Un viaggio attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia

E’ un viaggio nei tre paesi Baltici di qualche anno fa (ma come è accaduto per altri viaggi, tutti i dati sono stati controllati nei giorni della scrittura per il nostro blog), della durata di quasi tre settimane, che si è concluso a San Pietroburgo (potete leggere il diario e non solo di San Pietroburgo nell’articolo pubblicato nel blog il 28 maggio 2020).

Dopo tre giorni di viaggio, con tappe a Norimberga ed in Polonia, alla sera raggiungiamo Marjampole in Lituania, non molto distante dal confine con la Polonia (circa 30 chilometri). In un grande parcheggio di un hotel, passiamo una tranquilla notte.

LITUANIA

Primo giorno

Alla mattina dopo ci spostiamo a Trakai percorrendo la A16/E28: in larga parte un lungo rettilineo di più di 100 chilometri che attraversa la campagna. E’ un mondo contadino: buoi e cavalli, qualche macchina agricola, piccoli campi coltivati, alcune belle case in legno che ricordano le izbe russe (quelle dipinte in ocra sono le migliori), nei loro nidi ammiriamo le nostre prime cicogne.

Trakai è l’antica capitale della Lituania, un piccolo gioiello che sorge su di una piccola penisola tra tre laghi. E’ molto visitata per la sua posizione e soprattutto per il suo bel castello gotico del XIV°/XV° secolo, con torri e mura merlati in mattoni rossi, costruito dapprima per scopi militari e poi trasformato in residenza dal granduca Vytautas (Vitoldo in italiano, che regnò dal 1401 al 1430), sorge su di un piccola isola del Galvé (uno dei tre laghi) e collegato alla terraferma con delle passerelle. Lasciamo il camper in un parcheggio e, come molti turisti, ci indirizziamo verso il castello e facciamo la passeggiata lungo il lago. Nella via principale ammiriamo molto case colorate: sono occupate dalla minoranza etnica dei Karaimi, una antica tribù guerriera di ceppo e lingua turche, originari della Crimea e professanti una forma di religione ebraica, che raggiunse Trakai durante il periodo in cui fu la capitale del granducato di Vytautas (formarono l’esercito personale del Granduca). Visitiamo il loro piccolo ed interessante museo al numero 22 di Karaimo Gatvé.

Abbiamo anche tempo per uno spuntino “etnico” in uno dei tanti ristoranti: gustiamo una specie di cannelloni fritti con ripieno di carne ed ortaggi. Beviamo una bevanda tipica della zona. Il cameriere che parla inglese e conosce qualche parola di italiano ci spiega che è a base di finocchio.

Per la sosta notturna ci spostiamo nel campeggio (in lituano: “kempingas”) “SLENYJE”. Il campeggio, negli elenchi di ACSI, è piuttosto spartano, ha un’area centrale piuttosto grande, è dotato di prese per l’elettricità, scarico per il WC chimico; il carico dell’acqua è possibile o con tanica o con canna; molto difficoltoso lo scarico delle acque grigie.

Secondo giorno

Siamo a Vilnius, la capitale. Lasciamo il camper in un parcheggio, aperto anche alla macchine, aperto 24 ore , comodissimo per la visita della città, in T. Kosciuškos gatvė N 54° 41′ 18″ N, E 5° 17′ 37”.
Vilnius ha un esteso centro storico medievale inserito nei siti Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco: si chiama “Senamiestis”, la “città vecchia”, è uno dei meglio conservati dell’Europa orientale, lo si può percorrere facilmente a piedi e sorge in un ampia ansa della riva meridionale del fiume Neris.

Nel corso della sua storia, Vilnius è stato il baluardo, da una parte, alla Riforma protestante e, dall’altra, all’ortodossia russa. Testimonianza di ciò sono i tanti monasteri e le splendide chiese, rinati dopo il crollo dell’URSS. Noi abbiamo molto apprezzato la chiesa di Sant’Anna (“Sv. Onos baznycia”) e la chiesa dei Bernardini (“Bernardinu baznycia”) nella Maironio gatvé. La prima è una chiesa luterana dalla splendida facciata gotica in mattoni, costruita tra il XV° e XVI° secolo, rimaneggiata in seguito, ma che conserva l’aspetto originario; la seconda, arretrata e parzialmente nascosta dalla chiesa luterana, è la chiesa gotica (1506-1513) del convento francescano, anch’essa più volte rimaneggiata e che conserva, al suo interno, dodici splendidi altari in legno, intagliati e scolpiti. In “Katedros aikstè”, piazza della Cattedrale, sorge la Cattedrale di Vilnius, dove sono stati incoronati e sepolti i sovrani lituani, in origine una chiesa gotica, in epoca sovietica galleria d’arte, ora una imponente chiesa neoclassica (“Arkikatedra”), con portico esastilo con frontone, peristilio laterale, grande cupola, mura perimetrali con nicchie con statue e all’interno tre solenni navate, altare a forma di tempio tetrastilo e la cappella di San Casimiro, bell’esempio del primo barocco lituano.

A sud-ovest, distaccata dalla cattedrale, sorge la torre campanaria, popolare luogo di incontro, mentre dalla piazza si irradiano le vie principali della città vecchia. Noi abbiamo seguito la Pilies gatvé, a sud della piazza, una delle più antiche ora occupata da locali pubblici e negozi per turisti e, dopo il suo inizio, a sinistra, la Bernardinu gatvé, con interessanti case; la Mykolo gatvé che, in parte, costeggia il complesso dell’Università, la Auros Vartu gatvé. In questa nostra passeggiata abbiamo visitato altre chiese: “Sv Kazimiero baznycia”, la prima chiesa barocca di Vilnius, dall’alta cupola, nella grande e trafficata piazza Rotuses aikstè (che si trova alla fine della Pilies gatvé); la “Sventoios Dvasios cerkvé”, in Auros Vartu gatvé, luogo di culto ortodosso, che presenta elementi dello stile barocco romano; la “Sv. Teresés baznycia”, sempre nella stessa via; la “Sv Mikalojaus cerkvé”, chiesa ortodossa, dai molti stili architettonici, in Didzioji gatvé; la Sinagoga del 1894, in stile moresco, l’unica sopravvissuta delle 96 sinagoghe presenti in Vilnius prima dell’occupazione nazista (per molti secoli, Vilnius fu un punto di riferimento importante per la comunità ebraica) al n. 39 di Pylimo gatvé.

Siamo anche saliti alla verde collina di Gediminas (si sale da una strada riservata ai pedoni a nord-est della Cattedrale). Lungo la salita si incontrano il Museo Nazionale ed il Museo delle Arti Applicate (che a causa del tempo a nostra disposizione abbiamo tralasciato), mentre in cima sorge la “Gedimino botksa”, una torre alta tre piani, che faceva parte del fortezza costruita a difesa della città e dalla quale, ora, si ha una bella vista della città.

A mezzogiorno abbiamo pranzato al ristorante “Zemaiciu Smuklè”, in Vokieciu gatvé 24, nella città vecchia con un piatto tradizionale “cepelinai” costituito da patate bollite, grattugiate, con l’aggiunta di carne e di formaggio.

Terzo giorno

Ci muoviamo verso Kaunas. Due sono le tappe del nostro percorso:

“Rumsiske”, a circa 80 chilometri da Vilnius: un museo etnografico all’aperto che data la sua estensione può essere visitato sia a piedi che in camper. Presenta ricostruzioni di villaggi, di mestieri e della vita di contadini lituani del XVIII° e XIX° secolo con antiche abitazioni, fattorie, scuole, luoghi di incontro e mulini provenienti da tutta la nazione. Molti degli edifici sono aperti e si possono vedere artigiani in costumi tradizionali al lavoro;

“Pazaislis”, a circa 9 chilometri ad est di Kaunas: circondati da un grande parco, un monastero camaldolese ed una chiesa, che formano un grande complesso che è il migliore esempio del barocco lituano. La fondazione risale al 1662, mentre la costruzione continuò fino ai primi decenni del XVIII° secolo, con una innovativa chiesa a pianta esagonale ed una facciata concava grazie alla progettazione degli architetti italiani Carlo e Pietro Puttini e Giovanni Battista Frediani. All’interno numerosi sono gli stucchi e gli affreschi opera di un altro italiano, Michele Arcangelo Palloni. Abbiamo il piacere di una visita guidata che una delle monache ci regala. E così scopriamo che è anche un orfanatrofio. Lasciamo dei quaderni e l’impegno di futuri aiuti.

La chiesa di Pazaislis

A Kaunas parcheggiamo il camper nella piazza del municipio della città vecchia, dove trascorreremo, con tranquillità, anche la notte.
Facciamo una passeggiata nella città vecchia, “Senamiestis”, di impianto medievale e scopriamo due gioielli: la “Arkikatedra bazilika”, la più grande chiesa gotica a pianta basilicale della nazione, costruita a partire dal 1413 ma più volte ampliata e rimaneggiata; “Rotuses aiksté”, la piazza triangolare, il centro del nucleo storico, con il “Rotuse”, il municipio, del 1542, in origine gotico ma poi decorato in stile barocco, detto il “cigno bianco” per il colore bianco e la slanciata torre alta più di 50 metri. La passeggiata è interessante: vediamo tratti delle mura ed una torre dell’antica fortezza attorno a cui il nucleo originale della città si è sviluppata; molte sono le antiche case in mattoni rossi con elementi gotici e rinascimentali, altre ricordano le architetture civile delle città della Lega Anseatica (sulla piazza triangolare), e la lunga via pedonale, Vilniaus gatvé, che attraversa il centro storico, presenta anche interessanti librerie e negozi di antiquariato.

Quarto giorno

Siamo in viaggio verso la penisola di Neringa: una splendida striscia di sabbia, formatasi a seguito dell’azione combinata del mare, del vento e dell’uomo, celebrata da molti intellettuali europei (per Wilhelm von Humbolt paragonabile alle bellezze mediterranee di Italia e Spagna).
Raggiungiamo Klapeida per il traghetto: la traversata dura circa 20 muniti ed una volta sbarcati, prendiamo la sinistra, seguiamo la strada per Nida e ci incolonniamo per pagare il pedaggio per l’ingresso alla penisola. Al km. 23 della strada, parcheggiamo il camper (la piazzola è un po’ piccola) per visitare la collina della pecore (“Avikalnis”, in lituano), raggiungibile mediante sentiero, che regala una splendida vista su tutta la penisola. Al km 32, un sentiero porta sulle dune con vista sul “Sahara lituano”: il parcheggio è grande ma tutto occupato: sarà per un’altra volta.

Nida si trova a sud della penisola al confine con l’enclave russo di Kaliningrad (l’enclave è una apertura verso il mare voluta e mantenuta della Federazione Russa). Ha belle e colorate case, ma sono soprattutto le dune di sabbia, finissima e bianca, come quella di un deserto, con viste mozzafiato, che colpiscono la nostra attenzione. Per la cena scegliamo il ristorante “Seklycia”, in Latmiskio gatvé 1: buoni ed abbondanti i piatti di pesce (gustosi i gamberi di fiume), un buon rapporto qualità e prezzo, bella la vista sulla laguna dal nostro tavolo all’esterno.

Per la visita a Nida, abbiamo lasciato il camper in un parcheggio in prossimità del centro dove trascorriamo una tranquilla notte.

Sesto giorno

Lungo la strada di ritorno verso il traghetto, ci fermiamo al villaggio Joudkrantè per visitare la “collina delle streghe”, “Raganu kalnas” in lituano, sulla quale artigiani-artisti del posto hanno intagliato tronchi e creato demoni, streghe, totem, personaggi magici che accompagnano il visitatore lungo il sentiero.

Scesi dal traghetto, raggiungiamo Palanga, località di villeggiatura per i lituani, dalla bella spiaggia di finissima sabbia bianca. Dopo una passeggiata nella cittadina, visitiamo il museo dell’ambra, “Gintaro muziejus”, al n. 17 di Vytautas gatvé. Il museo è in un bel parco (con qualche scultura di figure mitologiche legate all’ambra), fu costruito dai russi su una terrazza artificiale in stile eclettico e per la guida del Touring Club (anno 2002) conserva più di 25.000 pezzi di ambra di varie grandezza e provenienza. La visita è di grandissimo interesse anche se le vetrine hanno, durante la nostra visita, spiegazioni in cirillico e solo qualche volta in inglese: l’ambra esposta è bellissima, i suoi colori cangianti, affascinante è vedere gli insetti in essa presenti, grande è la mole di informazioni riguardanti la resina fossile, la sua importanza per le genti e l’economia del Baltico: in conclusione una visita da non mancare per chi vuole visitare questa parte d’Europa.

Lungo la strada che ci porta al confine con la Lettonia, nei dintorni di Siauliai, ci fermiamo per vistare la “Hill Of Crosses”, “Kryziu kalnas”, in lituano. E’ una piccola collina, ricoperta da migliaia e migliaia di croci di tutte le dimensioni infisse nel terreno o appoggiate le une sulle altre: da luogo di protesta politica contro le autorità locali (quando vennero poste le prime croci nell’ottocento) a luogo di rivendicazione della autonomia nazionale durante l’occupazione dei russi (i cui carri armati più volte rasero al suolo la collina), a luogo-simbolo della identità nazionale. Non è un caso che il sito venne visitato da Giovanni Paolo II nel 1993 che donò una grande croce in legno con un Cristo di bronzo posta nell’ampio slargo antistante la collina. Noi ci arriviamo nel tardo pomeriggio di una giornata piovosa. Il cielo è plumbeo, soffia un debole vento, che muove le croci, le corone di fiori ed i rosari. E produce un sibilo metallico che ci mette addosso paura.

In serata, passiamo la frontiera lettone e, dopo pochi chilometri, ci fermiamo, per la notte, nel grande parcheggio gratuito del palazzo “Rundales Pils, a circa 15 chilometri ovest dalla cittadina di Bauska. Al parcheggio arriviamo insieme ad un camper canadese. Ci sistemiamo mantenendo le giuste distanze. Facciamo conoscenza. Lui fa, in franco-inglese: “Capito subito che eravate italiani: tutte e due sorridenti!” Dentro di me: “Tra poco si arriva alla pasta, al mandolino e a …Berlusconi” (eh sì: allora era al Governo come Presidente del Consiglio). Alla faccia dei luoghi comuni! In realtà si dimostrano essere persone davvero molto in gamba, stanno girando l’Europa, collaborano ad un sito Internet di viaggi ed è stato bello conversare con loro. Un po’ meno piacevole quanto è capitato dopo. Arrivano tre camper italiani: in un parcheggio che può contenere trecento pullman ed occupato da solo due camper non trovano di meglio che fermarsi di fianco a noi. Parcheggiano con qualche difficoltà (sic!) ed iniziano le operazioni ahimè tipiche di alcuni camperisti: cofano alzato, controllo del motore, teste ciondolanti (“eh sì, ci deve essere qualcosa di grave”), mogli che, urlando, approntano la cena, bambini vocianti che giocano a palla, cani abbaianti. Ad un certo punto spunta anche una chitarra. Ci guardiamo con grande preoccupazione, li malediciamo, facciamo discorsi non propri urbani su certe attitudini italiane (“Guarda i canadesi: tutta un’altra civiltà!”) Appunto: alla faccia dei luoghi comuni!

LETTONIA

Settimo giorno

Visitiamo il palazzo “Rundales Pils”. Un imponente e bell’edificio, composto da tre corpi, una specie di “palazzo d’inverno” lettone, un capolavoro barocco con interni (per la nostra guida ammontano a 138) in stile rococò che fu costruito a metà del XVIII° secolo su progetto dell’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli attivo in quegli anni a San Pietroburgo (cfr. il nostro diario del viaggio a San Pietroburgo pubblicato nel blog il…. ) con maestranze italiane ed i cui interni sono stati abbelliti, tra gli altri, da altri grandi italiani come Francesco Martini e Carlo Zucchi che dipinsero le pareti ed i soffitti. Durante la nostra visita abbiamo apprezzato gli interessanti arredi, lo scalone d’onore, le grandi sale (la migliore: la “sala dorata” per i suoi stucchi e gli affreschi dei due pittori italiani), le numerose stufe di maiolica e, all’esterno, l’ordinato parco disegnato dallo stesso Rastrelli. Un biglietto cumulativo ci ha permesso anche la visita di un interessantissimo museo che raccoglie i resti, gli arredamenti, le reliquie, i crocifissi di alcune chiese rupestri distrutte o trasformate durante l’occupazione russa in officine, granai, depositi, garage.

Kuldiga è la seconda tappa della giornata. La nostra visita ha inizio dal “Ratslaukums”, la piazza del municipio, cuore del centro storico della cittadina, su cui si affacciano edifici di epoche e stili diversi. Curiosi sono i due municipi: quello vecchio in legno ed il nuovo con uno stile che rinvia al Rinascimento italiano. Dalla piazza si irraggiano le vie che attraversano il centro: li percorriamo e scopriamo interessanti case a graticcio, in legno, alcune dai bei colori. Bella anche la chiesa luterana in fondo alla via Baznicas iela (pregevoli l’altare intagliato, bianco e dorato e l’organo) dalla cui torre si ha una bella vista sulla cittadina ed il territorio circostante e da non perdere il ponte in mattoni del 1874, “Kuldigas tilts”, sul fiume Venta (Kuldiga è alla confluenza di due fiumi: il Venta ed il Aleksupite). E dopo il ponte c’è un bel mulino, una alta cascata ed un parco con statue ed una bella villa costruita in Francia, fatta ricostruire qua da un ricco mercante e che oggi ospita il museo di storia locale.

Alla sera arriviamo a Riga. Con un po’ di fatica troviamo un parcheggio lungo la via parallela alla grande arteria che corre lungo il fiume. E’ un parcheggio coperto che ha però dei posti all’esterno. Entriamo e chiediamo se possiamo fermarci per le due notti che intendiamo fermarci a Riga. La risposta è positiva: contrattiamo il prezzo: è davvero molto conveniente, ma quando lasceremo il parcheggio la sosta sarà pagata soltanto con una bottiglia di vino rosso italiano!

Ottavo giorno

Passeggiamo senza una meta precisa per Riga e ci convinciamo che è una bella città con una spiccata vocazione europea e cosmopolita come si vede dal bel centro storico che ricorda quello di molte città francesi, belghe, austriache ed olandesi (c’è anche un edificio, sede della corporazione dei mercanti, il cui aspetto attuale risale al rifacimento dell’800, il cui stile è quello del neo-gotico inglese).

La “vecchia Riga”, “Vecriga” in lettone, si trova sulla riva orientale del fiume Dvina ed è un dedalo di piccole vie chiuse al traffico, che ricorda le città anseatiche con tre punti di riferimento precise: le guglie del Duomo, di San Giacomo e di San Pietro. Dal 1997 è inclusa nell’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco con la seguente descrizione: “Riga was a major centre of the Hanseatic League, deriving its prosperity in the 13th–15th centuries from the trade with central and eastern Europe. The urban fabric of its medieval centre reflects this prosperity, though most of the earliest buildings were destroyed by fire or war. Riga became an important economic centre in the 19th century, when the suburbs surrounding the medieval town were laid out, first with imposing wooden buildings in neoclassical style and then in Jugendstil . It is generally recognized that Riga has the finest collection of art nouveau buildings in Europe”.

Al centro si trova la “Doma Laukums”, una piazza che troviamo piuttosto eterogenea per quanto riguarda stili architettonici degli edifici che su di essa si affacciano e che è dominata dal “Doma baznica”, il Duomo, tempio luterano. Più volte rimaneggiato nel corso dei secoli presenta elementi romanici (i più antichi), tardo gotici (i prevalenti), barocchi nella guglia, uno dei simboli della città, e nell’altare ligneo. All’interno, ammiriamo l’organo, a sua volta un’insieme di elementi rinascimentali e barocchi, molto famoso nel mondo per l’ottimo suono prodotto dalle 6718 canne che lo compongono. Molto bello, infine, il chiostro del XIII° secolo.

A causa del tempo a nostra disposizione tralasciamo i musei e nella nostra passeggiata ammiriamo: il Castello del 1330, ma distrutto e ricostruito più volte nel corso dei secoli, ora residenza del presidente della Repubblica; il complesso dei Tre Fratelli, “Tris Brail”, tre case antiche sulla Maza Pils iela; la Cattedrale cattolica, “Sveta Jekaba baznica”, dall’alta torre gotica; nella Torna tela, ciò che è rimasto delle antiche mura; in Amatu iela, la sede della gilda dei mercanti, “Liela gilde”; nella Kaleu tela, il “Konventa seta”, l’ex convento femminile francescano; la “Sveta Jana baznica”, anch’essa molto eterogenea nello stile, in Skarnu iela; la “Sveta Petera baznica”, dedicata a San Pietro, altro elemento fondamentale nel panorama della città, capolavoro dell’architettura gotica e con torre e guglia barocche (c’è un ascensore per la salita e per gustare il bel panorama sulla città), distrutta nel corso della seconda guerra mondiale e faticosamente ricostruita.

Visitiamo la zona del mercato centrale, “Centralais tirgus”, alle spalle della stazione degli autobus lungo la Janvara iela ed in prossimità del fiume Daugava. Molte bancarelle sono sistemate in alcuni vecchi hangar degli Zeppelin rimontati in questa sede negli anni ’20/’30 del secolo scorso, altre sono all’aperto: con grande cura, fanno bella mostra frutta verdura pesci di ogni genere. Molti sono i frutti di bosco o raccolti direttamente dai negozianti oppure importati dalla Polonia, numerosi i latticini e tante sono le specialità da forno, le forme ed i tipi di pane. Ma sulle bancarelle si vendono anche stivali, abiti usati, cianfrusaglie.

Durante la visita abbiamo bevuto il kvas: una bevanda molto apprezzata nell’Est Europa, poco alcolica e molto dissetante, a naturale fermentazione, nel nostro caso ottenuta dalla linfa di betulla (ma la si può avere dai cereali o dal pane di segale o nero), stillata da una grande botte in metallo posta su ruote parcheggiata nella piazza antistante gli hangar. Ed una volta bevuta (non una ma due volte) abbiamo convenuto con gli abitanti di Riga: davvero dissetante e buona.

Incontriamo una giovane coppia tirata a lucido. Lui in abito scuro, con papillon, camicia bianca della pubblicità del detersivo, giacca corta, a doppiopetto, capelli con onda alla Little Tony. Lei con capelli biondi raccolti come quelli delle bambole che venivano messe sui letti delle nostre nonne, abito di tre taglie più largo, a fiorellini, verde-grigio-violetto, scarpe bianche anni ’50: tanto carini ma … (nei nostri viaggi nell’est Europa nei primi anni 2000, e non solo negli sperduti villaggi della campagna, di coppie così ne abbiamo incontrate davvero tante).


Nono giorno

Ci svegliamo molto presto e dedichiamo la mattina alla visita del quartiere a nord-est del centro storico che nelle vie Alberta, Elizabetes e Strelnieku presenta i grandi edifici in stile art noveau soprattutto ad opera di Michail Osipovic Eizenstein (e prima di lui di architetti e decoratori tedeschi). Gli edifici da lui costruiti sono alti, imponenti, una delizia per gli occhi, soprattutto per i grandi volti femminili, che sono la loro particolarità, ingranditi, distorti, con capelli scarmigliati e bocche spalancate, con braccia alzate, giallo ocra, con inserti di azzurre maioliche che, alle volte, allentano la tensione creata dai volti.

Lasciata Riga, la tappa successiva è Sigulda. E’ centro di villeggiatura estiva e centro sciistico invernale, si trova nel bel parco nazionale “Gauja” (la regione è soprannominata “la Svizzera lettone”, per le colline coperte da fitti boschi e percorsa da impetuosi torrenti e fiumi). Nella cittadina facciamo una piacevole passeggiata che ci porta alla pista artificiale da bob posta all’ingresso, alla “Siguldas baznica”, chiesa luterana del 1225, ma più volte rimaneggiata anche in stile Jukendstill, il centro d’informazione del parco nazionale, il castello nuovo, “Jaunapils”, con un giardino in stile Tudor e le rovine della fortezza teutonica.

A seguire, Cesis, al centro del parco nazionale, che fu fiorente città anseatica, ora centro turistico per la sua posizione, con un bel centro storico, chiuso al traffico. Finita la visita ci indirizziamo verso il confine con l’Estonia. E guardando il paesaggio, un ultimo pensiero prima del passaggio della frontiera. I lettoni dicono che il loro è il paese delle cicogne. E’ vero! Ogni camino, ogni palo della luce ha un nido, occupato da due, tre, anche quattro cicogne (sono i genitori più i piccoli, già grandi). In un prato, ne abbiamo contate circa cinquanta: stavano organizzando la partenza per l’Africa?

Alla frontiera grande confusione: vedendo la corsia dei camion libera, molti autisti lettoni subito se ne approfittano, superando bellamente i poveracci come noi che regolarmente rispettano la fila. Piuttosto lunghi i tempi di attesa, i doganieri però sono molto professionali. Trascorriamo la notte a Parnu, lungo il mare in Estonia

ESTONIA

Decimo giorno

Visitiamo Parnu. Conserva lungo l’asse della via principale qualche interessante edificio (la “Torre Rossa”, la “Elisabeth kirik”, luterana, il neo-classico “Municipio”, la “Jakateriina kirik”, ortodossa) ed ha un bel lungomare con una lunga e frequentata spiaggia che si estende sul golfo di Riga.

Seppur un po’ decaduta rispetto ai fasti del passato, è ancora importante per le cure termali. A sud del centro storico si estende la stazione termale, con un grande parco ed il “Mudaravita”, un palazzotto in stile neo-classico, costruito nel 1926, dove si possono fare dei bagni di fango (molto apprezzati e famosi sin dai tempi della nomenclatura del PCUS).

Terminata la visita ci spostiamo a Virtsu per prendere il traghetto per l’isola di Muhu. Una volta arrivati seguiamo una strada lunga circa tre chilometri costruita su un terrapieno che ci porta nell’isola di Saaremaa, la seconda più grande del Baltico, con coste molto frastagliate e belle baie sabbiose, intensamente sfruttata dall’agricoltura ed oggi attentamente protetta.

Nell’isola, visitiamo:

Kuressare, il capoluogo, con un nucleo centrale, “Vanalinna”, ben conservato, con una famosa fortezza vescovile (la meglio conservata di tutta l’area del Baltico), con un Municipio, “Raekoda”, del 1670, con case in legno ed altre abbellite da decori neoclassici; un vecchio mercato; la “chiesa ortodossa di san Nicola” con delle belle icone;

Saare, in fondo alla omonima penisola, raggiunta dopo aver percorso una strada non asfaltata e sconnessa lunga circa 10 km, che ci regala solo qualche bella vista.
Ma una volta arrivati: due case, un faro, un cane sciancato, molto affamato, che è diventato nostro commensale, un camper, il mare, qualche sparuto gabbiano, qualche rondine: non è l’Irlanda, non sarà la Scozia, non è la Bretagna, non è la Normandia … un po’ delta del Po… ma il sole che tramonta, l’arancione del cielo che sfuma nell’azzurro del mare e che si incrocia con il verde della bassa vegetazione, la grossa ancora arrugginita lasciata in prossimità della spiaggia, i grossi sassi sparsi sulla riva, la luna, limpida e chiara, che prende il posto del sole ci regalano un romantico momento.

E qui, in prossimità di un ostello e con il cane che dorme tranquillamente fuori dal nostro camper dopo aver condiviso con noi un grande piatto di pasta al pomodoro, trascorriamo la notte.

Undicesimo giorno

Rientriamo a Kuressare continuando lungo la strada compiendo così il periplo della penisola. La strada è ancora non asfaltata e con i solchi lasciati dalle macchine agricole, ma oggi le vedute valgono tutta la sabbia che è penetrata nel camper. Però, considerate la velocità che siamo stati costretti a tenere (20/30 all’ora) e la quantità di sabbia nel camper, rinunciamo a Veere, “pittoresco” porticciolo di pescatori, ad Angla, famosa per i mulini a vento ben conservati ed al cimitero dell’isola, con le sue tombe tutte dipinte (il nostro viaggio risale a qualche anno fa e, mentre scrivo questo diario, mi chiedo – ma non ho la risposta – se la situazione delle strade dell’isola è ancora quella che noi abbiamo trovato).

Alla sera arriviamo a Tallin (c’è un ampio parcheggio sul porto, organizzato, sicuro e vicino al centro della città).

Dodicesimo giorno

Dedichiamo l’intera giornata a Tallinn, che per noi sarà la più bella delle tre capitali dei paesi Baltici (a proposito: paesi e non repubbliche perché questo ultimo termine rinvia ai tempi dell’URSS).

Il centro storico della città è, dal 1997, è nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. C’è una Tallin bassa ed una alta; è contornata da mura, interrotte da torri rotonde dalla tipica copertura che ne disegnano il profilo; si presenta molto elegante, anche un po’ sofisticata, con una popolazione molto attaccata alle proprie radici (importanti e molto significativi a questo riguardo i festival di musica ed danza popolare e le feste tradizionali che vengono organizzati durante l’estate) e molto giovane (per noi una costante delle tre capitali) vuoi anche perché la sua università è famosa; ha un aspetto nordico (guardano con un occhio di riguardo la Finlandia e si dichiarano il primo paese nordico ex-comunista).

La nostra visita inizia dalla “Vanalinn”, la città vecchia che è la parte bassa e murata, con le sue vie strette e tante piazzette, monumentali chiese ed edifici alti e stretti, con frontoni appuntiti o a gradini. Restiamo affascinati dalla “Raekoja plats”, la piazza del Municipio, per lo splendido ed austero municipio (nel passato fungeva anche da tribunale), uno dei pochissimi edifici civili gotici dell’Europa del Nord. E’ in pietra grigia, fu costruito tra la seconda metà del XIII° secolo ed i primi anni del XIV° secolo, ha una snella torre ottagonale che presenta elementi che ricordano i minareti islamici con una guglia, aggiunta nel 1627/28, barocca ed una loggia, nella facciata nord dove si trovava la gogna dei condannati, disegnata seguendo modelli fiorentini. E’ possibile la visita delle interessanti sale interne, che però noi non facciamo per il poco tempo a disposizione.

Oltre alla piazza abbiamo ammirato:

la “Puhavaimu kirik”, la ducentesca chiesa dello Spirito Santo;

la via sulla quale si trova la chiesa, Pikk Tanav, “la via lunga”, dove abitavano i mercanti più facoltosi come si può vedere da begli edifici, sedi delle gilde che la costeggiano; sempre nella stessa via, al n. 71, il complesso del “Kolm Ode”, tre belle case chiamate “le tre sorelle” da mettere in relazione al complesso dei “Tre fratelli” di Riga;
la “Oleviste kirik”, di antica fondazione (1267), con la sua affilata guglia, più volte ricostruita ed il cui aspetto ora è neo-gotico;

la cinta muraria, che abbiamo percorso per tutti i suoi circa 2 chilometri, costruita in più fasi tra XIII° ed il XVI° secolo, in origine composta da 35 torri che ora però sono 25;

la “Toompea”, “la collina della Cattedrale”, ovvero la parte alta di Tallinn, che sovrasta il porto e che abbiamo iniziato a percorrere entrando dalla porta del 1380 “Pikk jack torn”. E di questa parte: la “Lossi Plats”, la spianata su cui sorge la Cattedrale di rito ortodosso, pittoresca, ma associata al potere russo ed ora non amata dal popolo estone; la “Toompea loss”, i resti della “fortezza piccola”; la Toomkirk, la Cattedrale sede della chiesa luterana estone; il “Ruutelkonna hoone”, il Palazzo della Cavalleria, e la “Kohtu tanav”, a destra del Palazzo della Cavalleria, una via dalle belle case.

Nella piazza del Municipio si trovano molti ristoranti e bar. In uno di questi, “Anglais Café”, abbiamo gustato un’ottima insalata di salmone affumicato da loro e ci siamo deliziati con squisite fette di torte. Altra tappa culinaria è stato il caffè “Maiasmokk Kohvik”, “Il goloso”, in Pikk tanav 16, in funzione dal 1865, con una bella sala da the Art Noveau, dove abbiamo sorseggiato una ottima tazza di the accompagnata da squisite fette di torta.

Tredicesimo giorno

Con il camper ci spostiamo nella parte occidentale di Tallinn per visitare l’”Esti Vabaohumuuseum”. E’ un interessante museo all’aria aperta, per la guida del Touring “uno dei più grandi e completi d’Europa”, che riunisce circa un centinaio di edifici, prevalentemente dei secoli XVIII°/XX°, provenienti da tutto il territorio estone. Molti di questi hanno conservato arredi e utensili originari e al loro interno abbiamo avuto dimostrazioni pratiche di antiche tecniche artigianali per la produzione di tessuti, ricami, merletti e recipienti in legno.

Lasciato il museo, iniziamo la parte del viaggio verso San Pietroburgo. Percorriamo il “Lahemaa rahvuspark”, il parco nazionale più antico e grande dell’Estonia, con molte foreste, laghi, fiumi e quattro penisole con le relative baie che si protendono verso la Finlandia. Nel parco facciamo tre soste: Palse, uno delle principali attrazioni per il suo castello con il suo parco e gli stagni dove nel Medioevo (allora il sito era abitato da monache cistercensi) si praticava la piscicoltura; Vosu, una località di villeggiatura molto frequentata per la sua spiaggia; Kasmu, delle penisole la più bella, all’estremità orientale.

Così ha termine la parte del viaggio dei tre paesi Baltici. A Narva, al confine con la Federazione Russa, arriviamo nel tardo pomeriggio. Inizia un’altra parte del nostro itinerario: quella che ci porterà alla bellissima San Pietroburgo. Di questa, se non l’avete già fatto, vi invitiamo a leggere il diario (ma non solo) che abbiamo pubblicato nel nostro blog il 28 maggio dello scorso anno.

Un altro viaggio in Francia

Abbiamo iniziato a viaggiare in Francia sin dagli anni ’80 del secolo scorso quando eravamo campeggiatori: dalla Provenza a Perpignan, ai castelli della Loira e Parigi al nord della Bretagna e della Normandia. Prima dell’attuale “periodo sospeso”, con il camper abbiamo ripercorso molte delle zone allora visitate (vi invitiamo leggere gli altri nostri diari) e, quando tutto finirà, altre sicuramente se ne aggiungeranno. Perché forse l’avete capito a noi la Francia piace moltissimo. Il diario che state per leggere riguarda un viaggio di qualche anno fa (ma tutte le informazioni che vi diamo sono state controllate nel momento della sua pubblicazione sul blog) nella zona di Clermont-Ferrant e dintorni, il Limousin, la Dordogne e, per un giorno, nel Quercy.

Primo giorno

In un intero giorno di viaggio, alla sera, raggiungiamo Aubusson d’Auvergne in una bella area di sosta sulle sponde di un lago: “Aire de Camping-Car Lac d’Aubusson”, GPS E 3.61079; N 45.75377. 

Secondo giorno

Con il camper ci spostiamo a Clermont-Ferrant. Attraversiamo l’area suburbana: vediamo tanti capannoni, ciminiere e, non poteva essere altrimenti, gli stabilimenti Michelin e pregustiamo l’acquisto (che però non faremo) dell’omino, il Bibendum bianco, possibilmente d’annata.

Quando troviamo parcheggio lungo una via siamo quasi nel cuore della città e scopriamo un affascinante centro storico, dominato dalla cattedrale gotica di Notre-Dame. La cattedrale si trova in fondo a rue de Gras, fu costruita nel corso di molti secoli (tra il XIII° ed il XIX°), è tutta in pietra lavica nera (Clermont-Ferrant sorge in una zona ricca di vulcani) ha, all’esterno due torri ed una imponente facciata, mentre l’interno è caratterizzato da numerose cappelle poste ai lati delle due navate laterali, dalle vetrate policrome del transetto che, nelle giornate di pieno sole al pomeriggio, inondano di colori tutto l’interno dal bel coro in stile gotico ornato e dall’altare maggiore barocco.Usciti dalla cattedrale, ci spostiamo a nord per vedere la Fontaine d’Amboise, eretta nel 1515 con la pietra lavica nera, con elementi gotici e rinascimentali,  in posizione sopraelevata da cui si ha una bella vista delle montagne attorno, e a sud della piazza della cattedrale, per la boutique Michelin.

Proseguiamo nelle numerose stradine del centro storico: molti sono i palazzi del XVII° e XVIII° secolo, gli antiquari, i piccoli negozi di artigianato ed i caffè (soprattutto in Rue Blaise Pascal, Rue des Gras, Rue des Chausettes). Raggiungiamo la Basilique Notre-Dame du Port: è nel quartiere del “porto”, in stile romanico, molto antica (fu fondata nel VI° secolo, ma ricostruita dopo la distruzione ad opera dei Normanni nell’XI° e XII° secolo), ha un magnifico coro con capitelli scolpiti, tappa del cammino verso Santiago di Compostela, e dal 1998 inclusa nella lista dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Per il poco tempo a disposizione tralasciamo i musei (da segnalare sono il Museo di Archeologia Bargoin, in rue Ballainvilliers, il più importante della città, il Musée du Tapis e des Arts Textiles, per i tappeti provenienti da tutto il mondo, il Musée d’Historire Naturale Henri-Lecoq) e terminiamo la nostra visita in Place de Jaude, dove si trova la statua di Vercingetorige (e non potevano trattenere la nostra fantasia dal rivolgersi ai fumetti di Uderzo e Goscinny, quelli di Asterix e Obelix e dei Romani), cuore pulsante della vita cittadina. Una volta ripreso il camper, ci spostiamo a Montferrant, il sobborgo a nord-est, l’altra parte della città, che venne unita a Clermont nel 1630 per volontà dell’allora re, Luigi XIII. Passeggiamo tra le vie e scopriamo molti edifici gotici e rinascimentali nella zona compresa tra rue de la Rodade e rue des Cordeliers, ma l’impressione che ne ricaviamo è che il sobborgo si presenta un po’ trasandato rispetto a Clermont. Visitiamo anche un mercatino dell’usato: non troviamo l’omino Bibendum d’annata (ed il tormentone di tutto questo viaggio sarà “lo compriamo o non lo compriamo?” o meglio  “lo troveremo?”), ma qualche giocattolo ed alcune scatole che faranno bella mostra sul nostro banco. Terminata la visita, lasciamo l’Auvergne, di cui Clermont Ferrand è il principale centro, ed entriamo nel Limousin.

Alla sera siamo nell’”Aire de Montboucher”, in Place Maurice-Chamel, GPS E 1.6804; N 45.95147, nel centro del borgo, in prossimità del Comune.

Terzo giorno

Raggiungiamo Limoges. La storia della città è legata alla produzione della porcellana destinata alle aristocratiche famiglie francesi ma non solo. Oggi anche se l’epoca d’oro è tramontata Limoges offre la possibilità di conoscere la sua storia attraverso alcuni interessanti musei: il Musée National Adrian Dubouché in place W. Churchill, una dei più grandi di Francia, che raccoglie però non solo le porcellane di Limoges e quelli allestiti negli edifici di alcune fabbriche tuttora in produzione (Haviland, in av. President Kennedy, Bernadaud in av. Thomas). Noi, per questioni di tempo, abbiamo visitato la fabbrica di Haviland e quella molto antica Porcelaine Royale Limoges, in rue Donzalet, con il museo Casseaux che ospita il  Four des Casseaux, ovvero una fornace in mattoni usata per cuocere la porcellana e costruita all’inizio del XX° secolo, alta circa 20 metri, in grado di raggiungere temperature tra i 900° ed i 1400° gradi ed in grado di contenere dai 10.000 ai 15.000 pezzi. E non potevano lasciare i loro negozi con gli inevitabili, per la loro bellezza, acquisti (nel nostro caso di piatti e piattini).

Limoges però non è solo porcellana. Dopo aver riportato i regali sul nostro camper, parcheggiato lungo una via della cittadina, a piedi abbiamo percorso il quartiere Chateau, animato e cuore della città vecchia, ed il quartiere medioevale della Cité, a est del centro. Nel primo abbiamo ammirato molte case a graticcio in rue de la Boucherie; les Halles Centrale, con una specie di affresco in porcellana che ritrae l’attività del mercato (offre un ricco campionario di prodotti locali, dagli squisiti formaggi al pregiato manzo); l’Eglise Saint-Michel des Lions, con le reliquie di San Marziale, alcune finestre istoriate del XV° secolo e, soprattutto, la grande sfera bronzea che si trova sulla cuspide del campanile; il piccolo Coeur du Temple che si raggiunge attraverso un vicolo da rue du Temple, un piccolo cortile nel passato giardino privato degli adiacenti hotels particulier, con i suoi stemmi araldici ed l’interessante scala in pietra del XVI° secolo. La Cathédrale Saint-Etienne domina, invece, la Cité. E’ una grande chiesa gotica, una delle poche ad essere costruita a sud della Loira, la cui costruzione ha richiesto molti secoli (dal 1273 al 1888), con un grand bel portale, uno splendido rosone ed un pregevole ambone. Tutto attorno alla cattedrale si sviluppa il Jardin de l’Eveche, l’orto botanico.

Ripreso il camper, visitiamo Solignac, a circa 10 chilometri sud da Limoges. Importante tappa nel cammino dei pellegrini verso Santiago de Compostela, il paesino medievale conserva una splendida chiesa abbaziale in stile romanico dell’XI° secolo. Da ammirare sono il soffitto formato da una serie di cupole che raggiungono un’altezza di oltre 14 metri, le sculture in legno ed i capitelli delle colonne della navata centrale.

La campagna del Limousin è davvero molto bella: percorriamo strade che hanno sullo sfondo dolci colline e che costeggiano verdi prati con numerose piante di tarassaco: è primavera e tante sono le macchie di un intensissimo colore giallo e del colore bianco dei soffioni. Lungo un piccolo lago troviamo un parcheggio dove decidiamo di passare la notte.

Quarto giorno

Il Limousin conserva ricordi di Riccardo Cuor di Leone, che qui combatté battaglie e trovò la morte, colpito da una freccia di balestra in un momento di perlustrazione delle attività dei suoi soldati durante l’assedio al castello di Chalus-Chabrot. Negli uffici del turismo della zona si possono recuperare degli opuscoli dal titolo “Route de Richard de Lion” secondo i quali il percorso è “lungo circa 180 km con 19 siti aperti al pubblico” e interessa  “la strada dipartimentale 901 ed è indicato con cartelli con il logo della Route: un leone coronato con il suo cuore attraversato da una freccia che richiama il tragico destino di Riccardo”.

Entriamo nella Dordogne, chiamata dai francesi Perigord e suddivisa, soprattutto per questioni turistiche e con riferimento alle sue caratteristiche, in quattro zone: “nera”, al sud, per le numerose foreste di querce; “bianca”, nella zone centrale, per il colore della sua pietra (qui si trova Periguex, il capoluogo); “verde” nella fascia a nord per la sua vegetazione, i fiumi ed il Parco Naturale Regionale del Périgord-Limousin; “rossa”, quella dei vini.  E’ terra ricca di storia: fu il confine tra i territori francesi ed inglesi durante la guerra dei Cento Anni (di qui il soprannome di “paesi dei 1001 castelli”) e, prima ancora, di insediamenti preistorici dell’Uomo di Cro-Magnon, dei quali conserva splendidi pitture rupestri. Di grande tradizione gastronomica: foie gras, tartufo nero, funghi, grandi formaggi, elaborati piatti di oche ed anatre, vini del Bergérac, ma anche noci, castagne, fragole. Di splendidi paesaggi rurali e di grandi residenze di campagna: rifugi idilliaci, che fanno di questa piccola regione del sud-ovest una meta molto amati dai turisti.

Visitiamo Brantome. E’ soprannaminata la “Venezia del Perigord” perché sorge lungo un’ansa del fiume Dronne, che qui è attraversato da cinque ponti medioevali. Una volta lasciato il camper nell’”Aire de Brantome”, in Chemin du Vert-Galant, GPS E 0.64829 N 45.36147, accogliente e vicina al centro, decidiamo di prendere uno dei battelli che partono difronte all’Abbazia benedettina, per avere una veduta d’insieme del posto. La bella gita dura circa un’ora e dopo esser scesi dal battello visitiamo il paese. E’ famoso per la sua abbazia dedicata a Saint-Pierre, costruita e ricostruita più volte dal’XI° al XVIII° secolo: troviamo interessante la chiesa abbaziale, gotica, il suo pittoresco campanile romanico dell’XI° secolo, il “Parcours Troglodytique”, una struttura dell’VIII° secolo, ricavato dai monaci nella parete rocciosa con un fregio quattrocentesco scavato nella roccia.

Facciamo degli acquisti culinari: soprattuto abbondanti porzioni di “paté de campagne” e di “canard” ed ovviamente di “fromage de chèvre”. Che delizieranno la nostra cena e che ci confermeranno che queste prelibatezze sono uno dei buoni, buonissimi motivi che ci fanno venire in Francia ed amare questa nazione.

Trascorriamo la notte nell’area di sosta.

Quinto giorno

Iniziamo con la visita di Périgueux. E’ il capoluogo della regione e per questo ha un aspetto di città moderna. Conserva però delle importanti testimonianze storiche risalenti al periodo degli insediamenti gallici e romani,  al Medioevo e al Rinascimento nella città vecchia chiamata Puy Saint-Front e nel quartiere della Cité. La città vecchia conserva la splendida Cattedrale Saint-Front, in place de la Clautre, costruita nel XII° secolo e rimaneggiata in seguito, con cinque cupole bizantine, a pianta greca, e tutto il quartiere medievale che si estende a nord della Cattedrale stessa, con il groviglio di strade acciottolate, le pittoresche case (alcune anche risalenti al Rinascimento), ed una sola delle 28 torri che formavano le fortificazioni di quel periodo.

E’ mercoledì e molte delle vie sono occupate dalle bancarelle del mercato: ci rivolgiamo a quelle dei prodotti locali e pregustiamo un’altra cena a base di formaggio e paté.

Facciamo una breve passeggiata nella Cité: la Tour de Vésone è ciò che rimane di un imponente tempio gallo-romano dedicato alla dea Vesunna (il nome latino della città è appunto Vesunna), mentre qualche arco coperto da rampicanti rappresenta i resti dell’anfiteatro ed i Jardins des Arénes sono ora quello che in passato era l’arena 

La seconda tappa è Uzerche: arroccata su una sporgenza sopra il fiume Vézère, è una caratteristica cittadina medievale. La prima cosa che notiamo sono le sue case a torretta (“maisons à tourelles”) del XV° e XVI° secolo che spuntano dalle mure che la cingono. Entriamo dalla Porte Bécharie e percorriamo la strada principale che sale fino all’Eglise Saint-Pierre, una interessante chiesa fortificata, con un’antica cripta, che si affaccia sulla place de la Lunade, dove un tempo si celebravano le feste del solstizio estiva.

La giornata continua con Gimel-les-Cascades, un piccolo e grazioso villaggio, dalle case dai tetti di ardesia e dai balconi fioriti e da una chiesa con un bel reliquiario smaltato opera di artigiani del luogo nel XII° secolo. Numerosi sono i turisti sia lungo le pittoresche viuzze sia lungo il sentiero lungo il fiume che l’attraversa e che conduce alle famose cascate (visita a pagamento) la cui altezza totale è di 143 metri (in realtà, nonostante la guida Michelin scriva “la Corrèze a son Niagara”, noi più che vederle le abbiamo immaginate per la scarsa portata d’acqua).

Alla sera arriviamo a  Turenne e ci sistemiamo, per la notte, nell’”Aire de Turenne”, in Avenue du Sénateur -Labrousse, GPS E 1.577991 N 45.0539. Il castello del villaggio è illuminato dal sole della sera: un paesaggio molto romantico, apprezzato mentre ci gustiamo, tra l’altro, due ottimi dolci comprati a Gimel-les-Cascades: ah la Francia ah …

Sesto giorno

Visitiamo Turenne.  Situato su una collina, è un magnifico villaggio medievale, dalle case in pietra color miele e dominato da qual che rimane del castello/fortezza costruito nel Medio Evo dai visconti di Turenne e dalla cui Tour de César si ha una bella vista a 360° della campagna circostante.

Collonge-la-Rouge è la successiva tappa. E’ uno dei più bei villaggi di Francia (è all’origine della creazione dell’etichetta “Plus beaux village de France”): un borgo medioevale dalle case in arenaria rossa e tetti di ardesia, con eleganti e sfarzose residenze nobiliari con torrette circolari (secondo la guida nel villaggio ce ne sono 25), con la  bella chiesa fortificata di Saint-Pierre, sempre in arenaria rossa, che conserva un timpano del XII° secolo ed un campanile romanico a frontoni.

La tappa successiva è il piccolo villaggio di Carennac, sulla riva sinistra della Dordogne: un piccolo gioiello di case in pietra, un castello ed un sito monastico cluniacense, fondato a metà dell’XI° secolo, la cui chiesa romanica di Saint-Pierre conserva un pregevole timpano, un chiostro ed una “Mise au Tombeau” (statua della Deposizione) del tardo Quattrocento, una volta dipinta con vivaci colori.

Lasciato il villaggio, purtroppo non riusciamo a trovare un parcheggio per il nostro camper a Beaulieu sur Dordogne (dalla guida “Lonely Planet”: “…un “bel luogo” … con un quartiere medievale perfettamente conservato … uno dei più pittoreschi della regione). Così puntiamo diretti a  Les Eyzies-de-Tayac,  nell’”Aire des Eyzies” in Promenade de la Vèzère, GPS E 1.0092 N 44.93875.

Settimo giorno

Les Eyzies-de-Tayac è il luogo in cui si trovano due importantissime grotte preistoriche, (la valle del fiume Vézère in cui le grotte si trovano è sito Patrimonio Universale dell’Unesco) che, in sequenza, visitiamo: Font-de-Gaume e Combarelles. Nella prima abbiamo ammirato pitture murali policrome di bisonti che, alle volte, grazie all’abilità di chi le ha dipinte circa 14.000 anni fa sfruttando i rigonfiamenti e le cavità delle pareti, danno l’impressione di tridimensionalità. Di queste, in rosso, sono principalmente pitturate le femmine, mentre altri animali sono mammut (finemente graffiti), renne, cavalli. Le pitture murali ed i graffiti che abbiamo apprezzato nella seconda, che si trova a circa un chilometro e mezzo a est,  sono stati di cavalli, renne (molto naturalistiche nel loro atteggiamento di bere acqua) orsi, leoni (uno dei quali sembra “saltar fuori dalla roccia), mammut, figure antropomorfe e, come nella precedente, indecifrabili segni tettiformi. La visita per entrambe le grotte è a pagamento, a gruppi contingentati, in lingua francese, nel periodo estivo assolutamente da prenotare qualche giorno prima (Covid-19 permettendo …)

Terminata la visita ci spostiamo a Sarlat-la-Canéda. Lasciamo il camper nell’area in Avenue du General de Gaulle, in prossimità del centro, e visitiamo la città. Ci perdiamo nelle piccole vie che s’intersecano nel centro: edifici medievali, gotici e rinascimentali lo rendono incantevole: la rue Jean Jacque Rousseau, la zona del Presidial, la rue des Consuls, la Cathédral Saint-Sacerdos, le rue de Consuls con i suoi “hotel particuliers”, la Maison de la Béotie (la casa a graticcio dove nacque lo scrittore) e le Cour des Fontaines e des Chanoines, due cortile medievali, les Jardin desEnfeus, l’antico cimitero, la Lanterne des Morts, una antica torre che sembra un missile costruita per ricordare la visita di San Bernardo nel 1147, sono alcune delle tappe del nostro giro. Rientrati al camper decidiamo di trascorriamo la notte nell’area in Avenue du General de Gaulle.

Ottavo giorno

E’ sabato e Sarlat-la-Canéda è famosa per il suo mercato che anche noi decidiamo di visitare. Si svolge attorno alla Cattedrale (place del la Liberté e rue de la Repubblique): molti sono i banchi che espongono i prodotti del territorio (siamo nel “Perigord nero”): fois gras, funghi, specialità a base di anatra ed oca, tartufo nero. Per noi: prelibatezze, certo, ma anche grande atmosfera tipicamente francese.

Le altre tappe della giornata sono:

La Roque-Gageac, su un’ansa del fiume Dordogne, a ragion veduta inserito nell’elenco dei “più bei villaggi di Francia”, con le sue casa in pietra color ocra, i vicoli tortuosi che conducono al Jardin Exotique, alla chiesa, e soprattutto allo spettacolare ed insolito  Fort Troglodyte, ovvero un complesso difensivo di epoca medioevale scavato nella roccia;

Beynac-et-Cazénac, sempre lungo la Dordogne, con una ripida salita al castello che la domina;

Domme, arroccata su una falesia che domina il fiume, una “bastide” ben conservata con quasi tutti i suoi bastioni del XIII° secolo, oltre a tre porte d’accesso originali. La sua posizione ci regala splendide vedute su tutta la vallata ed il fiume (in modo particolare dall’Esplanade du Belvédère e della Promenade de la Barre).

Nell’”Aire du Pradal”, a Le Pradal, sulla D. 46E, a circa 500 metri da Domme, GPS E 1.22173 N 44.80108, trascorriamo la notte.

Nono giorno

Iniziamo il rientro in Italia. Entriamo nel Quercy, una regione storica, parte dell’Occitania. La prima tappa del giorno è Rocamadour, in bella posizione su uno sperone roccioso. Un tempo – Medioevo – ospitava molti pellegrini (famosa la sua Madonna nera), ora invece molti turisti. Noi Visitiamo la Cité Religieuse, una delle due parti che la compongono (l’altra è l’Hospitalet, un sobborgo moderno che sorge sul pianoro della collina). Entriamo dai bastioni del castello e percorriamo a piedi la scalinata che i pellegrini facevano in ginocchio. A metà altezza della collina ci sono i santuari, in realtà una serie di cappelle che custodiscono le reliquie, tra cui quelle della Madonna nera.

A seguire Figeac, un piccolo centro, che, nella città vecchia,  ha mantenuto il suo aspetto originario caratterizzato da splendidi edifici in pietra medioevali e rinascimentali, molti dei quali terminano con una loggia aperta, in passato usata per seccare le pelli.

Saint-Cirq Lapopie chiude la giornata. E’ uno dei luoghi più visitati della regione per la sua splendida posizione: un grappolo di case dai tetti in cotto, medievali, arroccate sulla cima di un dirupo a strapiombo sul fiume Lot. Non mancano i resti di un castello ed una chiesa gotica.

Celebriamo la fine del viaggio con un’ottima cena a base di piatti e vino locali nel ristorante “La Table du Producteur”, in Rue du Sombral.

E la mattina dopo via per l’Italia attraverso soprattutto strade dipartimentali e nazionali per gustarci fino alla fine paesaggi e villaggi della provincia francese. Con la certezza che in Francia, a breve, ci saremmo ritornati.

Inghilterra – Attraverso il nord

Siamo stati sei volte in Gran Bretagna con il nostro camper. Come abbiamo già scritto in un precedente diario, tanti sono i motivi che ci fanno amare questa terra. Quello che state per leggere è il diario di un viaggio durato circa un mese, soprattutto nel nord dell’Inghilterra, attraverso la Cumbria, il Lake District National Park, lo Yorkshire e altri due parchi: lo Yorkshire Dales National Park, con le sue belle colline e piccole valli (“dale” deriva dal termine vichingo “dalr “e significa valle) e il North York Moor National Park con le sue selvagge brughiere.

E’ l’Inghilterra che occupa molto del nostro immaginario dell’isola: piccoli villaggi sperduti nella campagna o nella brughiera con i cottage e le case in pietra e i loro  giardini in fiore apparentemente in disordine; la chiesa ed il pub che rimanda all’avventore il profumo delle infinite birre bevute e dove l’arredo è in legno che sa di antico; con le pecore, piccole, tozze e dal muso nero, che pascolano liberamente in campi dall’intenso verde o nella piazza centrale del paese; i piccoli laghi sferzati dal vento incuneati in piccole vallate; la brughiera, terra dura, inospitale, con la neve ed il vento, ma anche bella con il fiorire dell’erica; i resti della presenza dei Romani; le rovine di antiche cattedrali ed abbazie; lunghe e selvagge spiagge; gli echi della poesia romantica inglese e di qualche classico inglese con la brughiera che fa da sfondo, nonché i ricordi dei personaggi, degli animali e dei luoghi della letteratura di Beatrix Potter e del veterinario James Herriot; il cielo grigio e la pioggia che ti entra nelle ossa mentre stai percorrendo un sentiero e ti immagini la calda, fumante corroborante tazza di tè, ma anche, al tramonto, la tavolozza di calde tonalità rosse, arancio, blu e viola.

Quando ci rechiamo in Inghilterra, due sono le immancabili tappe in Francia: Thann o Laon: la prima se partiamo di pomeriggio, la seconda alla mattina molto presto. Thann è una bella località nel dipartimento dell’Alto Reno, nella regione del Grande Est, a circa 60 km dal confine svizzero di Basilea (noi che abitiamo in Lombardia iniziamo e concludiamo i nostri viaggi inglesi dalle autostrade svizzere), con un’importante storia che inizia nel Medioevo (la Collegiata di Sant’Ubaldo ed il centro storico sono lì a dimostrarlo) e due aree di sosta per i camper: una a ridosso del fiume (il Thur) che l’attraversa, confinante con la piazza del mercato, l’altra unita al parcheggio di un supermercato, con carico e scarico (entrambe sono ben segnalate e vicino al centro storico). Laon, nel dipartimento dell’Aisne nella regione dell’Alta Francia, invece, non ha un’area di sosta ma un comodo parcheggio sotto le mura di cinta. La città è stata fondata dai Romani ed ha avuto una notevole importanza storica nel Medioevo. Di quel periodo è la bella Cattedrale di Notre-Dame che domina la città e la collina su cui Laon è costruita (la collina si chiama “Montagna Incoronata”), il Palazzo vescovile, l’antico ospedale, altre chiese e le mura. Come Thann, anche Laon merita più che una sosta serale.

In questo viaggio la tappa è stata Laon.  Alla mattina, verso mezzogiorno, abbiamo preso il traghetto a Calais (sono circa 250 i chilometri che separano le due città) e alla sera siamo arrivati in un campeggio a circa 6 chilometri dalla bella Chester, nella contea del Cheshire.

PRIMO GIORNO

Visitiamo l’incantevole, ricca ed antica Chester. Fondata dai Romani come un castrum, è ora con le sue due perle – le mura cittadine e The Rows – una delle più belle città di tutta l’Inghilterra.

La cinta muraria che racchiude il centro storico è lunga circa tre chilometri: noi l’abbiamo percorsa tutta e siamo rimasti colpiti dalla bellezza degli edifici della città, molti risalenti al medioevo, altri restaurati nel corso del periodo vittoriano (questi interventi dettero origine al “Black and White Revival”, ovvero case a graticcio, bianche e nere, in stile Tudor), altri ancora con la tipica architettura introdotta dalla Rivoluzione Industriale (due insigni esempi sono il Municipio ed l’interessante Grosvernor Museum, di storia naturale ed archeologia). Oltre alle vedute del centro storico, ci sono dei punti di interesse che, come molti altri visitatori, hanno attirato la nostra attenzione: la grande Eastgate, con l’orologio del 1897, secondo solo al Big Band; i Wishing Steps, nel lato sud-orientale, dove i più ardimentosi (che noi non abbiamo imitato) si cimentano nella loro ripida discesa e risalita trattenendo il sospiro perché la leggenda dice che, in caso di successo, i loro desideri potranno essere realizzati; l’antico pub Bear & Billet, dopo la Southgate o anche Bridgegate, il più antico edificio a graticcio di Chester (1664) e dove un tempo si pagava il pedaggio per entrare in città (www.markettowntaverns.co.uk).

L’altra grande attrattiva di Chester sono le Chester Rows. Risalenti al Medioevo, e probabilmente costruite sopra le rovine romane, sono dei camminamenti coperti costruiti lungo le quattro vie principali del centro storico che si irraggiano da Chester Cross, ovvero Watergate Street, Northgate Street, Eastgate Street e Upper Bridge Street. Su questi camminamenti ora si aprono uffici, ristoranti, caffè. Non tutto è originale nella parte a graticcio, mentre delle “cripte” in pietra sotto ai negozi del livello della strada ora ne rimangono circa 20, però è stato bello passeggiarvi perché è comunque un qualcosa di unico e spettacolare.

Dopo esserci fermati a gustare una buona tazza di tè con una squisita fetta di torta nella Patisserie Valerie, al 31 di Bridge Street (vicino al Grosvenor Shopping Centre), abbiamo concluso la nostra visita con la Cattedrale in Northgate Street: interessanti il chiostro e gli edifici attorno, che sono le uniche parti originali del XII° secolo.

SECONDO GIORNO

Alla mattina abbiamo visitato il Tatton Park a Knutsford, tattonpark.org.uk, con i bei giardini, la fattoria, il parco, la vecchia residenza medioevale e la casa padronale rifatta in stile neo-classico alla fine del XVIII° secolo che conserva un’importante e numerosa raccolta di dipinti, libri e mobili. I giardini occupano circa 50 acri e sono il risultato di 300 anni di attento giardinaggio e oculata pianificazione (c’è un orto murato, un giardino giapponese, un campo giochi) che però non hanno modificato il suo impianto edoardiano delle origini. Le fattoria è stata accredita “per la conservazione, l’allevamento e la promozione di rare ed in pericolo di estinzione razze di animali da fattoria”.

Due sono state le attività del pomeriggio. Dapprima facciamo una sosta a Knutsford, che ha ispirato la scrittrice Elizabeth Gaskell nell’invenzione di Cranford, la cittadina in cui è ambientato l’omonimo romanzo. Puntiamo con successo a qualche “charity shops” o “hospice shops” per qualche oggetto di secondo mano (i nostri primi acquisti dei tanti che faremo nel viaggio).

Raggiungiamo poi il campeggio “Red Bank Farm Camping Site” che si sviluppa su due grandi prati con una bella vista sulla spiaggia (l’indirizzo completo è “Archers at Red Bank Farm Ltd”, The Shore, Bolton-le-Sands, Carnforth, Lancashire LA5 8JR Phone: 01524 823196; email: info@archers-redbankfarm.co.uk; Web: www.archers-redbankfarm.co.uk)

Siamo nel nord dell’Europa e le giornate sono più lunghe. Così facciamo una passeggiata lungo un tratto della spiaggia della Morecombe Bay. Qui quattro fiumi raggiungono il mare ed i loro estuari formano penisole, isole, paludi salate, che sono l’habitat di molti uccelli. Ci sono sentieri e numerosi cartelli con indicazioni delle maree: li seguiamo e ci inoltriamo in questi ambienti selvaggi che ci riempiono gli occhi. Mentre il tramonto ci regala un cielo meraviglioso.

TERZO GIORNO

Visitiamo Lancaster, capoluogo dell’omonima contea. Ha origini romane e nella nostra passeggiata abbiamo ammirato molti palazzi georgiani, l’imponente castello del 1150 con la Well Tower (o meglio Witches Tower, perché qui vennero imprigionate le imputate di un famoso processo alle streghe) ed il maestoso portale di ingresso a due torri (Gatehouse), la bella Priory Church e i Judges Lodgings, che si raggiungo tramite la scalinata tra il castello e la chiesa, che nel seicento ospitavano gli alloggi dei magistrati. Mentre passeggiamo nel centro storico scopriamo che è giorno di mercato e che molto sono i banchi che offrono cucina etnica: così non ci lasciamo scappare l’occasione di assaggiare gustosi piatti indiani (per noi l’Inghilterra è anche la buona cucina dell’India!).

Nel pomeriggio entriamo nella contea di Cumbria, che include il famoso Lake District National Park, sicuramente una delle più belle e celebrate zone dell’Inghilterra, sito Unesco. Arriviamo a Keswick e ci sistemiamo nell’accogliente e pluripremiato campeggio “Castelrigg Hall Caravan Camping  & Glamping Park” (Castlerigg Hall Lake District Caravan & Camping Park, Keswick, Cumbria, CA12 4TE | Tel: 017687 74499 | Email: info@castlerigg.co.uk), dove resteremo una settimana perché abbiamo programmato di visitare molte delle zone e delle località del parco nazionale

La giornata si chiude con una breve visita di Keswick.

QUARTO GIORNO

Ci dirigiamo verso l’Honister Pass, un passo di montagna sulla B5289, uno dei più alti della regione con i suoi 356 metri di altitudine. E’ pero uno dei più ripidi e così dopo aver attraversato qualche pittoresco villaggio e boschi, quando la pendenza sale al 25% e la strada si fa molto stretta, decidiamo di ritornare sui nostri passi.

Raggiungiamo Whitehaven. Siamo ora sul mare e la città presenta numerose case georgiane, alcune decadenti altre invece ristrutturate.

La tappa successiva è l’antica Ravenglass, ora un piccolo villaggio e porto naturale, sull’estuario di tre fiumi, l’unico villaggio costiero del Parco Nazionale. Ravenglass è anche il capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto e a vapore  Ravenglass-Eskdale. Così con il camper ci spostiamo nel parcheggio della stazione. Acquistiamo due biglietti da Ravenglass a Dalegarth e ritorno (un biglietto  costa attorno ai 20 euro; preferibile la prenotazione) e nei due tragitti ci deliziano le splendide vedute sull’estuario e delle colline che vengono attraversare dalla linea ferroviaria. 

QUINTO GIORNO

Raggiungiamo Coniston. Dopo una breve visita del villaggio (interessante la Coniston Hall, il municipio, in origine una fattoria del XVI° secolo), prendiamo il battello per fare il giro del lago, con  sosta a Brantwood House, la casa in cui John Ruskin passò gli ultimi anni della sua vita.

Il lago è il Coniston Water (i locali lo chiamano soltanto “Coniston”)  è piuttosto grande (il terzo per grandezza della regione), di origine glaciale a forma allungata come la lettera “u”. Il tragitto è piuttosto suggestivo perché le rive e le altre barche si scoprono all’ultimo momento data la consistente nebbia.

Quando invece raggiungiamo la residenza il tempo cambia e con il sole facciamo la nostra visita della casa, del parco e degli splendidi giardini creati, tra gli altri, da John Ruskin. La casa, dalla particolare architettura, raccoglie degli splendidi quadri e, soprattutto, splendidi arredi in stile “arts and crafts”, mentre il parco ed i giardini (di circa 250 acri) regalano splendide vedute del lago e delle montagne circostanti. Mentre passeggiamo vediamo che molti sono i rododendri e così ci immaginiamo le splendide fioriture della primavera e ci fermiamo per una corroborante e dolce sosta alla Terrace Coffee House.

Ritorniamo a Coniston decidiamo di percorrere la strada lungo il lago: da un’altra prospettiva ammiriamo il lago ed i boschi che lo circondano.

SESTO GIORNO

Visitiamo Keswick. Il paese si trova sulle sponde del lago Derwent: circondato da colline boscose, è uno dei laghi del Parco Nazionale, e la vista che si ha dalle riva è molto romantica.

Mangiamo un ottimo “fish and chips” nel “The Old Keswickian”, un’istituzione nella ristorazione della zona, situato nella “market square” del paese.

Una volta rientrati in campeggio, il cielo diventa una tavolozza di colori.

SETTIMO GIORNO

La prima tappa della giornata, appena fuori dal Parco Nazionale, è il villaggio di Cartmel famoso per la chiesa , Cartmel Priory, fondata  nell’XI° secolo ed ampliata/restaurata  nel XIV°, XV° e XVI° secolo.

Segue la visita di Grange-over-Sands. Siamo nella parte nord della Morecambe Bay e seguendo la “promenade” del villaggio facciamo una passeggiata lungo i prati della baia che una volta erano paludi o sabbie mobili in cui ora tranquille pecore passeggiano e mangiano.

Dopo la passeggiata raggiungiamo con il camper la vicina “Holker Hall and Gardens”, attuale residenza della famiglia Cavendish, pari di Inghilterra (indirizzo completo: “Holker Estate, Cark-in-Cartmel, Nr Grange-over-Sands, Cumbria LA11 7PL, email  info@holker.co.uk.). La storia della case iniziò nel XVII° secolo e da allora le famiglie che si sono susseguite per eredità l’hanno abbellita, ampliata e ricostruita nell’ala occidentale perché andò distrutta da un incendio nel 1871. Da ricordare sono i 3500 libri della biblioteca, gli arredi, le scalinate interne a sbalzo, intagliate a mano da artigiani locali, i numerosi alberi ed arbusti dei giardini.

L’ultima tappa del giorno è Furness Abbey che si trova a nord del villaggio di Barrow-in-Furness. La sua origine risale al 1123 e fu il secondo più ricco e potente monastero cistercense del paese prima della dissoluzione dei monasteri voluta dal re Enrico VIII dopo l’introduzione della riforma protestante nel paese. Di quell’abbazia ora rimangono principalmente delle rovine in arenaria del XII° e XVIII° secolo: lo stile è gotico, l’area è piuttosto vasta, l’altezza che raggiungo è di circa 40 metri: un sito molto “romantico” che ha attirato molti visitatori (tra questi: il poeta romantico per eccellenza William Wordrworth che la ricorda più volte nella sua autobiografia i versi  “The Prelude”, il pittore J.M.W. Turner che la ritrasse in diverse acqueforti).

OTTAVO GIORNO

Visitiamo Grasmere. E’ una località molto turistica, con tanti alberghi negozi ristoranti e pub, che prende nome dal vicino lago. Per noi non è certamente il bel posto celebrato da Wordsworth che qui visse per 14 anni e che, con la moglie, è sepolto nel cimitero della St Oswald’s Church.

In prossimità di uno degli ingressi, in un piccolo edificio che nei tempi andati fu la scuola del villaggio (qui Wordsworth, la moglie la sorella vi insegnarono), si trova il famoso “Sarah Nelson’s Gingerbread Shop” che da metà circa del XIX° secolo  produce il famoso pan di zenzero, uno delle specialità culinarie della Cumbria. La ricetta resa popolare da Sarah Nelson è secreta: si presenta con una copertura di briciole alla zenzero rossastre e zuccherine e quando lo assaggiamo, per il nostro palato, ha un forte sapore di zenzero.

Segue la vicina Ambleside, sul lago Windermere, il più grande lago naturale inglese. Come la precedente è una località molto turistica, ottima base per  le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo verso l’interno. Ci sono anche molte possibilità giornaliere di fare una crociera del lago sugli “steamer”, traghetti a motore diesel e le vedute del lago e delle montagne che lo circondano a noi sono parse davvero molto belle.

La giornata ha termine con la residenza Blakewell. The Arts & Crafts House, a Blakewell, Bowness-on-Windermere, www.lakelandarts.org.uk. La casa è stata progettata dall’architetto Mackay Hugh Baillie Scott (1865 – 1945) secondo la sua impostazione del movimento “Arts and Crafts” (con forme architettoniche più semplici, attenzione all’organizzazione dello spazio e precisione nell’uso dei materiali) ed è ora famosa nel mondo per la qualità e la quantità degli mobili ed oggetti, tutti originali, che si trovano nelle sue stanze.

NONO GIORNO

La prima tappa è Penrith: una città mercato dalle case in mattoni rossi, diversa dai villaggi che fin qui abbiamo visitato. Ci indirizziamo verso il lago Ullswater, il secondo lago più grande del District e, per il Centro Visitatori, “il più bello dei laghi inglesi”: di certo è il tipico lago glaciale della zona, con montagne che gli conferiscono una forma che ricorda una lunga  lettera “z” con  tre rami che si distaccano, tutti circondati da colline. 

Lungo la strada del lago, decidiamo di fermarci nel parcheggio del sito del National Trust, Aira Force. Qui inizia un sentiero circolare che seguiamo in tutta la sua lunghezza in direzione, dapprima, Gowbarrow, poi Memorial Seat e Lyulph’s Tower per ritornare al parcheggio. Un bel sentiero che per circa 8 chilometri si snoda tra impetuose cascate, piccoli orridi, prati a pascolo, lussureggianti felci, alte conifere, e che regala splendide vedute del lago, delle montagne in lontananza e delle località della zona, sopratutto quando si raggiunge il punto più alto che è Gowbarrow. (Per maggiori informazioni sul/i parcheggio/i e sul sentieri vi consigliamo di visitare le pagine dedicate dal National Trust: Aira Force &Ullswater, nationaltrust.org.uk).

DECIMO GIORNO

Ritorniamo sull’Ullswater a Pooley Bridge, all’estremità nord, per prendere il battello per una crociera sul lago. Il lago è davvero molto bello, per certi aspetti selvaggio, assolutamente non turistico lungo le rive.

Terminato il giro, riprendiamo il camper e ci spostiamo nel villaggio di Glenridding, all’estremità sud, molto popolare tra gli alpinisti della zona per le vicine montagne. Per noi la montagna significa la strada che percorriamo tra il villaggio e Bowness-on-Windermere con il relativo passo, in tutto una ventina di chilometri tra bei boschi.

Bowness-on-Windermere è sul lago ed ha qualche interessante edificio storico, ma è soprattutto turistica con la sua grande quantità di negozi, ristoranti e pub.

Così è anche la successiva tappa del giorno: Windermere. Il villaggio nel corso della sua storia si è sviluppato attorno alla stazione ferroviaria ed ora è praticamente unito a Bowness. Di un certo interesse è The Terrace, ora una serie di case per le vacanze, ma in realtà costruite a partire dal 1849 come residenze private per i dirigenti della ferrovia.

UNDICESIMO GIORNO

Una volta lasciato il bel campeggio “Castelrigg Hall Caravan Camping  & Glamping Park”, visitiamo il Sizergh Castle: si trova in Cumbria, in prossimità di Kendal (a pochi chilometri in direzione sud) ed è affidato al National Trust. E’ una residenza medioevale, tuttora abitata dalla famiglia proprietaria, con interessanti arredi (delle stanze da ammirare la “Inlaid Chamber”, rivestita, come molte altre, con pannelli in legno, che fu restituita dal “Victoria and Albert Museum” alla fine del secolo scorso), con un bel giardino ed una ampia tenuta.

Nel caffè del castello, acquistiamo una specialità del luogo: la Kendal Mint Cake: è fatta di zucchero, glucosio, acqua ed olio di menta ed è la risorsa molto energetica di molti escursionisti ed alpinisti da più di un secolo. Tre sono le società che la producono – Quiggin’s, Romney’s, Wilson’s – e noi la consigliamo.

Levens Hall, levenshall.co.uk, vicina all’omonimo villaggio e sempre a sud di Kendal è la seconda tappa del giorno. E’ una residenza elisabettiana, dai begli interni, ma soprattutto famosa per il suo splendido giardino in cui l’arte topiaria, ovvero l’arte di potare gli alberi e gli arbusti in forma geometrica, trova una sua massima interpretazione (loro dichiarano che il giardino è il più vecchio nel mondo di questo tipo). Così passeggiando tra alberi a forma di triangolo, di cono, di piramide, arrotondati, quadrati, a più livelli, raggiungiamo la loro cucina dove si preparano (e gustiamo) prelibatezze dolci e salate, tutte “homemade”

Facciamo una breve visita – sempre alla ricerca di “charity/hospice  shops” – per  acquisti per il nostro mercatino (ed in questo caso con successo) a Settle. Il paese presenta una interessante Market Place ed è vicina alla stazione di partenza di una famosa e storica linea ferroviaria che la collega a Carlisle: costruita alla fine dell’800, è lunga più di 100 chilometri e attraversa gli splendidi selvaggi paesaggi del nord dell’Inghilterra (le due regioni sono quelle delle Yorkshire Dales e dei North Pennines). Per noi: un valido motivo di un ritorno in futuro.

Alla sera giungiamo al campeggio “Bolton Abbey Estate”, del Caravan Club Site (aperto però anche ai non associati), nella tenuta della Bolton Abbey (le cui rovine sono state celebrate da Wordsworth e Ruskin e ritratte, tra gli altri, da Turner), e situato nello Yorkshire Dales National Park. L’ambiente è agreste (molti sono le anatre, i fagiani e gli scoiattoli che circolano liberamente), in prossimità iniziano molti sentieri che conducono nel parco, le rovine della priorato sono lungo una placida curva del fiume Strid e sono facilmente raggiungibili: davvero un bel campeggio, con adeguati e comodi servizi.

DODICESIMO GIORNO

Visitiamo Skipton a circa 10 chilometri dal campeggio, una delle due località più grandi del parco (l’altra è Richmond). E’ una antica città di mercato, dove piacevolmente passeggiamo lungo le sue strade lastricate che costeggiano il pittoresco canale. In Swadford Street, con vista sul canale, c’è “Bizzie Lizzie’s”: e qui ci fermiamo per un tradizionale e buon “fish and chips” accompagnato da salsa tartara.

Visitiamo il famoso castello, uno dei meglio preservati in tutta la nazione. Risale ai tempi di Guglielmo il Conquistatore quando venne costruito per distruggere la resistenza delle popolazioni locali nei confronti  dei nuovi conquistatori  Normanni. Fu nel corso dei secoli fortezza e residenza di aristocratiche famiglie, in rovina e ricostruito ed ora si presenta con un’imponente ingresso, con 6 possenti torri cilindriche, una torre ottagonale, maestosi cortili interni, una lunga galleria ed una Great Hall, dove venivano consumati i grandi banchetti dalle famiglie che qui vi abitarono.

Dopo la visita rientriamo in campeggio e dedichiamo  il pomeriggio alla visita della tenuta della Bolton Abbey. E’ una grande area: nel sito “boltonabbey.com” si può vedere una bella fotografia dall’alto e si può leggere che è composta da più di 30.000 acri di bella campagna e di 80 miglia di sentieri. Noi facciamo una lunga e, nonostante le minacciose nubi e qualche goccia di pioggia, una rilassante passeggiata. Ci fermiamo ad ammirare la Bolton Priory Church and Ruins, posta nel centro della tenuta, vicino al fiume, di antiche origini agostiniane (1154).

TREDICESIMO GIORNO

Visitiamo Saltaire. Venne costruita nel periodo vittoriano dal filantropo e magnate dell’industria della lana Titus Salt come villaggio industriale modello ed ora è incluso nei siti dichiarati Patrimonio Universale dall’Unesco. Nella nostra passeggiata apprezziamo la schiera di ordinati cottage color miele una volta abitati dalle maestranze della fabbrica e la fabbrica stessa (“Salt’s Mill”, www.saltmill.org.uk). Che è ora un grande spazio, elegante, luminoso ed arioso, molto centro commerciale di alto livello, con bar, negozi di artigianato, librerie, anche con stampe e libri antichi, una famosa gioielleria (Kath Libbert Jewellery Gallery),  un negozio di musica. L’attrattiva migliore è però la mostra permanente del grande David Hockney che raccoglie una delle più grande raccolte delle sue opere.

La successiva tappa è Haworth, il bello ma turistico villaggio delle sorelle Bronte. Avendo in mente le loro opere, durante la nostra passeggiata, facciamo una sosta al Bronte Parsonage Museum, www.bronte.info, allestito nella canonica  della Haworth Parish Church che riproduce gli ambienti in cui visse la famiglia Bronte e alla Rose and Co Apothecary, la farmacia, ora molto ben restaurata,  associata al fratello Branwell Bronte.

Attorno al villaggio si estendono le brughiere rese famose nei romanzi delle sorelle. Sono tutte percorse da sentieri (le cartine possono essere acquistate all’Ufficio del Turismo, al 2-4 West lane) e, per un breve tratto, anche noi seguiamo uno di questi nella speranza, anche se la giornata è di sole, di incontrare Catherine e Heathcliff che si rincorrono felici.

QUATTORDICESIMO GIORNO

Trascorriamo l’intera giornata a Harewood House, www.harewood.org., vicino a Leeds, sulla A61. E’ la tipica, meravigliosa residenza nobiliare inglese. Voluta da Edwin Lascelles, primo Barone di Harewood, arricchitosi con il commercio degli schiavi e le grandi plantation delle Indie Occidentali nella seconda metà del XVIII° secolo (la famiglia Lascelles tuttora la occupa), alla sua costruzione parteciparono alcune delle migliori menti del periodo. L’imponente edificio venne costruito in stile palladiano dall’architetto John Carr; i mobili vennero affidati a Thomas Chippendale (per la nostra guida “fu la commissione più importante della sua vita” pari a 10.000 sterline); gli interni vennero disegnati da Robert Adams, grande architetto di interni in stile neoclassico; il parco ed i giardini vennero pianificati da Lancelot “Capability” Brown,  in nome dell’ideale allora in voga della “natura metodizzata”; la bellissima terrazza, aggiunta un secolo dopo, venne progettata da sir Charles Barry, lo stesso architetto delle Houses of Parliament.  Mentre in Italia vennero acquistate molte delle grandi opere pittoriche che adornano gli interni.

He (Edwin Lascelles) wanted nothing but the best for his new home”: così si può leggere nel sito ed infatti nella nostra visita della casa restiamo affascinati dalla quantità delle stanze, dalla bellezza e dall’opulenza degli arredi e degli oggetti, mentre nel parco troviamo l’esaltazione dell’ideale neoclassico seguito da Brown e ci immaginiamo la quantità di persone che hanno lavorato per circa 6 anni modificando l’ambiente naturale.

Percorriamo alcuni dei sentieri, costeggiamo il lago, visitiamo il Bird Garden, molto popolare, che contiene specie esotiche di uccelli, tra cui i pinguini (ed il momento del pasto è uno dei più frequentati dalla famiglie con i bambini), ci fermiamo nel Courtyard café per un leggero pasto, naturalmente “homemade” e con ingredienti che arrivano dal “walled garden” della tenuta e per un “cream tea” nelle Terrace Tearooms: in conclusione, una giornata della quale ci ricorderemo a lungo.

Terminata la visita ci spostiamo nel bel campeggio del Caravan Club Site, in New Road Scotton, a Knaresborough, aperto anche ai non soci del Club.

QUINDICESIMO GIORNO

Visitiamo Harrogate o per meglio dire i suoi splendidi giardini pubblici, tra i più belli della Gran Bretagna: i Valley Gardens con lo splendido Sun Pavilllion dalla grande cupola in vetro e gli RHS Harlow Carr Botanical Gardens. Quesi ultimi, in Craig Lane, Beckwithshaw,  sono il vanto della Royal Horticultural Society di questa parte dell’Inghilterra e li raggiungiamo a piedi attraversando i Pine Woods che si trovano a sud-ovest dei Valley Gardens.

A Harrogate, circa 100 anni fa, iniziò la storia di Betty’s, betty’s.co.uk, : un café ed uno shop in cui è possibile gustare ed acquistare deliziosi dolci, magnifiche torte,  e perdersi nella prelibatezza dei sontuosi afternoon tea, che uniscono il dolce con il salato (ovvero sandwich di vario genere) o del tradizionale Yorkshire Cream Tea, con naturalmente la clotted cream (se qualcuno vuole sapere qualcosa in più circa il cream tea può leggere il nostro diario del viaggio nell’Inghilterra del sud). Così per ritemprarci dopo la camminata nei giardini, dopo aver fatto una piccola coda all’ingresso al numero 1 di Parliament Street, ci sediamo in una delle tante sale (tutte molto belle) per due afternoon tea.

Rientrati in campeggio, visitiamo Knaresborough e scopriamo una interessante antica città mercato con strade acciottolate, le rovine di un castello, una “town crier”, una torre dalla quale nel passato venivano diffusi annunci ufficiali a tutti gli abitanti ed un suggestivo ponte sul fiume Nidd.

Per rientrare al campeggio percorriamo il sentiero che costeggia il fiume e purtroppo ci capita una piccola disavventura: piove, il sentiero si stacca leggermente dal fiume e così non vediamo il ponte che ci permette di raggiungere la sponda dove si trova il campeggio,  e sotto una specie di diluvio proseguiamo per alcuni chilometri. Intanto si è fatta sera. Al buio ritorniamo sui nostri passi, alla fine troviamo il ponte e, fradici, raggiungiamo il campeggio. Sul camper, dopo una ritemprante calda doccia, realizziamo che quanto abbiamo deciso di fare domani è la migliore cosa dopo la disavventura serale.

SEDICESIMO GIORNO

Nel XIX° secolo Harrogate fu “località stranissima, frequentata da gente stranissima, che vi conduce un’esigenza bizzarra, fatta di balli, lettura dei giornali e cene” (così C. Dickens citato dalla nostra guida “Lonely Planet”: senza commento da parte di chi scrive) ed in cui si aveva l’abitudine di “taking the waters” ossia di bere acqua termale a scopo curativo sgorgante dalle fonti sulfuree (la massima diffusione si ebbe in età edoardiana negli anni precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale).

Tra la visita al Royal Pump Room Museum in Crown Place per sapere qualcosa in più circa Harrogate e la sua storia e i Turkish Baths in Parliament Street, noi scegliamo questi ultimi. In stupendi ambienti tutti piastrellati in stile moresco risalenti al periodo vittoriano noi ci deliziamo con i “piaceri acquatici” che il posto offre (bagni di vapore, saune, vasche di immersione) e ci ritempriamo mollemente adagiati su lettini mentre sorseggiando delle buone tisane. Per chi volesse condividere questa esperienza, il consiglio che diamo è di visitare il sito (turkishbathsharrogate.co.uk) e di fare la prenotazione (ci sono sezioni per sole donne, per soli uomini o miste).

Dedichiamo il pomeriggio alla ricerca di qualche “charity shops” a Knaresborough e a Ripon (la distanza tra i due centri è di circa 20 chilometri) per incrementare gli acquisti di oggetti che o terremo in casa o venderemo sulla nostra bancarella del mercatino dell’usato. Quando raggiungiamo Ripon scopriamo che la piccola città ha un’imponente e bella cattedrale medievale, una grande piazza del mercato contornata da case georgiane, suggestivi vicoli ed alcuni musei relativi al periodo in cui Ripon era responsabile del mantenimento dell’ordine nel territorio (Law and Order Museum, Courthouse Museum, Prison & Police Museum, Workhouse Museum).

Noi al numero 33 della Market Place South, al Wakeman’s House, abbiamo anche trovato il tempo di gustare un ottimo cream tea.

E se si capita a Ripon per le 9 di sera, alla regolazione degli orologi cittadini da parte di un signore in antica uniforme, il Ribon Hornblower, che pare essere una tradizione che risale al periodo di Alfredo il Grande  (fu re dal 871 al 889)  quando egli donò un corno alla città per segnalare il cambio della guardia (“hornblower” significa appunto suonatore di corno).

DICIASSETTESIMO GIORNO

La prima tappa della giornata è un sito del National Trust in prossimità di Ripon (ci sono cartelli indicatori sulla A1 e sulla A61 da Harrogate): Fountains Abbey and Studely Water Garden, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità nel 1986. Dell’abbazia medievale fondata da monaci cistercensi rimangono delle magnifiche e romantiche rovine che sono inserite nel giardino, elegante, uno dei più begli esempi di giardini georgiani di questo tipo (fu ideato nel 1718), con piccoli lagni che sembrano degli specchi,  canali, templi, statue, cascate, lussureggiante vegetazione e verdi prati,  una torre ottagonale, un chiesa gotica, la “Chorister House” (progettata da W. Burgess, medievaleggiante, ora albergo di lusso) ed una casa per ricevimenti in stile palladiano che regalano vedute mozzafiato mentre si percorrono i sentieri.

La giornata prosegue con la visita di Thirsk. Una bella ed ordinata cittadina che ospita nelle sue vie e nella grande piazza centrale un grande mercato il lunedì ed il sabato sin dal Medievo (noi però ci arriviamo di mercoledì). Deve la sua fama anche al veterinario James Herriot (pseudonimo di James Alfred Wight) che qui ha prestato servizio e che è famoso nel mondo per i suoi libri sulla sua vita e gli animali da lui curati (un titolo su tutti: “Creature grandi e piccole”). E come molti altri turisti anche noi abbiamo seguito le tracce della sua presenza nella cittadina (per chi fosse interessato una buona risorsa può essere il sito “worldofjamesherriot.com“.

Alla sera raggiungiamo il campeggio per la visita di York: tra quelli attorno alla città scegliamo “York Caravan Park”: è abbastanza vicino al centro raggiungibile con mezzo pubblico con fermata a circa 10 minuti, è ben tenuto (ha un riconoscimento di 5 stelle nel momento in cui scriviamo il diario), le piazzole sono grandi ed offre anche la possibilità di pescare (c’è un piccolo lago).

DICIOTTESIMO E DICIANNOVESIMO GIORNO

Dedichiamo due giorni alla visita della splendida York. 

Nel corso dei secoli tanti sono state le genti che qui sono arrivate ed hanno lasciato testimonianze della loro permanenza, tuttora rintracciabili nel centro storico. Dapprima le tribù celtiche locali, poi i Romani che la chiamarono Ebacorum e quando l’impero si dissolse arrivarono gli anglosassoni che la ribattezzarono Eoforwic e la trasformarono nella capitale del regno della Northumbria. Fu poi la volta dell’arrivo dei primi cristiani (inizio del settimo secolo) che convertirono gli anglosassoni e l’insediamento divenne un grande centro culturale che attirò studenti da tutto il continente. E tale fu fino all’arrivo dei Vichinghi (fine nono secolo) che la chiamarono Jorvik e, a loro volta, la trasformarono in un importante porto commerciale per quasi cento anni. Successe poi che le popolazione di origine germanica che si erano insediate nel sud dell’Inghilterra sconfissero i vichinghi e unirono le terre del nord con le loro. Seguì un periodo molto turbolento (ci fu anche un tentativo di invasione e di ribellione delle genti vichinghe provenienti dall’attuale Norvegia) che terminò solo con la invasione dei Normanni.

Il centro storico della città, incantevole e preservato con molta cura, è piuttosto compatto e percorribile a piedi. Nella nostra visita abbiamo tenuto come punti di riferimento le mura che lo circondano, la cattedrale posta al centro, la Clifford’s Tower all’estremità meridionale ed il fiume Ouse che la divide in due parti. 

Per avere delle vedute di insieme del centro storico abbiamo iniziato la nostra visita con una passeggiata sulle mura del XIII° secolo che seguono il tracciato di quelle romane. Le abbiamo percorse tutte (un itinerario di circa di 8 chilometri): splendide ed indimenticabile per noi le vedute sulla cattedrale nel tratto tra la Bootham Bar (il nostro punto di partenza) e la Monk Bar (“bar” è la variante locale di “gate” ovvero porta); interessante la mostra multimediale su York alla Monk Bar (all’altezza della porta c’è anche un museo); caratteristica la Walmgate Bar per il suo intatto barbacane (la guida dichiara che è l’unica in Inghilterra).

Il monumento più importante della città è senza dubbio la splendida cattedrale, www.yorkminster.org, la chiesa più grande dell’Inghilterra settentrionale, sede dell’arcivescovo di York (che occupa la terza carica più importante della Chiesa di Inghilterra) ed una delle più belle chiese gotiche del mondo. Sul terreno ora occupato dalla cattedrale furono costruite una basilica romana, una chiesa in legno nel settimo secolo, una successiva chiesa in pietra, poi una chiesa normanna, mentre l’edificio attuale risale agli anni compresi tra il 1220 ed il 1480 e tutte le fasi del gotico inglese sono qui ritrovatili.  Dopo aver pagato il biglietto, la nostra visita, che è iniziata dal transetto meridionale, ha avuto come momenti fondamentali il jubé del coro, la splendida Five Sister Window, una vetrata composta in realtà da cinque vetrate, posta di fronte al coro, la sala capitolare, la cappella della Madonna, la navata centrale (da notare che il soffitto è dipinto in modo da farlo sembrare in pietra) con la testa di drago e la Great West Window (ma tutte le finestre sono davvero molto belle), l’altare maggiore con la Great East Window, “all’incirca la dimensione di un campo da tennis … la finestra medievale con vetrate policrome più grande del mondo, nonché il tesoro più prezioso della cattedrale” (citato dalla guida “Lonely Planet”); la torre campanaria con i suoi stretti e claustrofobici 275 gradini (ma la vista di York ampiamente ricompensa di tutte le difficoltà che si devono subire nella salita e discesa), la Rose Window (il rosone), l’ipogeo con la cripta e la sala del tesoro.

La Clifford’s Tower, con la sua pianta ottagonale,  è una torre in pietra costruita nel mastio del castello ed è tutto ciò che del castello rimane. Merita una visita anche perché regala una bella vista sul centro storico.

Mentre ci spostavamo tra questi tre punti di riferimenti tanti sono stati i luoghi ed i siti che abbiamo visitati e  tutti hanno lasciato una impronta indelebile nella nostra esperienza di viaggiatori. Di seguito l’elenco:

i) in prossimità della Cattedrale: St William’s College, magnifico edificio a graticcio in stile Tudor;

ii) la Church of Holy Trinity

iii) Shambles: una stretta strada in acciottolato con edifici Tudor del XV° secolo, tutti inclinati, dall’autentico aspetto medievale, nonostante i turisti ed i numerosi negozi e bar che ora occupano gli edifici;

iv) Jorvik, museo interattivo che ricostruisce il villaggio vichingo, meta di molti turisti;

v) il National Railway Museum, che a nostro parere non è solo per gli appassionati di binari e locomotive;

vi) la Merchant Adventurers’ Hall, un bellissimo edificio a graticcio, testimonianza dell’importanza delle gilde nella storia di York (di grande interesse culturale è “The Prayer of the Merchant Adventurers” esposta su di una parete, che sintetizza al meglio l’etica puritana);

vii) la Fairfax House, una “town house”, dagli splendidi stucchi e la superba collezione di mobili georgiani.

E non è tutto: ci sono altri punti di interesse e musei, ed il consiglio che vi possiamo dare è di accompagnare la vostra visita, oltre che con una buona guida, usando le seguenti risorse: York Visitor Centre, www.visityork.org, De Grey Rooms, Exhibition Square; York Pass, www.yorkpass.com, davvero conveniente; www.yorkshambles.com; www.vikingjorvik.com; www.visityork.org/explore per le vostre visite guidate.

York fornisce una grande scelta di ristoranti, pub, coffee e tea shops. Noi abbiamo scelto “Betty’s”, St Helen’s square, per un ottimo afternoon tea, e un ristorante “Loch Fine”, al numero 12 di Walmgate, scozzese, dove abbiamo gustato degli ottimi piatti di pesce.

Per finire, noi che siamo appassionati di oggetti antichi ed usati, non potevano non visitare “Antiques Centre”, al 41 di Stonegate, www.centreyorkshop.co.u, una “town house” dalle molte stanze in cui più di un centinaio di venditori espongono i loro articoli e così soprattutto bigiotteria degli anni ’30, ’40 e ’50 del secolo scorso ha aumentato la nostra scorta per il mercatino.

VENTESIMO GIORNO

Lasciamo il campeggio di York la mattina presto per un “car boot sale” nelle vicinanze. Ma è una delusione ed allora raggiungiamo Castle Howard, una residenza di campagna a circa 25 chilometri a nord di York.

Quando arriviamo facciamo colazione nel ristorante posizionato nelle stalle della residenza con un ottimo piatto di “scrambled eggs on toast” (in realtà sono dei muffin) e salmone affumicato.

La costruzione della residenza risale a tutto il XVIII° secolo e venne eseguita secondo modelli classici e francesi di coerenza e rigore dal famoso architetto sir John Vanbrugh. La nostra visita si è svolta prima negli interni ed è proseguita con i grandi giardini ed il parco all’esterno. Per capire le splendore e la grandezza della residenza valgono le parole di Horace Walpole riprese nel sito ufficiale http://www.castlehoward.co.uk: “Nobody… had informed me that I should at one view see a palace, a town, a fortified city, temples on high places, woods worthy of being each a metropolis of the Druids, vales connected to hills by other woods, the noblest lawn in the world fenced by half the horizon, and a mausoleum that would tempt one to be buried alive; in short I have seen gigantic places before, but never a sublime one.” 

Lasciata la residenza, entriamo nel North York Moors National Park che si prolunga fino il mare. Il territorio è selvaggio e ventoso, con verdi vallate e sconfinate, desolate e desolanti estensioni di erica (per la guida è la distesa di erica più grande dell’Inghilterra). Molti sono i sentieri per gli escursionisti e numerosi i villaggi, tutti molto caratteristici. Raggiungiamo Helmsley, una bella cittadina con una grande piazza del mercato, a ciottoli, con molte case antiche  e storiche locande lungo le vie che dipartono dalla piazza, i resti di un grande castello normanno che la domina ed un “walled garden” con tanti fiori, frutta, ortaggi ed erbe aromatiche (spettacolare il numero di varietà di menta presenti).

Passiamo la notte nel campeggio “Golden Square Caravan Park”, vicino a Helmsley, nel villaggio di Oswaldkirk, le coordinate dichiarate ne loro sito sono 54.2104, -1.0751 | SE 60 79.

VENTUNESIMO GIORNO

Visitiamo Rievaulx Abbey, Rievaulx Terrace & Temples  a circa 5 chilometri a ovest di Helmsley. L’abbazia fondata nel 1132, appartenne all’ordine cistercense, fu un importante centro per la diffusione missionaria nell’Inghilterra settentrionale e grande centro di attività commerciali (anche per l’estrazione del piombo!).

Dell’abbazia ora rimangono delle rovine, magnifiche nella loro posizione in mezzo a campi e boschi. Rielvaux Terrace and Temples, che rientrano nei beni del National Trust, vennero costruiti dalla famiglia Duncombe nella metà del secolo XVIII° in nome della moda di allora che richiedeva alle famiglie nobili la costruzione di rovine in stile gotico: i templi sono due, mentre il terrazzamento segue la scarpata boscosa che domina le rovine dell’Abbazia (la famiglia era molto fortunata in quanto sulla sua proprietà c’erano delle autentiche rovine).

Durante la nostra visita il terrazzamento era un grande prato verde, ideale per un picnic e, soprattutto, per avere delle splendide vedute dei resti della cattedrale.

Hutton-Le-Hole è la seconda tappa della giornata. E’ considerato “il più bel villaggio dello Yorkshire” ed infatti è composto da splendidi cottage in pietra, un ruscello, dalle acque limpidi e gorgoglianti, che lo attraversa e pecore che pascolano liberamente nel prato centrale del villaggio. Ospita l’interessante Ryedale Folk Museum, in larga parte all’aperto, con una raccolta di edifici tipici dello Yorkshire; è ai margini della brughiera e, se si capita in aprile, la bella passeggiata Daffodil Walk, che segue le sponde del ruscello, ci dicono regala la vista di molte giunchiglie in fiore.

Ci spostiamo verso il mare seguendo la splendida strada che collega Pickering a Whitby – A169 – attraverso la brughiera. Non ci fermiamo a Pickering dato il poco tempo a disposizione: sarà per un’altra volta soprattutto perché il villaggio è il capolinea della North Yorkshire Moors Railway, grande e spettacolare testimonianza dell’epoca della ferrovia a vapore,  con locomotive e carrozze d’epoca che attraversano la bellissima campagna.

Nel tardo pomeriggio arriviamo  a Whitby, al campeggio “Whitby Holiday Park”, sulla scogliera che s’innalza sulla Saltwick Bay. Chi ci accoglie tiene ad informarci che siamo i primi italiani che ospitano (mah!).

C’è tempo per una breve passeggiata sulla scogliera: il paesaggio è molto bello: la schiuma del mare da una parte, il prato dall’altra e le rovine dell’abbazia di Whitby che si stagliano in lontananza! Il pensiero non può che andare a “Dracula”, il romanzo di Bram Stoker, perché è proprio a Whitby che l’opera è stata scritta nel 1867 ed è in larga parte ambientata (c’è anche un Dracula Trail, il cui opuscolo è in vendita presso l’Ufficio del Turismo in Langhorn Road, www.visitwhitby.com).

VENTIDUESIMO GIORNO

Rifacciamo la passeggiata sulla scogliera per arrivare, questa volta, a Whitby.

Bram Stoker così descriveva Whitby nel suo romanzo: “This is a lovely place. The little River Esk runs through a deep valley which broadens out as it comes near the harbour… The houses of the old town are all red-roofed and seem piled up one after the other anyhow…Right over the town is the ruin of the Abbey, a noble ruin of immense size. Between it and the town is another church, the Parish one, round which is a big graveyard, all full of tombstones. It descends so steeply over the harbour that part of the bank has fallen away, and some of the graves have been destroyed.” Nulla sembra cambiato da allora: le rovine dell’abbazia, gotiche, si  slanciano verso il cielo e dominano la cittadina come allora; la chiesa parrocchiale di St Mary’s Church ha attorno a sé un cimitero dalle molte lapidi e croci; 199 ripidi gradini collegano questa parte al porto e alla città divisa in due dalla foce del fiume Esk.

Una divisione che rende attraente Whitby perché ora è sia un centro balneabile, con spiagge di sabbia, turisti, sale giochi, negozi, molti ristoranti pub ed alberghi, sia località storica per il centro fatto di antiche case, vicoli, il porto peschereccio (nel passato di balenieri), i luoghi del romanzo di Stoker e quelli associati al Capitano Cook, figlio adottivo di Whitby, che qui imparò la vita marinara (per ricordare Cook c’è un museo, Captain Cook Memorial Museum, in Grape lane, sul West Pier, c’è un monumento che lo raffigura mentre scruta il mare).

Whitby è anche famosa per i suoi “Fish and Chips restaurant”, tra i più buoni di tutto il Regno Unito. Nei due giorni di permanenza, siamo stati in due ristoranti – Magpie Café, al n. 14 di West Pier e Trenchers, in New Quai Road – ed abbiamo gustato degli ottimi “fish and chips” insieme a qualche altro buon piatto di pesce (aringa affumicata accompagnata da marmellata di fragole, che smorza il sapore dell’affumicato, e granchio).

VENTITREESIMO GIORNO

Facciamo un’altra passeggiata lungo il sentiero in cima alla scogliera verso la Robin Hood’s Bay in direzione opposta rispetto a Whitby: circa dieci chilometri di spettacolari vedute sulla scogliera e sul mare che terminano in un incantevole villaggio che, nella parte più antica a ridosso del mare (Old Bay)  fu di pescatori, marinai e contrabbandieri e oggi di turisti e bagnanti che approfittano della spiaggia creata dalla bassa marea fatta di sabbia bagnata, sassi e scogli. Old Bay è un labirinto di vicoli e passaggi lungo i quali ci sono un’infinità di invitanti tea room, pub, caffè e ristoranti.

Per il rientro a Whitby abbiamo optato per il bus, il numero 93 della linea Whibty Scarborough, che ferma in cima alla collina nella parte nuova del villaggio.

VENTIQUATTRESIMO GIORNO

Inizia il viaggio di ritorno verso Dover. La prima tappa è la bella Beverly. Siamo ancora nello Yorkshire (East Riding of Yorkshire) e la cittadina è soprattutto famosa per il suo magnifico duomo, il Beverly Minster, edificato a partire dal 1220, che presenta nella sua architettura i tre stili del gotico inglese: primitivo, decorato e perpendicolare. Di particolare interesse, nella navata settentrionale, noi abbiamo trovato i numerosi rilievi scolpiti in pietra di musicisti e strumenti musicali, folletti, demoni e figure grottesche; l’elaborato baldacchino vicino all’altare (Percy Canopy) e  lo scranno della pace nel presbiterio. Bella anche la passeggiata nei vicoli attorno alla cattedrale per gli edifici georgiani e vittoriani che li fiancheggiano.

Segue Hull, sull’ampio estuario del fiume Humber, o meglio il suo acquario, The Deep, in Tower Street, con tante spiegazioni sulla formazione degli oceani  e sull’evoluzione della vita marina, con vasche, la più grande della quali è profonda 10 metri (si può salire e scendere con le scale o con un ascensore), con numerose specie di pesci ed ambienti marini.

Alla sera raggiungiamo Skegness. E’ la tipica località balneare: nonostante il clima,  è invasa ogni anno da migliaia di vacanzieri inglese che si riversano sulla spiaggia o si divertono nei luna park, nelle numerose sale giochi, bingo oppure passeggiando sul lungomare gustando zucchero filato bianco, rosa o azzurro. Con le immancabili soste nei numerosi e odoranti “fish and chips shops” e nei numerosi pub o ristoranti.

Per la notte ci sistemiamo in un grande campeggio: “Country Meadows Holiday Park”, Anchor Lane, Ingoldmells, Skegness.

VENTICINQUESIMO GIORNO

Riprendiamo il viaggio: attraversiamo il Lincolnshire, una contea essenzialmente rurale e dal territorio piatto, con i campagna poco “inglese”  (a volte ci sembra di percepire un forte odore di cavolo) ed arriviamo a Cambridge. Parcheggiamo il camper sulla strada dopo i Botanical Gardens.

Ci indirizziamo nel centro, gustiamo un ottimo cream tea da “Auntie’s Tea Shop” difronte alla Senate House dell’Università. Facciamo una breve passeggiata tra i College della Università: il fascino è sempre grande e la voglia di ritornarci come studente (feci un corso di perfezionamento di un mese al Trinity College molti anni fa) enorme.

Dopo Cambridge, ci fermiamo a Saffron Walden, il cui centro presenta belle case antiche (sopra a tutte il Sun Inn, trecentesco, in legno decorato), a graticcio, stretti vicoli, mentre passiamo la notte in parcheggio “pay and display” di Whitstable. Celebriamo la sera, l’ultima di questo viaggio sul suolo inglese, in un ottimo ristorante, il “Whitstable Oyster Company” (la cittadina è rinomata per il festival delle ostriche che viene organizzato nel mese di luglio) dove gustiamo uno squisito piatto di dodici ostriche e due magnifici e succulenti granchi (il Portland crab).

VENTISEIESIMO GIORNO

Facciamo una breve sosta a Canterbury con una passeggiata nel centro e l’ultimo cream tea. Arriviamo a Dover con un po’ di anticipo rispetto all’ora della prenotazione. Riusciamo a prendere il traghetto in partenza  e alla sera, in Francia, ci fermiamo a Laon.

Così un altro viaggio in Inghilterra ha termine.

VINILI

Frequentavo la scuola media e un pomeriggio, un po’ inaspettatamente, con mia madre, andai a comprare un mangiadischi. Quel giorno fu l’inizio della mia raccolta di 45 giri, andati poi perduti ed ora molto rimpianti.

Per quei dischi, c’era l’acquisto o la prenotazione nel negozio (le nuove uscite le trovavo nella rivista di allora che si chiamava “Giovani”). Ricordo ancora le prenotazioni: la lettura dell’uscita sulla rivista,  il momento dell’attesa, l’entrata nel negozio e la corsa a casa. Poi l’ascolto fatto con grande emozione. Le prenotazioni sono continuate nel tempo: ricordo quelle degli album di Joan Armatrading negli anni’ 80, non sempre facili da trovare in Italia, mentre adesso, con forse meno passione (segno dei tempi?), mi avvalgo di Amazon (così ho fatto per “Letter to You” e l’album del “Concerto Ritrovato” di De André e la PFM).

Sono passati molti anni: l’ascolto dal mangiadischi è continuato con un registratore Geloso, poi con un impianto stereo JVC, uno micro sempre JVC ed ora un impianto hifi; dai 45 giri sono passato alle canzoni registrate, poi alle musicassette, ai 33 giri, ai CD.

Ora sono tornato ai 33 giri o vinili come si usa adesso, senza però escludere quella che si chiama musica liquida scaricata dalla rete. E così la mia collezione è ora composta da più di tremila titoli, molti dei quali, più di duemila, in vinile.

Eh sì perché è il vinile che preferisco. Vuoi perché ricorda l’adolescenza ed i primi soldi guadagnati (ahi l’età mi tradisce e si diventa sempre più romantici …), vuoi perché sono oggetti che tu puoi toccare  e per questo ti danno una maggiore sensazione di appartenenza. Per non parlare della bellezza delle copertine (la loro grafica, le fotografie, i disegni, se non delle vere e proprie opere pittoriche) e della qualità del suono, molto più caldo, rotondo di quello scaricato dalla rete o dei CD (ma forse è anche una questione della qualità del servizio di streaming o del lettore CD…).

Così i miei giorni sono tornati pieni di musica.

Qualche recente acquisto. Riflettono i miei interessi molto variegati: dai “classici” “Letter to you” del Boss (a proposito: forse, se tutto va bene, ci sarà un ritorno a San Siro nel 2022) e “Rough and Rowdy Ways” di Bob Dylan, all’ultimo del Fontaines Dc “A Hero’s Death”, molto più ricco e bello rispetto all’album dell’esordio, ad un vecchio e seminale lp degli “Small Faces” dallo stesso titolo, a “Heartattack and Vine” del grandissimo Tom Waits, con la splendida “Jersey Girl”, poi cantata anche da Bruce Springsteen, a John Mayall con “Blues from Laurel Canyon” e ai Dexys Midnight Runners con l’album dell’esordio “Searching for the Young Soul Rebels”.

Sono tutti nuovi dato il momento, ma in genere i miei acquisti vengono fatto sul mercato dell’usato. E di questi da sistemare sui ripiani che un tempo erano tutti occupati dai libri (ora ne sono rimasti 7 dei 28 per loro) ci sono album di Grace Slick, Jethro Tull, Inspiral Carpets, Iron Butterfly, The Monkees, Crosby Stil Nash & Young, Styx, Uriah Heep, Windfall, The Doobie Brothers, Rosanne Cash, Steely Dan,  per citarne alcuni.

Mentre dalla rete ho scaricato, tra gli altri, gli album dei Songhoy Blues, grande gruppo di blues rock proveniente dal Mali, e degli Alabama Shakes; “Them Again”, degli Them con un giovane Van Morrison. E John Lee Hooker, “Live at Montreux 1990 e 1983”: grande, grande blues. David Bowie, “Something in the Air”: un concerto dal vivo a Parigi del 1999, con una emozionante “Life on Mars” all’inizio: per larga parte, solo la sua voce ed il piano. Brian Eno, “Film music 1976/2020”, che contiene alcune delle sue colonne sonore per film, lungometraggi, documentari e serie televisive: brani impalpabili, rarefatti, sognanti. Olafur Arnalds, “Eulogy for Evolution”, la sua opera prima. “Gigaton” dei Pearl Jam con Eddie Vedder che da il meglio di se stesso in molte delle canzoni. E la musica alternativa di due gruppi:  i Gorillaz, primo gruppo virtuale della storia, con “Song Machines Season One: Strange Timez” ed i  Khruangbin con “Mordechai”

Vinili e viaggi. I vinili sono collegati anche ai nostri viaggi di cui potete leggere i diari nel blog. In due nazioni soprattutto: Paesi Bassi e Gran Bretagna.

Nella capitale e nelle grandi del primo paese come pure dei piccoli centri sono ancora molti i negozi di dischi (una buona banca dati che consulto sia per l’estero che per l’Italia è “www.vinylhub.discogs.com“), ma interessanti acquisti di vinili usati possono essere fatti nei mercatini locali, quelli di frutta e verdura, come a me è capitato a Hoorn (vedi il diario del nostro secondo viaggio in quella nazione).

Per la Gran Bretagna, non è difficile trovare fiere del disco, “car boot sale” o “charity shops” (in modo particolare quelli del circuito di Oxfam, anche se forse un po’ cari) in cui acquistare vinili o cd usati ben conservati e spesso piuttosto interessanti.  Per non parlare di Londra. Nella nostra ultima visita ho fatto grandi acquisti a Spitalfield Market, nell’East End, dove il primo ed il terzo venerdì di ogni mese, come risulta nel sito dell’oldspitafildsmarket.com , dichiarazione che totalmente confermo, “Sourced by the UK’s most dedicated and knowledgeable vinyl hunters, all musical styles are catered for from obscure psychedelic 60’s to 90’s New York hip hop. Browse alongside the great and good of rock n roll, who come to here each week in search of the retro and the rare”.

Nelle vicinanze ci sono il Brick Lane Market che merita assolutamente una visita (e non solo per i vinili) e, soprattuto, il grande negozio dell’etichetta discografica indipendente Rough Trade, “independent purveyors of great music since 1976”, vicino al Brick Lane Market, nella Old Truman Brewery, 91 Brick Lane, dove non solo è possibile trovare vinili dei gruppi e cantanti da loro prodotti e distribuiti (spesso di grande fama), ma anche partecipare a concerti e fare acquisti tra migliaia e migliaia di titoli, disponibili anche online nel sito roughtrade.com. (un altro negozio a Londra, che è poi la loro sede storica, è vicino al mercatino di Portobello in Landbroke Grove, 130 Talbot Road).

E già che ci siamo, dopo aver visitato tutti questi mercati, val la pena di fare una sosta a “Poppies”, (poppiesfishandchips.co.uk),  ai n. 6-8 di Hanbury Street Old Spitalfield Market, per un ottimo e tradizionale “fish and chips” (ma non solo …)

I vinili recentemente ascoltati. Oltre a quelli comprati e scaricati dalla rete, altri vinili sono stati:

Monks, “Black Monk Time”, in una stampa di una casa discografica israeliana, un disco cult degli anni ’60, un esempio di garage rock ante-litteram o proto-punk, assolutamente da includere in ogni collezione di dischi (c’è una recente ristampa su Amazon);

Il retro della copertina del disco dei Monks

Stevie Wonder, “Songs in the Key of Life”: un disco storico, l’eccellenza per il musicista statunitense;

Mark Knopfler, “Privateering”, testimonianza della grande classe del musicista;

Seasick Steve, “You Can’t Teach an Old Dog New Tricks”, grande blues;

Derek and the Dominos, “Layla and other Assorted Love Songs”, grande, grande album del migliore Eric Clapton;

Duane Allman, Eric Clapton, “Jamming Together in 1970”, strumentale, frutto dell’incontro di due grandi musicisti/chitarristi in sala di registrazione;

Hoodo Gurus, “Mars Needs Guitar”,  scanzonato rock australiano;

Husker Du, “Candy Apple Gray” e “Warehouse: Songs and Stories”, i loro due ultimi album ufficiali, appassionato ed appassionante  rock alternativo degli anni ’80, che molte tracce ha lasciato, della maturità compositiva rispetto ai precedenti (?).

Le foto

Viaggio nel sud della Francia – Regione Occitania

E’ un viaggio che coincide con il periodo pasquale di qualche anno fa: siamo nella seconda metà di aprile, percorriamo per gran parte la regione che dopo la riforma del 2014 è chiamata Occitania e, come spesso ci capita, nei nostri frequenti viaggi in Francia, troviamo idee per la visita nella guida della Michelin per camper (“Escapades en Camping-car”).

Primo giorno

Superiamo il  confine molto presto la mattina: la nostra intenzione è di arrivare a Tolosa per la sera dopo aver visitato Arles, che raggiungiamo nella tarda mattinata. Lasciamo il camper nell’area di sosta lungo il Rodano (la città sorge sul ramo più grande del fiume, “Grand Rhone”) lungo il “Quai de la Gabelle”, vicina al centro storico.

Arles è una gran bella città dove si possono ammirare importanti siti romani, capolavori medioevali e luoghi emblematici legati alla vita e alle opere di Vincent Van Gogh. Iniziò a prosperare nel 49 a. C. quando Giulio Cesare, al quale aveva dato appoggio,  sconfisse Marsiglia che invece si era schierata a favore del rivale Pompeo. Del periodo romano, la città conserva importanti vestigia: “Les Arenes”, ovvero un imponente anfiteatro, le Thermes de Costantin, in riva al fiume in rue du Grand Prieuré, il Theatre Antique, in rue de la Calade, tuttora in uso, il Cryptoporticus du Forum, in place de la Repubblique, antichi magazzini sotterranei ed una necropoli, ritratta anche da Van Gogh e Gauguin, una vasta necropoli. La romanica Eglise Saint-Trophime, con il suo splendido portale ed il Chiostro, rappresenta la vestigia medioevale più importante. Per il grande pittore fiammingo, sono d’obbligo le visite all’Espace Van Gogh, in place Felix Rey,  l’ex ospedale dove il pittore fu medicato all’orecchio e la Fondation Vincent Van Gogh, al 24bis Rond Point des Arenes, che illustra l’influenza del pittore su alcuni artisti moderni quali Botero, Bacon, Hockney. E poi l’itinerario a piedi, l’opuscolo del quale è distribuito presso l’Ufficio del Turismo, in Esplanade Charles de Gaulle, www.tourisme.ville-arles.fr, che conduce il visitatore nei luoghi ritratti dal pittore nelle sue opere (ci sono anche dei cartelli con la riproduzione dell’opera).

Arriviamo a Tolosa, il capoluogo dell’Occitania,  che è quasi sera. La sistemazione che scegliamo è il campeggio “Le Rupe”, al 21 chemin du Pont de Rupe, a Tolouse Nord, accreditato ACSI, a circa 7 chilometri dal centro città. Il campeggio è però dotato di una navetta per raggiungere la stazione della metropolitana che porta nel centro storico.

Secondo giorno

La visita di Tolosa ci occupa l’intera giornata. La città è ricca di storia, è dinamica, giovanile (ha una popolazione studentesca superiore alle 100.000 persone), accogliente e dal color rosa grazie ai suoi splendidi edifici in mattoni (il colore si esalta nelle ore notturne quando la città è tutta illuminata: insomma un buon motivo per ritornarci!). Considerato il tempo a disposizione tralasciamo i musei  e la Cité de l’Espace, alla periferia orientale, in av. Jean Gonord, www.cite-espace.com, che regala l’emozione di un viaggio virtuale nello spazio (Tolosa è sede di fiorenti industrie high-tech, la più fiorente è quella aerospaziale).

Iniziamo la visita da Place du Capitole, la piazza principale, su cui si affaccia il Municipio (il Capitole, appunto), con la splendida facciata lunga più di 100 metri, con i suoi marmi rosa, mentre nel lato occidentale, sulla volta delle arcate,  spiccano i 29 dipinti della artista contemporaneo Raymond Moretti, dedicati alla storia della città. Ci inoltriamo poi nel Vieux Quartier, una fitta rete di vicoli e piazzette. La nostra visita ha poi incluso: la Basilica di Saint-Sernin, dalla nostra guida, “l’edificio romanico più grande e completo di tutta la Francia”, l’Ensemble Conventuel des Jacobins, con la splendida chiesa gotica, ed il chiostro, la Cattedrale Saint-Etienne, nell’omonima piazza, un insieme di stili diversi, Les Abattoirs, l’ex macello comunale in mattoni rossi, Le Chateau d’Eau, al numero 1 di place Laganne, con una bella esposizione fotografica. E mentre passeggiamo ammiriamo i numerosi hotel particuliers, le grandi dimore privati risalenti in larga parte al XVI° secolo, e tra queste l’Hotel d’Assezat, nell’omonima piazza.

Terzo giorno

Ci rimettiamo in viaggio, geograficamente siano nella zona di Tolosa, e tra colline e campi principalmente coltivati a vite arriviamo ad Albi, città antica di mattoni rossi. Visitiamo l’imponente cattedrale gotica di Sainte-Cecile, nell’omonima piazza, al centro del perimetro della città epistole, dal 2010 patrimonio mondiale dell’Unesco: dall’esterno più fortezza che chiesa (nel medioevo in Albi si sviluppò l’eresia albigese repressa nel sangue), ma quando si entra si rimane affascinati dagli affreschi che ne coprono l’intera superficie affrescabile, opere di artisti italiani. Assolutamente da non perdere sono quelli del Grand Choeur (Grande Coro), a cui si aggiungono 30 statue policrome scolpite nella pietra, ed il Giudizio Universale, dietro l’altar maggiore. Vicino alla cattedrale, si trova la chiesa collegiata di Saint-Salvi, con, al lato sud, un magnifico chiostro duecentesco.

Ad Albi nacque Tolouse-Lautrec ed in città si trova un grande museo a lui dedicato e che molto apprezziamo: è in place Sainte Cecile, all’interno del Palais de la Berbie, www.musee-tolouse-lautrec.com, e contiene circa 500 opere che illustrano, in maniera esaustiva il percorso artistico del grande pittore.

La seconda tappa del giorno, sempre nel mezzo della campagna, è Montauban, una bastide, la seconda più antica di Francia, piuttosto grande, tutta a portici, con una bella piazza centrale, place Nationale, quadrangolare porticata, con pregevoli edifici in mattoni ed archi.

Alla sera ci fermiamo nell’area di sosta nel villaggio di St-Nicolas­-de-la­-Grave, in Bd Georges Brassens, bas de ville, GPS: E 1.02471 N 44.06379. Facciamo una piccola passeggiata serale e scopriamo qualche bella casa.

Quarto giorno

La prima tappa del giorno dopo è Moissac. Si trova sul cammino di Santiago di Compostela, come molte località della zona.Troviamo un buon parcheggio vicino al fiume, in prossimità di un hotel. E’ Pasqua e nella cittadina è giorno di mercato. Il tempo è inclemente: la pioggia cade intensamente e così ci rifugiamo in un bar. Chiediamo due cappuccini ed, ancora una volta, almeno per noi, trova conferma il fatto che i francesi non sono capaci di  fare il cappuccino: in questo caso,  ci viene servito caffellatte con un po’ di panna ed una spruzzata di cacao. 

Durante la visita scopriamo che Moissac ha una bella chiesa dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco,  con un bel portale terminato nel 1130 con un timpano che rappresenta la visione di san Giovanni dell’Apocalisse ed un chiostro con più di 100 delicate colonne che terminano con capitelli finemente scolpiti con scene della Bibbia, motivi floreali e figure umane purtroppo rovinate ai tempi della Rivoluzione francese.

La seconda tappa è Agen, in Aquitania. Parcheggiamo alla stazione ferroviaria. Facciamo una bella passeggiata tra case medioevali in Rue Beauville, palazzi aristocratici, anche liberty, un po’ in rovina, e l’”esplanade Graviers”, con una bella vista sulla Garonne.

Percorrendo strade in mezzo alla campagna tra campi coltivati a cereali e ad alberi da frutto raggiungiamo Pujols, un piccolo villaggio medioevale, in cima ad una collina, e Grange­-sur-­Lot, con le sue coltivazioni di prugne. Qui visitiamo l’interessante Musée du pruneau, scopriamo tutte le possibili fasi di lavorazione e di commercializzazione del frutto e gli utensili ed oggetti vari per la sua lavorazione. Molto belli gli acquisti che facciamo al museo: due scatole in latta rifatte sugli originali di inizio XX° secolo e strutture in legno originali che venivano usati per far seccare i frutti.

Sempre percorrendo strade di campagna raggiungiamo Sarrant, nel dipartimento del Gers, città medioevale, a struttura circolare, con case in graticcio. Trascorriamo una notta tranquilla nella piazza del villaggio lungo la strada.

Quinto giorno

La mattina la dedichiamo alla visita del mercato delle pulci a Mondoville: in tutti i nostri viaggi – e sono tanti – non sono mai mancati i marchés aux puces o meglio  i vide-greniers insomma i mercatini dell’usato e gli oggetti, come nel caso di quelli comprati a Mondoville, sono finiti in casa oppure sul nostro banco quando anche noi partecipiamo ad un mercato dell’usato nella zona in cui abitiamo.

Nel pomeriggio raggiungiamo Gaillac, nei Midi-Pyrénées. E’ una cittadina medievale con qualche bella casa in mattoni o a graticcio e l’antica abbazia di Saint-Michel. Gaillac è al centro di un territorio a vocazione vinicola così andiamo alla Maison des Vins de GaillacCaveau St-Michel, difianco all’abbazia, www.vins-gaillac.com, dove compriamo del buon vino del territorio.

Lasciamo Gaillac: la campagna è molto bella, a tratti ci ricorda quella della nostra Toscana, senza però gli ulivi. Visitiamo St Antonin­-Noble­-Val, bella ed uniforme nella sua dimensione medioevale. Alla sera sostiamo nella accogliente area di sosta di Cordes­-sur­-Ciel: “Aires des Tuileries”, Parking Les Tuileires, GPS: E 1.95802, N. 44.06453.

Sesto giorno

Dedichiamo la giornata alla visite delle bastide di cui la zona è particolarmente ricca. Come la bella Mantauban visitata nel terzo giorno del viaggio, sono “… centri di nuova fondazione costruiti in Francia tra la prima metà del sec. 13° (1220 ca.) e la seconda metà del sec. 14° (1370 ca.). Si tratta di alcune centinaia di insediamenti, in prevalenza di piccola o media dimensione, fondati su iniziativa dei re francesi e inglesi, di abbazie o di signori feudali e costituenti nel complesso, per i caratteri di originale e spiccata regolarità di impianto, il più omogeneo e rilevante gruppo di città nuove medievali…” (citato dall’Enciclopedia Treccani).

La bella Cortes è una delle più antiche essendo stata costruita nel 1222. Il paese è posto sopra un colle: bella la vista sulla valle del Cérou che si ha dalla sommità dei bastioni.  Percorriamo a piedi i suoi vicoli lastricati e, nella parte alta, restiamo affascinati dal suo patrimonio gotico (tutte le fasi – il primitivo, il radiante ed il fiammeggiante – sono rappresentate) che trova espressione nelle porte fortificate, nei bastioni e nelle facciate scolpite degli edifici (è nota come la “cité aux cent ogives” per la grande quantità di edifici civili in stile gotico). Tra questi: la “casa del Gran Falconiere” (“Grand Fauconnier”; grande è l’omonima festa che viene organizzata nel mese di luglio per ricordare la fondazione del paese), la “casa del Gran Scudiero”, la “casa del Guardiacaccia”, famosa per la sua scena di caccia scolpita, e la “Maison Prunet”, che ospita il “Museo delle Arti dello Zucchero e del Cioccolato”,  creato dal Miglior Artigiano di Francia, Yves Thuriès. Nei vicoli molte sono le gallerie e le botteghe di artigiani e così non possiamo non comprare qualche dolce e soprattutto dell’ottimo cioccolato.

Le altre tappe della giornata sono: Bruniquel, anch’essa posta alla sommità di una costa rocciosa, è tra i più bei borghi di Francia, con numerosi e begli edifici medioevali; Puycelsi e Castelnau-de-Montmiral, dalla bella piazza centrale con gli archi ad ogiva e la chiesa che conserva la croce di Montmiral, un reliquiario decorato con qualche centinaio di pietre preziose.

Con il paesaggio che lentamente cambia (alla roccia delle bastide fanno seguito morbide colline), raggiungiamo l’area di sosta di Gimont, “Centrum”, in Avenue de Cahuzac: è in prossimità di un lago, ma anche delle strada che è piuttosto trafficata, e abbastanza vicino al centro (circa 600 metri).

Settimo giorno

Alla mattina ci indirizziamo verso il mercato di Gimont perché avevamo letto che è famoso per il fois gras. Ma ci ritroviamo in un mercato di frutta e verdura e ci dicono, quello del pois gras è terminato nel mese di marzo. Non ci rimane che visitare il paese, che però non troviamo interessante.

Ci spostiamo con il camper ad Auch e troviamo parcheggio nell’”Aire de Camping-Cars de L’Ile Saint-Martin”, in rue du General de Gaule. A piedi raggiungiamo la parte alta della cittadina in cui si trovano tutti i siti turistici con i ristoranti ed i negozi. E’ la cattedrale di Sainte-Marie che attira la nostra attenzione: sito Unesco, l’esterno è un insieme di stili che unisce il gotico al rinascimentale italiano,  l’interno presenta magnifiche vetrate ed un capolavoro: il coro. Scendiamo dall’Escalier Monumental verso il fiume Gers:  più di 200 gradini che terminano con la statua di d’Artagnan.

Decidiamo di pranzare a “La Table d’Oste”, al n. 7 di rue Lamartine, www.table-oste-restaurant.com, in pieno centro storico. Ci accomodiamo nel piccolo dehors e scegliamo piatti del territorio guascone: per antipasto, ”una sinfonia di fois gras”, ovvero fois gras leggermente cotto, con pane alle prugne, sale grosso e peperoncino, mentre i due piatti principali sono stati “maigret de canard” crudo e cotto e il “piccolo hamburger” guascone, dove un pezzo di fois gras fresco, leggermente cotto, è posto tra due grandi fette di petto di anatra. Una abbondante porzione di formaggio,  un dolce di mele all’armangnac e due bicchieri di vino ­-  bianco aromatico per il fois gras, rosso tannico per l’”hamburger” – hanno completato un ottimo pranzo.

Dopo Auch, in direzione Condom, a nord di Valence-sur-Baise, visitiamo l’abbazia cistercense di Flaran, per la nostra guida “la più graziosa della Francia sud-occidentale. Molto interessanti sono la Sala capitolare, con le sue colonne di marmo colorato, il refettorio (bella la finestra a tripla arcata), le celle dei monaci,  il chiostro ed il dormitorio, che ospita mostre d’arte e che durante la nostra visita è occupato da una collezione con opere di Dalì, Toulouse Lautrec, Monet e altri grandi pittori.

A seguire Condom. Visitiamo la cattedrale Saint-Pierre, nell’omonima piazza,  con un bel coro e soprattutto un magnifico chiostro, una delle tappe francesi del Cammino per Santiago di Compostela.

Troviamo una bella area di sosta fuori Condom sulla D930, a Larroque-sur-l’Osse, in una fattoria (“Ferme de Parette”): tra un cane impiccione ma simpatico, rane, e scorci della bella campagna della regione passiamo la sera ed una notte tranquilla.

Ottavo giorno

La prima tappa è Fourcès sulla D29: un’altra bastide,  in questo caso a struttura circolare, con molte case a graticcio: incantevole. Nell’enoteca del villaggio, compriamo del buon vino rosso della Guascogna. Da ricordare che il villaggio ha una bella area di sosta dove è possibile passare la notte.

Lasciato il villaggio attraversiamo il territorio dove si producono l’armagnac ed i vini della Guascogna: filari di viti si susseguono a vista d’occhio: è davvero un bel panorama.

Raggiungiamo Larressingle sulla D507, classificata come la “plus petite cité fortifiée de la France”. Ed è proprio così, solo che ora deve fronteggiare la quantità di turisti e pellegrini sulla strada di Santiago di Compostela che la visitano. Tutto il complesso è stato restaurato: il ponticciolo in pietra e la porta fortificata che danno accesso al villaggio, la cerchia di mura originali in gran parte intatte, i resti del torrione castellare (il paese è stato l’antica residenza dei vescovi di Condom), la chiesa romanica di Saint-Sigismond, le belle case rendono la visita molto suggestiva. C’è anche un museo delle cere dedicato alla vita medioevale (La Halte auxPelérins) e per chi è interessato alle armi, all’esterno delle mura, c’è la Cité des Machines du Moyen Age.

Lasciamo il villaggio ed il paesaggio cambia: ora ci sono morbide colline ed il terreno è coltivato a cereali. Giungiamo a La Romieu. Numerose sono le case in pietra ma è soprattutto la bella Collegiale che attira la nostra attenzione (Collégiale Saint-Pierre): ha due torri (da quella ottagonale, dopo la salita di più di cento gradini, si ha una bella vista sulla campagna circostante), un bel chiostro gotico con un gradevole giardino; all’interno, in sagrestia, si possono ammirare affreschi medioevali originali con angeli caduti, personaggi biblici e simboli esoterici. La Collegiale è classificata Patrimonio Mondiale da parte dell’Unesco.

Nella piazza centrale del villaggio ci siamo fermati per il pranzo e mentre ci gustavano il piatto del giorno il  nostro sguardo è caduto sulle case di pietra che la contornano: tutte hanno delle graziose sculture di gatti! Sono opera di uno sculture del luogo – Maurice Serrau – e dedicati a quei gatti che la leggenda narra hanno salvato il villaggio durante una lontana carestia (1338): una bambina di nome Angeline, una amante dei gatti, considerato che stavano scomparendo perché erano l’unico cibo a disposizione degli abitanti, decise di salvarne due (un gatto ed una gatta) che divennero poi venti e si moltiplicarono sempre più così da essere di grande aiuto agli abitanti perché nel frattempo il villaggio, vista la mancanza dei felini,  si era riempito di topi che vennero scacciati dai gatti salvati dalla lungimirante Angeline.

Altro importante sito sono “Les Jardins de Coursiana” (noi abbiamo acquistato un unico biglietto per la visita della Collegiale ed i giardini). I giardini sono opera di un ingegnere agricolo del luogo e comprendono più di 700 alberi e piante rare, tutte minuziosamente etichettare,  raccolte in tre sezioni: giardino botanico all’inglese, giardino delle erbe aromatiche e nell’orto.

Alla sera raggiungiamo l’Aire de Cahors, in Chemin de la Chartreuse, prè du Port Louis-Philippe, E 1.4415, N 44.4401.

Nono giorno

Visitiamo Cahors. La città è famosa soprattutto per il ponte, Pont Valentré, sicuramente uno dei ponti medioevali più belli di Francia, classificato come patrimonio mondiale da parte dell’Unesco.  Si trova nella parte occidentale, venne progettato come parte del sistema difensivo della città, è composto da sei campate e tre alte torri, due delle quali hanno dei parapetti aggettanti da cui si potevano lanciare proiettili agli assalitori. Interessante è anche la chiesa romanica di Sant-Etienne per la grande navata sormontata da due larghe cupole e per il chiostro in stile gotico fiammeggiante. Abbiamo passeggiato nel quartiere medioevale: edifici dai colori pastello ornano piccole piazze, numerosi sono i vicoli e i cul-de-sac, tanti i negozi bar e ristoranti. E qui abbiamo trovato una ottima fromagerie dove abbiamo acquistato del formaggio di capra  (preferiamo questo tipo di formaggio e quando siamo in Francia ci piace fare dei confronti con quello prodotto nel nostro paese, ma non vi diciamo chi per noi vince) ed in una  enoteca un ottimo vino prodotto dal locale liceo vinicolo.

Continuiamo il viaggio in direzione Millau: attraversiamo la provincia del Quercy ed il dipartimento dell’l’Aveyron: dapprima il paesaggio è brullo (parco regionale Des Causses du Quercy), poi fanno seguito le morbide colline francesi: la natura fa da padrona, tante sono le possibilità per gli escursionisti, mentre l’agricoltura, la viticoltura e l’allevamento sono le principali attività (rinomato l’allevamento dell’agnello, l’agnello del Quercy, che proviene da una razza rustica, conosciuto da circa tre secoli per la sua carta tenera e dal gusto delicato).

Arriviamo a Millau, troviamo una bella area di sosta: Aire Camping-car du Millau, in rue de la Saunerie, GPS E 3.08599 N 44.0959.

Facciamo una breve sosta: passeggiamo nella città vecchia con l’interessante piazza Marechal-Foch ed il  beffroi in rue Droite: un campanile  con una base quadrata risalente al XII° secolo e che termina con una torre ottagonale del XVII° secolo da cui si ha una bella vista d’insieme della città. Da ricordare che la città è celebre per il suo avveniristico ponte strallato  che attraversa l’ampia valle del Tar.

Lasciata Millau ci  spostiamo nelle gorges du Tarn: la strada è talvolta piuttosto stretta,  siamo però nel mezzo della gola percorsa dal fiume Tarn ed impressionano le pareti rocciose a strapiombo sul fiume. Ci sono luoghi unici come il ponte medievale di Quezac ed il piccolo villaggio di Saint Enimie, proprio al centro della gorge. Vediamo una bella area di sosta lungo il fiume e decidiamo di fermarci.

Il borgo è abbarbicato sulle colline, è medioevale, ha stradine lastricate su cui si affacciano case in pietra calcarea, ha una chiesa romanica (Notre-Dame-du-Gourg), resti di un monastero benedettino, ottima base per visitare la zona: non è un caso che infatti è incluso nella elenco dei più bei borghi di Francia. C’è anche una leggenda legata al borgo che spiega anche il suo nome: la leggenda narra che la principessa merovingia Enimie, bella ma di salute cagionevole, nel VI° secolo qui giunse per abbeverarsi alla fonte che la guarì. In questo luogo dovette però ritornare a seguito della ricomparsa della malattia e stabilirsi definitivamente (e per chi vuole fare una bella scarpinata in tre/quattro ore, andata e ritorno, si può visitare l’eremo in cui la principessa visse).

La giornata si conclude a Mende, nella comoda area di sosta dove passiamo la notte (Aire Camping-Car Park, Aérodrome de Mende – Brenoux).

Decimo giorno

Visitiamo Mende. Il centro storico è di forma ovale, medioevale, ha una interessante cattedrale, con una architettura un po’ disomogenea nella facciata esterna. È giorno di mercato: da due venditori compriamo del buon pane alle noci e una porzione di aligot (un composto di patate e formaggio fresco vaccino). E, per concludere, da un traitor, delle cosce di anatra all’arancia.

Dopo Mende inizia il viaggio di ritorno in Italia.  Bellissimo soprattutto all’inizio quando attraversiamo il parco nazionale dell’Ardeche: un altopiano dove crescono spontanee le giunchiglie ed i crocus. Facciamo tappa a Lamastre. Dopo un frugale pasto nella piazza centrale, scopriamo un negozio di cose usate. Ha un piccolo contenitore con dei vinili: il collezionista aguzza l’occhio e scopre due possibili chicche: un’edizione francese de “Il nostro concerto” di Umberto Bindi ed un disco di Dalida (lato A “Ciao amore ciao” del grande Luigi Tenco in francese) che potranno fare bella mostra di sé (e magari procurarci qualche guadagno) sul nostro banco del mercatino dell’usato, mentre la mia raccolta personale si arricchisce di qualche 33 giri.

Il viaggio continua verso Grenoble. Lungo la strada vediamo una grande quantità di piante di noci, le famosi e buone noci di Grenoble. Passiamo il Frejus e siamo in Italia.

Una passeggiata nel parco

Abbiamo la fortuna di abitare vicino ad un grande parco che è meta di tante nostre passeggiate soprattutto in questi giorni di clausura. 

E’ autunno e le foglie degli alberi ci regalano i caldi colori di questa stagione, mentre tronchi ormai spogli si slanciano verso il cielo come se fossero delle cattedrali gotiche. Ed anche il fiume, che è tra i più inquinati di Italia, sembra scorrere pulito con le sue acque trasparenti.

E  la bellezza dello spettacolo che la natura offre diventa ancora più preziosa ascoltando un musicista che suona il suo corno francese seduto tra gli alberi  o l’ultima opera di Olafur Arnalds, “Some Kind of Peace” in streaming, in cui suoni di pianoforti, tastiere, campionamenti che uniscono il pianoforte con gli archi e le voci ci dicono che “di tanto in tanto nella vita, senti delle increspature e non sai cosa siano, e la maggior parte delle volte scegliamo di ignorarle” (parole del musicista) e ci comunicano che in questo sbagliamo perché ci sottraiamo a barlumi di bellezza. Senza però disdegnare, sulla riva del fiume, l’ascolto dell’album “Play the Hits” dei The Mavericks, una reinterpretazione in chiave latin-rock e country della band di Raul Malo di alcuni classici del rock, per loro fonte di ispirazione e confronto.

Un’estate tutta italiana. Parte quarta: Puglia

Settembre è un gran bel mese per visitare la nostra penisola: non fa eccessivamente caldo, le persone in vacanza sono, per la maggior parte, rientrate nelle loro città e si spende un po’ meno rispetto a luglio ed agosto. Alla fine di questo mese, con la visita di molte zone della Puglia, abbiamo terminato la nostra estate tutta italiana. Un viaggio del quale ricorderemo la bellezza delle coste, i siti Unesco, i borghi antichi, la simpatia e l’accoglienza delle persone incontrate, i sapori della cucina, sia di mare che di terra, ma anche la nostra tristezza nel vedere gli ulivi, i più vecchi soprattutto con i loro tronchi che si torcono in senso orario dal basso verso l’alto che li rendono delle vere e proprie opere d’arte, uccisi dalla xylella.

Primo giorno

Era il primo pomeriggio quando abbiamo raggiunto la sosta camper “Isola bella” in località Contrada Pantanello, Lido del Sole, la frazione turistica di Rodi Garganico: come dice il nome è una bella area con grandi piazzole, molta ombra, e dista pochi chilometri da Rodi Garganico, che può essere raggiunta con navetta privata (€ 5 a persona) o, in stagione, con il trasposto locale (possibile comunque anche il percorso a piedi).

Per arrivare all’area abbiamo percorso la strada litoranea lungo i due laghi di Lesina e Varano: tanta vegetazione mediterranea, numerosi sono gli accessi al mare che si sviluppano al suo interno, ci sono molti alberghi e qualche campeggio, che sono però chiusi o abbandonati. E purtroppo la chiusura sarà anche una caratteristica di altri luoghi che abbiamo visitato (purtroppo è l’altra faccia della medaglia considerati il periodo e la parte dell’Italia nella quale ci troviamo).

La località Lido del sole può essere raggiunta a piedi dall’area camper. Così noi abbiamo fatto camminando lungo la strada che costeggia la spiaggia, un po’ lasciata a se stessa e per questo, ai nostri occhi, con un suo (relativo) fascino, un po’ organizzata dagli stabilimenti balneari. Quando raggiungiamo il Lido scopriamo che è un centro di vacanze, piuttosto anonimo, con molte case chiuse.

Secondo giorno

Ci spostiamo a Peschici. Attraversiamo Rodi, borgo di antiche tradizioni marinare situato su una collina: c’è traffico locale, nel centro la strada è piuttosto stretta, e non riusciamo a trovare un parcheggio. Così continuiamo lungo la strada nazionale 89 che ci regala dei begli scorci sul mare e sulla Foresta Umbra, sito Unesco, un’area naturale sita all’interno del Parco Nazionale del Gargano e così chiamata per quanto la vegetazione è fitta.

Delle aree di sosta camper a Peschici, noi abbiamo scelto “Marina Piccola”, al n. 84 della SS89: le piazzole sono comode, è ombreggiata, da direttamente sulla spiaggia e Peschici, la cui veduta è lì sullo sfondo, può essere raggiunta a piedi dalla spiaggia e salendo una scalinata (il paese è arroccato su un promontorio).

C’è tempo per una visita: il centro storico è caratteristico: lungo i vicoli ci sono case colorate di bianco, qualcuna con i tetti a cupola come le case arabe, c’è la chiesa madre, un tratto di mura (la nascita di Peschici risale all’anno 1000), ed un castello.

Alla sera pranziamo alla trattoria “Costamarina”, in viale Kennedy, scalinata principale per il porto, e troviamo una cucina come piace a noi: senza fronzoli e di sostanza con un giusto rapporto qualità e prezzo. I nostri piatti sono: orecchiette cozze e vongole, cicatelli alla scoglio e, per secondo, cozze ripiene. Gustati avendo una bella veduta sulla baia di Peschici.

Dopo aver cenato, durante una breve passeggiata nel centro storico, facciamo una scoperta “molto dolce”: è la pasticcerie tipica “Dolce Peschici”: pasticciotti, paste, cornetti, taralli, tutti fatti sul posto, sono una prelibatezza!

Terzo giorno

E’ di completo riposo sulla spiaggia. Pur essendo domenica, non è particolarmente affollata dai locali e dai turisti stranieri (soprattutto tedeschi) che, come noi, stanno visitando la Puglia. Il sole, l’acqua trasparente, due buone letture e la visione di Peschici rendono speciale la giornata. Che si conclude degnamente con una passeggiata nei vicoli di Peschici ed in un ristorante – “Borgo Antico”, in via Castello 73 – con una cena in cui abbiamo gustato, come antipasto,  un’insalata di polipo con cime di rapa e pomodorini secchi e, come primo, orecchiette con tonno rosso, burrata e pomodorini, troccoli al sugo con seppia ripiena (specialità della casa), il tutto accompagnato da un buon rosato locale. Insomma bontà e tradizione, a giusto prezzo. Suggestiva la posizione del nostro tavolo, come di molti altri: all’esterno, nel vicolo.

Quarto giorno

Ci rimettiamo in moto per raggiungere Vieste. Continuiamo a percorrere la N 89 che però, ad un certi punto,  lasciamo per spostarci sulla litoranea fino a Vieste. E così ci regaliamo altri scorci della bella costa e del mare del Gargano. 

A Vieste usiamo il parcheggio del porto: ci sono altri camper, ci viene detto di spostarci lungo i grandi blocchi di cemento che proteggono la sponda perché intendiamo passare la notte che lì, da soli, infatti trascorreremo in assoluta tranquillità (con la cena e colazione con vista sul porto o sulle transitanti barche).

Vieste è il centro principale del Gargano ed il suo punto più orientale. Nella parte storica, il borgo evidenzia la sua origine medioevale ed il suo aspetto mediterraneo:  stretti vicoli, piazzette, archi, scalinate, le case bianche, il castello normanno-svevo, la cattedrale romanica. Un curiosità che val la pena di visitare: il Museo malacologico, in via Pola 2, che raccoglie conchiglie da tutto il mondo (è privato e gratuito). Vieste ha anche una bella e lunga spiaggia, con campeggi e aree di sosta (che abbiamo trovato in parte chiusi), sulla quale c’è un monolito – il Pizzomunno (secondo la leggenda è la trasformazione di un innamorato morto suicida).

Quinto giorno

Lasciamo Vieste seguendo la litoranea che ci regala splendidi panorami delle baie e delle cale che rendono famoso il Gargano. Giungiamo a Mattinata e qui seguiamo la N. 89 dir/b  in direzione Monte Sant’Angelo. Il primo tratto della strada è in salita: la vegetazione si fa man mano sempre più scarsa, prevale la roccia ed i terreni sono delimitati dai muretti a secco. Il paesaggio è aspro, duro e, per noi molto suggestivo. Quando raggiungiamo il territorio di Monte Sant’Angelo, una volta superata la parte moderna,  ci colpisce la fila di case bianche lungo la strada: fanno parte dell’abitato che si è espanso lungo le pendici del colle.

Lasciamo il camper nel grande parcheggio nella parte alta del paese e dopo aver dato un’occhiata al vicino castello con la torre pentagonale dei Giganti di età normanna, ci dirigiamo verso il santuario per cui il paese è famoso: dedicato al culto dell’arcangelo Michele,  dal 2011 uno dei siti dichiarati dal’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ha un ingresso ad arcate posto di fianco ad un campanile ottagonale che ricorda i torrioni di Castel del Monte. Una scalinata con 86 gradini e cinque rampe, risalente al periodo  angioino (XIII° secolo) scende nella mistica grotta dove l’arcangelo apparve tre volte (490, 492, 493). E qui più che le porte di bronzo, la Cappella del SS. Sacramento, l’altare della Madonna, quello che più ci colpisce è l’altare di san Michele, costruito al fondo della grotta, per la bella statua in marmo di Carrara del Santo, attribuita al Sansovino.

Usciti dal santuario c’incamminiamo lungo il dedalo di vicoli del centro storico: così intravediamo, perché chiusa,  la romanica Santa Maria Maggiore, mentre visitiamo l’abside di San Pietro (la chiesa più antica) e la Tomba di Rotari del XII° secolo, in realtà un battistero con cupola emisferica ed interessanti bassorilievi (il vero nome è: Battistero di San Giovanni in Tumba). Ci sono caratteristici angoli e pittoreschi scorci nei vicoli scalinati e nel nostro percorso entriamo  in un negozio di cose usate e, oltre a queste, troviamo tanti tanti animali (gatti, pappagalli, tartarughe tra questi, tutti accolti perché abbandonati, con grande amore, da una signora) e ci fermiamo in un famoso ristorante, il “Medioevo”, dove assaporiamo una buona cucina del territorio. Come antipasto scegliamo il misto di verdure ed affettati e il piatto di buonissimi formaggi. Come primo, delle succulenti orecchiette Medioevo, in cui alla pasta vengono uniti pomodorini, rucola, pecorino e pezzi di agnello (!), e pancotto contadino con verza, patata, fave secche e finocchietto.

Una volta terminata la visita, riprendiamo il viaggio. Ci indirizziamo verso Margherita di Savoia e quando percorriamo la nazionale 141, che costeggia la Riserva Naturale Saline di Margherita di Savoia, negli stagni dove si raccoglie il sale vediamo degli aironi rosa. Raggiungiamo Margherita nel tardo pomeriggio: i campeggi e le aree sosta per i camper sono tutti chiusi e così decidiamo di trascorrere la notte in un parcheggio difronte agli stabilimenti balneari, appena fuori dal viale centrale della località.

Sesto giorno

In mattinata giungiamo a Barletta. Dapprima ci indirizziamo all’area di sosta sul lungomare Mennea che però troviamo chiusa. Così dobbiamo attraversare la città per raggiungere quella in via Leonardo da Vinci: il traffico è piuttosto intenso e caotico. Questa area è in realtà un parcheggio asfaltato all’aperto, con uno spazio per i camper, con possibilità di allaccio elettrico, con personale cortese, assolutamente comodo per visitare la città (in 15 minuti circa a piedi si raggiunge il centro).

Nel centro abbiamo piacevolmente passeggiato ed ammirato la Cattedrale, dallo stile architettonico composito, dedicata a Santa Maria Maggiore, il castello svevo costruito in prossimità del porto, la romanica chiesa di Sant’Andrea, con al suo fianco una alta  statua in bronzo del Colosso, comunemente chiamato Eraclito e i palazzi nobiliari. In uno di questi, in via Cialdini, c’è la Pinacoteca con numerose tele di De Pisis; sempre nella stessa via è possibile visitare la Cantina della Disfida, la ricostruzione del luogo in cui è avvenuta l’offesa che ha dato origine alla famosa (e letteraria) Disfida tra un gruppo di valenti cavalieri francesi ed italiani alla guida di Ettore Fieramosca.

Terminata la visita di Barletta ci muoviamo in direzione Trani. Pesanti nubi grigie si affacciano all’orizzonte: scoppia un fortissimo temporale, la pioggia è così intensa ed il vento così forte che all’uscita di Manfredonia, ci obbligano, insieme alla maggior parte degli automobilisti, a fermarci lungo la strada. Ma il peggio deve ancora avvenire: ripresa la strada e, appena dopo aver superato la splendida basilica di Santa Maria di Siponto, ci troviamo bloccati perché la strada è praticamente  un fiume piena (in più la forza dell’acqua ha rotto un muretto in pietra di una villa, i cui sassi si trovano ora sparsi lungo la strada). Purtroppo passano gli anni ma la situazione di questa terra non cambia: era il 1999, stavamo percorrendo la Puglia in macchina, un forte temporale si riversò su Manfredonia ed anche allora la strada diventò un fiume che ci bloccò (l’unica differenza è che riuscimmo a visitare la splendida basilica).

Alla fine giungiamo a Trani e ci sistemiamo nell’area di sosta “Camper Park”, in via Finanzieri 7: può ospitare una quindicina di camper, la superficie è in brecciolino, ha attacchi per la corrente elettrica, CS, è illuminata, recintata e custodita sia di giorno che di notte ed il wifi gratuito. E’ vicina al centro storico e, data l’ora, ne approfittiamo: è l’imbrunire e la la vista della Cattedrale, che si staglia solitaria in riva al mare a ridosso del porto,  è davvero suggestiva.

Settimo giorno

Alla mattina completiamo la visita di Trani con un percorso nella città vecchia o “Borgo Antico”. Il punto d’inizio è la Cattedrale, una delle chiese più famose di Puglia, completata a metà del XII° secolo. Ha splendide facciate: quella anteriore, con doppia scalinatala, portale maggiore ornato da figurazioni di animali mostri e arabeschi e chiuso da una porta in bronzo composta da 32 formelle a bassorilievo, rosone e monofore, quelle posteriore con le forme semicilindriche delle tre grandi absidi. All’interno ci sono tre chiese sovrapposte; al suo fianco destro s’innalza il romanico campanile del XIV° secolo, caratterizzato dalla successione, dal basso verso l’alto,  di monofore, bifore, trifore e quadrifonie.

Vicino alla Cattedrale, direttamente sul mare, c’è il castello svevo: più volte modificato, colpisce per la sua austerità. La nostra visita prosegue nelle vie del Borgo che si trovano a ridosso del porto ed ammiriamo eleganti palazzi signorili, pittoresche chiese (tra queste: la romanica di Ognissanti, la chiesa di San Francesco con la copertura a cupole in asse e e la caratteristica chiesa dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme). Giungiamo fino al bel giardino della Villa Comunale, che ci offre belle vedute sul mare. Il Borgo antico è però anche il porto, con le barche ormeggiate ed i numerosi pescatori che vendono il loro pescato.

Al pomeriggio visitiamo Monte Sant’Angelo. Lasciamo il camper nell’area riservata del parcheggio CAT – Centro di accoglienza turistica: l’area è provvista di carico e scarico acqua e c’è la possibilità di allacciamento all’energia elettrica.

Una navetta ci porta all’ingresso del sito: ignoriamo le offerte di accompagnamento di guide turistiche non autorizzate e ci incamminiamo verso castello: poiché è alla sommità di un colle, l’agevole e breve salita ci regala delle viste mozzafiato. Di un anonimo architetto ma progettato da Federico II, costruito tra il 1229 ed il 1249,  ha come elemento caratteristico il numero 8: la forma è ottagonale, è scandito negli angoli da otto torri, anch’esse ottagonali. Lo stile rinvia agli inizi del gotico nel meridione d’Italia, ma ci sono elementi romanici, normanni ed arabi. Forse è stato una residenza di caccia (agli inizi, ma gli storici non sono concordi), visse un momento di grande splendore sotto gli Svevi, poi con la loro caduta, divenne una prigione, fu lasciato incustodito e per questo spogliato dei marmi  e delle sculture e divenne residenza di pastori e briganti. Poi con il riscatto dello stato italiano nel 1876 inizio l’opera di restauro e nel 1996 entrò a far parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Molti sono i misteri che lo circondano: il motivo della sua costruzione, la simbologia del numero 8 (a proposito: anche la biblioteca de “Il Nome della Rosa” ha una strutture ottagonale …), le sue misure che possono essere associate alla piramide di Cheope e ai megaliti di Stonehenge.

Terminata la visita ci spostiamo a Bari. Troviamo una sistemazione in via G. Gentile al n. 8: è un rimessaggio parcheggio autofficina con qualche posto per i camper. E’ piuttosto distante dal centro ma è vicino alla fermata del bus che, in circa mezz’ora, raggiunge il centro.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e decidiamo di visitare la Bari del “borgo murattiano”, quella parte cioè iniziata durante la parentesi napoleonica (la prima pietra è del 1813), dalla vie ampie ed ortogonali: tra queste, corso Vittorio Emanuele II, via Sparano, corso Cavour: sono le vie dello struscio serale, piene di negozi e bar alla moda.

Ottavo giorno

Visitiamo la Bari vecchia. Questa parte di Bari si sviluppa su una piccola penisola e quando siamo entrati da piazza del Ferrarese abbiamo subito colto la sua peculiarità: è il vero cuore popolare della città. Presenta la tipica struttura medioevale contornate da mura, con vicoli piazzette corti dove ci sono abitazioni, all’esterno delle quali non è insolito trovare una signora che vende le sue orecchiette fatte a mano, ma anche negozi e ristoranti. Ed è qui che si trovano le due grandi chiese di Bari: la Cattedrale dedicata a san Sabino e la Basilica di San Nicola. La Cattedrale, in piazza Odegitra, è in stile romanico, ha subito molti rifacimenti nel corso della sua esistenza (anche distrutta e ricostruita nell’XI° e XII° secolo), ha una mirabile facciata anteriore ed un bel finestrone in quella posteriore, mentre nell’interno si apprezzano i finti matronei, i leoni all’ingresso, la cattedra episcopale, il ciborio, l’antico battistero trasformato in sagrestia. La vita di Bari venne profondamente trasformata quando nel 1087 vi giunsero le reliquie di San Nicola: la città divenne uno dei punti di riferimento della cristianità ed in onore al Santo venne edificata la basilica, uno dei capolavori dello stile romanico pugliese. Noi siamo rimasti affascinati dall’imponente facciata in bianca pietra calcarea, con le lesene che la suddividono in tre parti, dal portale  dai due monchi torrioni e, per quanto riguarda l’interno, dalle decorazione del soffitto, dall’altare di San Nicola, in argento sbalzato, dall’antico ciborio, dalla cattedra di Elia (intravista più che vista) e dalla cripta.

Nella nostra passeggiata senza una meta precisa abbiamo anche apprezzato: San Gregorio (nei pressi di San Nicola), la chiesa di san Marco, il Complesso di Santa Scolastica, Piazza Mercantile, Piazza del Ferrarese ed il castello svevo, ai margini della città vecchia e, fuori da essa, il lungomare di Crollalanza ed il teatro Petruzzelli.

E non potevamo non assaggiare un’abbondante porzione di focaccia barese (indicazione dalle guide gastronomiche: panificio Fiore, in Strada Palazzo di città 38 e panificio Santa Rita, in strada Bianchi Dottula 8).

Rientrati al parcheggio, decidiamo di lasciare Bari in direzione Polignano a mare. Scegliamo l’area sosta in via Conversano 448: è su sterrato, spartana ma con tutto l’occorrente. I bagni sono puliti e le docce calde a pagamento, con gestori gentili e disponibili a dare indicazioni (il paese è raggiungibile a piedi in circa 10 minuti).

Nono giorno

Visitiamo Polignano a mare: il borgo è una perfetta sintesi di bellezza paesaggistica e storica: i vicoli, le piazzette, le corti  e le bianche case del centro storico si sviluppano infatti sopra una scogliera caratterizzata dalla presenza di ampie grotte che sono opera dell’azione di erosione compiuta dal mare. Questa sintesi la si può cogliere nel punto panoramico “Lama Monachile”, in via S. Vito, che è anche una incantevole baia con una spiaggia fatta di sassi,  o al termine della scalinata che scende dalla piazza con la statua di D. Modugno, nativo di Polignano. Del suo passato, conserva l’antica piazza dell’Orologio con la Chiesa Matrice, alcuni tratti della mura medievali attorno a Piazza Garibaldi, l’Arco Marchesale di accesso al borgo e i due ponti della Lama Monachile (uno di epoca romano, l’altro dell’800).

Al pomeriggio di spostiamo a Egnazia, “luogo del cuore” del FAI. Raggiungerla non è stato facile: molto scarse sono le indicazioni e così ci perdiamo in strade strette, fiancheggiate da muretti a secco che delimitano terreni in cui crescono splendidi ulivi. E così, guardando la perfezione di questi muretti a secco e ricordando quelli del Gargano e di altre parti d’Italia, capiamo perché sono fra i cinquantaquattro siti materiali diventati patrimonio culturale dell’Unesco: “È uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese … le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione concreta alle particolari condizioni di ogni luogo in cui viene utilizzata … svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura” (citato dalla motivazione dell’Unesco).

Egnazia, che si trova lungo la costa di Fasano, è un interessante centro archeologico, in un contesto ambientale suggestivo, per una parte in riva al mare. Abitato sin dall’età del bronzo, l’area presenta ai visitatori resti appartenenti a tre periodi diversi: del periodo messapico, precedente l’insediamento romano, conserva delle necropoli e dei resti d’un tempio dell’antica acropoli; del periodo romano i resti del Foro, del Porto, dell’Anfiteatro o di una piazza sussidiaria, delle Terme, delle abitazioni e delle botteghe, ed un tratto della via Traiana a lastroni con i solchi del passaggio dei carri; del periodo paleocristiano una basilica. Il sito ha anche un museo.

Quando terminiamo la visita è sera: ci spostiamo nel vicino paese di Savelletri e parcheggiamo il camper lungo la scogliera. C’è tempo per una breve visita: nel paese troviamo case di vacanza, un porticciolo turistico con qualche barca di pescatori e dei ristoranti. Vediamo che nei loro menù sono presenti dei piatti con i ricci di mare. In uno di questi  – “Saporedisale” in piazza del Porto 15  – gustiamo moscardini fritti sul un letto di purea di patate allo zafferano e, per primo, spaghettoni ai ricci di mare. Buono il Verdeca servito al calice.

Decimo giorno

E’ la volta di Ostuni. Scegliamo il parcheggio “Stella”, in C. da S. Stefano, 3: è sotto le mura, vicino al centro storico, custodito, a conduzione familiare, con autolavaggio e lavanderia self-service (che utilizziamo).

Come in molte altre località pugliesi, il suo centro storico medioevale, che qui si chiama “Rione Terra”, sorge su di un colle. Cinto da mura, è composto da vicoli scalinate ed archi, dove si affacciano bar e ristoranti (tutti pieni essendo domenica), case bianche con muri a calce, palazzi signorili con elementi barocchi e due grandi chiese: la Concattedrale quattrocentesca dalla splendida facciata e la chiesa delle Monacelle,  barocca e con cupola a disegni geometrici. Fuori dal rione, interessanti sono la piazza della Libertà con la guglia di San Lorenzo, l’ex convento francescano ora sede del Municipio, la chiesa conventuale di San Francesco e la chiesa del Carmine.

Undicesimo giorno

Dopo aver passato la notte ad Ostuni, entriamo nel Salento, e raggiungiamo Lecce. Lasciamo il camper nel grande parcheggio in p.zza Carmelo Bene (ex foro Boario): è a pagamento (noi prendiamo due biglietti perché il nostro camper occupa due posti) ed abbastanza vicino al centro (circa 15 minuti a piedi; c’è però la possibilità della navetta).

Nella sua storia, ci fu un momento in cui Lecce venne chiamata la Firenze del sud: ed infatti è una splendida città con un centro storico che conserva capolavori quali la piazza del Duomo, Santa Croce, la sua più bella chiesa barocca, conventi chiese palazzi che sono un’esplosione dello stile barocco, in cui agli schemi italiani si unisce il gusto, un po’ esagerato, di impronta spagnola (fu sotto Carlo V che Lecce diventò capoluogo della Puglia e visse un periodo di grande fulgore), tutti costruiti grazie all’abilità dei suoi maestri ed artigiani che seppero al meglio lavorare la pietra locale, duttile e dal colore dorato. Senza però scordare che in Piazza Sant’Oronzo, che rappresenta il cuore della città, tra banche uffici bar, si trova un anfiteatro romano scavato nella roccia.

Nel tardo pomeriggio lasciamo Lecce in direzione San Cataldo (N. 364) per seguire la litoranea (N 366) fino a Otranto. La costa è prevalentemente rocciosa e frastagliata,  ci sono però piccole baie come pure spiagge sabbiose (Area protetta Laghi Alimini), località turistiche rinomate (i laghi Alimini, Torre dell’Orso). Vediamo però, ed è la prima volta nel viaggio, gli ulivi uccisi dalla xylella: e purtroppo non è che l’inizio.

Ad Otranto scegliamo il parcheggio in via Renis: è misto camper e auto, pianeggiante, video-sorvegliato e con sbarra d’accesso (che viene abbassata di notte), si può caricare acqua ma non scaricare ed è vicino al centro storico.

E’ sera e, su indicazione del proprietario del parcheggio, ceniamo al ristorante “Retro Gusto”, in via Luigi Eula 7, una “cucina di qualità” secondo la guida Michelin. E’ stata una cena sopraffina della quale ci ricorderemo a lungo. In un ambiente classico, dall’arredo semplice ma di qualità, siamo stati accolti con un piccolo e delizioso assaggio di benvenuto: polpettina di pesce su una base di purea di zucca. Gli antipasti sono stati polpo in pignatta e crostini di pane di Altamura, purea di fave bianche e cicorie cotte in pignatta con crostino durati all’olio di oliva; i primi cappellacci con sfoglia all’aloe vera ripieni di aguglia imperiale, ricotta e meloncella su pesto di erbe e gambero viola di Gallipoli ed un fuori menù: spaghetti alla chitarra con capocollo, fichi caramellati e scampi. Il pane e la pasta sono fatti in casa. La cena si è conclusa con un ottimo sorbetto ed un conto davvero contenuto considerata l’ottima qualità del cibo e del vino.

L’uscita per il  ristorante ci ha permesso di apprezzare Otranto di sera: soprattutto il suo centro storico proteso verso il mare e chiuso dai torrioni e dalle mura. I vicoli sono lastricati e regalano qualche angolo suggestivo; i negozi, che vendono di tutto, sono tanti.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ripercorriamo tutto il centro storico di Otranto e passeggiamo sui bastioni che danno sul porto: e qui la veduta è davvero molto bella. Ci fermiamo al Castello, ammiriamo la bella chiesa bizantina dedicata a San Pietro e raggiungiamo la Cattedrale che visitiamo per lo splendido mosaico del XII°, originale e ben conservato: ha come figura centrale l’Albero della Vita, si sviluppa come un percorso in un labirinto teologico di cui, a volte, sfugge la vera interpretazione iconologica ed offre uno spaccato della cultura del Medioevo.

Otranto è anche famoso per il mare cristallino: una breve passeggiata e siamo sulla spiaggia libera: l’acqua è bassa, una specie di piscina e la bella temperatura fa sì che numerosi siano i bagnanti: noi ci sediamo su una banchina, rivediamo tutta Otranto mangiando dei buoni taralli casalinghi comprati in un vicino panificio. 

Lasciamo Otranto per Santa Maria di Leuca. La strada lungo la costa (N 363) è, come nel tratto precedente, rocciosa, frastagliata, incontaminata, ed in cui si aprono alcune delle più famose grotte della regione (Cervi, Romanelli, Zinzulusa). Noi ci siamo fermati a Santa Cesarea Terme, una piccola località che ci ha stupito per alcune splendide ville in stile moresco.

A Santa Maria di Leuca si sistemiamo nell’area “Alexander park”, al n. 6 lungo la SP 124 (nelle guide è riportato il nome “La Cornula”): è molto grande, comoda, abbastanza ombreggiata, con allacci elettrici, con servizi (però non in uso quando noi l’abbiamo visitata).

Facciamo una passeggiata sul lungomare: in prossimità del porto c‘è una piccola cala di sabbia, poi la costa diventa rocciosa e frastagliata, sopra la quale, su apposite impalcature, sono stati costruiti dei ristoranti. Mentre passeggiamo e quando siamo seduti in un bar che da sul mare ed assaporiamo una corroborante bevanda ci colpisce l’intensità dell’azzurro del mare. Ci spostiamo all’interno e vediamo delle ville costruite tra la fine dll’800 e gli inizi del XX° secolo: alcune sono abbandonate, altre in decadenza, altre invece sono state ristrutturate ma profondamente modificate rispetto all’originale anche se conservano un po’ del loro lascino del tempo che fu.

Santa Maria di Leuca è famosa anche per il Santuario, con la sua lunga scalinata e la grande cascata d’acqua (quasi mai in funzione), situato in alto sulla costa da cui si hanno dei bei panorami, l’alto faro ed i suoi fasci di luce bianchi e rossi, le grotte presenti sia sul versante adriatico sia su quello ionico della costa.

Risaliamo verso il centro e troviamo la sistemazione per la notte nell’agriturismo “Arangea” a Lequile, via Vecchia Lecce Copertino 70: ha piazzole con le colonnine per l’energia elettrica, carico e scarico, e ristorante. La notte passa in tutta tranquillità.

Tredicesimo giorno

L’inizio della giornata non è molto fortunato: vogliamo visitare Martina Franca, ma vuoi perché ci sono dei lavori stradali vuoi perché il traffico è tanto, non riusciamo a trovare un parcheggio per il nostro camper. Ci spostiamo allora a Locorotondo e qui invece troviamo un comodo parcheggio, vicino al centro, in viale Olimpia.

Il nome del paese evidenzia la sua particolarità: è su un’altura e le vie si sviluppano in modo concentrico verso la sua sommità. Su di esse si affacciano le tipiche case: bianche, alte, con i tetti spioventi e ricoperti da lastre in pietra calcarea. Andiamo in via Nardelli che corre lungo la circonferenza del paese: splendida la vista delle case e della campagna circostante, con le sue vite da cui si ottiene un buon vino bianco. Dopo la visita della Chiesa Madre, con elementi neoclassici nella facciata e barocchi al suo interno, che sembra dominare il paese, ci fermiamo a “La taverna del Duca”, in via Papatodero 3. E’ una cucina casalinga e che sapientemente valorizza le risorse del territorio, con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Ordiniamo delle gustose strascinate con cime di rape ed un’indimenticabile pecora in pignata, delicata e saporita dopo ore di lenta e attenta preparazione.

Lasciamo Locorotondo per Alberobello: sono circa 8 chilometri tra muri a secco, rigogliosi ulivi e trulli: indimenticabile! Ad Alberobello ci fermiamo al “Camping dei Trulli”, al km 1,5 di Via Castellana – Putignano. Ha piazzole per camper, un ristorante/pizzeria/sala giochi all’interno di un ambiente che ricorda le discoteche di qualche decennio fa, una piscina, però dei servizi, almeno nel nostro breve soggiorno, non adeguati. Offrono un servizio navetta per raggiungere, in circa 10 minuti, il centro storico di Alberobello.

Qui trascorriamo il resto della giornata. Due sono i rioni in cui i trulli (a proposito: Alberobello è dichiarata Patrimonio Mondiale dell’umanità dal 1996) sono concentrati: “Aia Piccola” e “Monti”. Nel primo i trulli sono circa 400 e sono abitazioni private o da affittare per le vacanze, nel secondo, che ne conta circa 100, sono negozi, bar e ristoranti. Ci sono trulli che più degli altri colpiscono perché hanno delle caratteristiche loro proprie: il trullo Sovrano, fuori dai due rioni in piazza Sacramento, uno dei più grandi, alto 14 metri, i trulli Siamese  nel rione “Monti per la caratteristica cupola a due coni”. E anche la “Casa d’Amore”, dal nome del proprietario, sede dell’Ufficio informazioni turistiche, perché  è stata la prima casa ad essere costruita con la malta  alla fine del XVIII° secolo e segnò il passaggio da una città “illegale” (quella dei trulli a secco così costruiti in modo da poterli rapidamente demolire in caso d’ispezione del viceré spagnolo che imponeva autorizzazioni e tasse per ogni abitazione) e ad una “legale”. Ed una particolare malta, rossastra, venne utilizzata anche per i trulli; malta che è ancora visibile su alcuni tra i più vecchi.

Tra i negozi abbiamo apprezzato “La Bottega dei Fischietti”, in via Monte Pertica al n. 11 per i fischietti che sono dei veri e propri oggetti d’arte fatti da valenti artigiani ed artisti del luogo.

Quattordicesimo giorno

Raggiungiamo Altamura e sostiamo nel parcheggio del Frantoio Oleario Perniola, in via Santeramo in Colle al n. 101: gli spazi sono sull’erba, ci sono degli allacciamenti elettrici, ha un piccolo spaccio, è di fronte alle mura megalitiche e a circa 10 minuti dal centro.

Altamura ha un centro storico piuttosto interessante: ha l’aspetto di un borgo a se stante, di forma circolare, attraversato da un lungo corso (corso Federico II di Svevia, che rese grande Altamura), a metà del quale c’è la piazza del Duomo con la bella Cattedrale (splendida la facciata) e la vicina chiesa di san Nicola di Greci (che ricorda una delle comunità presenti ai tempi di Federico II) )e con numerosi claustri (dal latino claustrum – spazio chiuso) ovvero piazzette-cortili si cui si affacciano le abitazioni raggiungibili solo grazie a stretti vicoli.

In via G. Luciani troviamo una trattoria: si chiama “Federico II di Svevia”: l’ambiente è famigliare, la cucina casalinga, ottimo il rapporto tra la qualità del cibo ed il prezzo.  Iniziamo con un grande antipasto misto della casa (due grandi piatti dove c’è davvero di tutto) e per primo delle buone orecchiette alle cime di rapa. Dopo il pranzo vorremmo visitare il museo del pane in via Onorato Candiota (siamo ad Altamura!), ma che però troviamo chiuso (è aperto sino alle ore 13,00).

Altamura è famosa per il ritrovamento presso la grotta di Lamalunga del cosiddetto “Uomo di Altamura”, uno scheletro umano integro di circa 200.000 ani fa. Attorno a questa grande scoperta si sviluppa la Rete Museale di Altamura, www.uomodialtamura.it, ma in questo viaggio che sta volgendo al termine noi non abbiamo tempo di visitare.

Ritorniamo al parcheggio, compriamo una lattina d’olio, e ci indirizziamo per strade secondarie a Gravina in Puglia. I terreni lungo la strada sono rocciosi, quasi senza vegetazione e ci preparano alla visita di Gravina. Che però non riusciamo a fare perché il parcheggio dei camper vicino allo stadio è in rifacimento e non riusciamo a trovare uno spazio libero lungo le strade del paese. Sarà per un’altra volta.

E così decidiamo di spostarci a Troia, cittadina “Bandiera arancione” del Touring club. Sostiamo nella bella area in via Campo Fiera: è attrezzata, a due passi dal centro, con 30 posti, su asfalto, in piano e in parte con ombra. E giustamente una targa riporta che Troia  “una città amica del turismo itinerante”.

E’ sera ed è tempo per una breve passeggiata lungo via regina Margherita che attraverso il centro storico e sulla quale si affacciano dei begli antichi palazzi. Ci fermiamo nella  pasticceria Casoli ai nn. 121/123 del viale e compriamo la loro specialità: la “passionata”: una delicatezza e squisitezza di “crema di ricotta (mucca, pecora e bufala)”, una al gusto di pistacchio e l’altra della “passione”, “su base biscuit ricoperte di pasta di mandorle pugliese e senza conservanti” (citazioni  dal loro sito dolcepassionata.com).

Quindicesimo giorno

Continuiamo la visita di Troia. Andiamo all’ufficio Informazione ed Accoglienza Turistica: in piazza Giovanni XXIII° e due cortesi e ben informati volontari ci danno depliant e informazioni sul paese e la zona circostante (i monti Dauni) a conferma che Troia è davvero amica del turismo. La nostra visita s’incentra sulla Concattedrale della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, capolavoro dello stile romanico dell’XI° secolo. E’ soprattutto la sua facciata che attira la nostra attenzione: l’insolito e particolare rosone a 11 raggi, le numerose sculture allegoriche, le due porte bronzee. Altra chiesa importante è quella di San Basilio Magno: ha origini protoromaniche, una facciata sobria e severa, all’interno presenta antiche colonne con bei capitelli.

Altra tappa della giornata è Lucera. Parcheggiamo il camper nell’area comunale in prossimità della Stazione, in piazza Giuseppe Papa. Dal parcheggio, una strada in leggera salita ci porta alla porta d’ingresso del centro storico (Porta Troia). Purtroppo le macchine sono ovunque e la visita diventa difficile. Ci sono palazzi nobiliari ed una bella cattedrale di impianto gotico-angioino (per la nostra guida ricorda certe chiese provenzali). Proseguiamo in direzione ovest ed incontriamo la chiesa di San Francesco, ma poi soprattutto per il traffico rinunciamo a proseguire verso il castello svevo, del quale ci accontentiamo di una parziale veduta.

Ripartiamo per Pietramontecorvino, nella lista dei “Borghi più belli d’Italia” e “Bandiera arancione” del Touring Club. Parcheggiamo il camper in una strada all’ingresso del comune e dopo una decina di minuti raggiungiamo il borgo storico dominato dall’alta torre normanna. Collegato alla torre c’è il Palazzo ducale che si sviluppa su tre piani. Ai loro piedi si sviluppa il quartiere detto della Terravecchia, che si inerpica lungo i fianchi della collina con una struttura a lisca di pesce, con vicoli stretti e contro ed alcune abitazioni incluse nelle antiche mura di difesa del borgo.

Ormai siamo sulla strada del ritorno. Per la notte raggiungiamo l’Area Camper “Villaggio la Torre” a Petacciato, al km 535 della SS16. E’ una bella scoperta soprattutto per la vista che ci regala perché i camper sono sistemati sopra la spiaggia di sabbia.

Sedicesimo giorno

Un po’ sulla nazionale ed un po’ in autostrada raggiungiamo Cesenatico. Qui sostiamo nella parte libera del parcheggio della “Rocca” (c’è anche una parte a pagamento –  € 5 – gestita da una cooperativa sociale), all’ingresso principale del paese, a pochi passi dal Porto Canale. Quella libera può ospitare circa 30 camper, la seconda circa 70. Entrambe hanno carico/scarico acqua gratuito; nessun tempo limite alla sosta.

E naturalmente, alla sera, ci ritroviamo davanti a dei gustosi piatti di pesce a parlare del nostro viaggio in Puglia.

Un’estate tutta italiana. Parte terza: Marche

Non è stata la prima volta nelle Marche: negli anni, grazie soprattutto ad un amico, grande camperista, l’abbiamo percorsa tutta. Un po’ perché volevamo rivedere i suoi borghi medioevali, le sue piacevoli colline e gustarci qualche giorno di mare, questa volta le nostre destinazioni sono state alcune località della costa e dei borghi dell’interno.

Abbiamo iniziato con la bella Gradara nella provincia di Pesaro Urbino, inserita negli elenchi dei borghi più belli d’Italia e delle Bandiere Arancioni del Touring Club e proclamata  “Borgo dei Borghi 2018”. Sorge su una collina e la Rocca (a proposito: Paolo e Francesca di Dante nulla hanno a che vedere con la Rocca: pura leggenda!), il borgo fortificato, le due cinta murarie sono tra le  strutture medievali meglio conservate non solo delle Marche ma di tutta l’Italia. Il parcheggio per i camper è appena fuori il borgo: è segnalato e comodo (con scarico).  Purtroppo quando arriviamo è lunedì e la Rocca è chiusa al pubblico. Passeggiare tra le strette vie del borgo è non di meno affascinante: dalla via centrale, che sale, alle vie laterali è tutto un susseguirsi di edifici medievali, ora abitazioni private, ristoranti e negozi, ma l’atmosfera c’è e tutta.   Per il pranzo scegliamo la pizzeria “Da Berto”: un locale storico, aperto negli anni ’60, che presta grande attenzione alla scelta delle farine (sul sito – pizzeriadabertogradara.com – e sul menù si può leggere, in dettaglio, le nove da loro usate) e che delizia i palati dei clienti con ottime pizze, piadine, crescioni e dolci rigorosamente fatti in casa.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Fano. Ci fermiamo nell’area “Sassonia” in viale Ruggeri: spartana, è difronte al mare, con un po’ d’erba e sassi, non è ombreggiata ed è lungo il viale. Per raggiungere il centro di Fano, percorriamo a piedi il lungomare: la spiaggia è tutta di sassi, ci sono stabilimenti balneari ed un po’ di spiaggia libera (vicino all’area di sosta), un’infilata di bar e ristoranti. Fano era importante ai tempi dell’antica Roma e di quel periodo, nel suo centro storico, si possono ammirare importanti vestigia: l’arco di Augusto, l’allora porta di accesso, con i giardini, le Mure Augustee, i resti dell’Augusteum, edificio per il culto imperiale (visitabili nella mediateca Montanari). Oltre che visitare il Museo della via Flaminia, ospitato all ex chiesa di San Michele, di fianco all’Arco Augusto. Nella nostra passeggiata abbiamo incontrato un luogo molto suggestivo: l’ex chiesa di San Francesco: di origine medievale (ma rifatta nell’800), è priva del tetto caduto durante il terremoto del 1930, decisamente “romantica” nell’impressione che comunica all’osservatore e contiene nel sottoportici della loggia delle belle tombe malatestiane. Fano ha due litorali: la Sassonia, quello dove si trova l’area, il Lido (e qui la sabbia prende il posto dei sassi) ed un porto, con qualche pittoresca via, la bella passeggiata del Lisippo (1 km circa, che inizia sulla destra, in fondo al litorale Sassonia) ed il molo dei trabucchi.

L’indomani è la volta di Corinaldo, “Bandiera arancione” del Touring Club e tra i “Borghi d’Italia”, che offre a noi camperisti un bel parcheggio fuori dalle mura. Il borgo si trova sopra ad un colle, è di origine medievale e rinascimentale e conserva una possente ed intatta cinta muraria: lunga circa un chilometro, è  intervallata da portoni, bastioni, torri ed uno sperone merlato. Ha vie strette che, alle volte,  si allargano per diventare delle piccole piazze e scalinate: da cartolina quella con il Pozzo della Polenta. Per i credenti Corinaldo ha un significato particolare in quanto è la città natale di Maria Goretti (si può visitare la sua casa) a cui è dedicato il santuario dall’imponente facciata sito nel pieno centro del borgo.

La seconda tappa della giornata è Ostra. Anche questo borgo conserva una lunga cinta muraria medievale (1200 metri), con torrioni a pianta quadrata (se ne può osservare nove): in uno spiazzo, in prossimità di una delle porte, lasciamo il camper. La nostra passeggiata ci porta in Piazza dei Martiri, con il palazzo neoclassico del Comune ed il teatro Vittoria: è il punto in cui si uniscono le due parti del borgo: quella alta, fatta di via strette e circolari tipiche del medioevo e quella bassa, rinascimentale, con vie simmetriche.

Alla sera raggiungiamo l’area attrezzata di Recanati, in via Campo Boario: è alla base del centro storico, ha carico e scarico e elettricità, con tariffa per 12 o 24 ore (€ 7 o € 12), non è sorvegliata. Abbiamo già visitato Recanati e tutti i suoi luoghi legati a Leopardi, così la mattina del giorno dopo ci perdiamo nei suoi vicoli ed in qualche caffè e negozio per noi interessante. Tra i primi ci è particolarmente piaciuto il  “Passepartout Libreria Caffè”, in p.le Mariano Patrizi, dove si può trovare una  intelligente ed insolita scelta di  libri nuovi ed usati ed un bell’ambiente dal gusto retro, con arredamento vintage. Mentre tra i secondi ha attirato la nostra attenzione per la qualità degli oggetti di antiquariato “Harmattan”, in via Roma 19. Comunque per chi non conosce Recanati, i punti di interesse che meritano una visita sono: la casa ove Leopardi abitò bambino, il colle dell’Infinito, la piazza Leopardi con il Palazzo comunale, la Torre del Borgo, il Complesso di Sant’Agostino con la Torre del Passero Solitario. Ed i musei: quello dedicato a Beneamino Gigli, alla Emigrazione marchigiana, a Silvia (ricordate la poesia?).

La successiva tappa è Montelupone,  “Bandiera arancione” del Touring Club. Ha un piccolo parcheggio per camper in via A. Manzoni (dichiarati 8 posti, con carico e scarico) e lì lasciamo il nostro Travel Van. A noi è piaciuto molto e per prepararvi alla eventuale visita così il Touring  Club  lo descrive: “un paese incantevole in cui si fondono armonicamente storia, arte e tradizione di un paesaggio naturale immerso tra le dolci colline che sfumano verso il mare (…) Il centro storico è posto sulla cima di un rotondeggiante colle e conserva ancora intatte le antiche mura cittadine, che racchiudono all’interno affascinanti zone d’interesse storico, culturale e turistico. Nelle vie e nelle piazze principali sono radunati numerosi e rinomati monumenti, tra i quali il Palazzo del Podestà, che ospita la pinacoteca civica, il Teatro Storico “Nicola Degli Angeli”, risalente al XIX sec., la Chiesa Monumentale di San Francesco, il Museo Storico Fotografico, il Museo di arti e mestieri e la romanica Abazia di San Firmano, datata 1200 … (estratto dalla pagina dedicata a Montelupone nel sito “bandierearancioni.it“).

Noi Montelupone ce lo ricorderemo anche per l’ottimo gelato gustato al “Caffè del Teatro, storico locale nella Piazza del Comune, seduti ad un tavolino con una bella vista sulle colline circostanti e gli edifici della piazza.

Dopo due giorni di borghi è ora la volta del mare: così ci dirigiamo verso il Conero e troviamo, non senza qualche problema a causa dell’affollamento di turisti, un posto nel campeggio “Riviera Village” a Numana (www. campingriviera.it).

Dedichiamo il giorno dopo alla conoscenza di Numana e Sirolo. Il campeggio ha due uscite pedonali che conducono a Numana bassa. Numana infatti si divide in due parti: una bassa che si sviluppa lungo il porto ed il litorale ed una alta che si sviluppa sul pendio della collina. Le due parti sono unite dalla “Costarella”, tra i luoghi più fotografati, una scalinata lungo la quale ci sono soprattutto abitazioni, un tempo appartenute ai pescatori. Numana ha origini antichissime (VI secolo a.c.) e per chi è interessato c’è l’Antiquarium  statale in via la Fenice. Il centro storico si sviluppa nella parte alta: al termine della Costarella, prendendo a sinistra per via Roma, si giunge nella piazza principale (piazza del Santuario) con il bel palazzo comunale ed il Santuario del Crocefisso, a pianta bizantina del 1500 circa, che conserva un bel crocifisso ligneo. Un altro punto importante per la storia di Numana si trova al termine di via della Torre (a destra, in questo caso, della Costarella). Nella piazzetta si trova la statua del pescatore che ricorda il tempo passato in cui si usava la sciabica, una particolare rete verticale per la pesca di sussistenza sotto riva,  e la Torre di Numana, in realtà ora un arco, resti di un campanile o di una torre di avvistamento. Camminare per Numana alta è sicuramente piacevole e le vedute mozzafiato che si possono avere su tutta la riviera e del Monte Conero riempiono gli occhi. Per non parlare di qualche buon ristorante dove gustare la specialità del posto, presidio Slow Food: i moscioli selvatici, un saporito mollusco, da gustare come sugo con tagliolini (a noi è capitato “da Franca”) o alla tarantina (da “Marta Street Food”, che consigliano anche per tutto il suo menù).

Sempre a piedi raggiungiamo Sirolo. La passeggiata ha inizio nella via che si trova sul lato sinistro del Santuario del Crocefisso. Al termine abbiamo preso a destra per via San Francesco che conduce all’ingresso dell’abitato medioevale di Sirolo. Lungo la via  c’è la bella Villa Vetta Marina, in origine convento francescano (si dice che ci sia un legame con la vita di San Francesco) poi, dopo vari interventi di demolizione e ricostruzione, divenuta abitazione.  Di Sirolo abbiamo apprezzato il suo impianto medievale (un tempo Sirolo era un vero e proprio castello fortificato) e ci siamo persi nel dedalo dei suoi “vigoli”. E anche qui di grande impatto sono stati gli scorci sulla riviera del Conero e delle sue spiagge.

Ha fatto seguito una giornata di assoluto riposo, con sole lettino ombrellone libro, nella “Spiaggiola” di Numana alta.

La “Spiaggiola”

A proposito, come il borgo, anche la conformazione del litorale è duplice: da una parte, a nord del piccolo porto, la costa è a falesia, molto suggestiva, con spiagge nascoste tra le insenature (come la “Spiaggiola”), talvolta difficili da raggiungere (ci sono ripidi sentieri oppure battelli in partenza dal porto); a sud, invece, presenta una larga e lunga spiaggia di ghiaia.

Gran parte del giorno dopo l’abbiamo trascorsa camminando lungo questa parte del litorale: dal porto di Numana abbiamo raggiunto la spiaggia, ma poiché camminare sulla ghiaia è risultato difficile ci siamo quasi subito spostati sul marciapiede. E così siamo arrivati in fondo (quasi cinque chilometri) alla spiaggia di Marcelli dove la spiaggia libera prende il posto degli stabilimenti. Che dire di questa parte del litorale? A noi è sembrato il posto ideale per un turismo famigliare organizzato con stabilimenti balneari, appartamenti estivi in affitto, alberghi ristoranti e negozi. Con purtroppo anche qualche scempio urbanistico come un grande villaggio (?) costruito per metà ed in abbandono. Però sopra a tutto ci sono il bel mare e sempre sullo sfondo il Conero.

E questo è stato l’ultimo giorno del viaggio.

La “Spiaggiola” di Numana al tramonto

Un’estate tutta italiana. Parte seconda: Val di Non

Conosciamo poco le Dolomiti ed allora quest’anno ci è parso la volta buona per una visita. L’indecisione iniziale relativa a quale settore visitare si è risolta nella scelta delle Dolomiti di Brenta e, più in particolare, la Val di Non.

Per tutti gli otto giorni del soggiorno ci siamo fermati nel “Camping Park Baita Dolomiti” a Sarnonico: un bel campeggio, con grandi piazzole tutte con erba ed ombreggiate, area giochi per bambini, due piscine con vista sulle montagne e pulitissimi servizi.

In ricordo di Depero, nato a Fondo, e degli antichi mestieri della valle (nella piazza del paese)

Primo giorno.  A piedi ci spostiamo a Fondo, il paese principale dell’alta Val di Non. Una breve visita del centro e ci indirizziamo verso il lago Smeraldo, un piccolo bacino artificiale, balneabile, a circa 1000 metri di altitudine, inserito in un bell’ambiente montano.

C’è un ristorante che si affaccia su lago: qui abbiamo gustato dei buoni tagliolini alla trota affumicata e un secondo a base di finferli. Come dolce, ovviamente, non poteva mancare una fetta di un casalingo strudel di mele accompagnato dalla panna montata.

Ritemprati dal buon pranzo abbiamo camminato lungo il sentiero che circonda il lago: in un quarto d’ora tutto il sentiero è percorso. Mentre camminavo ho notato dei piccoli spazi tra la vegetazione della riva che mi hanno fatto ricordare che siamo venuti in Val di Non anche per qualche seduta di pesca e decido che il giorno dopo mi sarei dedicato a questa attività.

Terminato il sentiero lungo la riva abbiamo seguito quello che si snoda nello spettacolare canyon (profondo circa 60 metri) che collega il lago al centro del paese di Fondo. Il sentiero, nella parte iniziale, è piuttosto stretto e ricavato nella roccia in quanto segue il rio Sass,  poi, sempre seguendo il rio,  si apre ed è comodo da percorrere (nella parte alta ci sono comunque delle passerelle che aiutano nella discesa: noi abbiamo visto famiglie con carrozzine; inoltre è illuminato). Da notare, lungo il percorso, il vecchio mulino. Il sentiero termina in prossimità de “La Casa dell’Acqua” con il Mulino Bertagnoli: un piccolo museo, interattivo, dedicato all’acqua e al territorio di Fondo. Per chi vuole è possibile fare una visita guidata di circa due ore in un altro canyon della zona: per informazioni e prenotazioni: Cooperativa Smeraldo, in piazza San Giovanni, 9 a Fondo, tel. 0463/850000.

Per il ritorno al campeggio non seguiamo la strada della mattina: ci spostiamo nei prati al confine del comune di Fondo per raggiungere il sentiero n. 16 denominato “Passeggiata tra le Praterie de i Pradiei”. Il sentiero, che è anche pista ciclabile perché è parte della pista ciclopedonale dell’Alta Val di Non (un anello di 25 chilometri), è rilassante e molto panoramico perché si sviluppa nelle “distese praterie” dove i contadini ricavano il foraggio per il loro bestiame. Ed infatti raggiungiamo Sarnonico fiancheggiando campi con qualche mucca e cavallo (le coltivazioni di mele non sono presenti in questa parte della valle), ammirando il gruppo delle Dolomiti Adamello Brenta sullo sfondo ed ascoltando (forse) il verso di alcuni re di quaglie che, dai cartelli informativi lungo il percorso, veniamo a sapere essere un uccello per il quale è in atto un’azione di salvaguardia in quanto “specie di di interesse comunitario legata agli ambienti di parato pingue di media e bassa montagna“ (citato dal progetto).

Secondo giorno

Canna ed esca con il lago

Quando ci svegliamo, il tempo è un po’ incerto: ho qualche dubbio però alla fine decido di pescare nel lago Smeraldo. Compro il permesso giornaliero nella pizzeria alla fine del laghetto ed inizio in uno dei pochi accessibili posti lungo la riva. La pesca è un insuccesso: solo una piccola trota insegue l’esca artificiale fin sotto alla riva. Anche gli altri pescatori non sono fortunati. Rimane la bellezza del posto, il piacere di aver lanciato le mie esche in un lago alpino, il buon piatto di funghi mangiato a mezzogiorno e la passeggiata da e per il campeggio, come ieri, lungo il canyon ed in mezzo ai prati.

Terzo giorno. Con il camper saliamo agevolmente (percorriamo il versante trentino) al Passo della Mendola (1363 m.), tra fine ottocento ed inizi novecento una delle più note località turistiche dell’arco alpino. Nel grande parcheggio comunale del passo non è possibile lasciare il camper e all’Ufficio Turistico ci viene detto di spostarci nel parcheggio della seggiovia per il monte Roer (c’è una segnalazione sulla via principale). Poiché abbiamo deciso di raggiungere Caldaro con la funicolare che parte dal passo, per ritornare facciamo una bella passeggiata di circa mezz’ora nel bosco e così cogliamo l’occasione di fermarci al rifugio “Genzianella” per un caffè ed una fetta di strudel e di ammirare alcune belle residenze in legno. Arrivati nel piazzale antistante la stazione della funicolare, grazie alla bella giornata di sole, apprezziamo la vista panoramica che si apre sul versante altoatesino della strada  (molto meno agevole rispetto a quello da noi fatto), l’Oltradige, il lago di Caldaro e la città di Bolzano.

La funicolare venne inaugurato durante il periodo di splendore turistico del passo: era il 1903 ed in quell’epoca rappresentò un vero e proprio capolavoro ingegneristico: era la più lunga e ripida del mondo! E’ stata rimodernata negli anni ’80: in soli 12 minuti supera un tracciato di 2.374 metri, un dislivello di 854 metri  (dai 510 m di altitudine di S. Antonio, la frazione di Caldaro, ai 1363 m. del passo) e una pendenza del 64%; è in funzione tutto l’anno, con partenza ca. tre volte all’ora.

Dalla frazione di S. Antonio, ci siamo incamminati verso il lago di Caldaro. La discesa al lago non è stata facile: con un po’ di difficoltà abbiamo trovato una stretta strada asfaltata destinata essenzialmente al transito di mezzi agricoli con vedute sul lago e che, in maniera molto suggestiva, costeggiando alberi di mele e filari di viti, ci ha portato però sulla strada provinciale n. 14. Siamo così stati costretti a camminare lungo questa strada in contromano rispetto al traffico veicolare per qualche centinaio di metri fino a quando abbiamo trovato un strada asfaltata che  ci ha condotti al lago. Vuoi per il gran caldo vuoi perché l’ambiente del lago è molto bello (è definito, tra l’altro, come il più caldo dell’arco alpino), molti erano i villeggianti sulla spiaggia o che facevano un giro sul lago in barca o in pedalò.

Dopo un leggero pranzo e qualche fotografia del lago, abbiamo raggiunto Caldaro a piedi lungo una parte del “Sentiero del vino” (segnavia n. 12), un percorso pedonale e ciclabile lungo le piantagioni di mele ed i famosi vigneti (Caldaro è un paese vinicolo di fama mondiale). C’è stato il tempo per una breve visita del centro: una bella piazza del mercato, in posizione centrale, con una fontana barocca ed una chiesa con un interessante interno, e qualche case dalla tipica architettura alpina.

In un bar della piazza, abbiamo sorseggiato degli sciroppi: di ribes rosso, di bacche di sambuco e di fiori di sambuco. Quest’ultimo è stato una gradevolissima scoperta: servito in un grande bicchiere (40 ml), con l’aggiunta di acqua molto fredda (può essere frizzante e non a seconda del gusto) e di una fetta di limone è davvero molto rinfrescante e gradevolissimo nel suo gusto non troppo dolce e floreale.

Affaticati dai chilometri percorsi a piedi e, soprattutto,  dal molto caldo della giornata, decidiamo di ritornare alla stazione della funicolare con il bus navetta che parte dalla piazza sopra a quella del mercato. Ritornati al Passo rifacciamo la camminata nel bosco: non vediamo l’ora di arrivare in campeggio per tuffarci nella piscina.

Quarto giorno. Lo dedichiamo al lago Tovel, un gioiello naturalistico del parco Adamello Brenta, a quota 1.178 metri, a circa 30 chilometri dal campeggio. Il lago si trova nella valle omonima percorsa dal torrente Tresenica: all’inizio è piuttosto stretta e boscosa poi si apre e prende quota nei pressi della località Glare ed il paesaggio cambia radicalmente e diventa quasi un ambiente lunare.

Per accedere al parco ci sono alcuni parcheggi e, in una situazione di normalità, una navetta. Il parcheggio per i camper è il numero 4: in realtà uno spiazzo non asfaltato ai margini della strada per una trentina di mezzi. Noi abbiamo fatto la prenotazione online il giorno prima e dopo aver lasciato il camper nel parcheggio, abbiamo preso il sentiero, in alcune parti piuttosto ripido,  che porta al lago.

E’ una bella giornata e ci indirizziamo, seguendo il sentiero che costeggia il lago, all’albergo “Lago Rosso” per l’acquisto del permesso di pesca giornaliero. Lo so che non prenderò alcun esemplare di salmerino che popola queste acque (la pesca dalla riva è fruttuosa solo per un breve periodo dopo il disgelo), ma il vecchio adagio circa la speranza e l’incantevole posto mi spingono a tentare: ed una grossa trota iridea abbocca alla mia esca siliconica.

Mentre pesco e quando passeggiamo sul sentiero che corre lungo il lago (è lungo circa tre chilometri, quasi sempre è molto agevole, ha un minimo di dislivello ed un tempo di percorrenza di circa un’ora) restiamo affascinati dalla bellezza del posto: il lago, di un verde smeraldo (a proposito non si colora più di rosso dagli anni ’60 ed una cartello lungo la sponda ne spiega dettagliatamente i motivi), è incastonato nelle Dolomiti di Brenta, le cui vette sfiorano i 3000 metri, con boschi di conifere lungo le pareti, in cui si possono trovare molte specie di animali. A proposito, nella valle sono stati reintrodotti grazie al progetto “Life Ursus” gli orsi bruni (cartelli circa il comportamento da tenere in caso di presenza dell’orso li abbiamo trovati sul sentiero tra il parcheggio ed il lago). Per chi fosse interessato ai diversi aspetti naturalistici è consigliabile una sosta al centro visitatori “Casa del Parco Lago Rosso”, che s’incontra percorrendo il sentiero che corre lungo la riva del lago.

Quinto giorno. Visitiamo il castello di Thun, il secondo della regione dopo quello del Buonconsiglio a Trento, costruito, in bella posizione panoramica su una collina contornata dai meleti, nella metà del XIII° secolo. Fu la sede della potente famiglia dei Thun ed è stato riaperto al pubblico 10 anni fa dopo un’impegnativa ed accurata opera di restauro, studio e recupero ed acquisizione di  beni.

Nel sito del castello, castelthun.com, si può leggere che “… è un esempio tra i più interessanti di architettura castellana trentina, la struttura civile-militare è tipicamente gotica ed è circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossato e cammino di ronda; imponente la “porta spagnola” (1566) … Oltrepassata la porta del ponte levatoio (1541) e superato il primo cortile, a sua volta percorso sul lato settentrionale da un lungo colonnato, formato da diciotto poderose colonne di pietra, si incontra l’ingresso del palazzo comitale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche, mentre al primo piano si trovavano le stanze dei signori. Fra le numerose sale, ancora riccamente arredate, la più pregevole è la “stanza del vescovo”, interamente rivestita di legno di cirmolo, con il soffitto a cassettoni e una porta monumentale (1574), abitata dal principe-vescovo Sigismondo Alfonso Thun…”. Nelle sale ci sono molti dipinti di pregevole fattura; interessante la visita nelle cucine come pure quella nei giardini meridionali, da ci si può godere una bella vista della valle.

Al rientro facciamo una sosta a Cles, il centro amministrativo della Val di Non, con un passato importante sin dai tempi dei romani. Nella breve camminata ammiriamo la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta ed il Palazzo Assessorile e troviamo un centro arredato con composizioni di fiori e piante con poltrone e sedie in legno che rendono piacevole sorseggiare una bevanda e la conversazione.

Sesto giorno. In ogni nostro viaggio, non è mai mancata almeno una visita a dei giardini: in questo è stata la volta dei Giardini di Castel Trauttmansdorff a Merano, in via S. Valentino 51a, www.trauttmansdorff.it.

E’ stata indubbiamente una bella visita e gli scenari molti vari ci hanno regalato forti emozioni. I giardini infatti constano di 4 settori e 3 sentieri panoramici, con oltre 80 diversi ambienti botanici su un’area di 12 ettari, con 100 metri di dislivello, 7 km di rete sentieristica, con 3 ore di permanenza consigliata, e sono stati eletti il “Parco più bello d’Italia” e “Giardino Internazionale dell’anno 2013” (dati raccolti dal depliant in distribuzione all’ingresso). I 4 settori sono: “Boschi nel mondo. Boschi in miniatura dell’America e dell’Asia”, “I Giardini del sole. Atmosfera mediterranea”, “I Giardini acquatici e terrazzati. L’arte del giardinaggio in Europa”, “Paesaggi dell’Alto Adige. Tradizione & avventura per i più piccoli”, mentre i sentieri, tutti panoramici, conducono alla “Spiaggia delle Palme”, alla voliera (con molti pappagalli), al binocolo di Matteo Thun, una spettacolare piattaforma panoramica con binocolo tridimensionale che regala una vista mozzafiato sulla piana dell’Adige, la conca di Merano e lo sfondo dei rilievi circostanti.

Nel pomeriggio, con lo stesso biglietto dei giardini, la visita è continuata nel castello, dove un tempo ha alloggiato la principessa Elisabetta d’Austria, e che ora ospita il Museo provinciale del Turismo (“Touriseum”). Il percorso del museo si snoda in venti sale interattive nelle quali il visitatore viene accompagnato attraverso i 250 anni di storia del turismo alpino, da quando le montagne incutevano timore, alla scoperta del Tirolo e del viaggio in ferrovia con l’arrivo dell’imperatrice ed i primi forestieri, alla conquista della montagna e al “prodotto” Alto Adige/Sudtirol”. Si termina con delle composizioni in legno  che ironizzano sui luoghi comuni del turista italiano e tedesco, sulle signore che gestiscono le pensioni della zona alpina, e con un grande flipper, lungo 10 metri circa, intagliato nel legno di cirmolo da uno scultore della Val Gardena, ed in questo caso l’ironia è rivolta all’Alto Adige.

I giardini ed il castello si trovano a circa 40 chilometri dal campeggio. La strada principale che abbiamo seguito è stata la statale 238 del Passo delle Palade (Gampenpass o Gampenjoch in tedesco, 1.518 m), che abbiamo percorso tranquillamente e che ci ha regalato dei bei scorci montani. Noi non abbiamo avuto tempo però al passo può essere visitato il “Gampen Bunker”, un bunker  a scopo difensivo che Mussolini fece costruire nel 1940 per prevenire un’eventuale invasione tedesca a dispetto del “Patto di Acciaio” firmato pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, ora sede di mostre temporanee.

Settimo giorno. Alla mattina visitiamo uno dei simboli religiosi della Val di Non: il santuario di San Romedio. Sono quasi le 9 quando lasciamo il camper nel parcheggio del Museo Retico nel comune di Sanzeno (via Rezia 87) perché vogliamo raggiungere il santuario con il sentiero che inizia difronte al museo: un affascinante percorso di circa 2,5 chilometri, in larga parte scavato nella roccia e per questo in alcuni tratti stretto e basso (all’inizio, un cartello consiglia di indossare un casco protettivo), realizzato sul percorso di un vecchio acquedotto costruito per scopi irrigui. Il sentiero termina sulla strada asfaltata che sale da Sanzeno e al termine della quale c’è un ampio parcheggio e che può essere un’alternativa al sentiero da noi scelto o agli altri che portano al santuario. Al santuario di arriva a piedi o sulla strada asfaltata oppure prendendo un breve sentiero che inizia sulla destra dopo il cartello di divieto di acceso. Noi abbiamo seguito il sentiero che ci ha regalato degli ottimi scorci del santuario.

Il santuario sorge su di uno sperone roccioso dove, secondo la leggenda, visse da eremita il nobile Romedio in compagnia di un orso, ed è composto da cinque cappelle e chiesette, che possono essere tutte raggiunte mediante una ripida ma spettacolare scalinata, costruite a partire dall’anno 1000 e terminate nel 1918. Lungo tutte le pareti del santuario i numerosi pellegrini e visitatori possono ammirare degli interessanti e curiosi ex voto offerti al Santo (all’ingresso c’è anche un piccolo museo).

Dagli anni ’50, in ricordo della leggenda, il santuario ospita anche un’area faunistica all’interno della quale vive in semilibertà un orso. L’attuale, che abbiamo avuto modo di vedere, è un esemplare anziano, di circa trenta anni, dal pelo molto scuro e dai lenti movimenti.

Quando rientriamo al camper decidiamo di visitare il Museo:  è un interessante centro di storia antica della valle, che conserva tanti reperti archeologici che vanno dall’era glaciale  alla tarda antichità.

Nel pomeriggio ci spostiamo ad Andalo con l’intenzione di fare una puntata al lago di Molveno. La strada statale 421 che ci porta ad Andalo è molto bella perché offre degli scorci spettacolari sulla Val di Non e le Dolomiti di Brenta. Ad Andalo parcheggiamo nell’area di sosta “Rindole” in via Rindole 6: è molto grande, tutta asfaltata, con carico e scarico, ha possibilità di alcuni attacchi luce ed è vicina al centro.

Della località ci colpisce la quantità di alberghi che formano una fila continua lungo le vie del centro e che ospitano i numerosi turisti che qui vengono, d’inverno, per  le piste da sci e, d’estate, per le numerose passeggiate ed il vicino lago di Molveno.

Purtroppo quando raggiungiamo il lago non riusciamo a trovare un parcheggio per il camper: ci rimane negli occhi l’immagine del lago, della sua bellezza incontaminata, nonché della sua cornice naturale, il gruppo del Brenta ad ovest ed il massiccio del monte Gazza e della Paganella a sud est, ed il desiderio di ritornarci.

Ottavo giorno. L’ultimo giorno di questo viaggio lo vogliamo dedicare ad una passeggiata in montagna. Lasciamo il camper nel parcheggio della seggiovia del Monte Roen al Passo della Mendola. La seggiovia ci porta a quota 1596 metri da dove iniziamo a seguire il sentiero 500 fino alla malga Romeno (1771 m.) e da qui alla cima del monte Roen a 2116 m. La lunghezza è di circa 5 chilometri, il tratto più impegnativo,  perché tutto in salita ed il più ripido, è quello che va della malga alla vetta, ed il tempo di percorrenza di più di due ore. La passeggiata è stata faticosa, ma ci ha regalato anche grande piacere per la vista della vegetazione ed il suo variare durante il percorso, degli animali e quella spettacolare che si può avere dal monte Lira (con una piccola deviazione dal sentiero) e a 360 gradi dalla cima del monte Roen sulla piana dell’Adige e sulle cime delle Dolomiti e del gruppo di Brenta.  E per il riposo, una volta raggiunta la vetta,  in un campo di stelle alpine (facendo però attenzione a non calpestarle).

Durante la discesa ci siamo fermati, prima, alla malga dove abbiamo pranzato con un buon piatto di affettati e formaggio ed uno di polenta taragna con i funghi, poi, al rifugio Mezzavia, in prossimità della stazione di arrivo della  seggiovia. E per completare la discesa non abbiamo preso la seggiovia perché, sempre seguendo il sentiero 500, siamo tornati a piedi al punto di partenza.

E questa giornata, con quello che ci ha regalato, è stata la giusta conclusione della settimana trascorsa in Val di Non.

Un’estate tutta italiana. Parte prima: Cesenatico

Erano molti anni che non facevamo viaggi, più o meno lunghi, in Italia nella stagione estiva, ma quest’anno vuoi perché la nostra nazione è davvero uno dei più bei paesi del mondo, vuoi per il Coronavirus, vuoi perché il nuovo camper è arrivato in ritardo, abbiamo deciso che non ci muoveremo dalla nostra nazione.

Agli inizi di luglio il camper è arrivato in Italia (il produttore è tedesco): alcuni giorni sono trascorsi per installare gli accessori che abbiamo richiesto ed il momento della consegna è coinciso con la partenza per la prima destinazione di questa estate: Cesenatico.

Cesenatico non è per noi una novità: ci sono un’ampia area di sosta e vari campeggi; per qualche giorno (non siamo amanti del sole) troviamo un po’ di riposo sulla lunga spiaggia o sdraiati sotto gli ombrelloni oppure passeggiando per qualche chilometro sulla battigia; ci piace molto il porto canale leonardesco soprattutto alla sera; amiamo percorrere le facili piste ciclabili; ci piace gustare degli ottimi piatti di pesce in modo particolare in uno dei molti ristoranti come pure passeggiare tra le vie del centro storico con i negozi, i bar,  le gelaterie e, nelle ore serali, qualche mercatino dell’artigianato piuttosto interessante.

In questo soggiorno non  ci siamo avvalsi della bella area di sosta camper in via Cavour, ma tra i campeggi abbiamo scelto l’”Adriatico”. E’ grande (d’altro canto siamo sulla riviera romagnola …), con piazzole per i camper di varia metratura, con delle spiagge convenzionate e servizi adeguati. E’ a circa mezz’ora/quaranta minuti dal centro a piedi ma appena fuori dall’ingresso passa la pista ciclabile ed  in circa dieci minuti si raggiunge il porto canale.

Come abbiamo passato i (pochi) giorni del soggiorno? Beh forse l’avete capito: prendendo sole, camminando sulla spiaggia, andando in bicicletta, gustando ottimi piatti di pesce.

A proposito di ristoranti, nelle numerose volte che siamo stati a Cesenatico, tre sono stati quelli che abbiamo visitato: “Capo Nord”, difronte all’area di sosta, “Pippo” in via G. Bruno (all’inizio del porto canale) e l’”Osteria del Grand Fritto” o, come si chiama adesso, “Osteria Bartolini”, in via Garibaldi ovvero sul  porto canale.  Siamo sempre stati soddisfatti, ma è quest’ultima che preferiamo in assoluto: il suo è uno tra i migliori fritti che si possono trovare, squisiti però anche tutti gli altri piatti: il freschissimo pesce azzurro cucinato nella maniera più semplice possibile e secondo ricette che ne esaltano i sapori (per completezza di informazione devo però dire che non è possibile la prenotazione: c’è il ristorante con una stella Michelin per questo). E anche questa volta, nelle due cene che abbiamo fatto, le aspettative sono state ampiamente confermate.

La pista ciclabile all’esterno del campeggio conduce, in direzione opposta rispetto al centro di Cesenatico, a Cervia. E la passeggiata in bicicletta, che si sviluppa soprattutto attraverso la pineta tra le due località, non è mancata anche questa volta. Per noi la cittadina merita indubbiamente una visita: da non perdere il centro storico con la piazza Garibaldi su cui si affacciano la Cattedrale, il Municipio, la torre San Michele; il Museo del sale; la salina con il suo panorama di rara bellezza (obbligatorio l’acquisto di qualche vasetto del sale dolce che qui viene raccolto).

Come Cesenatico, Cervia ha un porto canale, molti negozi, ristoranti, osterie. Noi preferiamo “L’Osteria La Ciurma”, in via Nazario Sauro 23: cucina casalinga, onesta, con un ottimo rapporto tra qualità e prezzo. In questa ed in altre visite abbiamo pranzato con un buon risotto di mare, il panino del pescatore composto da un panino per hamburger, sardoncini fritti e cipolle caramellate, una ricca grigliata mista ed un fritto misto. 

Tra sole, bicicletta e piatti di pesce c’è stato anche tempo per il nostro camper perché abbiamo iniziato a prendere confidenza con tutte le sue dotazioni: il costruttore, da parte sua, ci ha sostenuto con un manuale informativo di più di un centinaio di pagine (!). E così ci siamo preparati per i futuri viaggi.