ruscello e che si diverte sui ponti che l’attraversano. Perché il villaggio è sì bellissimo, ma si è votato al turismo di massa che percorre le Cotswolds (non poteva mancare l’appellativo di “Venice of the Cotswolds”).

Ed allora ci indirizziamo verso le Slaughters, Lower e Upper , che attirano anch’essi molti visitatori, ma che hanno mantenuto il fascino intatto dell’essere villaggi medievali. Il toponimo è deriva da un termine dell’inglese antico che significa palude, ma ora il fiume, il serpeggiante Eye che li attraversa, è canalizzato. Li raggiungiamo camminando lungo un sentiero che parte da Bourton e che attraversa i campi dove placide mandrie di bovini sembrano, con noncuranza, guardare i passanti.  Lower Slaughter, che raggiungiamo in circa mezz’ora, ha begli edifici, una residenza aristocratica del seicento (ora prestigioso albergo), ed un vecchio mulino. Un altro chilometro e mezzo, sempre attraverso i campi, e raggiungiamo Upper Slaughters: incantevoli sono i cottages, con i loro giardini, dove i fiori e le piante sembrano crescere casualmente ma, in realtà, con un ordine preciso, e la villa padronale.

Quando rientriamo a Bourton-on-the-water il pomeriggio sta finendo e molti turisti hanno lasciato il villaggio. E’ il giusto tempo per la visita e davvero splendide sono le tipiche case in pietra dal colore del miele,  pittoreschi sono i cinque ponti in pietra locale che attraversano il Windrush, bella, per gli splendidi scorci che ci regala,  è la camminata lungo il passaggio pedonale che unisce ponti, interessante, per il suo stile composito, la chiesa parrocchiale.

E’ ormai sera, ritorniamo sul nostro camper, che avevano lasciato nel parcheggio di un supermercato all’ingresso del paese, e trascorriamo una notte tranquilla.

Quinto giorno

Si apre con la visita di Bibury. Venne definito da William Morris come il “the most beautiful village in England”, giudizio riconfermato anche ai giorni nostri , tra gli altri, dall’Huffington Post website che lo include nella lista “The Most Charming Towns In Europe You’ll Want To Visit ASAP”. Mentre lo visitiamo, non possiamo che confermare: nella straordinaria Arlington Row, forse una delle vie più fotografate del Regno Unito, c’è una fila di meravigliosi cottage che si affacciano lungo il fiume Coln che attraversa il villaggio. La loro costruzione risale al XIV° secolo e da magazzini per la lana dei monaci della zona sono stati trasformati nel XVII° secolo in abitazioni per tessitori, mentre ora sono occupati da abbienti famiglie sicuramente amanti della tradizione inglese. Ma Bibury non è solo Arlington Row: nella nostra passeggiata tra un dedalo di vicoli ammiriamo un seicentesco mulino dove venivano asciugati i tessuti qui prodotti, Arlington Mill, che oggi funge da ricovero per animali, la Church of St Mary, con elementi architettonici risalente al periodo sassone ed ai secoli XII° e XIII° secolo, altri splendidi cottage costruiti dietro Arlington Row, vari edifici in pietra, e … molte starnazzanti anatre.

Painswick è la tappa successiva, un altro gioiello della zona (e anche non molto visitato dai turisti). Ci indirizziamo verso la wool church, che  è la St Mary’s Church, in stile gotico perpendicolare e contornata da un giardino con pietre tombali e 99 e 1 alberi di tasso: l’ultimo venne piantato per festeggiare l’anno 2000 e, seconda una leggenda,  quell’albero avrebbe causato la comparsa del diavolo perché avrebbe dovuto dissecarlo (ma il diavolo non è ancora arrivato …). Attorno alla chiesa, oltre ad una gogna in ferro,  ci sono molte strade che seguiamo senza una meta precisa. Painswick ci appare in tutta la sua intatta bellezza medioevale:  molti sono i cottage, le taverne, le town houses, in pietra grigia e per noi aristocratiche.

Raggiungiamo Berkeley Castle. Una bella ed interessante visita perché il castello è rimasto praticamente intatto da quando, nel periodo normanno, venne costruito come fortezza. E’ legato alla storia delle famiglie reali inglesi perché qui venne imprigionato ed ucciso il re Edoardo II nel 1327 (nella King’s Gallery, è ancora possibile vedere la sua cella e la prigione sotterranea). La nostra visita ha incluso anche le Sale di Rappresentanza, la Great Hall, medioevale, la pinacoteca e le cucine. All’esterno del castello abbiamo passeggiato nei bei giardini terrazzati e visitato un’interessante “Butterfly Farm”.

A seguire la bella, elegante e molto ben preservata Tetbury. Fu un fiorente centro per il commercio laniero e testimonianza di ciò sono i numerosi palazzi a più piani del periodo georgiano, le numerose town houses del XVII° e XVIII° secolo ed i bei cottage medioevali che abbiamo avuto modo di ammirare nella nostra passeggiata. Due sono i luoghi dove abbiamo maggiormente apprezzato l’eredità architettonica della cittadina: la Market square per le town houses e la via che sta alla base della ripida collina collina chiamata Chipping Steps per i cottage. In Market square c’è inoltre una particolare Market House del seicento e, nelle vicinanze, l’interessante  Church of St Mary the Virgin, espressione del revival gotico del XVIII° secolo in Inghilterra (come i numerosipalazzi), con un’imponente guglia e begli interni.

Durante la nostra passeggiata, ovunque ci giravamo, abbiamo visto negozi di antiquariato, boutique di alto livello, raffinate gastronomie, panifici, macellerie. E l’Highgrow shop, al n. 10 di Long Street, “Inspired by the Royal Gardens at Highgrove and the personal interests of His Majesty The King Charles III, the shop is filled with an exciting array of sustainably sourced products, artisan crafts and ranges designed exclusively for Highgrove.” (citato dal sito del negozio, ma quando l’abbiamo visitato l’attuale re era Prince of Wales…).

Lasciamo la cittadina e ci indirizziamo verso Castle Combe. Attraversiamo Malmesbury che ci colpisce per la quantità di cottage e le numerose testimonianze storiche. Però il tempo è tiranno, non ci possiamo fermare e rimandiamo la visita ad un altro viaggio.

Castle Combe è una meraviglia. Lunghi i vicoli molte sono le tipiche case costruite con solide pareti in pietra dal color miele, mentre gli antichi cottage sono raggruppati attorno al ponte medioevale che attraversa il ruscello. C’è la Market Cross del XII° secolo e, a poco distanza, la Church of St Andrew, con la tomba colpita del del signore del castello medioevale (che ora non esiste più) che combattè nelle Crociate.A Castle Combe passiamo la notte, la nostra ultima notte di questo viaggio nelle Cotswolds. Ma altre località sarebbero entrate nell’itinerario e … nella seconda parte di questo diario.

In Val Pusteria

L’estate scorsa abbiamo continuato le nostre escursioni alla conoscenza delle Dolomiti e questa volta la destinazione è stata la Val Pusteria, tra l’Alto Adige ed il Tirolo orientale: sono stati quattro giorni trascorsi in un bell’ambiente montano, di visita di località vocate al turismo sia invernale sia estivo, di piacevoli e facili passeggiate, a piedi ed in bicicletta.

Come base abbiamo scelto il campeggio “Olympia” di Dobbiaco: accogliente, dai comodi servizi, e con un ottimo ristorante/pizzeria al suo interno, dove insieme ad una buona pizza, abbiamo gustato alcuni piatti della cucina locale, sapientemente rielaborati dallo chef.

Primo giorno

L’abbiamo dedicato alla visita di Dobbiaco e di San Candido: le due località sono separate solo da qualche chilometro e li abbiamo raggiunte seguendo la pista ciclabile che attraversa la valle.  Dobbiaco, che è circondata dalle montagne ed è ad un’altitudine di 1241 metri, è una delle mete preferite per chi ama le scalate in montagne e lo sci di fondo.  Noi che la visitiamo nella seconda metà di settembre facciamo una passeggiata nel suo piccolo ed elegante centro, gustiamo una buona colazione da  Birgit Patisserie, nella piazza principale su cui domina la barocca chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, vediamo  dall’esterno il castello ed in parte seguiamo la Via Crucis più antica del Tirolo.

Riprese le nostre biciclette che avevamo parcheggiato nella piazza centrale e la pista ciclabile, dopo circa 5 chilometri, siamo a San Candido. Il centro, chiuso al traffico veicolare, è anche qui elegante, con ricchi negozi,  e racchiude due importanti edifici religiosi: la Collegiata, del XII° secolo, in stile romanico, e la chiesa Parrocchiale di San Michele, in origine romanica, ora, dopo i rimaneggiamenti della prima parte del XVIII° secolo, un piccolo gioiello barocco.

Prima di rientrare al campeggio c’è ancora tempo per la visita di un luogo di grande interesse, questa volta naturalistico, della valle: il lago di Dobbiaco. Che raggiungiamo una volta ritornati a Dobbiaco seguendo la pista ciclabile che si snoda sulla sinistra del paese (un possibile riferimento può essere il trampolino di salto con gli sci). Spingendo le biciclette mano facciamo la passeggiata di più di 4 chilometri che circonda il lago. Lungo il tragitto ci sono dei pannelli informativi relativi alla flora ed alla ricca fauna del luogo, delle passerelle in legno e percorriamo una sponda che intuiamo essere una zona umida (la siccità ha colpito duro ed  il fiume Rienza, che è l’immissario e l’emissario del lago, è in questa parte in secca), incontriamo qualche pescatore. Ma lo spettacolo più bello è dato dalle acque cristalline che fanno da specchio alle bianche nubi e alle montagne che lo circondano.

Secondo giorno

La meta è il lago di Braies, che si trova nell’omonima valle che si sviluppa lateralmente alla Val Pusteria. E’ a 1496 metri sul livello del mare, è il lago naturale più grande delle Dolomiti e si trova nel cuore del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, un’area naturalistica dichiarata Patrimonio dell’Unesco. Ci arriviamo dopo circa 40 minuti con il bus che ferma all’entrata del campeggio e che ci lascia all’inizio del lago. E’ una bella giornata di sole e molti sono i turisti: il lago, infatti, è uno dei luoghi più frequentati di chi visita questa parte delle Dolomiti.

Più che noleggiare una barca, noi scegliamo di seguire il sentiero che circonda il lago, la cui lunghezza è poco meno di 4 chilometri, piuttosto facile (solo lungo la sponda meridionale sale un po’ e la discesa può presentare qualche piccolo problema). Lo spettacolo che si apre ai nostri occhi è davvero indimenticabile: le acque del lago sono di uno splendido turchese (ci sono delle leggende ladine legate a questa pietra preziosa ed il lago) e di un brillante verde smeraldo, e formano una tavolozza di colori in cui si riflettono i boschi di pino e le vette delle Dolomiti del Sasso del Signore, del Grande Apostolo e della Croda del Becco, che s’innalzano e chiudono il lago.

Al termine della passeggiata, per ritemprarci e per ammirare ancora lo spettacolo naturale che il lago offre, ci sediamo attorno ad uno dei tavoli del self-service che si trova all’inizio della passeggiata: così con il lago e le montagne difronte, ci gustiamo due piatti di polenta, uno con i funghi, l’altro con formaggio e speck.

Decidiamo di rientrare a piedi al campeggio seguendo il sentiero, facile e spesso in comoda discesa,  che inizia dal lago e che scende lungo la valle: passiamo attraverso il bosco, ci sono ancora piante di lampone con i loro frutti mentre qualche fungo spunta tra la vegetazione, la cima del Sasso del Signore si innalza maestosa alla nostra destra (e su un pannello informativo leggiamo chi è stato il primo alpinista a scalare la vetta e come era l’alpinismo degli inizi). Però quando arriviamo a Ferrara, una frazione del comune di Braies, dopo circa un’ora e mezza, un po’ perché affiora stanchezza, riprendiamo l’autobus per arrivare al campeggio.

Terzo giorno

E’ il giorno dell’escursione in bicicletta lungo il tratto della ciclabile della Drava (Drauradveg in austriaco, che prosegue in Carinzia e termina in Slovenia) con destinazione finale Lienz. E’ interamente asfaltata, con pochissimi tratti su strade secondarie (all’inizio a San Candido e quando si entra in Lienz), accessibile a tutti, della lunghezza di circa 42 chilometri tra San Candido e Lienz, e per chi non vuole ritornare in bicicletta c’è la possibilità del treno (come noi abbiamo fatto al costo di circa 38 euro per due persone e le biciclette). Il paesaggio è indubbiamente bello, tra prati, montagne ed il fiume che scorre di fianco, e quando si entra nel territorio austriaco a Heinfels, con una piccola deviazione, non ci si può non fermare alla fabbrica della Loacher. Per chi si ferma (ed i visitatori erano tanti) una sosta ritemprante perché ovviamente al bar si gustano i loro famosi prodotti, che poi possono essere acquistati nel negozio ed al contempo interessante perché in un piccolo museo viene presentata la storia della fabbrica, dalle origine ai giorni nostri.

Quando arriviamo a Lienz, dopo circa due ore e mezza e dopo aver gustato un’ottima trota affumicata e leggermente riscaldata nel bar-ristorante alla fine della pista ciclabile, lasciamo le nostre biciclette nelle rastrelliere all’inizio della grande piazza della cittadina (Huaptlatz). Sulla quale si affaccia il Liebburg, il simbolo della cittadina, un interessante edificio a due torri con cupole a bulbo, in passato castello-residenza di un casato molto importante del luogo (i baroni Wolkenstein- Rodenegg) ed ora sede del municipio.

Il centro storico (oltre alla piazza le vie che percorriamo sono la Rosengasse, Messinggasse e la Schweizer Gasse)  è quasi tutto pedonale, piuttosto elegante, ricco di negozi, c’è qualche edificio in tipico stile tirolese (Lienz è il capoluogo del Tirolo Orientale) ed alcune chiese (la St Antonius Kapelle alla fine della piazza principale, con il suo slanciato campanile, le antiche chiesa dei Francescani (del X secolo) e la parrocchiale St Andrae. Su un’altura ad ovest di Lienz c’è il castello di Bruck, sede del museo cittadino e di una cappella gotica che però, dato il tempo a disposizione, non visitiamo.

Terminata la visita e riprese le nostre biciclette, andiamo alla stazione, che è vicina alla Huaptlatz, per prendere il treno che ci porterà a Dobbiaco.

Quarto giorno

A piedi lasciamo il campeggio per Villabassa (la struttura si trova sul confine tra Dobbiaco e Villabassa)  e dopo circa mezz’ora siamo sul treno che ci porterà a Brunico, il capoluogo storico, culturale, economico  ed amministrativo della Val Pusteria.

Usciti dalla stazione ferroviaria, seguiamo la via pedonale lungo la Rienza ed in meno di mezz’ora raggiungiamo una delle antiche porte (Porta san Floriano) che ci introduce nella via Centrale (Stadtgasse). E’ la via principale del centro storico: Brunico è una città medievale ed infatti, mentre la percorriamo, oltre agli eleganti negozi, bar, ristoranti e le porte, vediamo case dalla bella architettura, colorate e con pitture murali che rinviano a quell’epoca. Ci sono anche due interessanti chiese (la neoromantica chiesa di Santa Maria Assunta ed il Convento delle Orsoline),  E sopra al centro storico c’è l’antico Castello (risale al XIII° secolo) che ora ora ospita un museo della montagna di Reinhold Messner.

Questo è il nostro ultimo giorno di questo breve soggiorno. Ma mentre lasciamo la Val Pusteria decidiamo che qui ritorneremo per i mercatini di Natale.

In montagna: Livigno

Il soggiorno dello scorso anno, di cui potete leggere il diario nell’articolo  “Una settimana a Livigno”, ci ha lasciato la voglia di ritornare in questa bella località montana (siamo a 1816). Tre sono state le volte che vi abbiamo soggiornato per alcuni giorni:  la prima ancora alla fine del mese di giugno, mentre le altre due nel mese di settembre. E, diversamente dallo scorso anno,  alle passeggiate si sono aggiunti dei bei giorni di pesca a mosca nel torrente Spool, che per un pescatore abituato ai laghi di pesca sportiva lombardi (sopra a tutti, per la qualità delle trote e l’ambiente, il ” Fialdini Fishing Area – Bellaria” a Mediglia) hanno rappresentato una appassionante novità vuoi per la bellezza del paesaggio vuoi perché le trote ed i temoli, anche se di recente semina, vivevano e sono stati insidiati, catturati e poi rilasciati in un ambiente naturale.

Nel primo soggiorno il campeggio scelto è stato “Aquafresca”, quello dello scorso anno. Negli altri due, invece, abbiamo scelto il campeggio “Pemont”, in via Pemont 521: è lungo il torrente Spool, sicuramente più vicino al centro, con piazzole grandi e servizi comodi e puliti.

Tre sono state le passeggiate del primo soggiorno: la prima ha avuto come destinazione la cascata della Val Nera; la seconda ha avuto inizio a Carosello 3000 (che abbiamo raggiunto con la cabinovia la cui stazione di partenza è in via Saroch 1242/G) e si è snodata lungo il sentiero sul costone sopra a Livigno e che, gradualmente, scende verso il paese; la terza, molto più agevole delle altre, al Rifugio Alpisella

La prima passeggiata è iniziata in bicicletta lungo la pista ciclo-pedonale che segue la strada che sale al passo della Forcola fino il parcheggio P8. Attraversata la strada,  abbiamo seguito la parallela fino al primo bivio, girato a sinistra, superato il torrente Spool  e raggiunto la malga Alpe Vago. Questa malga è uno dei posti che amiamo di Livigno: si trova all’imbocco dalla Val Nera,  producono quello che qui si può mangiare su grandi tavoli all’esterno, ovvero degli ottimi salumi, formaggi e dolci (per saperne di più si può visitare la loro pagina Facebook). Tra i loro piatti troviamo squisita la slinzega, certamente “sorella minore” della bresaola per le sue dimensioni, ma non per suo gusto, molto più pronunciato, ed indimenticabile la ricotta ricoperta da uno sciroppo a base di pino mugo.

Dopo aver lasciato le biciclette alla malga, abbiamo preso il sentiero (cartello n.114 Casc’chéda da Val Néira) che inizia a destra della malga e che si addentra nel bosco tra alcune placide mucche all’inizio, la ricca vegetazione, i fiori, le vedute delle montagne un po’ innevate in lontananza ed il torrente in fondo alle valle. Il sentiero è facile, c’è qualche tratto in cui sale ma la pendenza è abbastanza morbida e così giungiamo nel punto in cui siamo sopra alla cascata. Per arrivare alla sua base, dobbiamo scendere dei gradoni e lo spettacolo che abbiamo una volta scesi è davvero bello, con l’acqua, impetuosa e limpida, che compie un salto di una decina di metri. L’acqua della cascata si unisce a quella che scende dalla montagna e per superare il torrente che si forma superiamo un ponte tibetano. Risaliamo i gradoni che a questo punto ci portano sulla strada del ritorno (il sentiero si sviluppa ad anello). Ora il sentiero è pianeggiante ed in discesa, ci offre altre belle vedute della cascata e tra prati in fiore, mucche e cavalli ritorniamo alla malga e ci ritempriamo con i loro piatti.

E’ una bella giornata di sole quando raggiungiamo Carosello 3000. Seguiamo il cartello che indica il sentiero 162: siamo in vetta e lo spettacolo delle cime delle montagne attorno è davvero maestoso. All’inizio il sentiero è sassoso, qualche bel fiore spunta tra le rocce, Livigno con il suo lago (quest’anno molto in secca) sono sotto di noi, poi, dopo il rifugio Costaccia (2362 metri di altezza) ritorna prepotentemente la vegetazione, troviamo le prime case e Livigno è raggiunta.

La passeggiata al Rifugio Alpisella è lunga circa 3 chilometri, costeggia il torrente Spool (un riferimento può essere la Latteria di Livigno), all’inizio procede su strada asfaltata poi su un largo sentiero sterrato, che ha un leggera pendenza prima del Rifugio, con belle viste sul lago (o quel che era rimasto data la siccità di quest’anno). Dopo aver incontrato un gregge di pecore, siamo arrivati al Rifugio e, come ogni volta che lo raggiungiamo, ci siamo gustati dei piatti tipici  (polenta con ii funghi, salumi, formaggi).

Nei due lunghi fine settimana di settembre, la pesca ha invece avuto il sopravvento, e l’impavido pescatore non si è fermato anche quando la temperatura si è repentinamente abbassata e un po’ di neve ha imbiancato il paesaggio. Però, come sempre, a piedi ed in bicicletta, abbiamo percorso gran parte della pista ciclopedonale che costeggia lo Spool (è lunga complessivamente 17 chilometri perché attraversa tutta la valle), che è a corsie separate, una per i pedoni ed una per le biciclette e … gli sciatori di fondo in allenamento. Mentre la via centrale di Livigno è stata il luogo dove ci siamo fermati per qualche buon caffè, degli ottimi hamburger e squisite patatine da “Mauri’s Hamburgheria“, in via Ostaria 406, e qualche regalo.

Per concludere, la scoperta di un nuovo ristorante: si chiama “Dal Passero”, in via Rasia 300. In un ambiente accogliente, professionale e cortesemente informale al contempo, interpretano al meglio la cucina del territorio utilizzando ricercati prodotti freschi, stagionali e locali, che nobilitano con una attenta e sapiente innovazione. Noi abbiamo cenato tre volte e questi sono i piatti che ci hanno deliziato: i chiscioi, antico piatto valtellinese della zona di Tirano, il piccolo canederlo in brodo, i primi di pasta fatta in casa, con i loro sorprendenti sughi con erbe raccolte nei campi ed il ragù di anatra, gli gnocchi di patata ripieni di formaggio di capra, il bollito di pecora accompagnato da una speciale polenta (potol),  lo stracotto d’asino con un prelibato purè di rape o la polenta, (per saperne di più vi rinviamo alla loro pagina Facebook dove trovate illustrati i loro piatti). Ottimi il pane ed i grissini, sempre fatti in casa, così il vino, servito al calice, di piccoli produttori valtellinesi.

In Bretagna

E’ un viaggio di due settimane, fatto nel mese di luglio di questo anno (2022),  che si è sviluppato da sud a nord della regione, un po’ lungo la costa e un po’ verso l’interno, tra suggestive “Petites Cité de Caratère” e porti, scogliere e capi che creano il fascino di questa terra e ne raccontano la storia (ma all’interno c’è anche la foresta Huelgot: un elemento in più per la bellezza questo paese).

Copriamo i circa 1200 chilometri che ci separano dalla prima tappa del nostro viaggio in circa un giorno e mezzo (transitiamo dal traforo del Monte Bianco, passiamo la notte nel gran parcheggio di Chamonix, e percorriamo, quasi sempre. le autostrade)

Primo giorno

Nel tardo pomeriggio arriviamo a La Roche Bernard, nel campeggio municipale “Le Patis”, al n. 3 du Chemin du Patis, “www.larochebernard.com/camping-le-patis“, dove passeremo due notti. Dato il periodo, l’avevamo prenotato dall’Italia: il campeggio è accogliente, lungo il porto turistico e ai piedi del villaggio, i servizi sono essenziali, le piazzole grandi e, in buon numero, coperte da alti alberi.

Secondo giorno

Navigando in rete nella preparazione di questo viaggio c’eravamo imbattuti nel sito delle “Petites Cités de Caractère”, una novità per noi (“petitescitesdecaractere.com“). Il progetto, di cui riportiamo una parte, ha attirato la nostra attenzione: “Le concept de Petites Cités de Caractère® est né au milieu des années 70 pour valoriser des communes atypiques, à la fois rurales par leur implantation, leur population limitée, et urbaines par leur histoire et leur patrimoine.Ces villes, autrefois centres administratifs, politiques, religieux, commerciaux, militaires, …Une Petite Cité de Caractère® s’engage à proposer à la découverte de tous un patrimoine remarquable, valorisé et animé, le tout dans une démarche d’accueil de qualité du visiteur…” (il movimento nato in Bretagna si è diffuso in tutta la Francia ed ora sono più di 200 queste “Petites Cité de Caratère”).

La Roche Bernard, nel dipartimento del Morbihan, è la prima di queste nel nostro viaggio e tutto ciò che apprezziamo durante la nostra visita conferma totalmente gli elementi del progetto. Il paese è arroccato sul promontorio roccioso che sovrasta la riva del fiume Vilaine. Numerosi sono i vicoli antichi che la percorrono e lunghi i quali ci sono begli edifici risalenti ai secoli XVI° e XVII° secolo, suggestivi sono la raccolta place du Bouffay ed il castello, costruito nella roccia, e che ora ospita il Musée de la Vilaine. Nondimeno il porto, che ora è turistico, con le sue case a strapiombo, ma che ricorda il tempo in cui il paese era un florido centro per il commercio del sale, la pesca e per il suo arsenale. E la visita non poteva concludersi con una passeggiata sul Pont du Morbihan, che è 40 metri sopra la Vilaine, e dal quale si ha una bella veduta di insieme del fiume , del porto e della cittadina.

Tanti sono i negozi, i bar ed i ristoranti e le creperie: in una di queste, la “Creperie de la Roche”, al numero 14 rue de la Saunerie, all’interno di una casa a graticcio che risale al XV° secolo, gustiamo due saporite e sostanziose galette (c’è, tra gli ingredienti, anche una salsiccia) ed una buona creme brulèe, accompagnate da una bolée a cidre.

Fa tanto caldo e la previsioni per il giorno successivo sono a dir poco infauste:  tutte concordano in 41° gradi (ed il caldo, soprattutto nella prima settimana, condizionerà un po’ il viaggio). E così alla sera decidiamo di cambiare il nostro itinerario: non le tre “Petites Cités de Caractère”  del programma preparato in Italia (Rochefort-en-Terre, Malestrot, Josselin) ma, alla ricerca di un po’ di frescura al mare, andremo a Quiberon, situato alla fine dell’omonima penisola (Presqu’il de Quiberon)

Terzo giorno

Prima di arrivare nella Penisola, decidiamo di fermarci a Vannes, situata in fondo al golfo di Morbihan, dal ricco passato, centro di potere religioso e politico. Abbiamo qualche problema nel trovare il parcheggio perché quello consigliato dalla fedele guida “Escapades en camping-car” della Michelin in Avenue-de-Tassigny ha spazi troppo stretti per il nostro camper e perché l’”Aire Camping-Car Park Vannes-Conleau,” al 188 avenue du Marechal-Juin, non solo è molto distante dal centro ma fa parte della rete europea “Camping-Car Park” che vincola l’ingresso a pagamento al possesso di una tessera che la macchina distributrice dell’Area non eroga (ed inutili sono state le telefonate al numero di telefono per le emergenze). Alla fine troviamo uno spazio lungo l’Avenue-de-Tassigny, all’inizio della Morte Maritime, che è il canale del porto turistico.

Per raggiungere il centro storico, percorriamo la Promenade La Rabine che si sviluppa vicino ai pontili: ha dei cartelli informativi sulla storia del porto della città (nel passato Vannes fu grande centro di commercio portuale), è un po’ protetta dagli alberi ed in circa mezz’ora siamo nel centro della città (facciamo il percorso a piedi anche se la Promenade ha la pista ciclabile). Notiamo le prime belle e colorate case a graticcio.  Una volta raggiunta Place Gambetta, che si trova difronte al porto, ampia, dagli eleganti palazzi e molti bar e ristoranti,  attraversiamo la porta Saint-Vincent ed entriamo nel centro storico. Passeggiamo senza una meta precisa: molti sono gli hotels particuliers che incontriamo (altra testimonianza del ricco passato), e quando siamo nella medievale place de Lices troviamo belle case a graticcio dalle colorate facciate (nella piazza c’è anche il grande mercato coperto, i cui banchi, offrono il meglio delle prelibatezze culinarie della regione: un’intera sala è dedicata ai frutti di mare!). Ammiriamo altre incantevoli case a graticcio in in Place Henri IV (la piazza ne è interamente circondata) , in Rue des Halles, in Rue Saint Salomon. Dopo una breve visita alla Cathédrale Saint-Pierre, con elementi gotici, percorriamo la Rue Saint-Gwénael, le cui antiche case sono caratterizzate dalle numerose finestre a crociera che fuoriescono dalla facciata. Raggiungiamo Port Prison, c’inoltriamo nel quartiere medioevale Saint-Patern. Proseguiamo lungo la passeggiata de la Garenne che costeggia le porte e le torri dei bastioni eretti nel XIII° secolo. Camminiamo tra giardini alla francese fino ad alcuni vecchi lavatoi,  costruiti lungo il fiume Marle con una copertura di ardesia. E qui, come altri visitatori, ci siamo fermati per un leggero pranzo al sacco, con un po’ d’ombra, un piccolo sollievo in una giornata dal tanto caldo afoso.

Mentre passeggiamo facciamo due acquisti. Il primo in place de Lices: nel negozio della Conserverie La Belle-Iloise, riempiamo le nostre borse dei loro prodotti: conserve di sardine tonno sgombri, con varie ricette, e le “tartinables”, poste in eleganti lattine dal gusto un po’ retro nel disegno ed impreziosite da una bella scelta cromatica, semplicemente squisite (li conosciamo perché hanno negozi in tutta la Francia ed il nostro primo incontro è stato a La Rochelle – cfr. il nostro diario di viaggio “Francia centrale: un viaggio tra i Castelli della Loira intorno a Tours e la costa atlantica“). Il secondo è per l’amante dei vinili quale io sono che non poteva lasciarsi scappare un negozio di dischi (in Francia trovo molto difficile fare acquisti nei mercatini dell’usato per i prezzi che per me sono piuttosto alti): è al 21 di Rue Burgault, è ben fornito, e vende dischi sia nuovi che usati. Tra gli scaffali, in bella mostra, vedo il vinile rosso di “Skinty Fia”, il terzo  grande disco dei Fontaines D.C., che sto cercando da un po’ di tempo e che ora è sul piatto del mio giradischi.

Raggiungiamo Quiberon nel pomeriggio: siamo nell’estremità della Penisola e tra i campeggi scegliamo “Les Joncs du Roch”, in Rue de l’Aerodrome: bello, dalle ampie piazzole, tutte con l’erba e delimitate da siepi, dai molti e comodi servizi, e la piscina. Il mare non è molto distante (un chilometro circa) e, in men che non si dica, siamo sulla spiaggia per un tonificante e refrigerante bagno.

Quarto giorno

Fa ancora piuttosto caldo (il termometro raggiungerà i 41 gradi!), ma non rinunciamo alla visita delle “Petites Cités de Caractère” che avevamo in programma. Scartata la distante Rochefort-en-terre, puntiamo su Josselin. Usciamo dalla Penisola e seguendo la D768 che ci regala belle vedute della costa selvaggia e di spiagge di sabbia fine, raggiungiamo la cittadina, che si trova nell’entroterra,  dopo un centinaio di chilometri. Lasciamo il camper nel parcheggio, per auto e camper in Place Saint-Martin e dopo una breve passeggiata a piedi siamo nel centro, in larga parte pedonale.

Le  vie sono strette e hanno tante e belle case a graticcio, dalle facciate molto colorate (forse le più belle sono quelle in prossimità della basilica Notre Dame du Roncier), tanti sono i negozi, i ristoranti e le creperie e in una di queste ci fermiamo per delle buone galette e crepe con l’immancabile sidro.

Terminato il pranzo entriamo nel Castello che domina Josselin in place de la Congrégation.  La costruzione risale all’XI° secolo e, con i molti turisti, ammiriamo, in primo luogo gli esterni, in stile gotico fiorito, che sono una bella testimonianza dell’architettura feudale e rinascimentale. Il castello è tuttora abitato dalla famiglia Rohan (sono i discendenti dei fondatori) ed è pertanto visitabile soltanto in una parte: i mobili i quadri le ceramiche  gli affreschi e l’ampiezza delle stanze denotano la ricchezza ed il buon gusto della Famiglia. Ma il nostro interesse è davvero alto quando entriamo nel Museo delle Bambole nell’ex-scuderie: provengono da tutto il mondo, risalgono al periodo compreso tra il XVII° ed il XX° secolo, sono regali o acquisizioni fatte dagli abitanti del Castello: alcune per giocare altre solo da collezione, in tutto circa 500: tutte davvero molto belle. Dopo il Museo, la visita ai giardini, alla francese, davanti alla facciata rinascimentale,  e all’inglese, fatti da un famoso paesaggista (Achille Duchene, celebrato soprattutto tra fine del XIX° e il XX° secolo), con un occhio sempre rivolto all’architettura del castello, ai suoi lucernari, gallerie a giorno e decorazioni.

Una volta usciti, scendiamo verso il fiume Oust: sul ponte abbiamo un’altra bella veduta del Castello e delle sue torri. Entriamo nel quartiere Sainte-Croix, un tempo abitato da conciatori e lavandaie: è antico quanto il castello e contiene dei begli esempi di case a graticcio, la più antica delle quali risale al 1538.

Lasciamo Josselin nel tardo pomeriggio e, un po’ per l’ora e un po’ per il traffico che troviamo lungo la strada, non ci fermiamo, come avremmo voluto, a Malestrot. 

Quinto giorno

Con le biciclette, in circa mezz’ora, raggiungiamo il porto di Quiberon perché abbiamo dedicato il giorno alla visita di Belle-Ile-en-Mer, la più grande isola bretone. Purtroppo non abbiamo prenotato e la possibilità che ci viene offerta è di fare la traversata senza però le biciclette. Ci sono momenti di indecisione perché la visita sarà sicuramente condizionata dalla loro mancanza, ma alla fine decidiamo di prendere il traghetto e leghiamo le nostre biciclette alla rete metallica vicino all’ingresso del pontile. La traversata ci porta a Le Palais, il principale centro dell’isola.  Ci indirizziamo verso il porto turistico, sul quale si affacciano belle case, numerosi bar ristoranti e la cittadella fortificata di Vauban. In una boulangerie acquistiamo due buoni panini e due “kouig-amann“, il tipico dolce bretone, composto da tante sfoglie, morbide all’interno e croccanti e caramellate all’esterno, in cui, come dice il nome (“amann“) il burro la fa da padrone: sarà il nostro pranzo lungo il sentiero costiero che seguiremo per qualche chilometro.

Il nostro percorso inizia alle spalle dell’Ufficio del Turismo, che si trova sulla banchina dove arriva il traghetto, in rue de Remparts. Camminiamo su quanto rimane della vecchia cinta muraria costruita nel XVIII° secolo a difesa della cittadina, per un breve tratto seguiamo la strada, incontriamo la prima spiaggia (plage de Ramonette), poi entriamo nel sentiero (GR 340, in direzione Locmaria). 

Ci sono siepi da una parte e dall’altra, talvolta ci sono brevi salite o discese (non particolarmente ripide) tra gli alberi e i numerosi scorci della costa sono davvero molti belli. Incontriamo anche due spiagge: la Plage de Port Guen e la Plage de Bordardoué, dove ci fermiamo per il pranzo: in entrambe, l’ambiente è molto naturale: la sabbia è fine, ci sono le alghe e qualche tronco trasportato dal mare, pochi sono i bagnanti in un mare cristallino. Tra le due spiagge, lungo il sentiero, si incontra un monumento storico: La Belle Fontaine, un serbatoio, costruito nel 1703 sotto il controllo di Vauban,  che raccoglie l’acqua piovana che nel passato veniva usata per rifornire le navi, che qui attraccavano, di acqua dolce.

Purtroppo quando siamo sdraiati sulla plage de Bardardoué, dal cielo grigio, che ci accompagna dall’arrivo sull’isola, inizia a scendere la prima pioggia. Ci spostiamo verso l’interno sulla strada asfaltata alla ricerca della fermata del bus che fa il periplo dell’isola. Mentre ci incamminiamo in direzione di Port Salio, vediamo un un birrificio, Brasserie La Morgat. Ci fermiamo: le loro birre hanno ricevuto dei premi così la loro salsiccia. Il posto è bello e la rinfrescante ed aromatica “La Morgat Blanche” che io bevo è davvero buona,  sapientemente aromatica (note di agrumi) ed equilibrata nel gusto.

Quando arriviamo alla fermata scopriamo che le corse del bus non sono frequenti (dobbiamo aspettare circa due ore) e così non ci rimane che tornare a piedi (e per un lungo tratto infastiditi dalla pioviggine) a Le Palais.

Una volta rientrati a Quiberon facciamo un piccolo giro in bicicletta vicino al porto anche alla ricerca di un ristorante di pesce per la sera. Tra le residenze, i negozi ed i numerosi bar e ristoranti c’è un faro! Rientriamo al campeggio seguendo la pista ciclabile: la direzione è quella della Pointe du Conguel, che è la punta estrema della Penisola, e la vista della riva tutta di roccia, del mare e del sole che tramonta è davvero suggestiva.

Tra i ristoranti visti prima, scegliamo Le Triskell, al numero 2 di Quai de Houat (è in centro, vicinissimo al molo per le isole). E’ un ristorante di pesce: l’attesa dei piatti è un po’ lunga, ma i gamberetti accompagnati da una salsa all’aglio, il Plateau de Fruits de Mer, il fish and chips sono buoni e soddisfano molto la nostra voglia di pesce (indimenticabili i crevettes grises del Plateau: per la quantità e, soprattutto, il sapore).

Sesto giorno

Lasciamo la Penisola. La prima tappa è Pont-Aven, nel dipartimento del Finistère o, se si vuole, nella regione storica della Cornouaille (la Cornovaglia francese).  Lasciamo il camper in un grande parcheggio all’ingresso del paese (l’ampia area di sosta in rue R. Louis-Lomenech, dell’associazione “Camping Car Park” è piuttosto distante dal centro). Il borgo è famoso perché, nel XIX° secolo, qui visse e fu attiva una colonia di grandi artisti, tra cui Gauguin (che fu a capo della scuola nota con il nome del borgo). Ancora adesso tante sono le gallerie d’arte, mentre gli appassionati di pittura possono percorrere il sentiero verso il Bois d’Amour dove i pittori posizionavano i loro cavalletti e trovavano fonte di ispirazione per i loro quadri (per poi entrare e/o fotografare la pensione Gloanec, in place Julia, dove l’artista visse, ma che ora è una libreria).

La breve passeggiata che facciamo nel centro è interessante: lungo il fiume Aven che l’attraversa e nel cui letto ci sono massicci blocchi di granito arrotondati dagli agenti atmosferici e dalla corrente del fiume (uno è soprannominato “Sabot de Gargantua”), abbiamo dei begli scorci sui ponti e sui muri in pietra, tutti abbelliti da composizioni floreali. Ammiriamo uno dei mulini che sono una delle caratteristiche della zona per ritrovarci alla fine nel mercatino dell’usato, che si tiene in prossimità del bel porto turistico.

Concarneau è la tappa successiva. Con difficoltà troviamo un posto nell’area di sosta in Avenue de la Gare, in corrispondenza del parcheggio della stazione. A piedi raggiungiamo la Ville-close la cittadella murata, costruita su di un isolotto a partire dal Medioevo, ma che fu più volte ampliata e ristrutturata (le forme attuali risalgono ai lavori della seconda metà del XV° secolo) ,  che è il nucleo originario della città. E’ una delle attrattive turistiche più famose e frequentate della Bretagna: così, anche noi, tra i tanti turisti entriamo dalla porta principale della cinta murale che si trova ad ovest della città e che è la parte più fortificata in quanto comprende un rivellino, una mezzaluna e due delle torri principali. Percorriamo Rue Vauban che l’attraversa e raggiungiamo la place Saint-Guénolé, con alcune belle e storiche case del XVIII° secolo. Continuiamo senza una meta precisa, ma con un occhio sempre all’esaustivo opuscolo che abbiamo trovato all’Ufficio del Turismo in Quai d’Aiguillon (vicino alla Ville-close): l’insieme è sicuramente suggestivo, ma per i nostri gusti un po’ troppo turistico.

Mentre passeggiamo due soste sono state dedicate al nostro palato: appena entrati abbiamo gustato un buon gelato da “Augustine artisan glacier” e, sempre in rue Vauban,  ci siamo deliziati con le “kouignettes” (e non solo…) della “Biscuterie et chocolaterie Larnicol,” la loro specialità, tipicamente bretone (www.larnicol.com).

L’ultima tappa è Quimper. Al “Camping Municipal” in Avenue des Oiseaux non c’è posto e, anche su indicazione di chi sta alla reception, troviamo un comodo parcheggio per la notte risalendo l’Avenue fino alla rotonda e girando a destra in corrispondenza della piscina.

Non siamo distanti dal centro che raggiungiamo in circa mezz’ora a piedi. Conosciamo Quimper perché visitata in un precedente viaggio (molti anni fa da campeggiatori): sono gli stessi giorni di allora e, come in quei giorni, la città è invasa da tanti musicisti per il “Festival della Cornovaglia”. Dal sito ufficiale del Turismo in Bretagna: “Concerti, eventi di ogni genere, concorsi per scegliere i migliori bagadoù (tipici gruppi bretoni), musicisti e ballerini… E il Grand Défilé della domenica che riunisce tutti in costume tradizionale. Ecco a cosa assomiglia il Festival de Cornouaille. Ogni estate, per un’intera settimana, 250.000 visitatori si godono il cuore storico di Quimper che pulsa al ritmo celtico. Fin dal 1923, questa celebrazione non ha mai deluso le aspettative. All’epoca, le belle ragazze di Concarneau, Quimper e Pont-Aven sfilavano con orgoglio nel costume tradizionale. Oggi il festival è diventato un palcoscenico per personalità di spicco: dai Simple Minds a Joan Baez e Cesaria Evora“. Da par nostro, possiamo dire che questa descrizione è molto fedele (anche se non intendo esprimere alcun commento circa gli Autori citati): sia nel precedente e lontano viaggio in cui restammo in città per più giorni (assistemmo al concerto e alla sfilata finale, e le cornamuse continuarono suonare nelle nostre orecchie per più giorni dopo Quimper) sia questa volta, nelle poche ore della nostra visita, il centro della città ci ha regalato ragazze e ragazzi in costume tradizionale e quella “cornucopia culturale” che è il festival.

Quimper però non è solo il Festival ed un importante centro della cultura celtica, ma è una grande città d’arte e di storia. Durante la nostra passeggiata nel centro della città incastonato tra i fiumi Odet e Steir (ce ne sono altri due – Front e Jet – e tutti ne accrescono il fascino),  abbiamo nuovamente ammirato: la Cattedrale di Saint-Corentin, con le alte guglie gemelle lo splendido portale e la navata centrale con l’insolita inclinazione rispetto al coro per ricordare l’inclinazione della testa del Cristo sulla Croce, e simbolo della città; la vecchia Quimper (noi siamo partiti dalla Cattedrale ed in cui è bello perdersi) con i suoi vicoli, acciottolati e contorti, con  le belle numerose colorate case a graticcio e le finestre fiorite; il mercato coperto (Les Halles Saint-Francois) a forma di scafo ribaltato.

Settimo giorno

Iniziamo con la visita di Pont-Croix, una delle “Petites Cités de Caractère” del Finistère, sulla strada per Pointe du Raz. Non c’è un’area di sosta e allora scegliamo il parcheggio di un centro commerciale.

Il borgo è costruito su un promontorio che si affaccia sul fiume Goyen. Scendiamo verso il fiume per poi risalire lungo la Grand Rue Chère ed arrivare in Place de la Repubblique: un bello scorcio del tempo che fu perché la Rue ed i vicoli di questa parte del borgo sono tutti lastricati e fiancheggiati da antiche case. Mentre la piazza è un grande slargo alberato, con i bar i ristoranti la boulangerie e, nel giorno della nostra vista, un mercatino dell’usato. Continuiamo la visita e in un’antica casa nobiliare del XVI° secolo, al n.8 di Rue de la Prison (una laterale di Place de la Repubblique) troviamo un interessante Museo (Musèe du Marquisat) che presenta mobili costumi utensili e nel quale sono ricostruiti degli ambienti di vita quotidiana. Concludiamo con un vero e proprio gioiello architettonico: la cattedrale Notre-Dame-de-Roscudon. Fu costruita tra il XIII° e il XVI° secolo, in stile tardo romanico e gotico, con un’alta guglia, uno splendido portico scolpito, ornato da alcuni rosoni ed un interno con numerose pale d’altare e magnifiche vetrate.

La tappa successiva è la Pointe du Raz. Lasciamo il camper nel parcheggio a pagamento e ci incamminiamo lungo il sentiero. Nel sito ufficiale del turismo bretone lo si definisce come luogo di “contemplazione”, l’attività sportiva essendo riservata a chi fa surf, mentre  la “curiosità e temerarietà” sono per chi si spinge fino al versante nord dell’Ender de Plogoff, “uno stretto sperone di roccia che domina le onde”. Noi restiamo sui sentieri e la vista che il luogo ci regala è spettacolare: il mare, l’erica, le falesie, il faro in lontananza, i sentieri che sembrano finire in un precipizio, sono un gran incanto.

A seguire Dournenez . Parcheggiamo il camper lungo il Boulevard Charles de Gaulle e ci incamminiamo verso il centro della città. 

Chapelle Saint-Michel

Sul Quai du Port Rhu camminiamo lungo il Bateaux Musée, nel quale sono ormeggiate imbarcazioni tradizionali, sia bretoni che di altre nazioni, e delle quali scorgiamo qualche particolare (rinunciamo alla visita per il poco tempo a disposizione).Il primo sito che visitiamo è la Chapelle Saint-Michel, al numero 20 di via Port Rhu (la cappella non è aperta tutti i giorni e per l’eventuale visita si può consultare il sito chapellesaintmichel.fr). La Cappella, la cui prima pietra venne posta nell’agosto del 1663 per ricordare il soggiorno a Dournenez del missionario Michel Le Nobletz qui inviato per riportare sulla retta via gli abitanti del luogo, è a pianta latina, con l’abside e i due transetti che terminano in un emiciclo. L’esterno è di un rigore classico, mentre l’interno è caratterizzato da molti elementi barocchi. Di pregevole fattura sono l’altare, ornato da una bella ancona, il tabernacolo, le varie statue, ma soprattutto i 56 pannelli lignei che ricoprono interamente la volta della cappella e che, in conformità con le disposizioni dei Concili di Nicea e Trento,  illustrano, a scopo didattico, la vita della Vergine, dei Santi e degli angeli.

Lasciata la Cappella ci indirizziamo verso il  centro della cittadina posto al vertice della penisola sopra cui la cittadina di sviluppa. Le strade sono strette, ci sono case antiche (abitate un tempo dai pescatori), un mercato coperto che si affaccia sulla piazza centrale. Ridiscendiamo verso l’altro lato della penisola e raggiungiamo il Quai du Grand Port: un’infilata di vecchi caffè (in uno di questi gustiamo un ottimo Muscadet Sèvre et Maine), piccoli ristoranti di mare, che si affacciano sulla spiaggia, con,  non distante, il porto di pesca famoso per il commercio delle sardine (e nel passato gli abitanti del posto venivano soprannominati “teste di sardine”).

Ritorniamo al camper e dopo un breve tragitto (10 chilometri circa) raggiungiamo Locronan. Come a Vannes, qui l’area di sosta fa parte della rete europea “Camping-Car Park”. Stavolta però la macchina all’ingresso eroga la tessera e possiamo entrare: non ci sono gli attacchi per l’elettricità, per il carico e lo scarico bisogna uscire nell’antistante piazza, è ombreggiata, su terra, giusta per la visita al borgo (e, se siete fortunati come noi, per una scorpacciata di squisite fragole vendute da un coltivatore che li vende, per qualche euro, a chi si è fermato nell’area).

Ottavo giorno

Si apre con la visita di Locronan, che giustamente si onora dei titoli di “Petite Cité de Caractère” e di uno dei “Plus beaux Villages de France”. Si entra a piedi (il traffico veicolare è bandito) e subito si è colpiti dalla bellezza degli edifici, medievali e rinascimentali, costruiti tutti in granito. Passeggiare per le stradine è un grande piacere e quando si arriva in Place de l’Eglise, con il suo piccolo pozzo, si rimane meravigliati perché qui il granito delle antiche case è di un colore tra il grigio ed il bluastro. Tanti sono i turisti, molti  si riversano nei numerosi bar, negozi, ristoranti e boulangerie, tutti (e noi con loro) si impegnano a scattare più fotografie che possono (indubbiamente il borgo lo merita). La chiesa di Saint-Ronan,  il santo irlandese da cui il borgo prende il nome e che in una cappella riposa, è affollata,  così la piazza principale (place de la Mairie), quella dove c’è l’Ufficio del Turismo, che ricorda il tempo in cui era la città dei tessitori che producevano le vele che equipaggiavano le grandi navi europee (Caravelle di Colombo incluse) e delle ricchezze della Compagnia delle Indie. Mentre una piccola giostra, mossa da una bicicletta, attira l’attenzione di molti bambini.

E per chi scrive c’è anche un ricordo letterario suggerito da uno dei tanti depliant in distribuzione: Locronan è anche set cinematografico e qui Roman Polanski girò alcune scene di “Tess”, dal grande romanzo di Thomas Hardy.

La Pointe Saint-Mathieu è la tappa successiva. Siamo all’estremo occidentale della Bretagna, nel comune di Plougonvelin,  e ciò che ci colpisce, oltre alla bellezza della costa e del mare, è la presenza di un faro, finito di costruire nel 1835 (l’ultimo guardiano se ne è andato nel 2006) che è contiguo agli imponenti resti di una abbazia costruita a partire dall’XI° secolo (con annessi un giardino murato, nel quale si sta svolgendo una gara di trattori (!), i resti del dormitorio e la chiesa parrocchiale) e che ospitò monaci benedettini fino alla rivoluzione francese. In prossimità c’è anche il Memoriale nazionale dei marinai morti per la Francia: non ci sono tombe o ossari ma tre distinti elementi: una stele alta 17 metri, posta sulla Esplanade du Souvenir Francais che si affaccia sul mare, il cenotafio e le chemin de memorie di circa  3 chilometri.

Dopo un caffè sorseggiato su dei rilassanti divani in un bar posto difronte all’abbazia e nuovamente ammirato la vista della costa (il sentiero che la percorre è uno dei punti di partenza francesi del Cammino di Santiago di Compostela), riprendiamo il camper lasciato nel parcheggio a pagamento, percorriamo un tratto di strada costiera, ci indirizziamo verso l’interno per ritornare verso la costa ed arrivare per la sosta notturna a Le Port de l’Aber Wrac’h, nel parcheggio che da sul porto turistico. Siamo nella zona dei Pays des Aubers, una zona molto verde caratterizzata dalla presenza di molti fiordi (aber in bretone) dove l’acqua salata del mare si congiunge con quella dolce a seguito del movimento prodotto dalle maree. 

Quando arriviamo c’è ancora tempo per una breve passeggiata nel paese che ci regala qualche bello scorcio sulle barche in porto e per un’ora trascorsa leggendo sulle sdraio riscaldati dal sole della giornata che sta finendo, sul prato dietro ai camper parcheggiati che si apre sul porto e sul fiordo.

Nono giorno

La prima tappa del giorno è il piccolo villaggio di Meneham, nel comune di Kerlouan, nel cuore dei Pays Pagan (il termine “pagan”  è un falso amico e si deve intendere come “contadino“). Con difficoltà riusciamo a trovare un posto nel parcheggio e, dopo una breve passeggiata a piedi, raggiungiamo il villaggio. Poche sono le case, tutte sono state restaurate (l’atto di fondazione del villaggio è il 1756), non ci sono più i miliziani e i doganieri che furono i primi abitanti come pure i contadini, i pescatori ed i raccoglitori di alghe che presero il loro posto nella seconda metà dell’800 (c’è un piccolo museo che illustra la storia del viaggio e dei suoi abitanti), ma molti turisti. Per noi il posto è affascinante: certo le case in pietra, molte delle quali hanno il tetto in paglia, attirano l’attenzione, ma è soprattutto la loro posizione che colpisce: sono state costruite dietro alte rocce dalla strana ed enigmatica forma (quella dei miliziani/doganieri è stata costruita nel mezzo di due rocce). Mentre alcuni turisti si avventurano in una scalata, noi, come molti altri, cerchiamo quella che ricorda il cappello di Napoleone, un coccodrillo, un viso umano. Le rocce sono anche nel mare (molti, nel corso della storia, sono stati i naufragi) e tra alcune di esse ci sono delle piccole spiagge di sabbia bianchissima: un paesaggio grandioso che noi assoceremo sempre alla Bretagna!

La tappa successiva è la vicina Le Folgoet, un piccolo centro famoso per la gotica Basilica di Notre Dame (la prima pietra venne posta nel 1365). Di particolare importanza sono l’alto ed elegante campanile e, soprattutto, al suo interno, la tribuna ad archi, un capolavoro di leggerezza in stile gotico fiammeggiante.

La giornata si chiude con la visita di Roscoff, un’altra “Petite cité de caractère”. C’è tanta gente e con difficoltà riusciamo a trovare un posto dove lasciare il camper. Non è vicinissimo al centro (è lungo Rue de Great Torrigton), ma la passeggiata di circa mezz’ora (prendiamo come punto di riferimento l’Ufficio del Turismo in Quai d’Auxerre) ci regala una bella vista del lato ovest della baia su cui Roscoff è stata costruita, con il suo lungomare, il faro ed il porto. Alle spalle del porto si sviluppa il centro storico: le case sono in granito, con lucernari scolpiti, doccioni intagliati e con le entrate delle cantine affioranti, molte risalgono al XVI° secolo e vennero costruite dai ricchi mercanti ed armatori che fecero ricca la cittadina. Nella piazza principale, place Lacaze-Duthiers, si trova  l’interessante Eglise Notre-Dame de Kroaz-Bats, cinquecentesca, la cui costruzione fu finanziata dagli allora ricchi mercanti. Lo stile è composito: l’alto campanile, visibile quasi ovunque, è rinascimentale, mentre il resto della chiesa presenta molti elementi del tardo gotico.

Ritorniamo sui nostri passi, ci gustiamo un aperitivo in uno dei bar che si affacciano sul lungomare, riprendiamo il camper per raggiungere l’”Aire de Camping-Car du Laber”, in Route du Laber, N 48.712020, E 3.999750: è su asfalto, per una trentina di camper, lungo una strada che porta in centro Roscoff (all’ingresso c’è la fermata della navetta gratuita per il centro). Facciamo una breve passeggiata sulla spiaggia difronte: c’è la bassa marea, la vegetazione cresce spontaneamente lungo la riva, qualche gabbiano garrisce, una garzetta si nutre tra l’acqua stagnante, una barca è mollemente abbandonata nel terreno lasciato libero dall’acqua, mentre il sole tramonta.

Decimo giorno

Iniziamo la giornata con la visita di Morlaix. C’è un’area comunale gratuita per la sosta dei camper ai numeri 62-64 di rue de Brest: in realtà è parte di un parcheggio per le macchine, contiene pochi posti e non molto grandi (noi che abbiamo  un camper di oltre 6 metri e mezzo abbiamo qualche problema nella manovra), è su asfalto e vicina al centro storico della cittadina (15 minuti circa a piedi).

Per chi come noi ama passeggiare e perdersi nei centri storici, Morlaix è piccolo grande tesoro: tanti sono i vicoli, che salgono e scendono, alcune volte sono intervallati da ripide scale in pietra, un dedalo che si percorre con lo sguardo rivolto verso le numerose e tipiche case a graticcio del XV° o XVI° secolo, vanto della cittadina, denominate  “maison à lanterne”, o “à pondalez”, per le gallerie (“ponte d’allée”), illuminate dal tetto, con camini e scalinate,  che collegano le varie parti che le compongono (l’Ufficio del Turismo, al n. 10 di Place Charles-de-Gaulle) offre una utile e dettagliata cartina). E camminando percorriamo la Grand’Rue, pedonale, un’infilata di case a graticcio abbellite da statue di santi e da figure grottesche (la casa al numero 9 è uno dei gioielli di Morlaix; un’altra, ma al n. 33 du Rue Du Mur, è quella della Duchessa Anna),  saliamo i gradini che ci portano alla chiesa di Sainte-Melaine, ben inserita nel panorama cittadino, e, dalla chiesa, continuiamo a salire fino al viadotto. Che è un grande prodigio dell’ingegneria ottocentesca, con la sua struttura a ponti ad arco semicircolare, alto 62 metri, lungo 292, con 14 archi superiori e 9 inferiori (la fonte è il sito “franciaturismo.net). Insieme ad altri visitatori ci ritroviamo al primo piano (il secondo è per la rete ferroviaria, che, dopo il porto, fu strategicamente importante nel passato per lo sviluppo economico della cittadina che si sviluppa tra due contrafforti): oltre a pensare alla grandezza del genio umano, la posizione regala ancora delle belle vedute di Morlaix e del suo centro storico perché il viadotto taglia in due il centro della città e separa il porto, ora turistico e indubbiamente pittoresco per gli edifici che lo circondano, dal resto della cittadina.

Mentre ritorniamo al camper la nostra attenzione cade su alcuni murales che abbelliscono gli esterni di alcuni edifici: non vediamo quello famoso del “Vecchio ed il Mare” ispirato all’opera di Hemingway, ma altri che ci indicano che Morlaix è diventata, in questi ultimissimi anni, un centro rinominato per la Street Art.

Lannion – Place du Marhallac

Lasciamo la città per Lannion. Lungo la D756, lambiamo la bella e grande spiaggia nel comune di Plestin-les-Graves. Una volta raggiunta Lannion, lasciamo il camper lungo il fiume Léguer. Siamo nella parte inferiore della cittadina e, dopo una breve passeggiata, raggiungiamo la sua parte superiore. Che è il centro storico, dalle molte case a graticcio o in ardesia, le più antiche delle quali risalgono al XVI° secolo (si trovano in rue des Chapeliers). Ci fermiamo nella pittoresca Place du Marhallac, per le sue due case a torretta, vorremmo, ma poi rinunciamo, salire i molti gradini che portano al quartiere e alla chiesa di Brélévenez, che sorge a strapiombo sulla cittadina e da cui, leggiamo,  si gode un bella vista (un’altra interessante chiesa è l’Eglise Saint-Jean du Baly, che incontriamo all’inizio della nostra passeggiata).

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo l’”Aire de Trégastel”, in rue du Poul-Palud, https://www.aire-service-camping-car-panoramique.fr/panoramique/cote-armor/22: è grande, con carico e scarico, a pagamento, in prossimità di un supermercato, vicino alla spiaggia e al centro di Trégastel: ci troviamo infatti nel centro della Cote de granite rose.

C’è il tempo per una breve visita in bicicletta del centro di Trégastel: un elegante centro balneare, con tanti turisti, hotel ristoranti e negozi, un acquario ed una bella spiaggia di sabbia fine protetta da grandi scogli. Prima di rientrare, sul piccolo viale che porta all’ingresso dell’area di sosta, notiamo un furgone con i colori della nostra bandiera ed il nome “Cabana pizza”: siamo un po’ incerti, ma la fame è tanta: ordiniamo due pizze da asporto (una “margarita” ed una “vegetarienne”) che quando mangiamo sul nostro camper scopriamo essere superabbondanti di formaggio ma, soprattutto, buone.

Undicesimo giorno

In bicicletta lungo il tratto della Costa di Granito Rosa (“Côte de Granit Rose“) in prossimità di Tregastel. Prendiamo la pista ciclabile che inizia fuori dall’area di sosta e, con grande grande piacere per lo spettacolo naturale composto dalle spiagge, dal mare, dai grandi massi di granito sparsi nell’acqua, dalle barche del porto, dalle case tra i grandi massi, e dal cielo percorso da bianche nubi, ci muoviamo tra Tregastel, la Plage de Tourony, di sabbia fine,  e  Ploumanac’h. Sul porto di Ploumanac’h si sta svolgendo un piccolo mercato. Su un furgone arancione vediamo scritto “je cuisine aver des products bio e locaux” e troviamo esposte delle brioche, molte in formato extra large. Ci buttiamo a capofitto: e così, mentre ci deliziamo della vista del porto, gustiamo una delle più buone brioche della nostra vita, soffice e delicata nonostante il burro, deliziosamente saporita. E anche l’accompagnamento non è da meno: un ottimo caffè speziato preparato da una signora originaria delle Antille francesi.

E’ circa mezzogiorno quando lasciamo l’area di sosta. Raggiungiamo la vicina Treguier, “Petite Cité de Caractère”. Lasciamo il camper lungo il porto turistico ed entriamo nella cittadina percorrendo la rue Ernest Renan: tante sono le case a graticcio che risalgono al XV° e XVI° secolo, tra queste una delle più belle è quella dedicata a Ernest Renan, grande orientalista, storico del cristianesimo e filologo, nativo della cittadina. Place du Martray e rue Saint-Yves: sono altri due punti per ammirare le case a graticcio e, per quanto riguarda la piazza, l’importante cattedrale Saint-Tugdual, la cui architettura unisce elementi gotici con elementi romanici ed altri più moderni, e che è un grande insieme, unico in Bretagna, formato oltre dalla cattedrale, dal chiostro (XIV°/XV° secolo), il palazzo episcopale ( presente sin dal Medioevo, ma quello che si vede oggi risale al XVIII° secolo) e il cimitero.

Altra tappa della giornata è la “Petite Cité de Caractère” di Pontrieux. Come spesso ci capita in Francia, ci indirizziamo verso un grande supermercato e nel suo parcheggio lasciamo il camper. In poco tempo siamo nel centro della cittadina: ci sono due piazze triangolari collegate da una via lastricata Rue Saint-Yves, con antiche case, alcune a graticcio (in una delle piazze, Place Yves le Trocquer c’è un’insolita casa a graticcio dal colore blu denominata “la Tour Eiffel”). Vediamo il fiume Trieux, sappiamo che Pontrieux è famosa per i suoi lavatoi abbinati alle case in granito dei ricchi borghesi che si affacciavano sul fiume (Pontriuex fu una fiorente cittadina legata ai commerci fino alla fine del XIX° secolo), vediamo un cartello che segnala gite in barca sul fiume ed un chiosco con una fila di persone: è il posto dove si comprano i biglietti per il percorso, su barche elettriche e con guida francese (sono ragazzi/e del luogo), lungo il fiume per apprezzare l’insolito patrimonio della cittadina. Che è stato  riconosciuto nel 2022 nelle Guide Verdi della Michelin come  “una cinquantina di lavatoi splendidamente restaurati e ornati di fiori si allineano sulle rive del Trieux. Il modo migliore per ammirarli rimane la barca elettrica, ma la visita a questo patrimonio rappresenta una passeggiata incantevole sia che vi si arrivi dall’acqua che vi si acceda dalla terra”. E anche per noi è proprio così!

Un lavatorio di Pontrieux

Alla sera raggiungiamo l’”Aire Camping-Car Park de Fréhel“, La Ville OieLa Ville Oie 22240 Fréhel GPS: 48.650627° -2.353177°: è nella rete europea “Camping-Car”, è su terreno battuto, ha 45 posti disponibili e tutti i servizi, si trova  in mezzo al verde, a circa tre chilometri dalla cittadina di Frehel, ma soprattutto sulla pista ciclabile che conduce a cap Frehel (5 chilometri circa)

Mentre stiamo per preparare la cena, sentiamo bussare al nostro camper: è un signore, di antiche origini italiane, che vende del pesce marinato secondo una ricetta famigliare: ne compriamo due vassoi: una squisitezza.

Dodicesimo giorno

Con le nostre biciclette ci dirigiamo verso Cap Fréhel. Il percorso ha inizio dall’area di sosta: una volta attraversata la D34, la pista ciclabile corre lungo alcune case e campi coltivati per aprirsi poi sulla costa. La vista è di quelle che lasciano un segno indelebile per noi che amiamo la costa ed il mare del nord Europa: la brughiera con i campi di ginestra e di erica dai vari colori che compongono una tavolozza di colori – giallo rosa, viola, porpora – che finiscono in spiagge con finissima sabbia bianca, le falesie, i piccoli golfi che si incuneano nella costa rocciosa, bianche e spesse nubi che percorrono e lasciano strisce nel cielo azzurro, gli uccelli marini, tanti, che nidificano e volano lungo le falesie.

Ed il faro in lontananza. Quello di Frehel è stato costruito su una falesia (il primo, chiamato anche Torre Vauban, risale al periodo di Luigi XIV, l’attuale al 1950), è alto e a strapiombo sul mare. Siamo in tanti (abbiamo lasciato le biciclette nel parcheggio), passeggiamo sulla falesia, la giornata è davvero molto bella (ma non riusciamo a vedere le isole del Canale della Manica), quando ci sporgiamo vediamo gli uccelli in volo (il sito è una riserva ornitologica).

Ma le meraviglie della giornata non finiscono qui perché decidiamo di lasciare la zona del faro per raggiungere il Fort La Latte. Siamo in bicicletta e quindi seguiamo la strada che in circa quarto d’ora ci porta nel parcheggio del Forte (c’è anche un sentiero in cima alla scogliera che che collega il Capo al Forte della lunghezza di circa 5 chilometri). Siamo in luglio ed il parcheggio è piuttosto pieno (vediamo dei camper che sostano nel prato che si trova al suo esterno), ma per le nostre biciclette non c’è problema. Una sentiero piuttosto largo ci conduce all’ingresso del Forte: una breve coda, il biglietto costa, al momento della nostra visita, € 7,20 (il castello è privato), superiamo i due ponti levatoi e siamo nel suo interno. Con i tanti visitatori seguiamo il percorso che si snoda lungo le mura, i cortili, le torri. Più che per le caratteristiche dell’edificio noto anche come Chateau de la Roche Goyon (venne costruito nel XIV° secolo in ardesia rosa e nel corso della sua storia venne trasformato da castello in fortezza per la difesa della costa), è la sua scenografica posizione a colpirci: a picco sul mare, sulla scogliera che si proietta nel mare.

Torniamo al parcheggio seguendo il breve sentiero lungo la costa: all’inizio ci sono belle vedute del Castello e in circa mezz’ora siamo al parcheggio. Ritorniamo al Capo, ripercorriamo la pista ciclabile per tornare all’area di sosta, ripartiamo e nel tardo pomeriggio siamo nel campeggio, che avevamo precedentemente prenotato, a Cancale, nella baia del Mont Saint-Michel.  E’ “Le Bois Pastel”, al n. 13 di Rue de la Corgnais: è un “tre stelle”, la piazzola è grande, molto pieno considerato che siamo alla fine di luglio (e la prenotazione è risultata davvero necessaria), abbastanza vicino alla spiaggia e al centro di Cancale, raggiungibile in bicicletta in circa quindici minuti o in bus, con fermata appena fuori dal campeggio.

Destiniamo la sera ad una cena di pesce perché Cancale è porto di pesca e, soprattutto, grande centro di allevamento delle ostriche (in passato si pescavano ed anche i Romani ne erano deliziati). Arriviamo in bicicletta: dalla ripida rue du Port scendiamo in place de la Chapelle: a sinistra e a desta si aprono due quai i café ed i ristoranti sono tanti e tutti pieni, non sappiamo quale scegliere. Alla fine siamo fortunati e troviamo un tavolo da Chez Victor al n. 8 di Quai Admis en Chef Thomas: ha tante e buone recensioni in Tripadvisor, che trovano conferma nei due piatti ordinati: un “fish and chips” e un discreto “Plateau du Bourlinguer”, composto da ostriche, mezzo granchio, gamberi, scampi e varie lumache di mare.

Tredicesimo giorno

Trascorriamo l’intera giornata a Saint-Malo, che raggiungiamo, in circa due ore scarse, con il bus che ferma appena fuori dal campeggio. Appena scesi dal bus, ci spostiamo sulla Plage de l’Eventail: la giornata è davvero molto bella: il cielo è percorso da bianche nuvole, la temperatura è mite, molti sono i bagnanti e le descrizioni della Saint-Malo dal cupo cielo e dal mare tempestoso che violentemente s’infrange contro i bastioni sembrano impossibili.  Siamo all’inizio della Grand Plage du Sillon, difronte ai resti del Fort National, posto a difesa del borgo ed ex-prigione, costruito alla fine del XVII° secolo, che riusciamo a raggiungere perché è periodo di bassa marea (Saint-Malo è famosa per le sue forti maree e un’altra meta durante questo periodo è l’Ile du Grand Blé per la visita alla tomba di René Chateubriand raggiungibile dalla Plage de Bon-Secours, nativo di Saint-Malo). Di un certo effetto scenografico i frangiflutti in legno costruiti nei secoli scorsi per proteggere la città dalla violenza del mare, tuttora esistenti sulla spiaggia.

Ritorniamo sulla Esplanade St-Vincent e, dalla omonima porta, entriamo nell’antica città fortificata di Saint-Malo, nota anche con il nome di “Intra-Muros” o “Ville Close” (Saint-Malo, in realtà, è una conurbazione urbana costituita dalle città portuali di Saint-Malo e Saint-Servan e da due moderni sobborghi). Per ammirarla al meglio saliamo sui bastioni costruiti alla fine del XVII° secolo dall’ingegnere militare Vauban: una passeggiata di circa due chilometri grazie alla quale si hanno delle belle vedute della baia, del porto e delle spiagge (la Grand Plage du Sillon, a nord-ovest, la Plage du Mole, la Plage de Bon Secours) che la circondano, dell’interno della “Ville Close”, con i suoi alti e severi edifici in pietra grigia e tetti di ardesia (quasi tutti fedelmente ricostruiti dopo che circa l’80% venne distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale) ed i vicoli, tutti occupati da turisti, negozi, bar, creperie e ristoranti.

Una volta terminata la passeggiata, scendiamo e ci uniamo alla fiumana di visitatori. E camminando senza una meta precisa scopriamo angoli davvero suggestivi: la bella Rue du Pelicot, con case le cui facciate hanno pannelli in legno; l’Hotel Magon, ovvero la Demeure de Corsaire, originale del XVIII° secolo, costruita da Auguste Magon, armatore, direttore delle Compagnie delle Indie e corsaro ai tempi di Luigi XIV° (Saint-Malo fu grande porto mercantile ma anche centro di corsari, che dotati di una apposita autorizzazione denominata “lettera di corsa” agivano per conto della Corona contro i nemici inglesi); il Bastion de la Hollande, con i suoi cannoni e la statua dell’esploratore Jacque Cartier, che arrivò in Canada; la Cathedral Saint-Vincent, in place Jean de Chatillon, gotica, anch’essa ricostruita dopo i bombardamenti; il Castello con il Museo in place Chateaubriand, con la sua alta torre; Rue de Vieux Remparts, con le sue arcate in legno.

La giornata sta finendo, non c’è più tempo per la visita al Grand Aquarium in rue du General Patton (più di 11000 sono le creature marine qui presenti e c’è anche il sottomarino Nautilus che porta i visitatori alla scoperta degli animali e di alcuni ambienti contenuti in una grande vasca), la Saint-Malo battuta dal vento e scossa da forti temporali è rimasta sulla carta e nei ricordi di una nostra precedente visita di tanti anni fa, un’ultima occhiata alla “Ville Close” e alla Grand Plage du Sillon, e con qualche difficoltà (il bus che salta una corsa) rientriamo in campeggio.

Quattordicesimo giorno

Con la bicicletta ritorniamo nel centro di Cancale. Ancora a perdifiato scendiamo lungo la Rue du Port, lentamente imbocchiamo il Quai Admis en Chef Thomas (tanti sono i turisti) ed in fondo, vicino al faro di Houle, raggiungiamo il mercato delle ostriche. I banchi, coperti con delle tende bianche e blu, sono degli allevatori della zona: tutti hanno in bella vista piatti su cui sono raccolte le ostriche. Ce ne sono di vario calibro (più è piccolo – 0, 1, 2 – e più grosse sono), alcune sono cave altre sono piatte, alcune rotonde altre lunghe, ci sono le huitres creuses, piccole e meno costose, le Cacalaises, più grosse e polpose. Alla fine mi delizio con una ventina di ostriche di vario genere, che accompagno con un bicchiere di Muscadet, e, una volta terminato il paradisiaco assaggio, come usanza, getto le conchiglie sulla spiaggia.

Concludiamo la mattinata passeggiando nel centro: c’è un parte bassa a ridosso del porto, in passato occupata dai pescatori, ed un parte alta dove vivevano i ricchi armatori e nella quale si trova la chiesa di Saint-Méen, nella cui piazza (Place de la Repubblique) c’è la fontana in bronzo “Le laveuses d’huitres”, un omaggio alle donne che nel passato lavavano le ostriche mentre i loro compagni erano in mare.

Rientriamo in campeggio e trascorriamo un pomeriggio di assoluto riposo nella bella plage du Verger vicina al campeggio (dista circa un quarto d’ora in biciletta).

Alla sera, sempre in bicicletta, ritorniamo in Cancale perché vogliamo degnamente concludere il viaggio con una sontuosa cena di pesce. La scelta è questa volta ricaduta sul ristorante A’ Contre-courant, al n. 3 di Place du Calvaire, che avevamo prenotato alla mattina. E la scelta non poteva essere delle migliori: un bell’ambiente, servizio cortese, due sontuosi plateau, ognuno dei quali con in testa un’intera e grande granseola, un’infinità di ostriche gamberi lumache di mare, una buona mezza bottiglia di Muscadet, ed un indimenticabile dolce, la specialità bretone Kouign Amann, con il gelato e la panna montata, ricoperti di caramello e mandorle tritate.

La migliore conclusione per un bel viaggio. Che prima o poi continuerà perché i  posti da visitare in questa bella terra sono tanti e molti li abbiamo esclusi per il tempo (poco) a disposizione. E perché viaggiare è …

Girovagando un po’ in Francia

Questa volta avevamo tre località come meta del nostro viaggio: Briancon, Grenoble e, soprattutto, Lione. Poi, strada facendo, abbiamo seguito un po’ il nostro fiuto e un po’ le nostre fedeli guide Michelin e “Lonely Planet”,  e così il percorso si è allungato ed abbiamo visitato centri e zone che all’inizio non avevamo assolutamente programmato. E’ stato il caso della regione collinare del Beaujolais a nord-ovest di Lione, dei Pays des Pierres Dorées, in cui gli edifici sono costruiti con pietra calcare dal bel ed intenso coloro dorato, dell’incantevole Perouges, della zona de La Dombes, una area punteggiata di stagni fatti dagli agricoltori locali dopo l’opera di bonifica di paludi malariche, che ospita una grande varietà di uccelli acquatici, di Hauterives, che offre al visitatore un esempio unico di cosa la passione, la genialità umana ed un sano livello di pazzia possono produrre, e di altre località.

Ma andiamo con ordine.

Primo giorno

L’arrivo in Francia è avvenuto dal Monginevro: eravamo all’inizio di aprile e la neve lungo la strada e quella che un po’ scendeva ci ha accompagnato verso il valico e la discesa a Briancon. Abbiamo trascorso una tranquilla notte nell’area di sosta comunale in Rue Georges Bermond-Gonnet, in realtà un grande parcheggio aperto anche alle macchine.

Secondo giorno

Briancon è famosa per le opere di ingegneria militare progettate da Sébastien Le Prestre, poi marchese de Vauban, molte delle quali eseguite dopo la sua morte (avvenuta a Parigi nel 1707), ma secondo i suoi criteri, che imponevano che la realizzazione del progetto dovesse esser fatta nel pieno rispetto dell’elemento naturale. Abbiamo iniziato la visita  camminando lungo queste opere,  ora inserite nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Ci siamo indirizzati verso le  fortificazioni a stella che circondano la Città Vecchia e che compongono la Città alta: e la vista dal  ponte d’Asfeld, costruito su uno strapiombo, è stata davvero spettacolare!

La passeggiata è continuata nella Città Vecchia: è attraversata da una strada in pendenza, la Grande Rue, che ha nel mezzo un canale di scolo (di qui il soprannome di Grand Gargouille), e che collega le due porte principali di ingresso (a nord Porte Pignerol e a sud Porte d’Embrun) lungo la quale (e sulle sue laterali) si possono notare, tra i molti negozi e bar e ristoranti,  antichi edifici, alcune fontane e delle meridiane. Soprattutto interessante la Collegiale Notre-Dame et Saint Nicholas in place de Temple, sempre ad opera di Vauban, che attira la nostra attenzione per il suo colore rosa corallo, per la grande meridiana della facciata, e che presenta all’interno interessanti dipinti barocchi.

La Città Vecchia è dominata dal Fort du Chateau (che è parte nella Città Alta): la salita è molto ripida, piuttosto faticosa, si può fare su prenotazione, ma è riscattata dal paesaggio delle montagne attorno a Briancon che si può avere una volta raggiunto.

Nel pomeriggio ci trasferiamo Grenoble. Decidiamo di fermarci per una notte nel campeggio “Le Trois Pucelles”: un piccolo ed accogliente campeggio a gestione famigliare, sito nel comune di Seyssin, a circa 6 chilometri dal centro di Grenoble, raggiungibile con i mezzi pubblici.

C’è tempo per una prima visita della città. Considerata la “capitale delle Alpi francesi” nella guida Michelin (titolo meritato visto il panorama alpino che la circonda), è una città molto viva e ricca di stimoli: tanti ed importanti sono i suoi musei (tra questi: il Museo di Grenoble, con una prestigiosa collezione d’arte moderna ed arte classica, il Centre National d’Art Contemporain, sito all’interno de Il Magasin, in vetro ed acciaio, costruito da  Gustave Eiffel, per l’arte contemporanea), intensa è l’attività teatrale ed è un grande polo tecnologico.

Dato il tempo (poco) a disposizione, passeggiamo per il centro storico e percorriamo le vie attorno a place Grenette e place Notre-Dame, in larga parte pedonali: molto interessanti sono gli edifici storici che si affacciano sulle piazze e su queste vie, la cui costruzione copre un periodo che va dal Medioevo al XIX° secolo. E non può mancare nella commerciale Grand-Rue il transito dall’abitazione al n. 14 che fu la casa natale di Sthendal (e al n. 20 della stessa via c’è il museo a lui dedicato: ah quanti ricordi  universitari di ore passate a studiare ed amare “Il rosso ed il nero” o “La Certosa di Parma” o …).

Terzo giorno

Téléphérique Grenoble Bastille

Ci alziamo di buonora per continuare la visita di Grenoble. La meta è il Fort de la Bastille, costruito sopra la città, a scopo difensivo, nel XIX° secolo. La raggiungiamo con la Téléphérique Grenoble Bastille, una delle prime ovovie ad essere costruite all’interno di una città (era il 1934), in partenza dal quai Stephane Jay, che copre un dislivello 264 metri e passa sopra l’Isère, il fiume che attraversa Grenoble. La fortezza è ben conservata, contiene un museo militare ed un centro di arte contemporanea, siamo tra i molti turisti che la vistano, e ciò che lascia affascinati è la vista che regala dei monti attorno (dal Monte Bianco alla vette del Vercors, tutti identificati da tavole esplicative) e del centro della città. Terminata la visita decidiamo di ritornare nel centro a piedi ed in circa mezz’ora percorriamo il sentiero che scende dalla collina.

Così termina il nostro soggiorno a Grenoble: riprendiamo il camper: è quasi sera. La tappa successiva sarà Perouges ed in un’area di sosta in un piccolo paese incontrato lungo la strada ci fermiamo per la notte. Troviamo l’ennesima conferma: la Francia è un paese molto amico dei camperisti: le aree di sosta sono dappertutto e con tranquillità ci si può fermare (questa è la nostra esperienza più che ventennale).

Quarto giorno

Pérouges si trova a circa una quarantina di chilometri da Lione, a sud della Dombes. Lasciamo il camper nel grande parcheggio (aperto anche alle macchine) alla base del villaggio. Una breve passeggiata ci conduce al suo interno e subito capiamo perché è classificato tra i più belli villaggi di Francia. E’ un borgo fortificato, medioevale, assolutamente ben preservato, con i suoi vicoli acciottolati,  le numerose case in pietra e a graticcio con i piani superiori aggettanti, le dimore rinascimentali con belle bifore, la chiesa fortezza, la pittoresca piazza centrale, Place du Tilleul, con la locanda (Ostellerie) risalente al XIII° secolo, con una facciata fatta con i pannelli in legno e l’altra di impronta rinascimentale, il Museo du Vieux Pérouges, allestito nella Casa dei fu dei duchi di Savoia, e l’albero della Libertà, un tiglio (di qui il nome della piazza), piantato nel 1792.

Poiché siamo in aprile, la visita è abbellita anche da un evento che il borgo organizza all’inizio di questo mese: la “Sfilata Veneziana”. Tante sono le maschere in stile veneziano che percorrono i vicoli o sostano in prossimità delle antiche case e in piazza: e noi, insieme a molti altri visitatori, scattiamo a più non posso delle belle fotografie.

Mentre passeggiamo troviamo il tempo per gustarci una specialità: la galette de Pérouge, composta da pan brioche zucchero burro, con sopra un po’ coulis di frutta e panna montata, gustata tiepida e accompagnata da un bicchiere di Cerdon  (un buon vino rosato frizzante) e da un caffè.

Finita la visita riprendiamo il camper e raggiungiamo il Parc des Oiseaux a Villars-les-Dombes. E’ un parco che accoglie, come si può leggere nel loro sito (www.parcdesoiseaux.com“2000 uccelli” appartenenti a “250 specie” sparsi su una superficie di “35 ettari”, “La collection du Parc est la plus importante et la plus diversifiée que vous pourrez observer en Europe! Elle compte plus de 60 espèces inscrites au Livre Rouge des Espèces menacées dans la nature ; nous contribuons activement à plusieurs programmes de conservation exemplaires tels que celui du Gypaète barbu, le vautour le plus menacé d’Europe.” Uccelli in libertà tanti, uccelli in gabbia altrettanto (beh ci sono anche dei canguri: mah!), i loro colori sono una delizia per gli occhi, c’è anche uno spettacolo in cui alcuni rapaci, pappagalli  ed altri uccelli dai vivaci colori si nutrono del cibo offerto dalla loro addomesticatrice oppure volano verso di lei e, con qualche timore, anche sopra le nostre teste. In conclusione: una bella visita!

Alla sera arriviamo a Lione, al “Camping de Lyon”, “www.camping-lyon.com“, Porte de Lyon, Dardilly: è grande, con buoni servizi, con le fermate dei mezzi pubblici all’esterno.

Quinto giorno

Abbiamo deciso di dedicare l’intero giorno alla visita della città. Lione si trova alla confluenza di due grandi fiumi, la Saone ed il Rodano: su una penisola, Presqu’Ile, dalla lunghezza di circa un chilometro e delimitata dai due fiumi si trova il centro della città, con il famoso quartiere della Croix Rousse, mentre la Vieux Lyon, si estende sulla riva occidentale della Saone, con alle spalle la collina Fourvière.

Ci svegliamo presto e la nostra prima tappa è la Vieux Lyon. Di grande fascino per i suoi alti edifici medievali e rinascimentali che fiancheggiano rue du Boeuf, rue Saint-Jean (qui c’è anche un un interessante ed insolito Musée des Miniatures et Decors du Cinéma, una manna per gli appassionati), rue de Trois Maries, rue Juiverie. In quest’ultima, alzando lo sguardo, restiamo colpiti dai doccioni e da alcune strani personaggi scolpiti in pietra. C’è anche la Cattedrale: è dedicata a Saint Jean, si trova nella piazza omonima, dall’architettura con elementi romanici e gotici (la costruzione venne completata in tre secoli, dal 1175 al 1481), con un interessante orologio astronomico della fine del XVI° secolo nel transetto.

Attraversiamo la Saone per incamminarci nel centro della città (lasciamo la collina per il pomeriggio). La visita ha inizio con la Place de Terreaux, su cui si affaccia l’interessante Hotel de Ville, il Municipio costruito tra la seconda metà  del ‘600 e gli inizi del ‘700, e che presenta un’imponente fontana in piombo, con quattro cavalli che rappresentano i quattro grandi fiumi francesi e altre 69 fontane in granito, incassate nel terreno, che quando sono in funzione sono una grande delizia per chi ama scorrazzarci nel mezzo (i getti d’acqua appaiono e scompaiono nell’arco di qualche secondo) per gioco e per refrigerio estivo. Proseguiamo senza una meta precisa e così scopriamo il Teatro dell’Opera, in place de Comedie, in stile neoclassico, altre fontane in place Louis Pradel e, nella stessa piazza, l’Homme de la Liberté, una scultura in metallo di recupero ad opera dell’artista César, il murales, fatto a metà degli anni ’90 del secolo scorso,  Fresque des Lyonnais, all’angolo tra rue de la Martiniere e quai de la Pecherie, che occupa una palazzina di sei piani, nel quale sono ritratti trenta famosi personaggi nati in Lione  (e qui Internet aiuta il visitatore nella scoperta …).

Tralasciamo i musei, mezzogiorno è passato, è tempo per un buon pranzo. Lione è famosa per la sua cucina: è la sede di tanti ristoranti stellati, ma anche di tanti “bouchon”, che qui è il termine con cui si indicano i bistrot dove si mangia e si beve nel rispetto nella tradizione dei cibi e vini locali. Noi scegliamo uno di questi: “Bouchon Chez Paul”, in Rue Major Martin, che si fregia di essere un “authentique Bouchon Lyonnais”. L’atmosfera c’è tutta: tavoli in legno ricoperti da tovaglie a quadri, alle pareti oggetti del tempo che fu e appartenenti al mondo contadino, gente del posto e persone in visita (con la vicina famiglia statunitense avremo condiviso osservazioni e favorevoli commenti circa gli ingredienti e la bontà dei piatti). Il pranzo è stato molto tipico (abbiamo scelto il “Menu Bouchon”): abbiamo iniziato con un abbondante piatto di squisita “charcuterie” con l’accompagnamento di quattro insalate (lenticchie, barbabietole, muso di maiale, fagioli bianchi), per proseguire poi con “tablier de sapeur”, ovvero un pezzo di trippa cotto nel brodo, marinato in vino bianco e poi impanato e con una “quenelle” dalla forma di un grande gnocco a base di farina e mollica di pane, ai funghi ed inondata da una salsa ai funghi, un pezzo di formaggio Saint-Marcellin, prugne al vino e crème caramel hanno degnamente chiuso un ottimo ed abbondante pranzo. Mentre nei bicchieri non poteva non mancare del Beaujolais.

Una caratteristica di Lione sono le “traboules” (forse dal latino “trans ambulare”), ovvero passaggi pedonali che, sia nella Vieux Lyon che nella Croix Rousse (ma ce ne sono alcuni, meno famosi, anche in Presqu’Ile)si sviluppano sotto palazzi strade e cortili, molte includono suggestive scale a chiocciola, talune terminano in cortili o vicoli ciechi (ed allora prendono il nome di “miraboules”). Quelle della zona di Vieux Lyon risalgono all’epoca romana e al Rinascimento (fungevano da scorciatoie per i cittadini di allora che dovevano districarsi tra il reticolo di vicoli e medioevali ed i nuovi e numerosi edifici del periodo), mentre nella Croix Rousse sono state costruite per la maggior parte dai tessitori della seta nel XIX° per agevolare il trasporto della seta in condizioni atmosferiche sfavorevoli e usate durante la loro rivolta nello stesso secolo (la stessa cosa capitò con i partigiani della seconda guerra mondiale). Non tutte sono percorribili: per ricordarne solo alcune, noi nella Vieux Lyon abbiamo scelto, tra le più famose, quella che collega il n. 27 di Rue Saint-Jean al n. 6 di rue des Trois Maries, il n. 54 di Rue Saint-Jean con il n. 27 di rue du Boeuf, mentre per la Croix Rousse il nostro giro è iniziato dal n. 9 di place Colbert (l’Ufficio del Turismo di fornisce un’utile cortina dei due quartieri e delle traboules percorribili).

Basilique Notre-Dame de Fourvière

La visita di Lione finisce con la salita in funicolare (che parte da place Eduard Commette) alla sommità della collina di Fourvière. Qui visitiamo la Basilique Notre-Dame de Fourvière, in stile neo-bizantino, che dalla fine del XIX° secolo domina la città (è praticamente visibile in ogni parte di Lione), vediamo la Tour Metallique, simile alla Tour Eiffel, e, soprattutto, ammiriamo la vista spettacolare su tutta Lione.

Sesto giorno

La prima tappa della giornata è Trévoux, sulle riva della Saone. La nostra breve passeggiata inizia dal ponte sul fiume che ci regala una bella vista della cittadina. Entrati nel centro storico, notiamo dei bei palazzi risalenti al XVII°/XVIII° secolo quando Trévoux era la capitale del principato della Dombes (c’è anche quello dell’ex Parlamento, con un’aula di tribunale al suo interno). Altri invece risalgono al Medioevo, così il Castello che la domina dall’alto, con il suo torrione a base ottagonale, e la torre.

La seconda tappa è Villefranche-sur-Saone, la capitale del Beaujolais. Il centro è attraversato dalla Rue Nationale, che in larga parte percorriamo a piedi e lungo la quale ci sono degli interessanti edifici storici. In primo luogo le case: maison Dephelines con il suo viale con volte a ogiva, la maison de l’italien con il cortile principale e la torretta poligonale, la Pêcherie dalle facciate gotiche e rinascimentali, la maison de la Tourelle o la locanda Coupe d’Or, che un tempo era la più antica locanda di Villefranche-sur-Saône (c’è anche uno specifico percorso chiamato “Le circuit des trésors cachés”, che però dato il poco tempo a disposizione non possiamo seguire). Un altro bell’edificio è la collegiata di Notre-Dame-des-Marais, la cui costruzione iniziò nel XII secolo e fu completata nel XVI secolo ed è per questo che presenta sia elementi romanici che gotici.

E’ tempo di pensare dove sostare per la notte. La fedele guida Michelin consiglia di fermarsi presso i viticultori della zona dove possiamo trovare “cordialità e qualità”. Per due notti, noi scegliamo  il Domaine Saint-Cyr, Les Perelles, 31 Chemin de Trenchen, a circa 5 chilometri da Anse. Ci regala una bella vista sui vigneti e grande tranquillità.  C’è anche il negozio dove compriamo della buona charcuterie e, soprattutto, del buon Beaujolais.

Settimo giorno

Con il camper ci inoltriamo nei Pays des Pierres Dorées e lungo la strada che si snoda tra colline e vigneti ci fermiamo in due paesi:  Bagnols, con il suo rimarchevole castello, e Oingt, l’unico villaggio del dipartimento del Rodano (nel quale il territorio è inserito) che è nell’elenco dei “Plus Beaux Villages de France”. L’insieme del territorio ci impressiona: le colline del Beaujolais, da una parte, e, dall’altra,  i paesi con i loro vicoli e gli edifici fatti con la pietra calcarea che, ricca di ossido di ferro, assume la sfumatura di un bel color dorato che diventa più o meno intensa a seconda delle luce del giorno.

Nel percorso ci fermiamo presso un’altra cantina del Beaujolais: Oedoria, nella loro “Boutique” di Lettra: e anche qui ci scappa l’acquisto di bottiglie di ottimo Beaujolais.

Ottavo giorno

La giornata si apre con la visita di Sainte Croix en Jarez. Siamo nel cuore del  Parc Naturel Régional du Pilat,  tra i dipartimenti del Rodano e  della Loira. Il Parco è grande ed è un territorio molto vario con boschi, pascoli e pendii ricoperti di vigneti, e dall’interessante e ricco patrimonio architettonico composto da villaggi, chiese, castelli, antichi palazzi, fabbriche e mulini.

Sainte Croix en Jarez è una piccola perla nascosta: è classificato tra i “più bei villaggi di Francia”, in origine era una certosa (fu fondata nel XIII° secolo), mentre ora è un villaggio, in quanto i residenti (qualche centinaio) vivono, in gran parte, negli antichi edifici religiosi, tutti adeguatamente preservati. Lasciato il camper nel parcheggio, ci inoltriamo a piedi nel villaggio e la suggestione è grande.

La tappa successiva è Vienne, a circa 30 chilometri a sud di Lione. La fondazione della città risale ai periodo gallo-romano ed infatti nella nostra visita apprezziamo il Temple d’Auguste et de Livie, in place de Gaulle, risalente al 10 a.C., dalle belle colonne corinzie , il Thèatre Romain, in rue du Cirque, un anfiteatro molto ampio, costruito attorno al 40-50 d.C., che spesso ospita i concerti del famoso festival jazz che viene organizzato nella cittadina nel mese di giugno (www.jazzavienne.com). Interessante anche la grande Cattedrale di San Maurizio, dai molti capitelli romanici ed i tre portali gotici (fu anche sede di un Concilio della Chiesa cattolica nel Medioevo).

E’ quasi sera quando transitiamo da Tain-L’Hermitage, sulla riva sinistra del Rodano. Lungo la strada vediamo un campeggio: è il “Camping les Lucs”, N7-56 Avenue du President Rooselvelt, dove ci fermiamo per la notte. C’è tempo per una breve visita del paese: è contornato da colline che sono tutte coltivate a vite (intenso è il commercio vinicolo perché qui si produce il Crozes-Hermitage), c’è la Cité du Chocolat del famoso e buonissimo cioccolato Valrhona, un ponte sul Rodano regala qualche bella vista sul paesaggio circostante, non può mancare la chiesa dedicata ai santo patrono dei vignaioli, mentre lassù sulla collina si trova la cappella Hermitage, che avrebbe dato riparo ad un eremita (però noi non riusciamo vederla).

Nono giorno

La prima tappa del giorno è Hauterives, ad una cinquantina di chilometri da Valence, nella regione Auvergne-Rhone-Alpes, dipartimento della Drome. Siamo arrivati in questo paese per ammirare un’impresa dell’immaginazione, del genio, della passione e dell’eccentricità del sig. Ferdinand Cheval. Di professione postino, visse tra il XIX° secolo e XX° secolo, e occupò più di trent’anni della sua vita a sognare e costruire il Palais Idéal, uno straordinario esempio di architettura naive e/o art brut, apprezzato da artisti quali André Breton e Pablo Picasso, costruito con pietre raccolte nel luogo della futura costruzione e collezionate sistematicamente dal postino. Il quale, senza alcuna nozione di architettura e di materiali da costruzione, li unì con malta e cemento. E l’edifico che ne è risultato ha prodotti in noi, come ai molti visitatori, meraviglia ed ammirazione: non ha alcuno spazio abitativo, ma è un labirinto di corridoi, grotte, camminamenti, scale e terrazze che si sviluppano senza un’apparente logica, con un ricchissimo apparato decorativo composto da figure zoomorfe (nella facciata nord, il Tempio della Natura), antropomorfe ed allegoriche, derivate dalla Bibbia, dalla mitologia dell’antica India e dalla storia (ci sono le figure di tre Giganti che stanno ad indicare Giulio Cesare, Vercingetorige ed Archimede), e che, nella parte ovest, in piccole nicchie, presenta una moschea, un tempio egizio, uno indù, uno chalet svizzero, un castello medioevale, La Maison Carrée di Algeri.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Die, nel dipartimento della Drome, ad est di Valence ed ai piedi delle montagne del Vercours,  e ci fermiamo nell’Aire de Meyrosse, in Bd. du Maréchal Leclerc, GPS E5.37311 N 44.75124. L’area è in prossimità del centro e nella nostra passeggiata abbiamo modo di cogliere l’interessante patrimonio storico della cittadina: dalla presenza di resti romani (i bastioni e la porta fortificata di Saint-Marcel), alla cattedrale di Notre-Dame la cui origine risale al XII* secolo (distrutta durante le Guerre di Religione fu ricostruita nel XVII° secolo), all’ex palazzo episcopale con la cappella di San Nicola, ed ai numerosi vicoli dell’impianto medioevale del centro.

Troviamo qualche interessante negozio e ristorante: in uno di questi gustiamo una buona cena e del buon vino: la Clairette de Die,  una AOC, che è uno spumante “fermentato uno sola volta” (“méthod  dioise”), dal gusto floreale e fruttato, ottenuta da un vitigno coltivato sin dai tempi dei romani.

Veniamo a sapere che il giorno dopo Die ospiterà un mercatino dell’usato: e così decidiamo di fermarci anche il giorno dopo: acquisti ed un pomeriggio di riposo.

Decimo giorno

Al mercato troviamo qualche buon oggetto e l’appassionato di vinile quale io sono riesce a scovare per pochissimi euro ed in ottimo stato “The Million Dollar Quartet” che raccoglie una jam session del 4 dicembre 1956 con Elvis Presley, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis (il quarto componente del “Quartet” era Johnny Cash): certo non una rarità, forse più per “completisti”, però è pur sempre molto piacevole sentire le loro voci che interpretano alcuni classici e le loro conversazioni da sala da incisione.

Undicesimo giorno

La prima tappa del giorno è Saint-Antoine-l’Abbaye, un piccolo villaggio alle porte del Vercors e ad una ventina di chilometri a nord-est di Romans-sur-Isère, nell’elenco dei “plus beaux villages de France”, così chiamato perché ospita una straordinaria abbazia gotica, una delle più grandi del sud-est francese. Costruita tra il XIII° ed il  XV° secolo, nel Medioevo e nel Rinascimento fu la la meta di numerosi pellegrinaggi e visite da parte di re, principi, nobili e benefattori da tutta l’Europa (fu tappa nel cammino verso Santiago di Compostela).

Lasciamo il camper nell’ampio parcheggio posto sotto il paese, a piedi risaliamo verso l’Abbazia e troviamo qualche interessante casa antica. Una volta entrati nell’Abbazia, restiamo colpiti dalla chiesa abbaziale, dal ricco portale gotico scolpito, e dagli interni (la cui visita ci è un po’ ostacolata dalla funzione in corso) con pregevoli pitture murali, stalli, arazzi ed il monumentale altare maggiore che custodisce il reliquiario di Sant’Antonio Abate. C’è anche il Museo, posto nell’antico Noviziato (che però non visitiamo) ed il Giardino medievale nella corte delle Grandi Scuderie.

L’ultima tappa del giorno è Chambery. Seguiamo le indicazione per il parcheggio per i camper e con una breve passeggiata a piedi siamo nel centro storico. E’ perfettamente restaurato, signorile, con ricchi palazzi, ci sono facciate con trompe-l’oeil, c’è il massiccio castello che è l’antica residenza dei conti e duchi di Savoia, l’insolita fontana con gli elefanti, emblema della città e costruita in omaggio al generale Benoit de Boigne, che qui nacque nell’800, e la cattedrale di Saint-Francois-de-Sales.

E qui termina questo viaggio in Francia.

A Berlino

Riecco Berlino. Fu una tappa del nostro primo viaggio in camper tanti anni fa. Berlino era ancora in via di trasformazione: ci era apparsa bella, stimolante e ricca di fermenti culturali. E quella percezione è stata confermata nel nostro recentissimo soggiorno: sette giorni pieni, di passeggiate tra i quartieri, di visita di alcuni siti e di acquisti nei mercatini dell’usato.

Per la sosta abbiamo scelto il campeggio “DCC-Campingplatz Berlin-Gatow”, in Kladower Damm 207/213: un’ampia piazzola, dei comodi e puliti servizi,  la posizione un po’ defilata rispetto al centro ma in prossimità di un bosco e di uno dei laghi che caratterizzano la zona di Berlino e, soprattutto, vicinissima alla fermata (all’uscita del campeggio) dei frequenti bus (3, di cui uno notturno) che, con direzione o Spandau o lo Zoo, lo collegano alle stazioni della metropolitana o della ferrovia leggera (ed in circa un’ora ci si trova in centro) sono stati i motivi della nostra scelta.

Per la visita della città ci siamo avvalsi della Berlin Welcome Card: noi abbiamo comprato quella al costo di € 50 che ci ha permesso di viaggiare senza alcuna limitazione sui mezzi pubblici nelle fasce 1 e 2 (il campeggio si trova appunto nella seconda fascia) e di avere degli sconti nell’acquisto dei biglietti di alcuni siti (ma le agevolazioni comprendono anche ristoranti, negozi ecc: per avere tutte le informazioni si può consultare il sito https://www.berlin-welcomecard.de/it)

Primo giorno

E’ il primo pomeriggio di un sabato di aprile quando arriviamo nel campeggio. Ci sistemiamo, dal garage del camper escono in men che non si dica le nostre biciclette e, usciti dal campeggio, prendiamo la prima via a sinistra, attraversiamo il bosco e raggiungiamo il lago. Che si chiama Grosser Wannsee o più semplicemente Wannsee. La pista ciclabile corre lungo la riva e regala qualche suggestiva vista sul lago e sulle abitazioni dei berlinesi per i quali la zona è una gradevole zona balneare. Sempre seguendo la pista lasciamo il lago, raggiungiamo il vicino Gatow, che è un quartiere di Berlino e che si trova sulla strada per il campeggio. Facciamo una piccola spesa al supermercato locale, un’occhiata alla chiesa ed in circa mezz’ora ritorniamo nel campeggio.

Secondo giorno

Lo dedichiamo ai mercatini delle pulci (flohmarkt in tedesco) così tanto presenti in Berlino (alcuni dei quali sono organizzati anche nella giornata di sabato e che ieri, data l’ora del nostro arrivo, non abbiamo potuto visitare).

Seguiamo gli orari di quelli italiani, ci alziamo presto ma sbagliamo perché l’ora di inizio oscilla tra le 9 e le 10. Puntiamo su quello di piazza Boxhagener (fermata della U-Bahn “Frankfurter Tor”) ma quando arriviamo stanno scaricando i tavoli e la merce. Così ci incamminiamo verso il RAW flohmarkt in Revaler Straße 99 che apre alle 9,00 e che raggiungiamo in circa quindici minuti. Il mercatino è organizzato all’interno di una stazione di riparazione di treni fondata nel 1867 (Reichsbahn-Ausbesserungs-Werk, di qui l’acronimo RAW) ed ora centro di una sottocultura urbana di Berlino. Ci sono edifici fatiscenti, spesso arricchiti da bei graffiti, e altri sedi di club, bar, ci sono anche una pista di pattinaggio a rotelle, una piscina ed un muro per le scalate. Le bancarelle sono all’esterno e presentano soprattutto abiti usati o frutto della creatività del venditore, altre (in minoranza) bigiotteria ed oggetti vari. Noi facciamo un unico acquisto (una bel trio dallo stile che rinvia agli anni ’60). Con l’ambiente quello che attira la nostra attenzione è la numerosa presenza di giovani, sia come venditori che visitatori, e siamo spiazzati considerando le persone che danno vita a quelli italiani, ma forse è il luogo la spiegazione della loro presenza. Siamo a Friedschshain, ad est nel centro di Berlino, in uno dei quartieri più interessanti, popolari e frequentati di Berlino: molti sono i ristoranti (spesso quelli che da noi chiamiamo etnici) e gli accoglienti bar: in uno di questi, sprofondati in due poltrone, all’esterno, gustiamo due ottimi ed abbondanti cappuccini, accompagnati da due squisite fette di torta, una cheese cake ed una di carote.

Ritemprati ritorniamo a Boxhagener platz. Qui il mercatino è come quelli che vengono organizzati nel nostro paese. Le due file di bancarelle si sviluppano attorno al giardino della piazza, i venditori hanno tutti gli oggetti che si possono trovare nei mercatini dell’usato: io mi butto, con grande successo, alla caccia di vinili, mentre insieme ripassiamo due volte tutte le altre bancarelle e qualche oggetto, acquistato a prezzi convenienti,  ora arricchisce il nostro “magazzino”.

La piazza si trova nel mezzo del distretto Simon-Dach, del quale in una pagina del sito “visitberlin.de“, si può leggere “qui (Simon-Dach-Straße) il vero berlinese incontra l’hipster e il gourmet il punk. Questa diversità si riflette anche nei ristoranti, nelle caffetterie e nei bar del quartiere.” E così, in uno di questi, berlinese, all’interno data la temperatura, gustiamo un nutriente e saporito piatto che loro presentano come una colazione con salmone, uova strapazzate, verdura e frutta, accompagnato da un grande vaso dell’italiana Bormioli contenente una spremuta d’arancia. (Del ristorante come del bar non indichiamo il nome vuoi perché non ce lo ricordiamo vuoi perché, a parer nostro, rispetto alla nostra scelta, uno vale l’altro e tutti danno l’impressione di buona qualità).

E’ primo pomeriggio e sempre a piedi, in una trentina di minuti, passando vicino al RAW flomarkt, ora affollato di turisti e sempre più giovani, e superando il fiume Spree, raggiungiamo un altro mercato: è il Treptow Arena. Ci siamo andati grazie alla descrizione che abbiamo trovato nelle pubblicazioni della “Lonely Planet”, ma siamo però rimasti un po’ delusi. E’ vero che è coperto, molto grande, “labirintico” e “dall’atmosfera caotica”, ma sui banchi noi abbiamo trovato tanta polvere, paccottiglia varia, molti oggetti di metallo ed ottone, spesso brutti (per noi) vestiti di seconda mano, elettrodomestici usati, per non parlare dei mobili e lampadari dal dubbio gusto. Insomma pochi i banchi degni di nota ed anche i pochi vinili erano o di musica classica (di qualità piuttosto bassa) o impresentabili o di ignoti cantanti tedeschi del secolo scorso.

Poiché i mercatini finiscono alle 18,00 c’era ancora tempo per una veloce visita ad un altro. Abbiamo scelto quello in Marheinekeplatz, nel quartiere di Kreuzberg, un altro dei quartieri di tendenza e multiculturali di Berlino.  I banchi sono disposti lungo una bella piazza e presentano una collezione di abiti di seconda mano, giocattoli, articoli per la casa (sia nuovi che usati), libri, CD, vinili, nuovi oggetti di artigianato. Purtroppo arriviamo tardi e non abbiamo il tempo per fare un attento giro e per degli acquisti. Però scopriamo dove si trova Barcomi’s, un caffè ed una torrefazione, famoso per il caffè e le sue torte, soprattutto le cheese cake: è vicinissima alla piazza del mercatino, in Bergmannstraße 21. Ma, accidenti per noi, è chiuso.

Terzo giorno

Lo trascorriamo passeggiando nel centro storico (Mitte in tedesco). Scendiamo dalla metropolitana in Alexander Platz. Subito un’occhiata all’alta torre della televisione (Fernsehturn), che domina lo skyline della città e che è un must della visita a Berlino perché regala una vista dall’alto a 360° gradi di tutta la città.

Il grande spiazzo, il cui nome rinvia ad una visita dello zar russo Alessandro I agli inizi del XIX° secolo, è stato nella storia sia luogo di mercato che di esercitazioni militari, ha forti riferimenti culturali (gli hanno dedicato un romanzo, un film e … una canzone), è un grande snodo ferroviario e viario, e quello che vediamo oggi è il frutto della ristrutturazione degli anni ’60. Due sono i monumenti che attirano la nostra attenzione nel grande spazio della piazza: la Marienkirche, risalente al Medioevo, rifatta dopo un incendio nello stile gotico del nord della Germania, uno dei pochi monumenti rimasti intatti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale ed il Berliner Rathaus, il municipio, costruito con mattoni cotti che gli danno il tipico colore rosso (di qui il nome popolare di Roter Rathaus), costruito in stile neo-rinascimentale nella metà dell’800, dall’alta torre e dalla facciata con formelle in terracotta che illustrano la storia della città.

All’altezza del Municipio, attraversiamo la strada ed entriamo nel Nikolaviertel (il quartiere Nikolai), la più antica zona residenziale di Berlino ed ora una delle zone turistiche più ammirate della città. In realtà quello che si vede oggi è la ristrutturazione che è terminata nel 1987,  in quanto tutto il quartiere fu distrutto durante un bombardamento nel 1944 e rimase per molti anni un mucchio di macerie. Ma prima di allora fu un fiorente quartiere di pescatori, artigiani e mercanti, con una bella chiesa in origine in pietra grezza dedicata a San Nicola, a cui venne aggiunta una cappella (Marienkapelle), con due torrette, grandi e inconfondibili guglie, in cui si tenne la prima funzione protestante del Brandeburgo. E oggi, nel quartiere, aristocratico ed elegante, si notano tanti negozi, ristoranti, qualche bel palazzo, qualche vicolo di impronta medioevale, mentre la chiesa, che è stata sconsacrata, è diventata un museo. 

Altra tappa della nostra passeggiata è stato il vicino Berliner Dom, un’imponente e per noi pomposa costruzione neo-barocca, la chiesa reale degli Hohenzollern, così voluta per volontà di Guglielmo II e dalla moglie alla fine dell’800 (il Kaiser autorizzo la demolizione della precedente basilica).

Un po’ a piedi a piedi e un po’ con la metropolitana raggiungiamo Hackescher Markt per visitare gli Hackesche Höfe, gli otto cortili, a pochi passi dalla stazione della metropolitana (l’ingresso principale è al numero 40 di Rosenthalerstrasse), tra loro comunicanti, il cui restauro è terminato nel 1997 e che, secondo il sito ufficiale di Berlino (www.berlin.de), “ha creato forse il più vitale luogo di aggregazione dalla riunificazione della città, tanto che Hackesche Höfe è da anni sinonimo di rinnovamento, di “Nuova Berlino”: un vivace mix di attività commerciali, uffici, abitazioni residenziali, luoghi di intrattenimento, gallerie d’arte, bei negozi, bar e ristoranti.” Molti degli edifici ristrutturati hanno mantenuto lo stile di quando furono costruiti all’inizio del XX° secolo ossia Jugendstil, mentre altri sono piuttosto anonimi (quelli degli ultimi cortili). Sono occupati da negozi, ristoranti e bar, da abitazioni private e, nell’insieme, sono una sicura attrazione turistica. Noi siamo entrati nel negozio di dolciumi Aseli: è attivo dal 1921 e produce delle specie di marshmellows a forma di topo dai vari gusti e dimensioni: una delizia per il palato e sì anche per la vista. E  pranzato nel ristorante Hackscher Hof, posto all’ingresso principale. E’ di antica data (l’apertura risale agli inizi del XX° secolo), è molto elegante con elementi d’arredo  in stile art noveau, ha personale molto professionale, e nel momento della nostra visita, a mezzogiorno, offre un lunch menu ricercato e davvero invitante: noi scegliamo quello a due portate composte da una crema di asparagi bianchi accompagnata da minuscole praline di carne al forno, delle fettine di arancia e un po’ d’olio d’oliva e da un’insalata di punte d’asparagi arrostite, con pezzi di butterfish affumicato,  una crema a base di erbe, una gelatina di pomodoro e un po’ di crescione. Una cucina che ci ha davvero deliziato.

La nostra passeggiata per il centro di Berlino è continuata per Under den Linden, che è una lunga e larga strada iniziata nel 1647, ampliata, modificata per permettere le grandi sfilate naziste, con molti edifici ricostruiti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, usata durante la DDR come elemento di identificazione con lo stato prussiano e con quello che esso ha rappresentato.  Da un lato, ricorda molte vie che si possono trovare in Europa: moderni alberghi, negozi eleganti e per turisti, bar (ed uno di questi è anche … un museo dedicato a Bud Spencer!), macchine sfreccianti. Dall’altro, con la laterale Franzosische Str, insieme ai palazzi della ricostruzione durante la DDR e l’infilata dei tigli che fiancheggiano il suo corpo centrale pedonale, ci sono gli imponenti e maestosi edifici storici che nobilitano la zona: dalla Porta di Brandeburgo di fine XVIII° secolo, che separa Unter den Linden dal parco del Tiergarten e che funge da scenografica introduzione, con la quadriga della Vittoria posta in alto, con l’imponente arco in stile neoclassico e le sei colonne in stile dorico, ispirata all’Acropoli di Atene, dal grande valore simbolico, a Parisier Platz con l’hotel Adlon (e qui si trovano dei cartelli che, dettagliatamente descrivono la storia di Inter den Linden),  al Palazzo dell’università in stile neo-classico, alla Alte Bibliotehek, dalla facciata ricurva, all’edificio dell’Opera posto su un basamento, alla Neue Wache, uno dei massimi esempi del classicismo tedesco, dalla forma di un castrum romano ma con torrette angolari e portico dorico, che nel corso della sua storia (risale agli inizi del XIX° secolo) ha avuto più funzioni, all’Arsenale ora sede del Museo Storico. Per terminare con la Babelplatz, la piazza che in origine doveva essere il centro artistico e spirituale della monarchia (e solo l’Opera fu costruito), ma che è passata alla storia soprattutto perché qui i nazisti bruciarono i libri l’11 maggio 1933: e una semplice botola nell’asfalto da cui si può vedere una stanza bianca con ripiani vuoti è lì ad ammonirci a futura memoria.

Porta di Brandeburgo

Lasciata la porta, siamo entrati per un breve  tratto nel parco, per il Reichstag, ritornata ad essere la sede del Parlamento, che unisce un insieme di stili architettonici del passato e la moderna cupola in vetro. Mentre scattiamo qualche fotografia, notiamo il monumento per commemorare i i circa 500.000 Sinti e Rom trucidati dal Nazismo: è costituito da un bacino d’acqua rotondo con una stele di pietra triangolare. Le parole della poesia “Auschwitz” del rom italiano Santino Spinello sono scritte attorno al bordo della vasca, in inglese, tedesco e  romeno: “Volto affondato/ occhi spenti/ labbra fredde/ silenzio/ un cuore lacerato/ senza respiro/ senza parole/ senza lacrime”.

Ritorniamo sui nostri passi, usciamo dal parco e sempre poco lontano dalla Porta  entriamo in un altro Memoriale posto in quella terra di nessuno che una volta si trovava tra i due lati del Muro: quello che commemora gli ebrei vittime del nazionalsocialismo. E’ composto da 2711 blocchi rettangolari di calcestruzzo di diverse dimensioni, dal colore grigio scuro, tali da sembrare sepolture, sistemati a griglia ed in modo da creare un labirinto, con un centro informazioni sotterraneo sul genocidio. La realizzazione del progetto dell’architetto Peter Eisemann suscitò molte critiche e anche noi siamo rimasti spiazzati perché se l’intento era quello di indurre una riflessione sulla morte ed il genocidio, gli edifici civili che lo circondano, il traffico ed i vocianti bambini che, nonostante il divieto, corrono tra i blocchi e cercano di salire sui blocchi, rendono il tutto molto difficile.

Sempre a piedi percorrendo la Ebertstrasse abbiamo raggiunto Potsdamer Platz. La visitammo molti anni fa ed il ricordo era di molte gru in quanto era la fase di realizzazione dei progetti di alcuni dei più importanti studi architettonici del mondo (tra questi quello di Renzo Piano). E ora la piazza (o per meglio dire un grande spiazzo) che abbiamo ritrovato è un gioiello di architettura moderna composta da alti edifici in vetro ed acciaio, con soluzioni avveniristiche (il centro Sony) o molto creative (la torre Debis di Piano, in pietra e vetro), in cui si può trovare di tutto (teatro, casino, un centro commerciale, una sala cinematografica  ed il museo del cinema oltre a uffici ed abitazioni civili), che però conserva qualche spazio verde, con panchine ed alberi. Come il Tilla-Durieux-Park che percorriamo per raggiungere la fermata della metropolitana perché vogliamo chiudere la giornata passeggiando lungo Bergmanstrasse, tra le più famose del quartiere Kreuzberg

Bar, ristoranti, negozi, qualche interessante casa si alternano lungo la via, ripercorriamo Marheinekeplatz, quella del mercatino di ieri che senza bancarelle non riconosciamo, diamo un’occhiata a al mercato coperto di Marheinecke, ed entriamo nel caffè Barkomi’s. Stanno per chiudere (sono le 18,00), riusciamo a convincere la commessa ed una grossa fetta di cheese cake, gustata sul bancone all’esterno, è la degna (e squisita) conclusione di una intensa giornata.

Quarto giorno

Dedichiamo la mattina al ricordo di quella che era Berlino ai tempi del Muro e alla vita nella DDR. Evitiamo il turistico Check Point Charlie, il passaggio che fu tra la zona americana ed il settore orientale ai tempi del Muro, non raggiungiamo (perché già vista nel precedente viaggio) la East Side Gallery situata sulla Mühlenstrasse, a lato della dello Spree, tra la stazione Berlin Ostbahnhof e la fermata della metropolitana di Warschauer Straße, più di un chilometro di muro tutto ricoperto da bei graffiti, ma visitiamo il Memoriale e Centro di documentazione del Muro di Berlino (in tedesco Gedenkstätte Berliner Mauer) in Bernauer Strasse 111 ed il museo che illustra la vita quotidiana della DDR con circa 800 reperti e 200 documenti, film e registrazioni audio di testimoni.

La visita al Memoriale (gratuita)  inizia con la visione di due agghiaccianti documentari che testimoniano, sia con immagini di repertorio che con ricostruzioni fatte al computer,  il contesto socio-politico, la costruzione, manutenzione e ristrutturazione del Muro, le operazioni di polizia per i severi e sanguinari controlli per controllare ed impedire le fughe verso la parte occidentale della città ed il crollo del Muro nel 1989.

Usciti dal Centro di documentazione, che è l’ingresso del Memoriale e la sede in cui vengono proiettati i due documentari, attraversiamo la strada ed entriamo negli spazi che una volta erano occupati dal Muro, in realtà composto da due pareti con delle torrette situate ad intervalli regolari per la postazione dei militari, all’interno delle quali c’era uno spazio, tracciato con filo spinato e con strutture in metallo acuminate, in cui c’era anche una corsia  in cui sfrecciavano le camionette delle polizia per ulteriori controlli. Negli spazi esterni (in totale quattro per una lunghezza superiore al chilometro) si trovano un pezzo del Muro, indicazioni di dove si trovava il Muro, materiale informativo circa gli eventi drammatici legati al Muro che ebbero luogo nella via in cui si trova oggi il Memoriale, la Cappella della Riconciliazione (Kapelle der Versöhnung in tedesco), una costruzione ovale in argilla con un rivestimento in listelli di legno, che si trova sul luogo in cui sorgeva al Chiesa della Riconciliazione, fatta saltare nel 1985 e a sua volta situata proprio sul Muro, ed infine, nella parte della strada dove si trova il Centro di Documentazione, una torretta da cui si può vedere dall’alto tutte le zone.

Una sezione del Muro

Terminata la visita, prendiamo il tram 12 che passa lungo la strada e dopo poche fermate scendiamo per raggiungere la ex fabbrica di birra Schultheiss in Knaackstraße 97 che ora ospita la Kulturbrauerei ovvero circa 20 edifici completamente rinnovati ed occupati da cinema, teatri, club, ristoranti, e dal Museum in der Kulturbrauerei, una esposizione permanente (gratuita) di come è stato il regime della Repubblica Democratica Tedesca e di come dovesse vivere la gente in quel momento . Tra simboli del potere comunista, uomini e donne che con slancio guerriero guardano al futuro, siamo circondati da fotografie, oggetti e ricostruzioni di ambienti quotidiano che segnalano una vita modesta ma linda e soprattutto felice (ricordando il nostro Buestner restiamo basiti quando vediamo una Trabant,  la macchina del popolo e simbolo di quel periodo, trasformata in camper!). Ma poi ci sono le sezioni dedicate all’attività di spionaggio della Stasi (in una teca sono conservati, in piccoli contenitori di vetro, pezzi di tessuto impregnati del profumo del persone controllate) che rendono pienamente conto della dimensione totalitaria ed orwelliana dello stato comunista.

Finiamo la visita che mezzogiorno è passato da poco e in un kebab all’esterno prendiamo un buon piatto che gustiamo su una panchina nel cortile all’interno dell’ex birreria.

Nel pomeriggio visitiamo lo Schloss Charlottenburg (linea U2, fermata Sophie-Charlotte-Platz). In stile barocco è un grande edificio iniziato alla fine del XVII° secolo come residenza estiva alle porte di Berlino, ampliato nel corso della sua storia e nella sua imponenza è, per la guida del Touring Club, “uno dei pochi edifici rimasti a testimoniare i fasti degli Hohenzollern”, la grande dinastia reale di origine tedesca.

Goldene Galerie

La nostra visita si sviluppa nel Vecchio Palazzo (Altes Schloss in tedesco) e nella Nuova Ala (Neuer Flugel) . Le stanze e gli arredi sono lussuosi, i quadri alle pareti sono spesso dei capolavori (in modo particolare la collezione di pittori francesi nella Nuova Ala), la carta da parati che ricopre le pareti delle stanze ci appare spesso deliziosa, numerosi sono elementi di grande architettura ed arte barocca, rococò e neoclassica,  che evidenziamo la potenza, la ricchezza e gli interessi culturali dei loro abitanti e che sono stati riprodotti fedelmente agli originali dopo le distruzioni causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Del Vecchio Palazzo ricordiamo, in modo particolare,  il Gabinetto delle Ceramiche, per l’eccezionale raccolta e disposizione di ceramiche giapponesi e cinesi, la Cappella, la camera da letto di Federico II il Grande, tutta ricoperta di damasco giallo, la Galleria della Quercia, con i pannelli in quercia, lo Scalone rococò che porta al primo piano. Della Nuova Ala, invece, i grandi saloni in puro stile rococò la Sala  Bianca (Weiseer Saal) che fungeva da stanza del trono e da sala da pranzo,  la ricca ed opulente Goldene Galerie, “lunga 42 metri”, con marmi verdi e ornamenti dorati, sia sala della musica che sala da ballo. Interessanti sono anche il giardino situato dietro al Castello e la statua bronzea di fine seicento nel Cortile d’Onore, che ritrae un esponente della dinastia, tipicamente barocca nella base.

Lasciamo il Castello che è quasi sera, prendiamo i mezzi pubblici che ci riportano al campeggio.

Quinto giorno

Decidiamo di vedere Berlino da due prospettive diverse: dall’alto e dal fiume, lo Spree, che l’attraversa.

Per la visione dall’alto andiamo in Alexander Platz e saliamo sulla Berliner Fernsehturm, la torre della televisione aperta nel 1969, alta complessivamente 368 metri, con un ristorante girevole a 207 metri (obbligatoria la prenotazione), una galleria panoramica a 203 metri e due ascensori che viaggiano alla velocità di 6 metri al secondo (e guardare la salita dal tetto trasparente dell’ascensore fa a noi un certo effetto). Il numero delle persone che sale è contingentato ed una volta raggiunta la galleria si hanno 45 minuti per apprezzare la visione di Berlino. Attorno alla vetrata ci sono dei pannelli che sezionano la vista di Berlino e che danno indicazioni dei più importanti monumenti vie o punti di interesse presenti in ogni sezione. Anche noi, insieme a molti turisti e scolaresche, ci soffermiamo su ogni sezione e con i nostri iPhone cerchiamo di ritrovare quanto viene descritto per scattare qualche fotografia. E questa visione di Berlino dall’alto ci riempie la vista.

Quando scendiamo è quasi mezzogiorno e per un frugale pasto ci dirigiamo a Hackescher Markt. Passeggiamo per Rosenthalerstrasse e troviamo un cortile molto diverso da Hackesche Höfe. E’ un’altra Berlino perché quando entriamo troviamo molti e bei graffiti, un museo per non vedenti, un bar molto d’originale sia nell’arredamento che nella organizzazione degli spazi perché è sì bar ma anche, o così a noi sembrerebbe,  sala cinematografica (peccato però che restiamo seduti per cinque minuti senza esser serviti e così ce ne andiamo). Lungo la via troviamo una gastronomia e ci gustiamo un frugale pasto su delle panchine.

Per la visione di Berlino dallo Spree scegliamo la Reederei Bruno Winkler, una delle compagnie che offrono questo servizio. Il tragitto ha inizio di fronte al Tranenpalast, in Friedichstrasse (che fu un triste luogo di passaggio tra le due Berlino ai tempi del Muro e non a caso denominato il Palazzo delle Lacrime), è durata circa due ore, con un commento sia in tedesco sia in inglese,  ed ha unito punti di interessi della Berlino storica ad alcuni della città moderna. La prima direzione è stata quella verso la Berliner Dom, l’Isola dei Musei ed il Nikolaiviertel. Dopo l’inversione di marcia in corrispondenza della chiusa subito dopo il quartiere, l’imbarcazione ha percorso il fiume fino ad oltre la Casa delle Culture. Ed è in questo tratto che la vecchia Berlino si è unita alla nuova: l’architettura della Stazione Centrale e degli edifici governativi sorti dopo la designazione di Berlino come capitale ci hanno particolarmente colpito per la loro architettura in vetro ed acciaio, come gli spazi lungo le rive destinati a pista ciclabili o destinati al riposo e alla prima tintarella. Interessante anche la storica Haus der Kulturen der Welt (La Casa delle Culture del Mondo), cofinanziata dagli Stati Uniti ai tempi del Muro e luogo di un discorso di J.F. Kennedy ai tempi della sua visita nel 1963, dalla forma ad ostrica (è soprannominato “l’ostrica gravida”), ora centro culturale di primo d’ordine e sede del festival cinematografico di Berlino.

Quando la crociera termina con la S-bahn 7 ci spostiamo a Marham per la visita dei Garten der Welt (i Giardini del Mondo), un vasto parco con dieci giardini internazionali. Il tempo però ci è nemico: dalla stazione della metropolitana si può arrivare ai giardini (ed avere una bella vista dall’alto sia dei Giardini che di Berlino) con la funivia Leibner Selbahn, ma sono quasi le 4 del pomeriggio, la biglietteria è chiusa e così non ci rimane che arrivare all’ingresso percorrendo la strada che costeggia il parco. Dopo circa mezz’ora raggiungiamo l’ingresso in Blumberger Damn ma rinunciamo alla visita per il poco tempo a disposizione ed il giardino cinese, il balinese, il coreano, il giapponese li possiamo solo immaginare.

Sesto giorno

Prendiamo le nostre biciclette per visitare Potsdam, il suo centro storico ed il Parco ed il Castello di Sanssouci. La città si trova a circa 20 chilometri dal campeggio (siamo nell’estremità sud-occidentale dell’area metropolitana di Berlino) e la raggiungiamo percorrendo quasi sempre una facile pista ciclabile, che talvolta ci regala degli squarci sulla zona che circonda la città, composta da boschi e laghi.

Dopo aver facilmente parcheggiato le nostre biciclette in una delle rastrelliere che si trovano lungo le strade, camminiamo senza meta nel centro storico. La città venne pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale, ma questa parte, negli edifici antichi,  conserva ancora una certa dimensione aristocratica, neoclassica e barocca, che rende molto interessante la passeggiata.  Tra i luoghi ricordiamo: la piazza Alter Markt, la principale della città, la Branderburger Strasse, lunga e pedonabile, un’infilata di negozi ed interessanti edifici che si chiude con la Porta di Brandeburgo (Potsdam è la capitale ed il principale centro del Land), settecentesca, che ricorda un Arco di Trionfo romano e che presenta due lati principali diversi (due, infatti, furono gli architetti), e le altre due porte, la Jagertor (dei Cacciatori), in stile rustico-barocco, e la Nauener, neogotica.

Potsdam è nell’elenco dei siti Patrimonio Universale dell’Unesco per i suoi parchi e castelli. Dedichiamo l’intero pomeriggio alla visita del Parco di Sanssouci.  Siamo entrati nel parco con le nostre biciclette dal Portale dell’Obelisco che abbiamo poi lasciato all’inizio del viale principale, Hauptallee. E dopo pochi passi abbiamo iniziato ad ammirare il castello dal basso: purtroppo il vigneto che cresce sulle famose sei terrazze che dal basso salgono per tutta la sua lunghezza (il Castello fu costruito in soli due anni, dal 1745 al 1747, su di una collina) e la vegetazione sulle pareti laterali delle mura di sostegno non sono nel pieno del loro splendore (è aprile) ed il colpo d’occhio ne risente non poco. Rimane la bellezza del Castello: sul modello di Versailles, fu un rifugio per il re e la sua corte (si veda il nome francese senza preoccupazioni), è ad un solo piano, lungo un centinaio di metri (con i due gazebo laterali) e largo una quindicina, ha il lato settentrionale (quello che da sulle terrazze) con un una parte centrale semiovale sporgente, che termina con una cupola, all’interno della quale c’è la scritta “Sanssouci”,  e telamoni ai lati delle lunghe porte vetrate, mentre quello meridionale (che vedremo alla fine del nostro percorso) è abbastanza sobrio.

Dopo le immancabili fotografie, riprendiamo il percorso nel parco. La prima tappa, nella parte del parco chiamata il Giardino dei Caprioli,  è la pittoresca Casa cinese (Chinesiches Teehaus): a struttura circolare, ha tre pronai con colonne a forma di palma che hanno, alla base,  statue di personaggi esotici a grandezza naturale, ed un tetto decorato con motivi orientali, al vertice del quale c’è la statua di un mandarino con ombrello. Seguendo la Okonomieweg, incrociano il Tempio dell’Amicizia ed arriviamo al Neues Palais, costruito nel settecento, per magnificare la potenza della dinastia prussiana, un esempio di architettura neoclassica e barocca francese (per certi aspetti, in opposizione al rococò di Sanssouci), veramente imponente e, forse, eccessivo soprattutto nella parte centrale  per il grandissimo numero di statue e la cupola sormontate dalle Tre Grazie. Difronte ci sono i Communs, due imponenti edifici con colonnato neoclassico che fanno da sipario al Palazzo di fronte. Proseguiamo andando alla destra e ci ritroviamo sulla pista ciclabile in Maulbeerallee. Così vediamo l’Orangerie, con il giardino e la doppia scalinata, fortemente ispirato ai modelli architettonici rinascimentali italiani, l’Historische Muhle (vicino al quale poi gusteremo un dolce casalingo a base di mandorle), lo storico mulino del sette/ottocento, per rientrare nel Parco all’altezza del lato meridionale di Sanssouci. La differenza dell’architettura risulta subito evidente: qui abbiamo numerose sculture, la facciata è divisa in lesene corinzie, con un piccolo avancorpo centrale ed ali che la chiudono lateralmente,  ha un semplice cortile d’onore chiuso da un colonnato semicircolare,  composto da coppie di colonne che formano un colonnato che s’interrompe in corrispondenza della rampa di accesso. In comune con l’altra facciata, la copertura del tetto (e qui anche del colonnato) ha una balaustra con vasi in pietra arenaria. 

Per il tempo a disposizione (poco!) non abbiamo potuto visitare gli interni sia di Sanssouci che del Neues Palais: del primo le poche (per un palazzo reale) stanze in perfetto stile rococò, in cui Voltaire fu l’ospite più assiduo, dell’altro la magniloquenza dell’esterno che ritorna all’interno, con le numerose stanze, gli arredi ed i dipinti.

Settimo giorno

Riserviamo l’ultimo giorno alla visita del Botanischer Garten (orari di apertura: dalle 9 alle 20; ingressi in König-Luise-Straße o König-Luise Platz e raggiungibile mediante la S-Bahn, fermata Botanischer Garten, l’U-Bahn, fermata Rathaus Stiglitz e le altre due successive,  l’autobus M48) e ad un’ultima passeggiata nel centro di Berlino.

Il Giardino Botanico, parte integrante dell’Università di Berlino, costruito tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento,  è uno dei più grandi al mondo ed ospita circa 22.000 piante su una superficie totale di circa 43 ettari (attenzione: il materiale informativo distribuito all’ingresso è solo in tedesco). La prima tappa della nostra visita sono le serre, in vetro ed acciaio, molte delle quali collegate direttamente tra loro. Tra queste ci ricordiamo soprattutto quella con le piante tropicali, per le sue dimensioni (costruita nel 1907, è alta 25 metri e con una superficie di 1700 metri) e per la quantità e bellezza delle piante raccolte. Lasciate le serre abbiamo passeggiato nella parte Pflanzengeographische Abteilung, con le tre sezioni (Europa, Asia, America) che presentano, suddivisi in ambienti, la vegetazione di una particolare sezione del relativo territorio (esempi: Alpi, Carpazi, Europa del sud, steppe asiatiche, Cina, Corea, praterie americane, Nord America …). E nell’Arboreo attraversato da numerosi sentieri

E’ primo pomeriggio ed è tempo per un currywurst, tipico cibo da strada berlinese: un würstel di vitello, tagliato a piccoli pezzi, e cosparso di abbondante salsa speziata al pomodoro e curry. Scegliamo un imbiss storico (sono attivi dal 1930): il Konnopke’s Imbiss, http://www.konnopke-imbiss.de, in Schönhauser Allee 44B (sotto il viadotto): tre piatti di currywurst, due con le patatine fritte ed uno, con il würstel non tagliato a pezzi, con un’insalata di patate: birra e … coca cola accompagnano un ottimo e gustoso esempio di cibo di strada.

Il pomeriggio finisce con una passeggiata senza una meta precisa nel Mitte di Berlino. Tra le vie, percorriamo tutta Mulackstrasse, che è diventata, per la presenza di boutique e negozi di arredamento, una delle strade di moda di Berlino. E come gli altri giorni, mentre camminiamo, tra automobilisti corretti, agli attraversamenti pedonali la nostra attenzione è attirata dall’”omino del traffico” (Ampelmänn) presente sui semafori, a braccia aperte quando è rosso e nel movimento della camminata quando è verde. L’omino fu ideato da uno psicologo della Germania Est negli anni ’60 del secolo scorso (la direzione della camminata è verso sinistra …), è rimasto o è stato reintrodotto dopo la Riunificazione ed ora è sia simbolo della nostalgia per la vita di tutti giorni della DDR sia oggetto di culto (un abile grafico, con un fiuto per gli affari, ha fondato una società che ha  trasformato i semafori originali in lampade da casa) sia curiosità turistica (la stessa società, “Ampelmann”, è presente con alcuni negozi nel centro di Berlino,  ed ora produce magliette, borse, portachiavi ecc, con l’omino ritratto).

Cosi si conclude il nostro soggiorno. Ma a Berlino sicuramente ritorneremo: ci sono i cinque Musei (soprattutto il Pergamon ed il busto di Nerfertiti al Neues Museum), Patrimonio Universale Unesco, nell’Isola omonima (Museuminsel) che in questo viaggio non abbiamo visitato e … altri mercatini.  Come a Potsdam, per percorrere le altre e numerose piste ciclabili, tra i suoi parchi e sulle rive dei suoi laghi. E a Spandau, in questo soggiorno solo tappa per il percorso bus-metropolitana: altra località abbastanza vicina al campeggio, con il suo antico centro storico e la Zidatelle, imponente e ben conservata fortezza rinascimentale. E …