Un nuovo viaggio nei Paesi Bassi tra storia, acqua e vinili

E’ stato il nostro terzo viaggio (il secondo lo potete leggere nel nostro blog) e l’itinerario è stato costruito tenendo in considerazione quello dei precedenti perché siamo andati un po’ alla ricerca di ricordi ed un po’ alla scoperta di nuovi territori di questo bel paese.

Era un sabato di luglio quando raggiungemmo Amsterdam. Per quattro notti abbiamo soggiornato al campeggio “Zeeburg”, in Zuider Ijdijk 20, GPS: 52°21’54.50 N / 4°57’34.00 E. Il campeggio è grande, piuttosto affollato, facilmente raggiungibile dalla tangenziale, un po’ umido data la presenza di molta acqua attorno, ben collegato al centro di Amsterdam (il tram che fa capolinea alla stazione centrale è a solo 10 minuti circa a piedi) e con piste ciclabili nei dintorni.

Abbiamo dedicato la domenica alla visita del mercatino delle pulci Vlooienmarkt, ad Amsterdam-Nord, nella ex area industriale di NDSM (l’indirizzo esatto è: IJ-Hallen T.T. Neveritaweg 15 1033 WB Amsterdam-Noordper; il loro sito: http://www.ijhallen.nl), a detta loro, con un po’ troppo di enfasi, “the biggest and the most unique flea market in Europe”. In effetti, al costo di ingresso di 5 euro, si possono fare grandi affari girando tra le centinaia e centinaia di bancarelle (potete trovare abbigliamento usato, vinili cd dvd, oggetti di vario genere vintage e non), gustare birra e mangiare salsicce in vari posti di ristoro, (da segnalare il pub all’interno di una serra ed il piccolo bar su una spiaggetta, dal quale si può avere una bella vista sui dock e sulla stazione centrale di Amsterdam), tra giovani e non, artisti alternativi, molti hippies, alcuni nudisti, quasi tutti ancorati agli anni ’60, locali e turisti in cerca dell’affare.

Raggiungere il mercatino, che è aperto dalle 9 fino alle 16,30, è piuttosto facile: bisogna andare sul retro della stazione centrale di Amsterdam dove c’è il molo dal quale partono i traghetti (gratuiti) che arrivano ad Amsterdam Noord. Il traghetto è il numero 906 (quello più a sinistra), ne parte uno ogni 30 minuti. Una volta scesi dal traghetto si è praticamente arrivati: vedrete, sulla vostra destra, il capannone principale di NDSM (i cantieri navali in disuso), il Vlooienmarkt si svolge li’. Una alternativa sono i bus che partono sempre dalla stazione centrale: il 35 (scendete alla fermata Ataturk) o il 91 e il 94 (scendete alla fermata Klaprozenweg). Dalle fermate dei bus al Vlooienmarkt ci sono 5 minuti di strada a piedi.

Cartello di benvenuto per le imbarcazioni

Il giorno dopo abbiamo lasciato il campeggio di buonora ed in bicicletta abbiamo fatto un itinerario nel Waterland, a nord di Amsterdam. Per esplorare la zona abbiamo seguito la “Waterland Route”, un itinerario ciclabile ben segnalato che attraversa le zone più belle di questa campagna senza tempo e che tocca alcuni paesi molto caratteristici, come Marken, Volendam, Monnickendam, e Broek in Waterland. La route è lunga circa 40 chilometri, che diventano più di 50 se si vuol visitare Marken e Volendam (ma Volendam, come noi abbiamo fatto, può essere raggiunta in traghetto), è alla portata di tutti, sempre in piano e quasi mai incrocia mai le strade delle auto. Le cartine si trovano in qualsiasi ufficio turistico di Amsterdam e dei paesi limitrofi.

Broek in Waterland è al centro della regione e lo ricordiamo per le sue abitazioni dal colore di grigio (Broeker gris, usato dai pittori, tra cui Monet, per fissare sulla tela le loro impressioni dei paesaggi della zona) e per la chiesa con la sua bella vetrata istoriata. A Monnickendam, fondata dai monaci benedettini nel XIV° secolo, fiorente nel passato per l’industria ittica, come molti dei turisti presenti, siamo attratti dai numerosi vecchi pescherecci, dalle facciate delle abitazioni lungo i vicoli con le loro pitture murali che narrano storie del passato, dalla “Speeltoren”, la torre dell’orologio, elegante, con l’immancabile carillon, dalla gotica chiesa e dalla pesa pubblica. Marken, collegata alla terraferma da una suggestiva strada rialzata, si presenta ancora oggi come un villaggio di pescatori, con le case incatramate e su palafitte. Volendam, infine, è certamente pittoresca con le sue case in legno, ma molto turistica nella zona del porto, con un’infilata di negozi di souvenir, bancarelle di pesce e gabbiani curiosi e molto ingordi.

Un giorno intero l’abbiamo dedicato alla visita di Amsterdam. Senza una meta precisa (eccezion fatta per i famosi negozi di vinili: per i gusti musicali di chi scrive soprattutto “Concerto”, in Utrechtsestraat 52-60, ma anche “Waxwell Records” in Gasthuismolensteeg 6, “Distortion Records”, in Westerstraat 244), ci siamo abbandonati al piacere di camminare nel centro medioevale, lungo i canali, i caffè, gli edifici storici e l’affascinante quartiere Jordann, una volta roccaforte della classe operaia ora molto stiloso con i suoi bar, gallerie d’arte e negozi di tendenza.

Il giorno successivo, con il treno, ci siamo spostati ad Haarlem. Il motivo: Haarlem è la tipica cittadina olandese, che con tranquillità si può visitare in un giorno camminando con calma lunghe le strade acciottolate sulle quali si affacciano case dalla tipica architettura o che costeggiano i canali (nel caso di Haarlem: uno), sostare nella grande piazza centrale ed apprezzare il municipio risalente al Medioevo, e la chiesa gotica, dedicare qualche ora ad una visita museale (il nostro consiglio è il “Frans Hals Museum”, http://www.franshalsmuseum.nl,in Groot Heiligland 62, perché dedicato alla pittura olandese), indulgere in qualche caffè elegante dove gustare del buon caffè e deliziosi dolci.

Lasciata Amsterdam, abbiamo visitato Leida (Leiden), sede della più antica università olandese (Descartes fu qui studente), città natale di Rembrandt, e, a pieno titolo, una tra le grandi città storiche dei Paesi Bassi. La nostra visita si è concentrata nella città vecchia, nella zona attorno alla Pieterskerk, facilmente riconoscibile per la sua alta torre campanaria, e nel quartiere degli antichi canali navigabili.

Alla sera ci siamo spostati nel campeggio, “Duinhorst”, in Buurtweg 135, 2244 BH Wassenaar (sito anche in italiano all’indirizzo http://www.duinhorst.nl): immerso nel verde, è grande e ben servito.

Il giorno dopo, dal campeggio, abbiamo raggiunto il centro della capitale (Den Haag o, in modo ufficiale, ’S-Gravenhage) in bicicletta. Avevamo già visitato la città e pertanto, dopo aver lasciato le biciclette in un parcheggio in prossimità degli edifici del parlamento, come di solito facciamo in situazioni di questo genere, abbiamo passeggiato senza una meta precisa nelle due zone di grande attrazione ovvero il Binnenhof (gli edifici del parlamento) e quella attorno alle Grote Kerk ed il Municipio vecchio. Da ricordare che l’Ufficio del Turismo dispone di ottime cartine, in lingua inglese, per delle visite a tema sia a piedi che in bicicletta (www.scheveningendenhaag.com, Spui 68, all’interno del Municipio nuovo).
Nel pomeriggio, sempre in bicicletta ed inseguendo ricordi, ci siamo spostati al mare, a Scheveningen, lunga spiaggia di sabbia, con un’infilata di ristoranti, alberghi, caffè dal dubbio gusto architettonico sul litorale, che però attrae tanti visitatori.

Il giorno dopo, lasciate le biciclette nel parcheggio custodito della stazione, prendiamo il treno per visitare Rotterdam. La città ci lascia stupefatti perché ci comunica tutta l’energia di un luogo in perenne evoluzione, per la sua modernità architettonica che tutto include (anche la statua di un Babbo Natale/Paul McCarthy con vibratore nel centro dello shopping cittadino!), perché conserva tracce del suo passato come l’Oude haven e soprattutto il Delfshaven, sopravvissuto alla distruzione bellica, quando Rotterdam era il porto della vicina Delft e da cui i Padri (e le Madri) Pellegrini tentarono di salpare verso il Nuovo Mondo (nella Oude Kerk recitarono le loro ultime preghiere prima della partenza), ora una delle zone più affascinanti per il visitatore (noi abbiamo trovato un utile opuscolo in Voorstraat, al Delfshaven Info), tra testimonianze del passato e ristoranti etnici e locali alla moda.

Durante la nostra permanenza non visitiamo alcun museo: è da segnalare, però, che Rotterdam offre tante possibilità: tra queste, per la pittura olandese ma non solo, il “Museum Boijmans van Beuningen”, http://www.boijmans.nl, in Museumpark,18-20, è sicuramente un sito da non perdere.

Anche se tagliata in due da un canale navigabile ed attraversata da una serie di tunnel e ponti, Rotterdam può essere visitata a piedi: così noi abbiamo fatto, tralasciando i musei, per l’intera giornata, seguendo l’itinerario proposto dalla nostra fedele guida “Lonely Planet”. Tante informazioni per la visita possono comunque essere raccolte presso l’Ufficio del Turismo, all’interno della stazione centrale (https://en.rotterdam.info, in lingua inglese).

La tappa successiva del nostro viaggio è stata il Parco Nazionale De Hoge Veluwe. E’ il più grande d’Olanda ed è caratterizzato da zone acquitrinose, dune di sabbia e boschi. Il parco fu acquistato nel 1914 da Anton and Helene Kroller-Muller: Anton perché interessato ad un nuovo territorio di caccia, Helene invece era alla ricerca di un posto dove costruire un museo. Il territorio diventò statale nel 1930, mentre nel 1938 venne inaugurato il museo con una meravigliosa ed inestimabile raccolta d’arte soprattutto grazie alle numerose opere di Van Gogh: senza considerare eventuali mostre temporanee, il museo accoglie quasi 90 opere e circa 180 disegni del grande pittore. Le tele sono esposte in senso cronologico così che il visitatore può ammirare l’evolversi della sua pittura. A ragione, il museo può competere con quello di Amsterdam dedicato al grande pittore e può essere considerato tra i più importanti in Europa in quanto raccoglie opere anche di altri importanti pittori come Picasso, Mondriaan, Seurat, Monet, Manet, Renoir, Sisley, Bruyin il Vecchio e molti altri. Senza contare le sculture contenute nella specifica sezione all’interno del museo ed installate nel giardino (circa 160 nel giardino e tra queste ci sono opere di Rodin e Moore).

L’indirizzo del museo è Houtkampweg 6 ,6731 AW Otterlo, e può essere raggiunto dalle tre entrate del parco: Otterlo (a circa 2,5 km), Hoenderloo (a circa 4 km) e Schaarsbergen (a circa 10 km). Si può anche lasciare il camper all’esterno del parco e raggiungere il museo a piedi o in bicicletta (le biciclette sono all’ingresso del parco, di colore bianco e gratuite). Poiché il museo è all’interno del parco, si deve pagare anche il biglietto dell’ingresso al parco: per l’acquisto e per ogni informazione si può consultare il sito web del museo: “https://krollermuller.nl” (anche in italiano). Noi siamo entrati nel parco ed abbiamo lasciato il camper nell’ampio parcheggio all’esterno del museo.

Lasciato il museo ci siamo indirizzati al campeggio “Rust En Natuur Camping Beek En Hei”, in Heideweg 4, 6731 SN Otterlo, dove abbiamo trascorso due notti.

Abbiamo dedicato la giornata successiva alla visita in bicicletta del parco: numerosi sono i percorsi, tutti ben segnalati e forse la parte più interessante è quella che si trova a sud del museo chiamata “Wildbaan”. Abbiamo anche visitato il Centro Visitatori, costruito proprio nel centro del parco ed utilissimo per la sua conoscenza, perché, nelle sue sale, fornisce una dettagliata informazione della flora e della fauna.

Deventer è stata la successiva tappa del viaggio. Antica città anseatica, offre un centro molto suggestivo che si irradia dalla piazza principale (“Brink”) con una suggestiva pesa pubblica (“Waag”), un bel quartiere di piccole case addossate le une alle altre (“Berkwatier”) e strade acciottolate, una chiesa gotica (“Grote of Lebuinuskerk”) con una alta torre campanaria dalla quale si ha una bella veduta della città ed un’altra chiesa dalle inconfondibili torri romaniche (“Bergkerk”) con però molti elementi gotici.

Abbiamo trascorso la notte nell’accogliente campeggio, accreditato ACSI, “Stadscamping Deventer”, Worp 12, Coordinate: 52°15’1″N 6°8’57”E.

Il giorno dopo abbiamo visitato un’altra città della Lega Anseatica, Kampen: il centro storico, tra i meglio conservati dei Paesi Bassi, presenta, a detta della nostra fidata “Lonely Planet”, “ben 500 monumenti medievali, tra abitazioni, porte e torri”. Visitarla è molto facile perché è piccola, si sviluppa parallelamente al fiume Ijseel e la maggior parte degli importanti siti si trova in Ouderstraat: tra questi, l’inclinata torre “Nieuwe Toren”, l’”Oude Raadhuis” (il vecchio municipio), la “Gotische Huis”.

Lasciata la cittadina, ci siamo indirizzati in uno dei numerosi campeggi della zona attorno a Zwolle dove abbiamo trascorso 3 notti: “Molecaten Park De Agnietenberg, https://www.molecaten.nl., accreditato ACSI, in Haersterveerweg 27, Zwolle.

Buona parte della giornata successiva l’abbiamo dedicata alla visita di Zwolle. E’ il centro principale della zona e nel passato (secoli XIV° e XV°) era il porto mercantile più importante della Lega Anseatica. Da non perdere nella visita alla città: l’”Oude Vismarkt”, con la “Grote Kerk” e lo “Stadhuis”, la “Onze Lieve Vrouwetoren”, l’originale “Sassenpoort” ed i musei “De Fundatie” (pinacoteca sita nel vecchio palazzo di giustizia) e “Stedelijk Museum Zwolle” (con reperti dei tempi della Lega Anseatica).

Abbiamo trascorso un’intera giornata per visitare la zona in bicicletta. Il percorso si è snodato nel mezzo della campagna tra animali, pittoresche fattorie, corsi d’acqua. E qualche punto di ristoro: indimenticabile una piccola casetta in legno con una piccola cucina dove poter cucinare delle uova o gustare una bibita o un caffè e tè lasciando in un raccoglitore gli euro della spesa. Abbiamo raggiunto l’incantevole Elburg: il suo centro è piccolo, dalla forma quadrata, con molti ristoranti bar e negozi, e risale al XVI° secolo. Una volta superata la “Vischpoort”, si accede al vecchio porto, ora occupato da numerosi pescherecci ed imbarcazioni di diporto. In una pescheria abbiamo acquistato delle leccornie affumicate (anguille) e, negli occhi i colori della campagna, abbiamo fatto ritorno al campeggio.

Giethoorn è stata la visita del giorno dopo. Soprannominata la “Venezia d’Olanda”, questa cittadina fu praticamente costruita sull’acqua: è priva di strade (i parcheggi sono al suo esterno) ed attraversata da canali, ponti, passaggi pedonali e piste ciclabili: davvero molto suggestiva, ma purtroppo, nel periodo estivo, molto affollata.

Terminata la visita ci siamo spostati a nord in Frisia ed abbiamo raggiunto, alla ricerca anche di ricordi di un precedente viaggio in questa terra, Hindeloopen, dove abbiamo soggiornato per quattro notti nel bel campeggio prospiciente la spiaggia “Hindeloopen”, in Westerdijk 9, https://www.campinghindeloopen.nl.

Il villaggio (per la nostra guida abitato da 920 persone) è una enclave di pescatori e vuoi per questo, vuoi per la spiaggia ed il mare (paradiso per gli amanti del windsurf che però non fa per noi), vuoi perché un (breve) percorso in bicicletta fa sempre bene, il nostro primo giorno è stato di completo relax e termina nel ristorante “de 3 Haringhjes”, in Buren 37/39, https://de3harinkjes.nl, con una bella vista sul mare e con ottimi piatti di pesce.

Harlingen è la destinazione del giorno dopo. E’ uno degli antichi porti della Frisia e conserva, diversamente dagli altri, l’accesso diretto al mare. Il suo centro visitabile a piedi, è tutelato e, per questo, caratterizzato da begli edifici del passato (XVI° e XVIII° secolo). Molti sono i canali e i ponti levatoi; da non mancare la strada “Voorstraat”.

Durante il tragitto di rientro al campeggio, abbiamo fatto due brevi soste nelle due cittadine costiere a nord di Hindeloopen: Makkum e Workum. E quando ci siamo avvicinati a Hindeloopen ancora siamo rimasti sorpresi dall’improvviso apparire degli alberi delle navi ancorate nel porto quando con il camper stavamo percorrendo strade in mezzo ai campi coltivati a granoturco o in cui stazionano greggi di pecore e mucche.

Leeuwarden è il capoluogo della Frisia. Il centro è abbastanza raccolto, facilmente visitabile a piedi: c’è una vasta piazza centrale (“Zaailand”), una piazza con una piccola ed interessante pesa pubblica per il burro ed altri merci (“Waag”, “Waagplein”), una torre pendente (“Oldehove”) sulla cui cima si può godere di un bel paesaggio. Una curiosità: a Leeuwarden nacque Gertrud Margarete Zelle, più conosciuta con il nome di Mata Hari: la città la ricorda con una statua posta su di un ponte vicino alla casa natale in Over de Kelders 33. Nelle nostra visita abbiamo molto apprezzato il bel museo di ceramiche “Princessehof Museum”, in Grote Kerkstraat 1, https://www.princessehof.nl: è in una residenza del XVII° secolo, si fregia del titolo di museo ufficiale olandese di ceramica e per la nostra guida “raccoglie la più vasta collezione di piastrelle esistente al mondo, un’impareggiabile raccolta di maioliche di Delft”, numerose splendide ceramiche giapponesi, cinesi e vietnamite.


Il giorno dopo abbiamo iniziato il tragitto di rientro in Italia. Decidiamo di risalire un po’ a nord per percorrere la strada lungo la diga Afsluitdijk (E22), lunga 32 chilometri e costruita tra il 1927 e il 1933, che fu uno degli elementi più importanti delle opere volte al recupero dello Zuiderzee, l’ex Mare del Sud, che collega le due province della Frisia e l’Olanda Settentrionale. Quando l’attraversiamo è mattina presto, c’è un po’ di foschia, ma il mare, l’imponenza della costruzione e dell’intervento dell’uomo sulla natura lasciano il segno.

Quando lasciamo la diga siamo tentati di prendere la strada verso nord per Den Helter per prendere il traghetto con destinazione l’isola di Texel. Ci andammo tanti anni fa e ancora ci ricordiamo delle ampie spiagge bianche, delle riserve naturali con le dune, dei boschi, dei graziosi villaggi e di un impegnatissimo rientro in bicicletta con un fortissimo vento contrario per prendere l’ultimo traghetto verso la terraferma. Ma il tempo a disposizione non ce lo permette: rimane in noi il ricordo: consigliamo però caldamente una sua visita.

E così verso mezzogiorno abbiamo raggiunto la cittadina di Hoorn. Una deliziosa scoperta: ci perdiamo nelle sue viuzze e scopriamo molte case storiche dalla bella architettura, un pittoresco porto (dove gustiamo dell’ottima frittura di pesce), con case adornate da frontoni e vecchi magazzini dove veniva stoccata la birra, la statua del fondatore dell’Indie Orientali (Jan Pieterszoon Coen) in una piazza che si chiama “Rode Steen” (traduzione: Pietra o Fortezza Rossa), il cui nome ricorda che qui venivano eseguite le condanne capitali. Ed in un mercato locale tra bancarelle di frutta, verdura, abiti, prodotti artigianali ne troviamo tre che vendono vinili e che lasciamo dopo averne acquistati una quarantina (che ci renderanno il ritorno in camper non molto agevole perché, per il peso, le fragili borse si sono subito rotte).

Alla sera giungiamo al campeggio “Buitengoed de Boomgaard” in Parallelweg 9, 3981 HG Bunnik (Utrecht), http://www.buitengoeddeboomgaard.nl, perché abbiamo deciso di chiudere questo viaggio nei Paesi Bassi con Utrecht. Per la visita della città vi rinviamo al nostro precedente viaggio pubblicato sul nostro blog e condiviso con il gruppo.

SAN PIETROBURGO – Un viaggio in camper e non solo

San Pietroburgo è stata l’ultima tappa di un viaggio della durata di un mese iniziato in Lituania e proseguito negli altri due paesi baltici. Il testo che state per leggere è sia il diario di viaggio che il racconto di tutto quanto ci è capitato dal passaggio della frontiera in ingresso a Narva, dei giorni passati nella bellissima San Pietroburgo e dell’uscita dal territorio della Russia verso la Finlandia. Il tono scelto è piuttosto leggero, scherzoso, ma ci sono stati dei momenti veramente difficili ed impegnativi da gestire. Sono passati molti anni (era il 2003) e non sappiamo se le cose sono ancora così o anche se siamo stati particolarmente sfortunati: ci piacerebbe pertanto leggere qualche commento al riguardo da parte di chi si ritrovato sulla stessa strada.

Passaggio della frontiera tra Estonia e Russia. In territorio estone entriamo in un grande cortile. All’ingresso, ritiriamo una placca metallica con un numero: 254. Ci mettiamo in colonna nella fila indicata dal funzionario. Aspettiamo il nostro turno per ore chiedendoci con quali criteri vengono fatte partire le macchine, in quanto vediamo sfrecciarne alcune e, con una certa regolarità, muoversi gruppi di cinque auto. Poiché veniamo gradualmente travolti dal desiderio di capire qualcosa, cerchiamo di avere qualche spiegazione. Ritorno all’ingresso, mi esprimo in inglese, il nuovo funzionario risponde grugnendo. Sconsolato ritorno al camper.

Dopo cinque ore, un gentile signore estone ci spiega che: a) è vero: sono cinque le macchine che sono autorizzate ad uscire dal recinto; b) prima di uscire, bisogna recarsi alla guardiola per pagare il balzello di 15 krooni.

Giunge finalmente il nostro momento: vado a pagare, sbaglio il turno perché non ha ancora pagato il 253. Paga il 253, gesticolando mi fanno capire che devo aspettare il 252, di cui posseggono però il numero. Fingo di non capire che devo aspettare un signore che ha pagato (hanno il numero!), ma che per loro non ha pagato! Aspetto qualche attimo, mi rivolgo per due volte ai due funzionari, rispondono in estone, do il numero ed i soldi, inveiscono (?) contro di me, insisto in inglese, alla fine, rudemente, compilano dei fogli che da noi-uomini-duri mi restituiscono, sbattendoli contro i vetri della guardiola.

Usciamo: ormai è notta fonda. Seguiamo il 253, che ci semina, ci perdiamo, vagabondando in Narva, prima arriviamo alla frontiera per i camion poi a quella delle automobili. Con il camper, mi avvicino alla sbarra, che è abbassata. Mostro i due fogli a due funzionari che gesticolano: non capiamo, spengo il camper. Aspettiamo. Dopo un po’, scendo dal camper, ritorno alla sbarra, un funzionario si degna di uscire dalla guardiola, prende uno dei due fogli, “good”, gesti vari, rientra nella guardiola.

Aspettiamo, guardando, incuriositi, la varia umanità che popola la frontiera: famiglie che all’una di notte (!) rientrano a piedi in Estonia, appesantiti da numerose borse; ragazzi con l’immancabile bottiglia di birra; impettiti funzionari in rigide uniformi che entrano ed escono dagli edifici della frontiera. Nella luce metallica dei fari e fra le ombre che si riflettono nelle pozzanghere, ci aspettiamo di vedere l’arrivo di due macchine, rapidi movimenti di persone in nero e lo scambio di due spie. Ed il compagno Boris Ivanov, biondo, occhi azzurro-ghiaccio, che, con mitra puntato, si rivolge alla compagna Sonia Petrovna, in pelliccia di zibellino, occhi scuri, avvolgenti, penetranti e taglienti come lame affilate di coltelli: “Questi sporchi capitalisti!”, mentre, Michael Caine, a bordo di una Rolls Royce nera, commenta: “E’ stata dura questa volta…”.

Tra queste suggestioni filmico-letterarie, ci poniamo anche una domanda: “dove sono finite le altre quattro macchine del nostro gruppo?”. Dopo un’ora, senza alcuna plausibile spiegazione, la sbarra si alza. Giungiamo alla frontiera estone: le pratiche vengono sbrigate in cinque (diconsi cinque!) minuti. Ripartiamo, raggiungiamo gli altri. In fila, su di un ponte. Aspettiamo. Capiamo che dobbiamo raggiungere una poliziotta russa per la prima registrazione. Mi avvicino e vedo la povera signora circondata, sommersa, da insetti alati che l’hanno eletta a loro pasto notturno. Muovendo disperatamente le braccia, mi fa capire che, per la compilazione dei moduli (?), sono necessari la targa (che naturalmente non ricordo; e per ogni secondo che passa mi accorgo che anche il mio sangue ha trovato il favore dei mostri alati) e la marca del camper. Mentre realizzo di essere un tarantolato, soddisfo la richiesta.

Ora possiamo superare l’ennesima sbarra ed arriviamo alla frontiera. La prima richiesta è la compilazione di un normale modulo di ingresso. Sono le due di notte, abbiamo qualche problema, il funzionario capo che, fisicamente, più-russo-che-non-si-può si dimostra collaborativo (ebbene sì!), prende il foglio anche se è completato a metà. Ci spostiamo di qualche metro, salgono sul camper: una funzionaria gentile e sorridente apre, quasi scusandosi (ebbene sì), qualche armadietto; un’altra, con lo stile della collega, chiede informazioni sulla assicurazione del mezzo. In venti minuti tutte le pratiche sono smaltite.

C’è nebbia ed umidità: non so dove andare. Un autista tedesco, mi indica l’uscita. Ma non è finita: altro stop: la parte restante dei moduli deve essere consegnata. C’è sempre una sbarra abbassata, che rimane tale anche dopo la consegna: che succede? Siamo stati identificati come spie al soldo dei capitalisti occidentali? Una macchina arriva nella direzione opposta: i compagni Ivanov e Petrovna scenderanno e ci obbligheranno a seguirli e l’atto di accusa sarà la non completa compilazione del modulo di ingresso? Mentre già immaginiamo giorni di immane sofferenze burocratiche, vediamo alzarsi la sbarra ed i funzionari che autorizzano il transito della macchina in direzione opposta alla nostra. Salvi forse, ma non ancora transitati. Improvvisamente la sbarra si alza anche per noi e possiamo andare.

Ma non è finita. Nella nebbia, con difficoltà, troviamo la strada per San Pietroburgo. Percorriamo qualche chilometro, sentiamo delle grida: tre giovani militari (poliziotti?) sulla strada sostengono che non ho rispettato il segnale di stop. Così inizia una conversazione in russo-inglese-italiano mentre il segnale dello stop viene mostrato con la torcia elettrica poiché non illuminato, immerso nella nebbia e posizionato a circa tre metri dal livello della strada (quello sulla strada è invisibile). Accompagnato nella loro stazione-baracca in stile fabbrica dismessa ed occupata dagli immigrati che popolano l’hinterland milanese, ci ritroviamo attori di una scena del teatro dell’assurdo: “multa” “no rubli. Vengo dall’Italia e non ho ancora cambiato” “ah Italia …Celentano …”Lasciatemi cantare” (come è strana la vita: di notte, con tre poveri poliziotti russi, a ricordarsi di una brutta canzone italiana di Toto Cotugno …io cultore musicale, ammiratore di Peter Gabriel, Joan Armatrading, Ivano Fossati, Fabrizio de André …aiuto!!!). “ Ma allori parli italiano” “No” “E allora multa, Celentano, la canzone …” “incomprensibili parole in russo…Lasciatemi cantare” “Ah la canzone del presidente partigiano … la cantiamo?” “incomprensibili parole in russo…pagare multa 100 rubli” “Vedi che parli italiano…””incomprensibili parole in russo…Tu stare attento” “Vuoi cantare la canzone? Io no rubli” “Tu no stop tu multa” “No multa, tu ragione, ho sbagliato, ma non ho rubli. Vuoi del vino italiano?” Occhi che luccicano. “Fa freddo, ti scaldi, poi, se lo tieni, puoi fare bella figura con qualche ragazza”. Mi vergogno tremendamente di quello che ho detto. “Dai, guarda che è buono …”. ” Incomprensibili parole in russo…”. Colgo l’occasione vado nel camper e prendo 4 bottiglie di vino ed una di China Martini. Ritorno e li trovo sorridenti. Do il vino. “Tu avere sbagliato …stare attenzione” “Hai ragione ma la stop non può essere visto” “Incomprensibili parole russe…”. Ops, sono andato oltre. “Dove possiamo dormire questa notte…posto sicuro” “Distributore a sinistra (e poi dice di non parlare italiano…)”Fare attenzione”. ”Hai ragione. Ciao”. “Ciao”.
Così alle tre circa stavamo tentando di dormire nell’area del distributore di fianco alla postazione della polizia nella “border area” di ingresso in Narva. Dopo più di sette ore. Cose di una altro mondo. O meglio: “this is Russia”, come commentava un signore estone, nostro compagno di disavventura, nel primo grande cortile.

Ci svegliamo alle 8.30. Riprendiamo il viaggio verso San Pietroburgo. Dobbiamo caricare acqua. Ci fermiamo a qualche distributore ma non hanno acqua potabile. Così arriviamo alle porte della città, dove, da un pozzo, lungo una strada non praticabile dal camper, riesco a trovare un pozzo, dal quale ottengo circa trenta litri.

Entriamo in San Pietroburgo. Orientarsi è davvero difficile: non abbiamo una vera cartina stradale della città, (ci avvalliamo di quelle delle nostre guide), le strade sono in cirillico, il traffico molto indisciplinato. Ci fermiamo due volte a chiedere informazioni in inglese: male la prima volta, benissimo la seconda: un gentile signore russo, con precise e dettagliate informazioni, permette alla navigatrice Cristina che-non-sbaglia-mai-una-strada-mai (vedi il viaggio in Irlanda) di condurre il camper all’hotel Mosca.

SAN PIETROBURGO. Per l’organizzazione di questa parte del viaggio, ci siamo avvalsi di un’agenzia milanese. Avevano fornito un servizio completo (visti, inviti, assicurazioni ecc.), anche tramite una rappresentanza in loco, che ci aiuterà nella visita all’Ermitage. E delle nostre fidate guide: “Lonely Planet”, Touring Club, oltre al numero monografico dei Meridiani (n. 120 del luglio 2003, ora esaurito) articoli raccolti da varie riviste e il classico di E. Gatto, “Il mito di San Pietroburgo”, edito da Feltrinelli.

Restiamo in città dal 16 al 24 agosto. Per tutti questi giorni, seguendo una indicazione raccolta durante il viaggio, sostiamo nel parcheggio dell’hotel Mosca: in puro stile URSS ai tempi della nostra visita, si trova in fondo alla prospettiva Nevskji (nel corso degli anni l’hotel è stato ristrutturato e l’esterno è molto diverso da quello che avevamo trovato nel 2003). Per 17 euro al giorno, abbiamo anche l’elettricità e circa 20 litri d’acqua ogni giorno dal fiorista che ha un piccolo negozio nel parcheggio. Il posto è sorvegliato e gli uomini della sorveglianza dell’albergo impediscono agli ubriachi che sostano nella vicina fermata della metropolitana di entrare nel parcheggio. E il fatto poi che si trovi alla fine della prospettiva ci regala un momento di leggerezza che non so quanto gradito dagli sbalorditi russi perché ogni volta che la percorriamo ci mettiamo a cantare qualche verso della canzone di Battiato, con Nijinski ed i balletti russi.

La “nostra” San Pietroburgo.

Quale nome? San Pietroburgo, Pietroburgo, Pietrograd, Leningrado. A voi la ricerca (noi la risposta l’abbiamo trovata nella guida di “Lonely Planet”).

Le numerose chiese, la Neva ed i canali. La profusione di architettura barocca e neoclassica, frutto, in larga parte, della presenza di architetti ed artisti italiani e ticinesi (Bartolomei Rastrelli, Carlo Rossi, Domenico Trezzini). San Pietroburgo è stata pensata e costruita come “la finestra aperta sull’Europa”: chi vuole trovare la Slavonia deve percorrere altri itinerari.

Le residenze degli zar e i numerosi musei. L’Ermitage o Hermitage o Museo statale Ermitage. Che dire? E’ un complesso architettonico che comprende una serie di edifici costruiti tra il XVIII° ed il XIX° e nel quale sono esposti circa 60.000 opere di grande livello, non a caso uno dei musei più visitati al mondo e tra i più importanti al mondo. Però: i troppi turisti, il criterio dell’accumulo che ha guidato la raccolta delle opere (anche se si seleziona cosa vedere, ci vorrebbero dei mesi per una visita attenta), l’organizzazione ingessata e priva di senso dei rendono la nostra visita e la fruizione delle capolavori d’arte davvero difficile. Esistono poi due tariffe per gli ingressi: una per i russi ed una per gli stranieri, molto più alta (nostra esperienza: valore quintuplicato). Noi ci salviamo grazie ad Olga (e chi mai sarà?) e alle sue conoscenze (un bel soldatino dell’esercito, opportunamente raggiunto con una telefonata dal cellulare), non facciamo la fila e facciamo arrabbiare, a ragion veduta, un iperteso turista italiano. Ma “This is Russia”…

Csarskoe Selo, ovvero “villaggio dello zar”, uno splendido complesso di residenze della famiglia imperiale russa, che si trova a 26 chilometri a sud di San Pietroburgo, composto da numerosi palazzi, fra cui il Palazzo di Caterina, il Palazzo di Alessandro, ed un grande parco. La maggiore attrattiva è la Camera d’ambra, una stanza di circa 55 metri quadrati le cui pareti sono completamente rivestite da pannelli decorati con ben sei tonnellate d’ambra, oltre a foglie d’oro e specchi.

La visita diventa un’avventura. Arriviamo alla mattina presto. Paghiamo per entrare nel parco. Vediamo una coda vicino al palazzo. Ci mettiamo in fondo. Dopo circa tre ore, ci accorgiamo che qualcosa non va. Raccogliamo una voce preoccupante: possono entrare solo 700 persone. Cerchiamo qualche conferma. I cartelli sono in cirillico, i funzionari parlano solo russo, qualche italiano (i soliti italiani!), non sapendo cosa fare, cercano di infilarsi più avanti nella coda, qualche russo prenota dei posti in fila per circa trenta amici, altri russi ti vendono biglietti (falsi?). Scopriamo che il signore che ci precede parla americano. Ci comunica quello che speravamo di non sentire mai: i cartelli in cirillico ed i funzionari dicono che possono entrare solo 700 persone della fila. A proposito: nel conteggio sono esclusi i turisti delle agenzie di viaggio, per i quali c’è un apposito ingresso. Che fare? Decidiamo di stare in coda: contando chi ci precede, possiamo rientrare nei 700. Ma però non sappiamo esattamente quanti russi ci stanno davanti a noi… e poi ci sempre essere qualche infilato all’ultimo momento… Così, dopo più di tre ore, quando siamo in prossimità della cassa, vediamo che viene abbassata la piccola finestra da cui una mano raccoglieva i soldi e consegnava i biglietti. Un poliziotto parla in russo. Il ragazzo che parla americano ci dice che hanno venduto il settecentesimo biglietto. Che fare? Attoniti sguardi, rabbia, nessuno vuole muoversi: non si sa mai …hanno sbagliato … la mano è andata a far pipì … “abbiamo fatto duemila chilometri per vedere la Camera d’ambra” …i poliziotti parlano in russo … “tanto abbiamo visto il programma di Alberto Angela” (sic!: questo è davvero troppo, ma, credetemi, l’abbiamo detto) e “this is Russia” che circola nella mente. Per concludere: i furbi italiani sono riusciti ad entrare, noi abbiamo visitato il bel parco con le sue sculture, padiglioni, monumenti e ponti, un’opera paesaggistica di primo ordine risalente, come tutto il complesso, agli inizi del XVIII° secolo. Ma… autocensura!

Le chiese ortodosse, con i loro riti, i loro interni ed il Pope. Tutto è permeato di antico, di autorità, di mistero. Abbiamo assistito ad una Messa e ad un battesimo. La messa era cantata: voci baritonali cantavano lodi al Signore in un crescendo travolgente. Il Pope intanto celebrava una funzione, attorno a sé fedeli ed altri preti, ogni tanto il gruppo si spostava nella chiesa, alla fine il Pope scompariva ed una voce femminile iniziava a leggere un lungo elenco di nomi. Tutto questo mentre altri fedeli entravano in chiesa (sembravano impiegati che avevano finito la loro giornata lavorativa), si avvicinavano ad icone con l’immagine della Madonna e recitavano preghiere, come se stessero seguendo un loro percorso di fede, indipendente dalla presenza del Pope. La battezzata era una bambina di circa cinque anni, in abito bianco, tutto ricamato: una piccola principessa. Attorno a lei, la famiglia: genitori, nonni, parenti vari. Tutti con gli abiti delle grandi ricorrenze, solo che quelli femminili, nei colori e nelle fogge, erano del tutto simili a quelli indossati nelle trasmissioni televisive condotte da Maria De Filippis! Durante la cerimonia, il Pope, un bel giovane barbuto, aitante, venticinquenne, dalla voce profonda, si avvicina alla bambina. La bambina inizia a strillare e a muoversi come una forsennata, il Pope cerca di calmarla, non ci riesce. Alla fine non può non farlo: le versa dell’acqua. Le urla si fanno ancora più forti, i movimenti più inconsulti. Lui recita velocemente qualche formula. Qualcuna vicino a me commenta che la situazione sarebbe molto diversa se la bimba avesse venti anni. Il Pope scompare. Il parente-cameraman, che ha ripreso tutta la cerimonia disturbando il Pope, inciampando nel tappeto, scontrandosi con una icona, spegne, avvilito, il suo strumento. Così fanno anche dei turisti italiani, i quali lasciano la chiesa doppiamente eccitati perché hanno delle fotografie scattate con un flash che ha accecato tutti quanti. Fuori dalla chiesa, il loro lavoro si dimostra inutile: tre industriosi russi vendono delle videocassette con riprese delle chiese di Pietroburgo e delle funzioni religiose. E se sei titubante, dimostrazione sul campo: c’è un televisore con videoregistratore alla bisogna!

La reggia di Peterhof. Appena fuori San Pietroburgo, è uno dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. La tenuta di Peterhof comprende una serie di palazzi (il principale è il “Gran Palazzo”), tre parchi (Superiore, Inferiore e di Aleksandra), con molte fontane, sentieri e viali alberati con vedute sul Baltico. E anche qui i doppi prezzi dei biglietti: a prezzo pieno per i turisti e con lo scontro di circa il 10% per i russi. E noi, ancora una volta, ci ricordiamo quello che ormai è diventato un tormentone: “This is Russia!…”.

In città tutto è grande e gli edifici sono imponenti; molti, costruiti nel settecento e nell’ottocento, sono fatiscenti eppure abitati. La ricorrenza della fondazione (il 27 maggio e sono 300 gli anni) ha indubbiamente migliorato la facciata della città. Solo che per la stragrande maggioranza degli edifici la ristrutturazione è ormai impensabile perché richiederebbe ingenti capitali. Alle finestre, comunque, si vedono telecamere e molte antenne paraboliche e nei cortili, abitati da topi ed occupati da immondizia varia, Mercedes, BMW, Audi, anche nuove di pacca (i casermoni sovietici e le nuove case, ben fatte e, almeno alla vista, ospitali, si trovano nelle zone residenziali periferiche che abbiamo attraversato quanto siamo arrivati e che, in direzione opposta, attraverseremo quando andremo in Finlandia).

I ristoranti, molti dei quali da noi si chiamerebbero etnici, perché oltre alla cucina russa si può trovare quella delle altre repubbliche sorte dopo la fine dell’URSS. Noi abbiamo molto apprezzato la cucina georgiana, quella dell’Uzbekistan ed alcuni piatti di quella russa. Per qualche suggerimento, rinviamo al numero dei Meridiani e alla guida di Lonely Planet. Una nostra scoperta di allora per uno spuntino a mezzogiorno: in piazza Sennaya 7 (quella di Dostoevskij). Cucina a vista, dove signore preparano la pasta a mano, che poi diventa o una specie di panzerotto ripieno di carne, pesce o verdura oppure dolci da sballo alla frutta. Cottura: rigorosamente al forno! Purtroppo non ha resistito negli anni: a quel numero ora compare un ristorante dal nome Tokyo-City… Ma se nel vostro vagabondare per la città avrete modo di trovare un posto simile, se fossi in voi, non lo lascerei scappare!

Gli incontri. Le persone per strada sono molto collaborative: cercano di comunicare in inglese, si scusano per le difficoltà, comunque ti aiutano (meglio la popolazione giovane che studia inglese a scuola ed è affascinata dall’Occidente). Non così le persone che vendono: scorbutiche, ottuse, fanno concorrenza ai pitbull, manichini ingessati di un vecchio regime.

Donna con scimmietta, un’altra con serpente; persone con abiti stile anni ’50, che ricordano quelli fatte dalle “sarte del quartiere”; tante spose nella versione bambola da mettere sul letto che con i loro mariti che bevono champagne e posano in foto più o meno artistiche davanti ai monumenti della città; Putin, Pietro il Grande e le zarine in versione manichino vivo per foto ricordo; babuska che vende un servizio da tè e dei gattini con concorrente che vende cuccioli di cane; bambino con orso in catene; automobili multicolori, frutto di un collage, soprattutto conquistate da decennali strati di ruggine; pestilenziali gas di scarico; fruttivendoli dell’Azerbaigian e produttori di miele che, con il sorriso sulle labbra, vendono della buona frutta e dell’ottimo miele, praticando a noi turisti prezzi da Via Montenapoleone; tutte le etnie dell’ex URSS concentrate in un mercato al coperto; italiano, fricchettone, che, tra una copula e l’altra (traduzione: “Ah le russe: che donne, che amanti: sempre pronte! Io, da quando sono qui, e sono pochi mesi, non è passato giorno che … A proposito. Perché non venite al club… che si trova in Ulica Rossi”…”Si certo ci vediamo giovedì sera”…Come no …) trova anche il tempo di … lavorare.

Molti militari: alcuni giovanissimi, altri in versione reduci dall’Afghanistan chiedono soldi cantando canzoni patriottiche nei corridoi della metropolitana. Si rafforza una impressione già maturata durante le ore trascorse alla frontiera. Ci convinciamo che la Russia è ancora una società fortemente militarizzata e la sua eventuale smilitarizzazione sarà un’operazione lunga, difficoltosa, non indolore.

Gli ubriachi, tanti, ovunque. Chi ama la birra ama San Pietroburgo: la birra è di buona qualità e a basso costo. Il fatto è che è abbondante sia nei negozi sia nei corpi dei russi. E bottiglie e lattine ovunque. Per non parlare dell’”acqua”: la vodka, intendo. Simbolo di virilità.

Poiché i bus non sono sufficienti, alcuni volenterosi hanno inventati i taxi-bus, pulmini di seconda-terza-quarta-quinta mano provenienti dall’occidente. Molti sostituiscono le linee dei bus, altri sono illegali. Sui finestrini hanno foglietti di ogni genere, scritti ovviamente solo in cirillico, su uno di questi c’è una cifra che corrisponde alla tariffa. Fermano dove c’è gente. Trasportano circa 10 persone. Salgono i più svelti. Per i turisti rappresentano ovviamente una avventura poiché non si capisce dove possono fermarsi (sui marciapiedi ci sono gruppi di persone ovunque), dove vanno, come fare a salire e, nel caso si riesca, come pagare e quando scendere. Poiché siamo cattivi, non vi diamo le ultime tre informazioni. Noi li abbiamo usati per andare a Csarskoe Selo e alla reggia di Peterhof.

Gli automobilisti indisciplinati ed impegnati in gare al più trasgressivo al codice della strada. Purtroppo sono tanti: parcheggiano grandi auto americane ovunque e attraversare le strade sulle strisce pedonali è un’avventura ad alto rischio, in quanto o sono colpiti da cecità improvvisa, oppure non hanno ancora scoperto che tra i pedali della macchina c’è anche quello del freno, oppure giudicano le strisce dei graffiti fatti durante la notte da qualche pittore-pianista per protestare contro Putin. Il quale è di Pietroburgo, ed allora ma non era molto amato perché sembrava avesse tagliato molto dei fondi destinati alla città.

Gli oggetti del passato e la paccottiglia per turisti. Cercare cimeli del passato sovietico è un’operazione che porta a scoprire molta paccottiglia per turisti, statue di Lenin rimosse dalle piazze oppure diventati luogo per giochi di bambini (come a noi è capitato). Qualcosa può ancora essere trovato: una cosa su tutte: le stazioni della metropolitana costruite negli anni ’50 e ’60: Avtovo, Dostoevkaja, Sportivnaja e Majakovskaja. Assolutamente da non perdere.

Abbiamo anche trovato negozi che vendono matrioske, vodka, ambra, teste di Lenin, uova di Fabergé, colbacchi dell’Armata Rossa e che hanno anche inventato una unità monetaria che non esiste, il cui valore è una media da loro fatta tra i valori del rublo e dell’euro. Chiaramente per loro molto favorevole.

Per non parlare dei manichini di Putin ed i modelli e le modelle che, vestiti come Pietro il Grande e le zarine, invitano i turisti a posare per l’immancabile foto ricordo. Ma queste cose si trovano dappertutto…

Per completare l’album fotografico della visita

Viaggio di ritorno. Memori dell’avventura dell’ingresso in Russia e su suggerimento di alcuni amici incontrati durante il viaggio, decidiamo di rientrare in Italia passando dalla Finlandia. In effetti, l’attraversamento della frontiera è più veloce e, soprattutto, umano. Un giovane militare ha anche il tempo di cadere affascinato dalla beltà di Cri (no comment) e di comunicarci il suo amore per Italia-spaghetti, e guardando il passaporto: “Monza vicino ad Arcore. Italia-soldi-Berlusconi”. Aiuto!!!

I finlandesi si dimostrano poco …”nordici”: in frontiera, la corsia per le persone residenti nell’Unione europea non è transitabile e un finanziere si rivolge a noi con fare arcigno perché osiamo presentarci insieme al controllo del passaporto (sulla cui necessità abbiamo qualche dubbio poiché siamo cittadini europei). E quando raggiungiamo Helsinki e rimettiamo piedi a Talliinn, capiamo quando ci è costato lasciare San Pietroburgo, che è sicuramente uno dei ricordi più belli e duraturi dei nostri trentennali viaggi.

VIAGGIO NELLA REPUBBLICA DI IRLANDA E NELL’IRLANDA DEL NORD

Abbiamo fatto questo viaggio Irlanda molti anni fa (era il 2002) quando facevamo parte di un camper club dell’Italia centrale e, più o meno improvvisamente, ci siamo ritrovati a capo di cinque equipaggi con destinazione Irlanda – sia Repubblica di Irlanda che Irlanda del Nord. Quello che state per leggere è il diario di quel viaggio della durata di circa un mese. In alcuni passaggi, con la descrizione dei siti (tutti controllati per questa stesura tramite ricerche in Internet), potete trovare anche un po’ di narrazione, in stile scherzoso,  con al centro alcuni dei momenti ed i protagonisti di quel viaggio. Speriamo che questa parte vi possa strappare qualche sorriso.

Prima del viaggio. Avevamo aderito ad un viaggio in Spagna organizzato dal Club. Scoprimmo gente simpatica ed impegnata nel sociale. Allora eravamo dei “giovani camperisti” con alle spalle solo due anni di viaggi. Poco sapevamo dell’importanza dei “baracchini” (ovvero i ricetrasmittenti CB) durante gli spostamenti e, lo capimmo dopo, delle possibili conseguenze delle parole più o meno in libertà dette per riempire il tempo.  Stavamo rientrando in Italia quando dalla mia bocca uscì il termine “Irlanda”, “viaggio in Irlanda”. In quel momento ci fu un coro di voci: “io vengo”, “io vengo”, “noi veniamo”, “anch’io”, “anch’io”. Fu così che due solitari viaggiatori si ritrovarono a capo di un gruppo di persone. All’inizio non eravamo pienamente convinti, ma potevano ancora tornare indietro? In sequenza, i nostri pensieri/tentativi  per l’estate (periodo in cui il viaggio avrebbe dovuto aver luogo) sono stati: andiamo in Australia a fotografare canguri e rincorrere koala per ritrovare la fanciulla del famoso picnic; ci uniamo ad una tribù dell’Amazzonia per dare più sostanza alla nostra coscienza ecologica, cantando qualche canzone di Sting; inseguendo le anatre vado a Nord ad insegnare inglese e con Cri ricerco i vari tipi di neve descritti in un famoso romanzo; leggendo Chatwin, andiamo in Patagonia dove possiamo fondare un club di lettori di Robert Byron.

Chiaramente tutto fu inutile anche perché la cosa ci appassionava. Fu così che alla sera di venerdì 27 luglio 5 equipaggi, che provenivano da diverse parti d’Italia, si ritrovarono a Courmayeur. In ossequio alla volontà del Presidente del Camper Club, dotammo i nostri camper dell’adesivo con il nome del club e la destinazione del nostro viaggio: l’adesivo venne messo sul cofano e, al rientro, maledimmo quel momento quando lo dovemmo staccare.

Il viaggio. In una giornata raggiungemmo Calais e, all’alba del giorno dopo, traghettammo verso Dover. Poiché era davvero molto presto, decidemmo di allungare il viaggio verso Pembroke, da dove avremmo preso il traghetto per l’Irlanda. Fu così che visitammo Canterbury: la cattedrale, uno degli esempi più illustri del gotico inglese ed il centro cittadino. 

Un po’ di autostrada, un po’ di strade di campagna ed arrivammo di sera (ore 8 circa) a Cardiff. Con un po’ di fatica riuscimmo a trovare il campeggio cittadino: “Cardiff Caravan and Camping Park”, Pontcanna Fields, http://www.cardiffcaravanpark.co.uk. Ci fu tempo per una breve visita serale della capitale del Galles (Cardiff merita comunque ben altro tempo).

Alla mattina del giorno dopo arriviamo a Pembroke, prendiamo il traghetto e dopo circa quattro ore siamo a Rosslare. Raggiungiamo Wexford e ci sistemiamo nel campeggio, “Ferrybank Caravan and Camping Park”, a circa 20 minuti dal centro cittadino. Il tempo è inclemente, ma nebbia e pioggia non trattengono due di noi che si precipitano a pescare.

L’indomani, in una bella giornata di sole, visitiamo Wexford con la sua “Main street”, lunga e con botteghe tutte colorate, con ai lati numerosi vicoli, così da formare una struttura a spina di pesce tipica di molti antichi insediamenti dell’isola. Facciamo i primi acquisti: carne, uova e pane. Che troviamo di ottima qualità e a prezzi più bassi che in Italia (questa sarà uno delle costanti del nostro viaggio).

La tappa successiva è Waterford, la città più antica di Irlanda (i primi insediamenti vichinghi risalgono nella seconda metà del IX° secolo). La parte più vecchia dell’attuale città si chiama, non a caso, “Viking Triangle”:  circondata dalle originali fortificazioni, è a forma triangolare con  al vertice la “Reginald’s Tower”.  Passeggiare nella città è molto gradevole: tanti sono gli edifici che risalgono al Medioevo, molti sono i pittoreschi vicoli, numerosi i ristoranti ed i negozi.

Waterford è famosa nel mondo per la sua fabbrica di cristalli. Anche se è in questi ultimi anni la cristalleria ha vissuto momenti difficili (con passaggi di proprietà e trasferimento della produzione), in città si può visitare l’”House of Waterford Crystal”, https://www.waterfordvisitorcentre.com. Con una visita guidata di circa un’ora, si ha modo di assistere alle varie fasi di lavorazioni del cristallo e visitare il negozio al dettaglio per gli eventuali acquisti. Durante la nostra visita, siamo restati abbagliati dai giochi di luce,  dalla complessità e dalla bellezza delle lavorazioni. Alcuni di noi comprarono, con grande soddisfazione,  degli oggetti (c’è anche la sezione “outlet”); ottime, inoltre,  le torte gustate nel “Crystal café”.

Una volta usciti dalla città, lungo il percorso l’attenzione delle signore si rivolge  alle case e, soprattutto, ai giardini: le dimore sono impeccabili, grandi, accoglienti, dai vivaci colori. I fiori ed i prati sono lussureggianti, con colori intensi e per noi insoliti, sapientemente coltivati ed organizzati. Questa risulterà una costante di tutto il viaggio: certo le condizioni climatiche (l’Irlanda è lambita dalla Corrente del Golfo: mai troppo freddo mai troppo caldo, con una buona dose di sana pioggia), ma anche la grande passione per il giardinaggio ed il buon gusto fanno il resto.

La successiva tappa è la “Jerpoint Abbey, vicino a Thomastown (2,5 km. circa a sud ovest) sulla strada regionale R448. Nel centro visitatori, una gentile signorina ci informa che possiamo acquistare una tessera che ci permette di visitare molti posti con un costo decisamente basso: è la  “National Heritage Card”. Jerpoint Abbey fu fondata nel tardo XII° secolo da monaci cistercensi e continuò ad espandersi sino ai tempi di Enrico VIII°. Le attuali rovine contengono elementi architetturali romanici (nella chiesa) e di transizione tra la fase tardo-normanna ed il primo gotico inglese. Notevoli infine sono la torre quadrata e le numerose incisioni soprattutto quelle sulle tombe.

In tarda serata raggiungiamo altre rovine famose, rinchiuse all’interno di una proprietà murata privata con però accesso al pubblico, in prossimità del villaggio di Gortnahoe nella contea di Tipperary: quelle della “Kilcooley Abbey“. Anch’esse di una abbazia cistercense, fondata alla fine del XII° secolo, facevano parte dell’ingresso della chiesa con un interessante fonte battesimale, della chiesa stessa di cui si possono ammirare le splendide finestre, interessanti ed apprezzabili tombe con effigi e deliziosi lavori di intagli,  della torre, e della sagrestia con numerosi incisioni tra cui una che presenta la scena della crocefissione ed una sirena con uno specchio. All’esterno c’è una rovina di un columbarium che poteva essere usato o per raccogliere la cenere o come luogo per allevamento di piccioni.

Lungo la vicina strada, in prossimità di un pub, trascorriamo la notte, con preventiva richiesta di permesso rivolta ai proprietari del pub, soddisfatti sia per le visite della giornata sia per le nostre prime Guinness. (Useremo questa forma di sosta notturna più volte nei nostri viaggi in questa terra e nel Regno Unito: da ricordarsi che in quasi tutto il territorio la sosta notturna in camper non è permessa!)

Saint Canice’s Cathedral – Kilkenny

Il giorno dopo arriviamo a Kilkenny. Visitiamo la cittadina: ci sono  numerosi vicoli, tortuosi,  lungo i quali ci sono molti negozi di artigianato che presentano una interessante produzione di ceramiche, gioielli e dipinti di vario genere.  Ma sono soprattutto gli edifici religiosi ed il castello ad attirare la nostra attenzione. La “Cattedrale di San Canizio” (“Saint Canice’s Cathedral”), costruita nel corso del XIII° secolo, anglicana, è famosa per le sue lapidi, una antica iscrizione normanna e la sedie di san Kieran. Più antica della cattedrale sono  la torre campanaria ed il cimitero. Cristiano-cattoliche sono invece la “Black Abbey” e la “St. Mary’s Cathedral”. L’imponente castello, invece, risale al periodo dell’arrivo dei Normanni in Irlanda (XVIII° secolo), venne eretto a scopo difensivo ma nel corso della sua storia è stato ricostruito, ampliato e adattato scopi diversi (la stato attuale risale al rifacimento del periodo vittoriano). Molto belli sono i giardini ed il grande parco che lo circonda.

Nel pomeriggio proseguiamo verso un sito di grande fascino ed importanza storica nonché uno dei siti più visitati di Irlanda: la rocca di Cashel (o anche in modo più formale “Saint Patrick’s Rock” o “Cashel of the Kings”) vicina all’omonimo villaggio situato a breve distanza dalla N8. La rocca, che sorge al vertice di una ventosa collina, è un imponente complesso archeologico, in gran parte del XII° e XIII° secolo, circondato da mure, che comprende una torre rotonda, in ottimo stato di conservazione, un’abbazia priva di copertura, le rovine della sede arcivescovile, ed una cattedrale gotica. Lungo il pendio della collina ci sono numerose croci celtiche e la vista che si gode dalla rocca diventa ancora più suggestiva ed “irlandese”.

La successiva tappa è gastronomica. Vicino a Fethard, alla “Beechmount Farm”, a Foulkstown, la “J&L Grubb” producono un ottimo erborinato di latte vaccino che dà il meglio di stesso stesso attorno ai quattro mesi: il “cashel blue”. Ed è lì che ci dirigiamo:  quel formaggio resterà uno dei sapori indimenticabili del viaggio in Irlanda.

Dove trascorrere la sera? Cri sfoglia le nostre sudate carte. Trova l’indicazione di un campeggio. Telefono: c’è ancora posto. Arriviamo. Alberi da frutto (mele) e fragole. Ci sistemiamo, scopriamo che al costo di una sterlina (siamo nel 2002!) possiamo raccogliere le fragole in contenitori forniti dai proprietari. Così facciamo, ma contenitori diventano anche la nostre tasche…i soliti italiani. Poi si riproduce la solita situazione: in men che non si dica, alcune signore del gruppo si mettono ai fornelli per preparare la marmellata di fragole (in due ore è bella che pronta) e risotto alle fragole, alcuni signori del gruppo, approfittando dell’oscurità, perlustrano la zona e scoprono lamponi e prugne, che in buona quantità raggiungono le loro tasche. Il campeggio/farm shop/coltivatore di mele ma non solo/produttore di succhi di frutta è: The Apple Farm, Moorstown, Cahir, Contea Tipperary, tel. 052-41459.  https://www.theapplefarm.com/camping.htm (sito ora anche in italiano).

La mattina successiva visitiamo il castello di Cahir, di origine normanna, ma più volte restaurato nel corso della storia, costruita su di un’isola nel  fiume Suir, ora nel centro della cittadina. Gli interni sono spogli, ma la struttura è molto grande e ben conservata.

A 2 chilometri sud di Cahir, percorrendo la R670 (è l’unica via per l’accesso), visitiamo lo Swiss Cottage, costruito nel XIX° secolo, in pieno periodo romantico (https://www.heritageireland.ie/en/south-east/swisscottage). Ed infatti di quel periodo è una fedele testimonianza: come  “cottage orné”, ha un che di rustico e naturale che si oppone alla formalità ed alla elaborazione degli stili barocchi e neoclassici che l’hanno preceduto. Gli interni però sono ricercati: splendide sono le stanze,  la scala a spirale e la carta da parati che ricopre le pareti.

Dopo la visita, via verso il mare, tra strade panoramiche, con destinazione finale Kinsale. Tentiamo una sosta a Cork: grande città,  molto traffico e, purtroppo, non riusciamo a trovare parcheggio. Nell’attraverso notiamo che molti edifici hanno uno stile architettonico risalente  al periodo georgiano (1720-1840) e ci convinciamo che la città con le sue cattedrali, il municipio, l’ospedale, il mercato meriterebbe una visita. Da programmare in un altro viaggio.

Arriviamo a Kinsale alla sera, parcheggiamo in prossimità del mare, a circa un chilometro dal centro (il villaggio è sulla foce del fiume Bandon). Facciamo una passeggiata serale: le case sono molto colorate, spesso occupate da ristoranti e negozi. Bella atmosfera: rilassata e rilassante.

Da Kinsale proseguiamo lungo la costa. Da incorniciare nei ricordi: gli squarci sulla Roaringwater Bay ed i paesaggi di una delle più belle penisole d’Irlanda: la Beara Peninsula: la terza delle cinque penisole sud-occidentali dell’Irlanda, forse la meno turistica e più selvaggia (la strada è piuttosto stretta – ci sono delle rientranze – ma quello che la penisola ci regala annulla le difficoltà della guida).

Lungo la penisola, in un piccolo centro abitato, decidiamo di trascorriamo la notte. Il primo tentativo di sosta va a vuoto: uno scorbutico irlandese (il primo ed unico del viaggio) ci obbliga a spostare i camper perché occupanti il parcheggio di una funivia. Andiamo più avanti e troviamo delle persone intente ad innalzare uno striscione per una festa il fine settimana. Ci fermiamo, sfoggio il mio inglese oxfordiano, in men che non si dica diventiamo il centro della loro attenzione. Risultato: in un villaggio composto da forse cinque case, la cui popolazione è essenzialmente di pecore, esiste una “community hall” con l’adesivo del nostro camper club con l’indicazione “Estate 2002 – Viaggio in Irlanda”. Nel piazzale della hall trascorriamo la notte. Costo della notte: due confezioni di un ottimo vino italiano dal nome Tavernello (sic!).

Il giorno dopo completiamo il “Ring of Beara” e ci avviamo lungo il “Ring of Kerry”, quello più famoso di Irlanda: il verde smeraldo, le coste frastagliate, le insenature, le pecore con il loro bel muso nero, la terra che finisce nel mare, i gabbiani ,“attento alla macchina!” “si va be’, ma è l’Irlanda delle cartoline…” .

Visitiamo il nostro primo forte a struttura circolare, antichissimo, le cui mura sono state rifatte nell’’800, di grande fascino. Il nome: Staigue Fort, tre miglia a ovest di Sneem, nella penisola di Iveragh, una delle cinque penisole sud-occidentali.  Attenzione: per raggiungerlo si deve percorrere, per 3 km. circa, una strada molto stretta: un camper ed una macchina passano con grande difficoltà. Pochi i rientri e quando transitiamo gli/le irlandesi che incontriamo sembrano poco esperti/e di guida (una signora accosta la macchina e, spaventata per il nostro arrivo, chiude gli occhi…).

Sempre nel Ring of Kerry, a sud-est della Iverah Peninsula, ci sono due piccoli isole,  le isole Skellig: la più grande, chiamata Skellig Michael è un sito protetto dall’Unesco e fu il luogo scelto da alcuni monaci del primo cristianesimo (dal VI° al XII° secolo) devoti a San Michele (di qui il nome) per vivere una forma di ascetismo estremo: ognuno di loro infatti abitava in una specie di capanna a forma di igloo a picco sull’oceano dal nome “clochan” tuttora presenti e visitabili (l’isola ha anche un monastero) dopo una impegnativa scalata di più di 600 gradini. Nel 2014 l’isola è diventata famosa in tutto il mondo perché fu scelta come set cinematografico per le scene finali di “Star Wars: il risveglio della forza “ (per poi ricomparire nella puntata successiva della saga: “Star Wars: gli ultimi Jedi”). L’isola più piccola è invece un paradiso per i numerosi uccelli che lì nidificano. La Skellig Michael può essere raggiunta in barca con partenze contingentate da Portmagee, Ballinaskelligs o Cahirciveen , per la piccola, da Valentia (non è però autorizzato l’attracco). 

Con i camper abbiamo cercato di vedere le isole dalla terraferma. In prossimità di Ballinaneskelligs, dopo aver lasciata la strada panoramica del Ring, seguano una strada che sale e si stringe e … si stringe sempre più. Conclusione: bloccati noi, bloccate sette/otto macchine, aristocratica signora irlandese con fazzoletto sulla bocca per proteggersi dagli scarichi dei nostri camper, un signore dell’ambasciata italiana che non sa se consolare l’amica, fumarsi una sigaretta o ridere della situazione, pecore dal muso nero che nel loro ruminante meditare ci indirizzano sguardi, un po’ altezzosi, molto ignoranti. Noi impegnati in una manovra al limite del possibile: in una strada che è diventata poco più di un sentiero, in retromarcia, in discesa, con rientranza da beccare sulla sinistra, stretta, in salita, con buche. Riusciamo nella manovra quasi impossibile però non vedremo dalla terraferma le isole Skellig e i loro volatili abitanti.

L’anello finisce a Killarney. Tra i campeggi della città scegliamo iil “Killarney Flesk Caravan and Camping http://www.killarneyfleskcamping.com. Con le biciclette visitiamo il parco, con i suoi laghi, la residenza ed ammiriamo le mucche nere (ci dicono che sono una rarità). Ci attrae la visita di “Muckcross Gardens and Traditional Farms” (http://www.muckross-house.ie): un centro di cultura popolare dove sono stati ricostruiti gli ambienti delle campagne irlandesi. Così tra stalle e case padronali, galline e giganteschi maiali, cani da pastore addestrati che sotto comando muovono greggi di pecore (ricordate “Babe, maialino coraggioso”?) e un palazzotto dei primi gelatai irlandesi (ora comprati dall’Algida), la ricostruzione di un vecchio pub e di un mulino, di una scuola dove si insegna il gaelico e la casa del dottore, ci scappa anche l’assaggio di un po’ di pane e di una torta fatta da signore in costume tradizionale.

Alla sera ci spostiamo, sempre in bicicletta, nella cittadina. Visitiamo una chiesa anglicana e conversiamo con il pastore. Nelle strade tanta gente, nei pub ancora di più, nell’aria musica. Raggiungiamo una specie di piazza: un piccolo palcoscenico, dei ragazzi, strumenti tradizionali: il nostro primo concerto di musica irlandese. Mentre gustiamo pinte di Guinness.

Gallarus Oratory

La successiva penisola è quella di Dingle. Dalle guide: “è concordemente ritenuta fra le migliori interpretazioni che l’Irlanda da di se stessa…”. Accidenti: è proprio così. Noi, per godercela fino in fondo, ci indirizziamo verso il capo chiamato Slea Head. Lungo l’anello è obbligatoria la visita al Gallarus Oratory, piccolo edificio costituito da pietre sovrapposte a secco in forma di chiglia rovesciata, dove prima dell’anno 1000, qualche monaco-eremita vi decise di trascorrere parte della sua esistenza. E’ l’evoluzione di edifici quasi simili che s’incontrano lungo la penisola.

Terminata la visita della penisola, transitiamo (con breve sosta) da Tralee e ci spostiamo lungo le coste della foce del fiume Shannon, il più lungo fiume irlandese. Trascorriamo la notte a Killaloe/Ballina: due cittadine collegate da un ponte che attraversa lo Shannon. Il parcheggio che scegliamo è prima del ponte lungo il fiume (se si arriva da Killaloe: ma ci sarà ancora?). In un vicino pub ci gustiamo il nostro primo Irish stew, uno dei (pochi) vanti della cucina irlandese, che è uno stufato di carne d’agnello (ma anche di manzo) con patate, prezzemolo, timo, cavolo rapa, carote. Lo mangiamo con  pane integrale (‘brown bread’ in inglese), e nel rispetto della ricetta originale è denso e cremoso. E l’accompagnano con una O’Hara Irish Stout.

La mattina successiva visitiamo il Bunratty Castle, quattrocentesco castello, ampiamente ristrutturato negli anni ’60 del secolo scorso, con il Folk Park che è una ricostruzione di ambienti rurali irlandesi.

Via Ennis raggiungiamo Kilrush (con piccolo bel golfo) per puntare verso Loop Head. Alla fine della strada: un faro, erica, strapiombi sul mare, l’oceano che vi si incunea, i gabbiani, vento sferzante, in lontananza la penisola di Dingle, desolazione ma grande suggestione. Milano, con il traffico, le corse, gli abbonamenti, la pubblicità, la metropolitana, Berlusconi (siamo nel 2002 …) è lontana tanta quanto Plutone.

La tappa successiva sono le Cliffs of Moher, tra le più belle scogliere di Irlanda: qualche metro più in là del sentiero che le percorre si apre un baratro di circa 200 metri, roso dal mare, popolato di gabbiani, cromaticamente variegato.

Dopo la visita, ci spostiamo a Doolin, famosa nel mondo perché nei suoi tre pub tre si canta la migliore musica irlandese. Alla sera, ognuno di noi fumando 57 sigarette e 33 pipe,  bevendo un po’ di birra, sgolandosi per comunicare con i compagni di tavolo e di bevuta, in lontananza sente della musica irlandese. Quasi sempre solo strumentale, di grande ritmo. L’Irlanda è anche questo. Dormiamo nel parcheggio dei traghetti per le isole Aran.

The Burren

L’indomani attraversiamo il Burren, d’aspetto desolato, un tavolato calcareo che finisce in mare,  in cui la pavimentazione è frammentata da moltissime fessure, molto suggestivo anche perché vi crescono, tra gli altri fiori che non consociamo,  molte piccole orchidee.

Sotto una specie di diluvio, insolito per l’Irlanda e che ci disturba non poco, visitiamo, vicino al villaggio di Bellharbour, i suggestivi resti in stile romanico della Corcomonroe Abbey, che fu un monastero cistercense fondato all’inizio del XIII° secolo. Sempre sotto la forte pioggia, il nostro tragitto continua con Clonmacnoise, sulle rive dello Shannon, a sud di Athlone, un bel sito di grandissima importanza religiosa (Papa Giovanni Paolo II lo visitò nel 1979), che riunisce le rovine di una cattedrale, di sette chiese, di due torri rotonde, di tre alte croci celtiche, oltre a numerose pietre tombali.

La vivace città di Galway è  la nostra successiva tappa. Sostiamo nel campeggio a Salthill (https://www.salthillcaravanpark.com); in prossimità, si trova la fermata dell’autobus per il centro. 

La nostra visita si sviluppa nel centro, tra il “Quartiere latino”  ed il porto, e occupa un giorno intero, anche perché ci piace molto la vivacità della città, i suoi numerosi negozi, bar, ristoranti ed artisti di strada. Partiamo da Eyre Square, una piazza alberata risalente al XVIII° secolo, circondata da pub e ristoranti, luogo d’incontro di chi abita e visita la città. In Shop Street ammiriamo il Lynch’s castle, un edificio medioevale, e lo Spanish Arch, che ricorda il periodo (XVI°/XVII° secolo) in cui le navi spagnole qui portavano spezie e prodotti non conosciuti nell’isola. La città è attraversata dal fiume Corrib, piccolissimo ma potente fiume che parte dal vasto Lough Corrib, situato poco più a nord della città: il fiume, che può essere ammirato dal ponte   “O’Brien” è famoso per la pesca al salmone (in giugno/luglio si possono vedere i pesci risalire fiume) e per il canottaggio. Il porto merita una visita per le belle vedute che esso offre. Ci sono anche due chiese: la “St Nicholas’ Collegiate Church“, fondata nel XVI° secolo, protestante e la cattolica “Cathedral of Our Lady Assumed into Heaven and Saint Nicholas“, assai più recente, ma su modello delle chiese rinascimentali. Tra i molti ristoranti di pesce per cui Galway è famosa scegliamo il Mc Donagh’s al 22 di Quay Street. Sono sia “fish and chips bar” sia “seafood restaurant” ed i piatti che ordiniamo sono molto buoni ed i camerieri molto cortesi (ci scappano numerose foto ricordo …).

Da Galway ci spostiamo a Rossaveel, una delle località (per noi la più conveniente)  da dove partono i traghetti per le isole Aran. Delle tre, visitiamo la più grande: Inishore. L’isola non è più quella di pescatori resa famosa in un documentario degli anni ’30 (“Man of Aran” di Robert J. Flaherty). E’ turismo: biciclette (che possono essere noleggiate dove attraccano i traghetti), pulmini, negozi di maglioni ovunque, case dove signore fanno maglioni che, grazie ad Internet, spediscono in tutto il mondo, bar, ristoranti, le lingue di tutti i continenti…Ma la geometria dei muri a secco che delimitano le proprietà, la scarsa vegetazione arborea, il suolo brullo e la “bastionata pressoché continua di scogliere” che si può vedere dal Dun Ahongasa (un forte in pietra preistorico, uno dei tanti che si possono trovare sulle isole, nella zone meridionale dell’isola) sono alcuni dei ricordi incancellabili del nostro viaggio. Troviamo anche la casa dei nostri sogni: tutta da ristrutturare, ma con splendida vista. E palma (sì, palma!) nel giardino.

Alla sera, nel parcheggio a Rossaveel, un altro grande regalo: il cielo il mare e la terra di Irlanda, con i loro più intensi colori: un caleidoscopio dove il rosso  l’arancione  il viola del sole che tramonta ed il bianco delle nuvole mosse dal vento si incontrano, si mischiano con il verde smeraldo di alcune piccole isole, il blu del mare ed il bianco delle onde.

La tappa successiva è il Connemara con tutti i suoi paesaggi, splendidi e diversificati: dalle coste frastagliate alle spiagge sabbiose, dalle foreste ai laghi alle torbiere a perdita d’occhio. Ed una camminata indimenticabile nel parco nazionale: con due guide, attraversiamo nella nebbia una torbiera, con acqua dal cielo e i piedi che affondano nel suolo acquitrinoso (https://www.connemaranationalpark.ie; il centro visitatori è a Letterfrack).

Altre località visitate: Clifden, considerata la “capitale” del Connemara, Kylemore Abbey,  sempre nel Connemara con i suoi bei giardini murati, Cong, nella contea del Mayo, alla ricerca dei posti del film “Un uomo tranquillo”, con John Wayne e Maureen O’Hara, che, con i suoi “tipi”, ha indubbiamente contribuito a creare il mito dell’Irlanda. Ma i resti della “Cong Abbey” valgono molto di più del piccolo museo, che, tra l’altro, troviamo chiuso. Bello il panorama del lago Corrib e delle sue innumerevoli isolette. La campagna del Mayo è però sicuramente la meno pittoresca di tutta l’Irlanda: non ci sono le pecore, si incontra qualche mucca, i campi non sono coltivati. Terra povera, di gente povera, che ha pagato ingenti contributi alle carestie e al fenomeno della emigrazione.

Westport e Achill Island (un’isola collegata con un ponte alla terraferma) sono le nostre successive tappe.  Westport è incantevole: affacciata sulla bellissima baia di Clew, è un grazioso centro in stile georgiano, composto da stretti vicoli, piazzette, ponticelli in pietra, un “boulevard” tutti sempre addobbati di fiori. Quando raggiungiamo l’isola, ci spostiamo a Keel, il principale centro, e tra un parcheggio in prossimità del mare ed il campeggio, scegliamo quest’ultimo: “www.Keel Sandybanks Caravan & Camping Park”,  nella parte orientale del villaggio. Infuria una bufera: fuori dai nostri camper è tutto grigio: non si distingue il mare dal cielo. In un momento di tregua, facciamo una breve passeggiata che si conclude in un pub (evvai un’altra pinta di “irish stout”).  Avvistata anche una macelleria: per pochi soldi ci vendono mezzo agnello.

L’indomani mattina, in camper, visitiamo l’isola: la nebbia non ci aiuta, ma quando vediamo le scogliere scopriamo vedute mozzafiato. Su queste scogliere, si infransero molte delle speranze degli spagnoli della Invincible Armada.

Sligo, Bundoran con la sua lunga spiaggia, Donegal Town (con la famosa veduta della montagna che si interrompe per degradare lentamente al suolo), Killybegs, porto peschereccio, suggestivo e piuttosto grande, sono le tappe del percorso del giorno dopo.  Su di una banchina del porto di Killybags trascorriamo la notte. Due di noi riscoprono la loro passione per la pesca: alcuni sgombri in piena crisi esistenziale decidono di porre fine ai loro tormenti gettandosi sui loro ami. Per alcuni di noi, luculliana cena a base di pesce.

Il giorno dopo, raggiungiamo “Slieve League”, “Sliabh Liag” in gaelico (nella contea del Donegal ci sono due zone in cui il gaelico è la lingua parlata  e anche quella dei cartelli stradali), “le più alte scogliere d’Europa”. Con il camper si può arrivare al parcheggio (il divieto di accesso è solo per i pullman). Breve tragitto a piedi, poi purtroppo con un po’ di nebbia, ammiriamo un’altra maestosa e selvaggia vista.

La successiva tappa è The Rosses, nella parte occidentale del Donegal, zona delimitate da montagne, fiumi e mare.  E’ una delle zone  in cui si parla gaelico (il nome deriva infatti da “ros”, promontorio). Iniziamo dalla parte vicina al mare: il paesaggio è roccioso, con molti piccoli laghi e ci sono punti in cui il mare si incunea nelle scogliere. Per noi è anche una piccola delusione (la prima e l’unica di questo viaggio) perché quando visitammo la zona  cinque anni prima, trovammo poche case, roccia dal colore vagamente rosso, tante pecore e mucche lasciate libere a pascolare sulla roccia. Ora, invece, ci sono pochi animali e tante case per le vacanze di americani che tornano nel paese dei loro nonni (nel giardino della casa, alla bandiera irlandese si unisce quella americana).

Ci spostiamo leggermente all’interno per visitare il Glenveagh National Park, https://www.glenveaghnationalpark.ie., 24 chilometri a nord ovest di Letterkenny. Una area naturalistica con circa 100 ettari di boschi, brughiera, laghi, colline e montagne sullo sfondo ed un romantico castello sulle rive del Lough Veagh. Passeggiamo senza una meta precisa (al centro visitatori, dove lasciamo i camper,  situato nella parte settentrionale del lago, si possono comprare le cartine con l’indicazione dei numerosi sentieri) e le vedute di questa natura incontaminata riempiono i nostri occhi.

Terminata la visita, ritorniamo sul mare e sulla spiaggia di Rathmullan, sulla costa occidentale del Lough Swilly (la strada R247), dopo una serata di musica irlandese e di … Guinness, trascorriamo la notte.

Il giorno dopo, passando da Letterkenny e dopo aver visitato il  Grianan of Aileach (un altro forte circolare in pietra dell’Età del Ferro) entriamo nell’Irlanda del Nord. Non ci sono confini: sono stati cancellati agli inizi degli anni ’90; la sterlina inglese sostituisce l’euro, e tutto diventa più caro. Ci indirizziamo verso il mare nella contea di Antrim. A Bushmills, visitiamo il “Dunluce Castle“, cinquecentesco ma con aggiunte posteriori, romantico, in rovina, a picco sul mare; a nord della cittadina, camminiamo sulla “Giant’s Causeway“, “una delle più impressionanti formazione geologiche dell’isola”, massi e colonne di basalto che si protendono nel mare; ed infine ci dirigiamo nella distilleria “Old Bushmills”, in Distillery Road 2, la più vecchia d’Irlanda (conosciuta dal 1207, con licenza dal 1608), dove una guida ci presenta le diverse fasi della produzione, ci sottolinea i pregi del whiskey irlandese (soprattutto la triplice distillazione), ci accompagna in una grande sala dove possiamo gustare un po’ di whiskey (attenzione alle lettera “e” …) e qualche coraggioso (noi non siamo tra questi)  impegnarsi in un distillato di corso di esperto bevitore (al termine, dopo mezz’ora circa, viene rilasciato un attestato. Il corso non è gratuito e comporta l’assaggio di una decina di whiskey. E la polizia, a proposito, è molto rigida con chi assume alcolici…).

Un angolo davvero suggestivo di questa contea sono le Glens of Antrims ovvero nove  valli, strette e profonde, che dal mare si incuneano nell’entroterra fino alle sponde del Lough Neagh. La vegetazione è molto rigogliosa e la strada che corre lungo la costa offre squarci indimenticabili. In prossimità di Carnlough, in un parcheggio lungo la strada, trascorriamo una notte tranquilla.

Il giorno dopo, passando attraverso piccoli paesi che provocatoriamente segnalano la loro appartenenza alla fede protestante e, pertanto, al Regno Unito,  con bandiere inglesi appese alle case, ai pali della luce e a qualsiasi altro appiglio e con murales che ritraggono uomini in arme, raggiungiamo Belfast. La città ci appare, almeno nel centro, ricca, con palazzi dalle architetture moderne, ma scopriamo che conserva vestigia ottocentesche piuttosto interessanti. In una di questa, un pub vittoriano (ma da allora ristrutturato), tutto maioliche vetri e pilastri, ancora illuminato a gas,  pranziamo. Il nome del pub è “Crown Liquor Saloon,” la via Great Victoria Street al numero 46,  è uno dei più famosi dell’Irlanda del Nord e prenotando si può mangiare nelle salette (una decina) dove le prostitute dell’epoca si intrattenevano con i loro clienti. Qualità e prezzo sono in linea con l qualità del locale.

Lasciata Belfast, rientriamo nella Repubblica d’Irlanda. Visitiamo i siti preistorici di Newgrange e Knowth. Molti tumuli con ingressi e passaggi che portano ad una camera sepolcrale centrale. Quello di Newgrange è stato costruito con così grande precisione che verso le nove del mattino di ogni 21 dicembre un raggio di sole penetra nel passaggio ed illumina la camera sepolcrale.

Vicino alla città di Drogheda, visitiamo  Monasterboice, un antico sito monastico ora in rovina (ci sono due chiese ed una torre circolare), ma il cui recinto cimiteriale conserva alcune tra le più belle croci celtiche di tutta l’isola (risalgono al X° secolo).

Proseguiamo con Kells, un altro sito monastico, che, con la chiesa di St. Columba, conserva cinque grandi ed interessanti croci celtiche. Infine, i resti della Mellifont Abbey, la prima abbazia cistercense costruita in Irlanda, il cui lavabo ottagonale, praticamente integro, è di stupefacente bellezza e grande eleganza architettonica.

Dublino è la tappa successiva. Sostammo quattro notti in un campeggio a sud della città che fu chiuso nel 2004. Nei nostri giri scoprimmo qualche possibilità di parcheggio a Howth: è il porto turistico di Dublino, lungo le banchine c’è tanto spazio e la fermata della metropolitana è molto vicina. Mentre controllo i dati di questo viaggio vedo che nel sito camperonline.it. compare una stessa indicazione. Comunque attorno a Dublino ci sono anche dei campeggi ed in rete è molto facile trovare una soluzione. A proposito di Howth, noi ci arrivammo per il King Sitric, https://www.kingsitric.ie, un ottimo ristorante dove gustammo una cena sopraffina di pesce, a prezzo giusto considerata la qualità della cucina. Sono inclusi in molte guide, sono molto professionali, il ristorante è di grande atmosfera, con bella vista sul mare e sul porto.

Dublino è una grande città: moderna, viva, rumorosa, giovane, con interessanti possibilità di visite culturali. Che sfruttammo fino in fondo. E quello che segue ne è l’elenco:

  • il “Trinity College”, la più blasonata università di Irlanda (fu fondata da Elisabetta I nel 1592) e una delle più prestigiose al mondo. Qui abbiamo ammirato: il “Book of Kells”, o in gaelico “Leabhar Cheanannais”, uno splendido manoscritto miniato risalente al IX° secolo,  opera di anonimi monaci, grande opera d’arte per la bellezza delle numerose illuminazioni e delle colorate miniature, che contiene i quattro Vangeli in lingua latina, unitamente a delle note introduttive ed esplicative; “The Old Library” ovvero “The Long Room”, nelle quale, lungo i suoi 64 metri, sono raccolti in file di librerie in quercia circa 200.000 preziosi. la più antica arpa irlandese e la Proclamazione della Repubblica d’Irlanda, letta durante la l’insurrezione di Pasqua. Nota di colore: la stanza sembra che sia stata fonte di ispirazione per quella degli archivi dei Jedi in “Guerre Stellari”;
  • le due cattedrali, la “Christ Church Cathedral”, cristiano-cattolica, con i suoi interni in stile romanico e la cripta del 1200, e la “St. Patrick Cathedral“, protestante, la più grande d’Irlanda, fondata nel 1191, che contiene la tomba di uno dei grandi di Irlanda nato in Dublino, Jonathan Swift;
  • Henrietta Street“, con  le sue case georgiane dell’alta borghesia del XVIII°/inizi del XIX° secolo, alte, in mattoni rossi, con inferriate alle finestre e porte molto colorate (gialle, blu, rosse). Ora quella al numero 14 è aperta al pubblico: 5 piani in cui si può notare la netta distinzione  delle tre funzioni per cui queste case furono costruite: pubblica, privata e domestica (la vita si svolgeva prevalentemente tra il piano terra ed il primo piano);
  • gli iconici “Temple Bar,” pub, antico (XIV° secolo) dalle pareti rosse ma anche quartiere con vicoli acciottolati, negoziati vintage, sulla riva sinistra del fiume Liffey, stracolmi di giovani turisti; “Ha’penny Bridge”, costruito nel 1816, il primo ponte pedonale sul fiume Liffey (il nome deriva dal pedaggio che si doveva pagare: a halfpenny); Grafton Street, la via pedonale che ormai si trova in tutto il mondo; O’Connell Street, una delle arterie principali della città, con il General Post Office, un elegante edificio georgiano, uno dei monumenti più emblematici perché luogo della proclamazione della Repubblica irlandese durante la Sollevazione di Pasqua del 1916; “Molly Malone”, la statua di bronzo (con immancabile fotografia)  che ricorda la protagonista, moglie di un pescatore,  di una  famosa canzone folkloristica diventata l’inno non ufficiale di Dublino (la statua ora si trova di fronte all’Ufficio del Turismo, in Suffolk Street).

Dublino ha anche una dimensione letteraria vuoi perché qui sono nati alcuni tra i più grandi autori della letteratura irlandese (J. Joyce, G.B. Shaw, W.B. Yeats, O. Wilde, S. Beckett, S. Heaney) vuoi perché è a Dublino che si svolgono le 24 ore di uno dei più grandi libri che il mondo abbia conosciuto ovvero l’”Ulisse” di Joyce. E per gli amanti ci sono tutta una serie di percorsi (e soste nei pub) per ricordare i luoghi natali di questi grandi e quelli visitati o associati ai personaggi dell’”Ulisse”. Sono facilmente recuperabili nelle guide, mentre il nostro suggerimento è https://www.dublinpubcrawl.com, un passeggiata di due ore e mezza, con alla guida degli attori professionisti (però è indispensabile la conoscenza della lingua inglese).

Il cibo. Un vecchio detto irlandese recita: “Eat breakfast like a king, lunch like a prince and dine like a pauper”.  La tradizionale colazione è quella che noi italiani abbiamo appreso dai libri della nostra scuola media, con in più, tipicamente irlandese, una sostanziosa fetta di sanguinaccio (“black pudding”) con l’aggiunta al suo interno di qualche fiocco di cereale (orzo e avena). Molti sono i pub che offrono questa colazione: tra questi perché facile da raggiungere (in centro, in Suffolk Street 2, vicino alla statua di Molly Malone e all’Ufficio del Turismo), e perché è di grande atmosfera (è un pub storico), l’“O’Neills Pub & Kitchen”, http://www.oneillspubdublin.com. Per un ottimo “fish & chips” si può andare nella sede centrale di “Leo Burdock”, uno “shop” a conduzione famigliare e attivo dal 1913, al numero 2 di Werburgh Street, Christchurch Place (per mangiare, se non c’è spazio – cosa che accade quasi sempre – ci si può spostare nei giardini della cattedrale). Da notare la “Wall/Hall of Fame” , con l’elenco di tutte le importanti persone che qui sono venute per il tradizionale piatto (anche il Boss!). Per un buon caffè o tè, con qualche fetta di dolce, il posto scelto fu “Bewley’s”, in Grafton Street, storico locale.

Per l’acquisto dell’ennesimo capo di lana mohair ci siamo rivolti ad un negozio di “Avoca”. La cui interessante fabbrica con annesso piccolo villaggio avremmo poi visitato durante il transito nelle Wicklow mountains (si trovano in prossimità di Arklow, lungo il fiume Avoca ed il loro sito è: http://www.avoca.com).

Lasciata Dublino, le ultime tappe del nostro viaggio in Irlanda sono state:

  • Glendalough, importantissimo sito monastico in rovina (fondato dall’eremita Kevin nel VI° secolo fu distrutto da truppe inglesi alla fine del XIV° secolo), che conserva una piccola chiesa con lo strano nome di “Kevin’s kitchen”, la croce di San Kevin ed una torre circolare;
  • Powerscourt Estate, House and Gardenshttps://powerscourt.com, nel cuore delle Wicklow mountains, vicino ad Enniskerry, GPS 3°11’05”N 6°11’13”O / 53.18472°N 6.18694°O, di cui visitiamo il grande e maestoso parco ed i giardini (in particolare, quello giapponese ed italiano) che occupano 47 acri. Una curiosità:  i Gardens ospitano il “Pets Cemetery”, considerato il più grande d’Irlanda, in cui risposano, tra azalee rododendri e rose, gli amati animali domestici dei proprietari. A 6 chilometri circa dai giardini, ci sono delle spettacolari cascate:  con i loro 121 metri, sono le più alte d’Irlanda.
  • le Wicklow Mountains ed il Sally Gap, un passo, lungo una strada che corre attraverso una sterminata brughiera con l’erica in fiore, in una tavolozza di colori in cui si mischiano il bianco, il rosa, il viola, il porpora, il bronzo, il giallo, l’azzurro, che costeggia piccoli laghi  e foreste e lungo la quale possono essere avvistati caprioli selvatici.

Alla fine raggiungiamo Rosslare. Il traghetto ci porta in Inghilterra. Inizia il viaggio di rientro, le cui tappe sono state: Bath, Stonehenge, Salisbury, Brighton, Dover.  A Calais, infine, saluti e baci per tutte/i.

Personaggi ed interpreti. I viaggiatori ed i camper nella parte di loro stessi. I gabbiani e le black-face sheep: nella parte di loro stessi/e. La navigatrice-che-non-sbaglia-mai-una-strada-mai: Cri. Verità rivelata: collaboratrice (immaginaria) nonché grande studiosa di Bruce, contesa dai maggiori cartografi mondiali, oggetto di ricerca avanzata nelle facoltà di geografia (e non solo) delle tre più prestigiose università australiane. L’Irlanda, nella parte dell’“emerald island” con il suo splendido e cangiante cielo (beh non potevo non scriverlo …).  La Guinness e le altre Irish stout nella parte di loro stesse. Gli sgombri nella parte di loro stessi (a futura memoria). I “baracchini” nella parte di loro stessi. La voce un po’ sproloquiante, un po’ interessante, un po’ professorale e un po’ “da flebo”: Umberto (avevo dato sfogo a tutta la mia cultura in lingua inglese e la mia anglofilia…).

Conclusione. Questa non fu l’unica volta a capo di un gruppo di camperisti. Due anni dopo, in un complicato viaggio nella Federazione Russa, ci ritrovammo a guidare un gruppo di dieci camper in uscita da Mosca senza alcuna preparazione ed adeguata cartina (in un momento di grande crisi, Cri riesci a sfoggiare, con un basito signore,  il suo russo imparato durante la lontana frequenza scolastica!!!), ma soprattutto durante tutto il viaggio di ritorno da Samara (sul Volga, nella parte centro-orientale della Russia europea), con sosta di alcuni giorni a Kiev organizzata quando eravamo in marcia. Una bella sfida che però, nella valutazione, ci portò alla decisione di non ripetere più questa esperienza.

Ricordi di Irlanda

VIAGGIO IN NORVEGIA … ma non a Capo Nord


E’ stato un viaggio di alcuni anni fa, affascinante ma anche difficile. Affascinante per la bellezza della natura e delle località che abbiamo visitato, ma anche difficile perché abbiamo passato molte ore in camper, il tempo non è stato clemente (molti sono stati i giorni di intensa pioggia) e, come leggerete nel diario, perché abbiamo avuto un serio problema con il motore del camper (che poi è stato l’unico in vent’anni di viaggi …). Nonostante ciò il ricordo della Norvegia è molto forte e sicuramente in futuro ci ritorneremo.

Sono circa 2000 i chilometri che separano la Lombardia dove viviamo da Oslo e, dopo due giorni interi di viaggio, nella tarda mattinata, raggiungiamo il “Bogstad Camping“, https://bogstadcamping.no. E’ un bel campeggio, immerso nella natura (c’è un lago ed un bosco) e molto vicino al centro della capitale, raggiungibile in un quarto d’ora con il bus 32, che ferma fuori dal campeggio.

Dopo aver sistemato il camper, ci spostiamo subito nel centro di Oslo per l’intero pomeriggio. Non abbiamo una meta definita ed allora seguiamo l’affollata via pedonale Karl Johans gate. La nostra attenzione è attirata dalla Domkirke, la cattedrale, con la sua elaborata vetrata ed il soffitto, entrambi splendidamente dipinti. Seguono poi l’elegante palazzo del parlamento in mattoni gialli (Stortinget); il Radhus, il municipio, in Fridtjof Nansens Plass, con le sue due torre gemelle, e con la facciata, non particolarmente attraente, in mattoni rossi in stile funzionalista, al cui interno, il 10 dicembre di ogni anno, viene conferito il premio Nobel alla pace; il teatro nazionale (National theatre), il più importante della Norvegia, con la sua bella hall in stile rococò. Al termine della via, circondato da un grande parco, si trova il neoclassico Slottet o più formalmente Det kongelige slott, costruito nella prima parte del XIX° secolo, la residenza ufficiale dei reali norvegesi. Un po’ stanchi per il viaggio e per la visita del centro di Oslo, rientriamo in campeggio.

Continuiamo la visita il giorno dopo. Ci sono tanti musei nella città e considerato il tempo che abbiamo disposizione decidiamo di visitare il Viking-skipshuset, il Norsk Folkemuseum ed il Vigelandsparken. I primi due si trovano nella penisola di Bygdoy, che dista pochi minuti dal centro ma che sembra appartenere ad un altro mondo: rurale. E difatti i reali hanno qui la loro residenza estiva, come pure molti ricchi abitanti di Oslo. La penisola si raggiunge in traghetto che parte difronte al municipio: le corse sono molto frequenti e i due musei si raggiungono con una breve passeggiata a piedi dalla fermata del terminal dei traghetti di Dronningen.

Il primo museo (Viking-skipshuset, in Huk Aveny 35) espone due eleganti navi vichinghe, Oseberg e Gokstad, costruite in legno di quercia nel IX° secolo, utilizzate nella terraferma come tombe per nobili vichinghi (in realtà il museo presenta anche i resti di una terza nave, che però sono poca cosa rispetto all’imponenza ed al livello di conservazione delle altre due) e degli oggetti ritrovati sulle navi, doni che avrebbero accompagnato il defunto nell’aldilà. Oseberg fu sepolta nell’anno 834, è lunga 22 metri, richiedeva trenta rematori ed è decorata da sculture che raffigurano un drago ed un serpente. Contiene una grande camera sepolcrale, ma quando venne dissepolta i gioielli erano già stati tutti trafugati. Gokstad è più solida, fu costruita attorno all’890, ed è considerata il più bell’esempio rimasto i nave vichinga (anche qui la camera sepolcrale venne depredata prima della sua scoperta). Il Norsk Folkmuseum, http://www.norskfolke.museum.no, in Museumsveien 10, il museo del folklore norvegese, è il più grande museo all’aperto di Norvegia: comprende 140 edifici, quasi tutti del XVII° e XVIII° secolo, provenienti da tutto il paese, appartenente sia ad un contesto rurale che cittadino.

Lasciamo la penisola e ci spostiamo in Aker Brygge, il vecchio cantiere navale ora un complesso commerciale all’avanguardia, nuovi edifici residenziali in vetro ed acciaio ed una grande area di ristorazione. Qui come fanno gli abitanti di Oslo ed i numerosi turisti gustiamo degli ottimi gamberetti, accompagnati da una baguette fresca, maionese ed una spruzzata di succo di limone.

Dopo il pasto, prendiamo il tram 12 in direzione Frogner per visitare il Vigelandsparken. Come dice il nome è un parco e come tale presenta laghetti, vasti prati , ruscelli, alberi ombrosi che attirano gli abitanti di Oslo nelle belle giornate. Per noi invece è soprattutto un’esposizione all’aperto di 212 opere del grande scultore norvegese Gustav Vigeland, in bronzo ed in granito. Le emozioni sono tanti e di forte impatto sia che si ammiri le statue degli amanti abbracciati, dei mendicanti, degli anziani, dei bambini, sia che ci si trovi difronte al monolito di 14 metri, che svetta sulla sommità della collina del parco, che rappresenta 121 figure umane che si contorcono, si abbracciano e si ostacolano nella loro lotta per raggiungere la cima.

Il giorno successivo lasciamo Oslo in direzione di Lillehammer e Trondheim, dove intendiamo arrivare verso sera. Entriamo nella parte centrale della Norvegia ed il percorso complessivo è di circa 500 chilometri. La prima – breve – sosta è Lillehammer. Fu sede degli giochi olimpici invernali nel 1994 e gran parte della vita della cittadina ruota attorno ai siti olimpici e agli sport invernali. Ci sono però anche degli interessanti musei: tra questi il Maihaugen, il museo folkloristico, allestito all’aperto che raccoglie 180 edifici, valutato dalla nostra fedele guida “Lonely Planet”, come il più bello di tutta la Norvegia.

Seguiamo l’itinerario E6 e dopo circa 200 chilometri, alla fine del lago Mjosa, lo stesso su cui si trova Lillehammer, ci fermiamo in prossimità di Ringebu per visitare la splendida stavkirke, tipicamente norvegese, una delle 28 sopravvissute ai giorni nostri, anche se tutte pesantemente rimaneggiate nel corso dei secoli. Situata a circa due chilometri dal centro abitato e poco distante dall’itinerario che stiamo seguendo, questa chiesa in legno risale in larga parte al 1220 circa (la torre rossa fu aggiunta durante una ristrutturazione del XVII° secolo), presenta al suo interno una interessante statua di san Lorenzo e delle incomprensibili iscrizioni runiche.

Una volta superata Dombas, entriamo nel Dovrefjell-Sunndalsfjella Nasjonalpark, un grande parco nazionale che è la più ampia area protetta continua della Norvegia, istituito per salvaguardare gli splendidi altopiani che circondano il monte Snohetta e le paludi di Fokstumyra, habitat ideali di numerosi animali (per citarne solo alcuni: volpi artiche, renne selvatiche, buoi muschiati e, tra gli uccelli delle paludi, il croccolone, il gambecchio nano, il combattente, l’albanella reale). E’ il primo assaggio di quella natura per la quale avevamo deciso questo viaggio: le vedute mozzafiato ci riempiono gli occhi, ci resteranno negli anni a venire e ci spingeranno a tornare in Norvegia.

In serata arriviamo a Trondheim e ci sistemiamo nell’area di sosta per camper (Trondheim parkering), in Maskinistgata 2, Coordinate: 63°26’17.9”N; 10°25’15.6”E.

Il giorno dopo visitiamo Trondheim: è stata la prima capitale ed ora è la terza città più grande della Norvegia. Il centro si estende su una penisola, è molto frequentato, le biciclette sono ovunque (molti sono i giovani: è sede universitaria), i bar ed i ristoranti sono invitanti, soprattutto quelli nel quartiere Bakklandet, che occupano spazi che una volta erano magazzini e residenze operaie, ed in quello di Solsiden, qui più stilosi. Ci restiamo fino al primo pomeriggio e riusciamo visitare la Nidaros Domkirche, con il palazzo dell’Arcivescovo, ed i quartieri storici. La cattedrale di Nidaros, in Konsgardsgata, risale al Medioevo, è imponente, ha una facciata riccamente decorata da numerose statue di personaggi biblici, vescovi e re norvegesi, mentre nella penombra dell’interno, si possono ammirare l’altare con la tomba del re vichingo che introdusse il cristianesimo (Olav il Santo), gli elementi architettonici d’influenza anglo-normanna nel transetto e nella sala capitolare e quelli gotici del coro e del deambulatorio. Nel transetto meridionale c’è l’ingresso per la salita alla torre (ogni mezz’ora circa): salendo si può avere una bella vista sulla città. Il biglietto dell’ingresso alla Cattedrale permette la visita anche dell’adiacente Erkebispegarden (il Palazzo dell’Arcivescovo), anch’esso medioevale (1160 circa), all’interno del quale si può ammirare il tesoro della corona norvegese e visitare un museo dedicato alla cattedrale.

Terminata la visita ci siamo spostati Kjopmannsgaten, al cui inizio, sulla destra, c’è il vecchio ponte cittadino (Gamle Bybro). E sul ponte ci siamo fermati perché si può avere una splendida veduta del Bryggen, una serie variopinta di magazzini del XVIII° e XIX° secolo che s’affacciano sul fiume e che, lo scopriremo più avanti nel viaggio, ricordano quelli (molto più belli) di Bergen. A est del ponte ci sono i due quartieri storici di Mollemberg e Bakklandet. Oltre a cedere alla tentazione di fermarci in un pittoresco bar e gustare un ottimo caffè (a proposito: i norvegesi sono grandi bevitori di caffé) accompagnato da deliziose fette di torta, ammiriamo, lungo le vie acciottolate, le numerose case dai colori pastello, tutte circondante da piccoli ma molto curati giardini, ed i diversi edifici in legno del XIX° secolo (tra questi: la Hospitalskirchen, una chiesa ottagonale in legno, situato nel perimetro dell’ospedale).

La parte restante della giornata la dedichiamo alla Atlanterhavsveien, la Strada dell’Atlantico, un tratta lungo circa 8 chilometri, costruito negli anni ’80 del secolo scorso. E’ composta da 8 ponti e viadotti, si innalza e serpeggia su 17 isolette tra Verang e l’Isola di Averoya, è classificata come “strada nazionale del secolo”, per molti una delle più belle strade del mondo. Percorrerla è stato un gran piacere per i panorami che regala (anche se nella brutta stagione diventa estremamente pericolosa per il forte vento e le mareggiate) quando si innalza o s’incurva, con il mare ai suoi lati. Lungo la strada ci sono delle rientranze: in una di queste trascorriamo la notte. Ed il mare stimola una delle mie passioni: la pesca. Così tra la sera e la mattina presto alcuni merluzzi abboccano agli artificiali.

Dopo la pesca mattutina, ci spostiamo ad Alesund, nella zona dei Fiordi settentrionali. Nel primo pomeriggio arriviamo nell’area di sosta nel centro della città: Bobilparkeroing I Sentrum, GPS: 62°28’36.8”N; 6°09’35.9”E.

Visitiamo il centro della città che si sviluppa su una penisola a forma di amo. Ci sono molto edifici in stile art nouveau continentale e con ornamenti e motivi della tradizione norvegese conseguenza della ristrutturazione seguita al devastante incendio che colpì Alesund il 23 gennaio 1904 e alla quale parteciparono l’imperatore Guglielmo II di Germania, che spedì navi cariche di provviste e materiali edili, ed un gruppo di giovani architetti norvegesi di formazione germanica. Questi edifici possono essere ammirati sopratutto nella via Kongensgata. Tralasciamo i musei, un po’ perché defilati rispetto al centro un po’ perché il tempo a disposizione non ce lo permette, mentre ci impegnano a salire i 418 scalini sulla collina di Aksla per raggiungere il belvedere di Kniven, da cui si può avere una bella panoramica della città e delle isole che la circondano.

L’area di sosta è prospiciente il mare: è possibile pescare e due merluzzi finiscono sul barbecue.

Il giorno successivo ci spostiamo a Runde, 67 chilometri a sud-ovest di Alesund, e sostiamo nel campeggio, alla fine della strada, direttamente sulla spiaggia, Goksoyr Camping.

Runde viene definita l’isola degli uccelli e per la nostra guida “ospita mezzo milione di uccelli marini di 230-240 specie diverse, tra cui 100.000 coppie di pulcinella di mare” (gli abitanti sono circa 150!). Appena fuori il campeggio parte un sentiero che corre a picco sugli scogli che percorriamo. La pioggia ci disturba molto, ma la vista degli uccelli (e tra questi le pulcinelle di mare sono le più numerose), degli scogli e del tempestoso mare sono indimenticabili. Dopo due ore circa, fradici, rientrano in camper.

La pioggia si interrompe un po’ e mi lascia un breve spazio per una infruttuosa pesca, ma poi riprende con grande intensità. Tutto fuori diventa grigio scuro ed il cielo non si distingue dal mare. Lo spettacolo è molto suggestivo, ma noi con la stufa accesa siamo all’interno del nostro camper …

Lasciamo l’isola il giorno dopo sempre sotto la pioggia. Ci spostiamo in direzione di Adalsnes a sud della quale vogliamo percorrere la Trollstigen, la “scala dei Trolls”. E’ una strada di montagna da brivido, portata a termine nel 1936 dopo otto anni di lavoro: 11 tornanti, con pendenza del 12% o superiore, quasi sempre ad una sola corsia, spesso con scarse protezione ai lati. Pochissime le rientranze: una in corrispondenza della cascata Stigfossen, dove, come tutti, anche noi ci fermiamo per le fotografie di rito. Arrivati in cima altre rituali fotografie: della vertiginosa vista sulla vallata sottostante, delle cime dei monti che la circondano e del cartello stradale che avverte “Attraversamento di Troll”. La strada è famosa anche nel mondo della bicicletta ed infatti, quando saliamo, davanti al nostro camper, c’è un padre che, in auto, incita a perdifiato il figlio adolescente in bicicletta a salire il più velocemente possibile. E noi restiamo basiti anche guardando il volto stravolto dell’ansimante adolescente.

Nel villaggio, al termine della discesa dopo una breve sosta, sentiamo un rumore provenire dal motore del nostro Sleek 585. Andiamo da un meccanico, che ci consiglia di ritornare ad Alesund. Così, passiamo la notte ad Alesund, davanti ad un’autofficina, dopo un breve controllo del motore del camper da parte di un meccanico. Con molti pensieri infausti nella testa. Il giorno dopo i meccanici controllano il motore. Ci comunicano che per loro si sta rompendo la pompa dell’acqua e, per la riparazione, di andare ad Oslo, nella sede centrale dell’officina.

Arriviamo, dopo circa 500 km, con un forte rumore nel motore, quando stanno per chiudere. Ci lasciano entrare con il camper e nel cortile dell’officina trascorriamo la notte. Il giorno dopo prima controllano un camper di una coppia tedesca, poi il nostro Sleek. Attendiamo. Silenzio. Prendo l’iniziativa di andare a chiedere informazioni: scopro che per aggiustare Sleek chiedono un controvalore in corone di 2500 euro. Discutiamo animatamente, telefono alla nostra officina di fiducia in Italia per un confronto (li metto in crisi quando comunico che quotano circa 125 euro per ogni ora di lavoro), ci dicono che stanno chiedendo troppo per sostituire la pompa dell’acqua e tutto quello che questo comporta, e tra il meccanico che parla in italiano, io che traduco in inglese, loro che rispondono in norvegese/inglese, alla fine scendiamo a 17.000 corone, circa 1800 euro. Accettiamo. Ordinano la pompa ed iniziano il lavoro. Ovvero ci comunicano che smontano il motore. A questo punto, per la prima volta nella nostra vita, facciamo valere l’assicurazione grazie alla quale riusciamo a trovare un ottimo albergo nel centro di Oslo. Anche se abbiamo tanti pensieri nella nostra mente (che fare: continuare il viaggio o ritornare in Italia? se restiamo: come continuare il viaggio?), approfittiamo per un’ulteriore visita di Oslo.

Passeggiamo nel centro e ci spostiamo in Aker Brygge. Ci deliziamo con una cena in uno dei suoi numerosi e stilosi ristorante consistente in un piatto misto di pesce, affumicato e non, uovo di gabbiano (più grande rispetto a quella di gallina, bluastro, gustoso) e, con qualche rimorso, un trancio di balena.

Per tutta la mattina del giorno dopo restiamo nel centro di Oslo. Visitiamo Akershus Festning e Akershus Slott, la fortezza ed il castello di Akershus, entrambi ricchi di storia. Costruiti durante il Medioevo, si trovano sul lato orientale del porto, sono affacciati sul mare, hanno subito più volte opere di ristrutturazione e di rinnovamento ed oggi si presentano come una specie di parco per concerti e spettacoli vari, a ragion veduta sono una grande attrattiva della città. Il castello comunque mantiene la sua facciata medioevale, ma nell’insieme è un palazzo rinascimentale, con, nei sotterranei, le prigioni mentre ai piani superiori grandi sale di ricevimento e banchetti.

Mentre visitiamo Oslo, prendiamo la decisione di continuare il viaggio. Alle 3 del pomeriggio ritorniamo all’officina. Paghiamo il convenuto e ripartiamo con qualche timore. Percorriamo la E16 e ci fermiamo a Fagernes, un tipico villaggio di montagna. Sostiamo lungo il lago. Facciamo un barbecue, ci sono altri camper e qui trascorriamo la notte.

La mattina dopo lasciamo Fagernes e seguiamo la R51, che sale lungo colline, foreste, un brullo altopiano, con sullo sfondo alte ed innevate montagne mentre costeggia numerosi laghi. In uno di questi e nel torrente immissario, dopo aver pagato il permesso giornaliero, provo a pescare: il posto è incantevole, ma l’esito della pesca infausto. Raggiungiamo il villaggio di Lom e visitiamo la stavkyrkje: posizionata nel centro, in prossimità del fiume, è stata ampliata e modificata nel corso della storia (l’attuale pianta a croce risale al XVII° secolo, mentre la sua costruzione invece è avvenuta nel 1170): è una delle più belle della Norvegia e tuttora in uso come chiesa parrocchiale.

Lom è in posizione fantastica ed è molto importante perché punto d’intersezione delle strade che portano a Geiranger (a circa 70 chilometri) e la Sognefjellvegen (R55), una strada panoramica che corre in quota (raggiunge i 1434 metri), inclusa nell’elenco delle 18 strade turistiche nazionali, e che attraversa lo splendido Jotunheimen Nasjonalpark. Noi decidiamo di seguire quest’ultima direzione: la salita è graduale ed inizia con l’incantevole valle del Bovra. Qui e per tutto il percorso ci sono splendide vedute: all’inizio c’è molta vegetazione e numerose sono le foreste di pini, poi prevalgono laghetti più o meno ghiacciati, la neve sui prati, ghiacciai che lambiscono la strada o che si sviluppano come braccia tra due costoni di montagna. Di questi ci colpisce il colore blu ed il pensiero va al XIX° secolo quando questo ghiaccio veniva commercializzato e gli inglesi (ma non solo) lo utilizzavano nei loro drink. Il cielo molto nuvoloso, d’un grigio pesante, completa il paesaggio: è una sintonia di colori, un po’ malinconica, comunque dotata di un suo particolare fascino.

Alla sera raggiungiamo Sogndal e trascorriamo la notte nel Kjørnes Camping og Fjordhytter Kjørnes, GPS: Latitudine: 61.211712 | Longitudine: 7.120832.

Il giorno dopo andiamo a Solvorn, che scopriamo essere un tipico ed elegante villaggio, per prendere il battello che, attraversando il Lustrafjorden, ci porta a Urnes, una località con una bella chiesa in legno, Patrimonio dell’Umanità. Che raggiungiamo dopo una passeggiata di un chilometro, ma la chiesa è chiusa perché purtroppo in ristrutturazione. C’è però una locanda dove mangiamo delle ciliegie accompagnate da un waffle.

Riprendiamo il battello, risaliamo sul camper che abbiamo lasciato nel parcheggio vicino al molo per le due prossime tappe: il grande ghiacciaio Josdalsbreen, o meglio il suo braccio più accessibile (e meta di numerosi turisti) Briksdalsbreen, e il Geirangerfjord, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, per la nostra guida “molto probabilmente il fiordo più bello del mondo” e, per questo, invaso da molti turisti e percorso da molti ed inquinanti traghetti.

Briksdalsbreen è a circa 25 chilometri dal villaggio di Olden da cui ha inizio la strada per la salita al ghiacciaio. Lasciamo il camper nell’ampio parcheggio gratuito e camminando lungo un facile sentiero arriviamo al lago che raccoglie le acque del ghiacciaio: la vista è impareggiabile, il colore blu del ghiaccio ci colpisce, purtroppo è evidente il suo restringimento.

Nel tardo pomeriggio ci troviamo sul punto della strada a picco su Geiranger, il villaggio in fondo al fiordo. Che, però, possiamo soltanto immaginare perché c’è tanta nebbia, quella nebbia fitta che una volta caratterizzava le giornate della nostra Lombardia. Lentamente percorriamo gli 11 tornanti e raggiungiamo il campeggio Geiranger Camping, a pochi passi dall’attracco dei traghetti, sconvolto dalla pioggia di questi giorni e dalle acque del torrente impetuoso che lo attraversa, e lì passiamo la notte.

La mattina dopo, con il traghetto, sul quale abbiamo caricato il nostro camper, percorriamo il fiordo per tutta la sua lunghezza di circa 20 chilometri. Lo spettacolo è di quelli che rimangono nella mente: sulle parete scoscese sono abbarbicate alcune fattorie (che fanno sorgere domande: come avranno fatto a costruirle? saranno abitate?), impetuose cascate gettano le loro acque in quelle verde smeraldo del fiordo, gabbiani si lasciano trasportare dalle folate di vento e sembrano prepararsi per le nostre foto ricordo. Fa anche molto freddo però e la voglia di rinchiudersi all’interno del traghetto è molto forte. La crociera finisce a Hellesynt.

Ci muoviamo in direzione sud fino a Laerdal, con sosta in un pittoresco bar. Forse perché stanchi o perché sicuramente disattenti, partiamo lasciando la borsa con i soldi ecc. su una delle sedie all’esterno. Quando ce ne accorgiamo qualche chilometro dopo velocemente ritorniamo al bar. Veniamo accolti dal sorriso del gestore che si ricorda di noi e ci consegna la borsa: “tutto bene quel che finisce bene”.

Lungo il percorso ci sono degli impetuosi torrenti e delle splendide vedute. Inizia però a serpeggiare la stanchezza delle troppe ore passate in camper e scappano dei confronti con altri viaggi: soprattutto con la nostra amata Gran Bretagna, la sua campagna e le numerose possibilità di sosta che spezzano i lunghi tragitti, dove gustare ottimi cream tea o sorseggiare le bitter.

A Laerdal ci fermiamo nell’accogliente campeggio in Grandavegen 5. Per contatti, il sito è : https://www.laerdalferiepark.com. Il villaggio è in una splendida posizione: al termine della lussureggiante valle con lo stesso nome, in cui si coltivano “ottime ciliegie dolci” (apprezzamento citato dalla guida) e sulle sponde del Sognefjord, il fiordo più lungo del mondo (203 chilometri). Vicino al campeggio c’è un fiume ideale per la pesca al salmone: tutto questo risveglia la passione della pesca, ma mentre mi accingo a gettare l’artificiale leggo un cartello di divieto di pesca per la presenza di un batterio che sta uccidendo i salmoni. Non rinuncio: vado sul molo per qualche merluzzo. E qui … c’è un altro ostacolo: i ciarlieri italiani che, arrivati in pullman e sistemati nell’albergo, incontrano un italiano e con lui vogliono condividere informazioni ed impressioni sulla nazione che si sta visitando.

Il giorno dopo mi alzo presto e pesco lungo la massicciata del porto. Dopo la pesca (2 ore circa), visitiamo il villaggio di Laerdal: elegante, e a tratti aristocratico, nei suoi edifici in legno. Con il bus, andiamo alla stavkirke di Borgund: dedicata a Sant’Andrea, è una delle più note e fotografe della Norvegia. E’ molto ben conservata ed è l’unica ad avere conservato il campanile indipendente dal corpo della chiesa. Ci sono anche degli antichi sentieri che partono dalla chiesa. E se il tempo lo permette (ma non è il caso nostro), è bello fare una passeggiata. Una volta rientrati, sotto la pioggia, per circa tre ore, mi rimetto a pescare: tre pesci persi e due merluzzi. Purtroppo non si può fare il barbecue perché diluvia. O quasi.

Il giorno dopo ci spostiamo a Flam attraverso una galleria di più di 24 km per prendere il treno che vertiginosamente si inerpica su una montagna e collega il villaggio a Myrdal: una meraviglia sia per il paesaggio che per la qualità della costruzione: a trazione elettrica e a scartamento normale nonostante la pendenza: sale praticamente dal livello del mare (2 s.m.l.) per 864 metri in 20 chilometri circa. La linea ferroviaria si chiama Flamsbama, il sito web è http://www.flaamsbana.no., ci sono fino a 10 corse giornaliere nel periodo estivo ed è di collegamento con la principale Oslo-Bergen. Quando arriviamo scopriamo che molte corse sono complete (molti sono i turisti). Così visitiamo il paese, scopriamo sia interessanti negozi di alta qualità, sia anche di cattivo gusto (la solita paccottiglia per turisti), ci riposiamo e, finalmente alle 4, prendiamo il treno. Che sale, sale … . Le cascate sono numerose, tutte imponenti, soprattutto Kjosfosse, difronte alla quale il treno si ferma per le fotografie di rito. Assistiamo anche ad uno spettacolo organizzato sulla montagna, tra nebbie, naturali e non, nel quale cantanti liriche (?) sono abbigliate come vestali celtico-vichinghe ed una danzatrice impersona una figura del folklore nordico protettrice dell’acqua e dei fiumi. Arrivati in cima a Myrdal, attraverso ardite gallerie a spirale dentro e fuori la montagna, come all’andata, il treno ora scende … scende con una pendenza pari al 55 per mille sull’80% del percorso.

Riprendiamo il camper ed arriviamo a Voss, famoso centro per gli sport estremi (bungee jumping, parasailing), ma che per noi, come d’altro canto per molti altri viaggiatori, è una tappa del percorso dai fiordi verso Bergen. Sostiamo nel campeggio Voss Campingm http://vosscamping.no, è sul lago e vicino al centro della cittadina. Il motore è ancora caldo quando accendiamo il barbecue: i tre merluzzi della cena sono quasi buoni.

Nel pomeriggio del giorno dopo arriviamo a Bergen, naturalmente sotto la pioggia: sono le 14.00 quando entriamo nell’area di sosta in Vilhelm Bjerknes, 24, N 60.354543, E 5.359813, difronte al palazzetto del ghiaccio, vicino alla fermata del tram che porta in centro.

Bergen è una bella città, in fantastica posizione circondata come è da colli e fiordi, ricca di storia con il suo quartiere del Bryggen, ora nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità, l’animato porto di Vagen, le molte case di legno sulle colline circostanti, interessanti musei, gente simpatica. Per noi una piccola delusione è però il mercato del pesce della Torget, la piazza sul lungomare: l’atmosfera è sì gioiosa e vivace, ma l’impressione che ne ricaviamo è che è troppo turistico ed il pesce ed i frutti di mare sono buoni ma cari.

La nostra visita, per la quale troviamo molto utile la Bergen Card (http://www.visitbergen.com.) occupa il pomeriggio dell’arrivo e tutto il giorno dopo. Non possiamo non partire dal Bryggen, (il “molo” nella traduzione in italiano) che si snoda lungo la riva orientale del porto di Vagen. Gli edifici attuali sono stati tutti ricostruiti dopo l’incendio dell’inizio del XVIII° secolo ma seguono l’impianto originale. Sono tutti in legno, di due o tre piani, con una grande sala luogo di incontro per i dipendenti. Fungevano da locali per uso commerciale, alloggio e magazzino ed erano condivisi da più società commerciali. C’è anche un museo che illustra la vita del Bryggen nel corso dei secoli e fornisce una dettagliata guida per la visita (anche di altri siti di Bergen): si chiama Bryggens museum, si trova in Dreggsalmenning 3.

Per conoscere la vita dei commercianti della Lega Anseatica, di cui Bergen faceva parte, i posti migliori sono Hanseatiske Museum, http://www.museumvest.no, in Finnegardsgaten e la Schotstuene, in Ovregaten 50. Dalle difficili condizioni di lavoro e di vita dei commercianti e dei loro apprendisti al lusso della classe dirigente di allora, alla ricostruzione di una sala in cui l’ordine dei commercianti teneva le riunioni o festeggiava bevendo birra (la Schotstuene), alla preghiera del commerciante: tutto questo è dettagliatamente documentato e la ricca conoscenza che se ne ricava è certamente esaustiva della Lega, delle sue regole e della mentalità dei commercianti che ne diedero vita.

Per ammirare Bergen dall’alto ci avvaliamo della funicolare Floibanen, in Verlidsalmenning 21, www,floibanen.no. Completano la nostra visita la Bergenhus Festning (fortezza), all’ingresso del porto, la Mariakirken e la Domkirke: la prima è l’edificio più antico di Bergen (XII° secolo), con facciata a due torri gemelle in stile romanico e all’interno con uno splendido pulpito barocco, dono dei mercanti della Lega Anseatica; la seconda è la cattedrale di Bergen, dall’interessante ingresso.

Come ci capita spesso nei nostri viaggi, con la pioggia che non ci abbandona, passeggiamo anche senza una meta precisa. E così percorriamo tranquille e suggestive vie, tutte con ciottoli e fiancheggiate da belle case in legno, con bar nei quali gustare piatti di salmone e baccalà oppure caffè con deliziose torte, soprattutto dietro la stazione della funicolare, a Sandviken, a Nordness (e qui c’è un ristorante piuttosto conosciuto: il Kafe Kippers, in Gergenes Verft, 12).

Lasciamo Bergen sotto la pioggia. Facciamo una tappa a Haugesund, città portuale un po’ fuori dai percorsi turistici. Interessante il Radhus, nelle cui vicinanze c’è il tumulo di Krosshaugen, con una croce in pietra, che ricorda i raduni cristiani che si svolgevano qui attorno all’anno 1000. Ha lunga via centrale con qualche casa in legno piuttosto interessante. Una curiosità: la città rivendica il titolo di patria originaria i Marilyn Monroe perché figlia di un fornaio locale emigrato negli Stati Uniti (c’è anche un monumento sul porto in ricordo della sua morte). Troviamo un ristorante di pesce. L’ambiente è bello, la zuppa di pesce che ci riscalda un po’ è buona.

Il nostro viaggio continua sull’isola di Karmoy. Assolutamente non interessante all’inizio: solo fabbriche. Poi, quando la strada corre lungo la costa, si aprono dei bei paesaggi che ci accompagnano fino all’incantevole Skudeneshavn, dalle molte case bianche di legno. Passeggiando nel paese scopriamo che la località è collegata con un un traghetto a Stavenger. Con il camper ci spostiamo sul molo: la pesca è infruttuosa, la notta tranquilla.

La mattina dopo, il traghetto, in realtà un grosso battello economico, ci porta, dopo un viaggio di un’ora e trenta minuti, in prossimità di Stavanger. Visitiamo Stavanger: davvero bella è la parte vecchia e quella lungo il molo dove attraccano le navi da crociera (la città accoglie un grande flusso di turisti). Lungo la via centrale della Gamle Stavanger, la vecchia Stavanger, ci sono molte case in legno (la guida ne conta 173) dell’inizio del XVIII° secolo, tutte imbiancate e ben conservate, con meravigliosi giardini in fiore. C’è anche un museo-fabbrica di aringhe Hermettikkmuseum: che naturalmente visitiamo. E così veniamo edotti circa l’importanza di Stavanger in questo settore merceologico all’inizio del XX° secolo, il processo di lavorazione in 12 fasi del pesce ed il suo inscatolamento. Possiamo vedere molte delle etichette usate per abbellire le confezioni e veniamo informati che ora assai ricercate dai collezionisti.

La giornata è davvero bella: finalmente! Sotto il gradevole sole vistiamo la Domkirke: una bella cattedrale medioevale in pietra, più volte restaurata, al punto che ora si presenta come un insieme di elementi gotici, barocchi, romanici ed anglo-normanni. La mite temperatura e, dopo tanti giorni di pioggia, il ritemprante sole ci tengono lontano dallo Stavanger Museum (www.stavanger.museeum.no): sarà per un altro viaggio!

Lasciamo Stavanger nel pomeriggio. Seguendo la strada n. 44, ci ritroviamo all’improvviso in un territorio che diventa roccioso, con molti laghi oscuri e tanta erica. Cerchiamo un posto per la notte: ci fermiamo nel porto della bella Egersund, dalle molte case in legno lungo la Strandgaten.

Il giorno dopo continuiamo lungo la strada 44. Il paesaggio non cambia. Ci indirizziamo nel territorio del comune di Sokndal, inserito nell’elenco delle città internazionali “slow” (www.cittaslow.org). Qui c’è l’incantevole è villaggio dei pescatori di Sogndalsstranda, a ragion veduta, uno dei posti più fotografati di tutta la Norvegia. La piccola via centrale è ricca di bar, dove è possibile gustare degli ottimi waffles.

Proseguiamo sotto la pioggia sempre più intensa fino a Flekkefjord. Parcheggiamo lungo il fiordo. Andiamo all’ufficio del turismo per avere una mappa del centro, mangiamo una pizza per scappare dalla pioggia, ritorniamo in camper. Decidiamo di fare un giro del paese sotto la pioggia che fortunatamente diminuisce. Vediamo belle case antiche in legno, tutte bianche, sono nel quartiere Hollenderbyeb (“città olandese”), costruite nel passato da olandesi. Mi alzo presto e vado a pescare. Prendo un grosso merluzzo. E, finalmente, capisco come migliorare la mia pesca, ma è anche il posto che lo permette: esca metallica recuperata verticalmente dal fondo.

Lasciamo Flekkefjord per Farsund, bella cittadina con bianche case in legno. Ci spostiamo al faro che domina il promontorio roccioso di Lindesnes. Lindesnes è il punto più meridionale della Norvegia, ed è qui che le acque dello Skagerrat, il canale naturale tra la Danimarca e la Norvegia, si scontrano con quelle del mar del Nord, e che, per gli opuscoli turistici della zona, si possono avere scorci fotografici migliori di quelli di Capo Nord. Il faro è come devono essere tutti i fari: piccolo, bianco e rosso, rotondo, a picco sul mare, con le rocce tutte attorno. Pittoresco.

Transitiamo da Kristiansand, luogo di ferie per i norvegesi, ed arriviamo a Lillesand. Parcheggiamo nell’area di sosta, Gjestehavn Lillesand Bobilhavn GPS: N 58.24728, E 8.38355 N 58°14’50”, E 8°23’01″790 . Il villaggio merita una visita per il suo centro, intatto, tutto di case intonacate a calce.

Il giorno successivo visitiamo Grimstad che è il punto più soleggiato di tutta la Norvegia, con una media di 266 giorni di sole. L’architettura della città è quella degli altri centri che in questi giorni abbiamo visitato: case in legno, molte delle quale dal colore bianco. Ma diversamente dagli altri centri fiancheggiano le numerose stradine che dal lungomare si indirizzano verso l’interno e non viceversa. Nel passato – fine ‘800 – la città è stata un grande centro cantieristico ed la città in cui ha vissuto il drammaturgo Henrik Ibsen (interessante la visita alla casa-museo, Ibsen-Museet, in Henrik Ibsens Gate, 14).

La cittadina di Arendal è la seconda tappa del giorno. Interessante la visita attorno al porto con il suo vecchio quartiere (Tyholmen): tanti edifici in legno del XVII°/XIX° secolo, che elementi neoclassici, barocchi e rococò, con il Radhus, imponente ed in legno.

Ci spostiamo nel campeggio Nidelv Brygge og Camping, in Versterveien 251, a Hisoy, lungo il fiume Nidelv, 6 chilometri a ovest di Arendal. Il sole splende e scotta (!) sulla nostra pelle: ci abbandoniamo sulle sdraio, un buon caffè , un buon libro e poi una cena.

Iniziamo il rientro in Italia il giorno dopo. Ci spostiamo nella cittadina di Larvik da dove partono i traghetti per Fredrikshavn in Danimarca. Larvik vale una breve visita soprattutto la zona lungo il mare. C’è un interessante area che è un po’ porto, un po’ mercato del pesce, con anche degli invitanti ristoranti. Vorremmo portare qualche regalo, ma la macchina per il sottovuoto non funziona: niente salmone norvegese da gustare in Italia. Passiamo la notte nel parcheggio del porto.

Il giorno dopo riusciamo a partire prima del previsto. La prima tappa la facciamo in Germania: una bella cittadina medioevale: Celle. Che sarà una delle tappe di un altro viaggio. Alla sera arriviamo all’area di sosta di Rothemburg od der Tauber. Che visitiamo e, come da consuetudine per noi, compriamo delle Schneeballen (palla di neve), dolce tipico a base di pasta frolla ed ingredienti vari come zucchero a velo, glassa, mandorle, marzapane; gustiamo una coppa di gelato nella gelateria D’Isep. E anche se è agosto visitiamo il Kathe Wohlfahrt Weihnachtsdorf , https://kaethe-wohlfahrt.com, nella piazza centrale, negozio/villaggio di Natale, con la sua grandiosa selezione di articoli per il Natale.

Ed iniziamo a parlare della Norvegia usando il passato …

VIAGGIO IN AUSTRIA

Siamo ancora in Italia quando decidiamo di fare la prima tappa di questo viaggio: è a San Daniele del Friuli per una cena con il delizioso prosciutto crudo. Sostiamo per la notte nell’area di sosta della città, in Via Udine, e l’indomani mattina entriamo in Austria.

La prima meta è Villach nella Carinzia centrale. Attraversata dal fiume Drava, al suo centro c’è l’Hauptplatz (piazza centrale), rettangolare, più simile ad una via che ad una piazza (caratteristica, questa, che ritroveremo in altre città austriache), con la Colonna della Trinità, alla cui sommità ci sono le statue di san Rocco e san Floriano, che fu eretta per proteggere la cittadina dalla peste (1739). Poi la Stadtpfarrkirche Sankt Jakob, in Oberer Kirchenplayz, 8, con interessanti affreschi, soffitto con decorazioni a stucco ed imponente altare rococò rivestito in foglia d’oro.

Passeggiando notiamo che nel centro storico ci sono molti caffè con i tavolini all’aperto che rendono la cittadina molto vivace e ci immaginiamo come potrebbe essere Villach nel periodo natalizio (ed infatti il suo mercatino è tra i più frequentati della zona, anche dagli italiani vista la vicinanza con il confine).

La seconda tappa della giornata è Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia, sul bellissimo lago Worthersee. Una volta sistemato il camper nel campeggio “Klagenfurt am Wörthersee”, in Metnitzstrand 5, GPS: 46°37’05.7‘‘N 14°15’23,1’‘O, http://www.gocamping.at, facebook.com/camping.woerthersee, in prossimità del lago, dove passeremo due notti, visitiamo Klagenfurt.

Iniziamo con l’Alter Platz (Piazza Vecchia), che come a Villach, è più una larga e lunga via pedonale, con numerosi caffè e racchiusa da bei palazzi. Tra questi, il Rathaus (Municipio) del XVII° secolo, con un bel cortile a portici rinascimentale. Anche qui, al centro della piazza, si trova, la Dreifaltigkeitssäule (Colonna della Trinità) del 1683, in questo caso con alla sommità una mezzaluna dorata in ricordo della vittoria sui Turchi.
Nella nostra passeggiata abbiamo avuto modo di apprezzare: la famosa fontana del drago, simbolo della città, in Neuer Platz (Piazza Nuova); Landhaus, rinascimentale, sede del parlamento del Land, con la Grosser Wappensaal (Sala degli Stemmi), che contiene più di 600 stemmi delle casate austriache e, nel soffitto, un magnifico trompe l’oeil, che crea l’illusione di trovarsi in una galleria a volta, nella quale sono ritratti alcuni notabili austriaci mentre rendono omaggio a Carlo VI°; la Stadthauptparrkirche Sankt Egyd, in Pfarraplatz, una torre alta 45 metri, con 225 gradini che se saliti vi permettono di cogliere una bella vista della città e delle montagna circostanti; il Dom, la cattedrale della città.

Klagenfurt ha nel suo centro degli interessanti musei, che, purtroppo per il poco tempo a disposizione in questo viaggio non vistiamo: il Landesmuseum Rudolfinum, http://www.landsmuseum-ktn.at, di storia naturale, archeologia e delle tradizioni popolari della Carinzia; l’Eboard Museum, http://www.edordmuseum.com, in Florian Groger Strasse 20, una chicca per gli appassionati di musica, in quanto raccoglie più di 1700 strumenti a tastiera (nel sito si può leggere che il museo è “il più grande del mondo” di questo genere).

Prima di cena visitiamo la zona dell’Europapark all’interno della quale il campeggio si trova. Degno di nota lo stabilimento balneare sul lago con cabine, ristoranti e pontili: è però sera e, quindi, ritorniamo sul camper per una rilassante sera.

La prima tappa del percorso del giorno dopo è la cittadina di Feldkirchen: merita una breve visita per il suo centro e l’antica chiesa Maria im Dom (fine 1200), con elementi romanici, gotici e barocchi. Segue Gurk, una minuscola cittadina, famosa per il suo Dom, la cattedrale romanica più pregevole di tutta l’Austria, costruita nella seconda metà del XII° secolo. Da non perdere nella visita l’armoniosa cripta colonnata.

Nel primo pomeriggio raggiungiamo Friesach, la cittadina più antica di tutta la Carinzia e che, unica in Austria, conserva il fossato che con le mure di pietra grigia proteggono il centro. La nostra visita ha inizio dalla pittoresca Hauptplatz e si sviluppa tra le due (delle quattro) fortificazioni medievali (Rotturn e Petersberg) e due chiese della cittadina, Peterskirche e la Stadtpfarrkirche dedicata a San Bartolomeo.

Il giorno successivo visitiamo Burg Hochosterwitz, http://www.burg-hochosterwitz.at, una fortezza di origini medioevali arroccata attorno alla pendici e sulla sommità di una collina. Ci sono 14 torri che culminano in un bastione centrale, fatte costruire dall’allora proprietario nella seconda metà del XVI° secolo, per proteggersi dalle invasioni turche. Durante la salita si passa sotto le numerose porte, tutte dotate di dispositivi difensivi, costituiti anche da lance che potevano essere scagliate contro i transitanti nemici. Infine c’è il castello che, come consuetudine, raccoglie un insieme di armi ed armature, la più curiosa delle quali riguarda quella di un ragazzo che all’età di 16 alti era alto 2 metri e 25 centimetri. La giornata è piuttosto calda, afosa, la salita non è delle più agevoli, ma l’insieme vale assolutamente la fatica.

Entriamo nella Stiria e facciamo sosta a Barnbach. Da circa tre secoli luogo di fabbricazione del vetro, questa cittadina è ora famosa per la sua chiesa dedicata a Santa Barbara. Edificata dopo la seconda guerra mondiale, l’anonima e mal costruita chiesa necessitava di essere ristrutturata già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Fu così che venne organizzato un referendum tra gli abitanti della cittadina: l’80% dei partecipanti fu d’accordo nell’assegnare i lavori all’architetto Friedensreich Hundertwasser (1928-2000), noto per la sua genialità e per i suoi progetti originali, caratterizzati da brillanti colori, forme organiche, riconciliazione dell’uomo con la natura, dal rifiuto delle linee dirette, dall’amore e dall’uso della spirale (nella sua produzione si possono facilmente ritrovare echi di Gaudì, dell’arte della Secessione viennese, di Egon Schile e Gustav Klimt). E la sua Sankt Barbara Kirche, che può essere visitata gratuitamente (c’è un foglio esplicativo in inglese all’ingresso per il quale è opportuno lasciare un’offerta, mentre le visite guidate sono solo su appuntamento), non è che l’esaltante realizzazione delle sue idee sull’arte ed una grande delizia per gli occhi.

Ancora inondati dai colori della chiesa raggiungiamo Graz e ci sistemiamo nell’area di sosta per camper “Reisemobil Stellplatz”, in Martinhofstraße 3, GPS: 47°01’29” N 15°23’49” E.o, http://www.reisemobilstellplatz-graz.at.
A circa 200 metri c’è l’autobus per raggiungere il centro: è quasi sera ma ne approfittiamo per una veloce visita della città. Tutto il centro è illuminato e, nella sua tranquillità, ha un fascino tutto particolare.

Dedichiamo l’intera successiva giornata alla visita di Graz, dichiarata patrimonio universale dell’Umanità dall’Unesco. Trova conferma la nostra impressione della sera precedente: Graz è una città dalla popolazione giovane (è sede universitaria), presenta uno stile architettonico che è una combinazione di elementi rinascimentali, barocchi e moderni, ci sono molti spazi verdi e molte case hanno i tetti dal color rosso.
Passeggiamo senza una meta precisa nel centro storico. Poiché abbiamo un solo giorno, escludiamo i musei (è da ricordare che a Graz venne fondato l’Universalmuseum Joanneum nel 1811, il più antico museo austriaco, che ha ora numerose sedi nella città – la principale in Raubergasse – e in tutta la Stiria). Deliziati dallo stile della città, troviamo di grande interesse i seguenti siti: il Burg, quattrocentesco, sede del governo locale, famoso per la doppia scala a chiocciola del 1499 in Hofgasse; il Landhaus, in Herrengasse, l’antico palazzo della Dieta in stile rinascimentale; la Domkirche, in Burgasse 3, la cattedrale di Graz, con l’affresco, un po’ sbiadito, nella parete esterna che raffigura la città dopo tre flagelli dopo il 1480: l’arrivo dei turchi, la peste e l’invasione delle locuste; il Mausoleo di Ferdinando II, in Burgasse 3; il Rathaus (Municipio) in stile barocco nella Hauptplatz; Schossberg, l’altura di 473 metri (si sale o a piedi o con funicolare, con partenza da Kaiser-Franz-Josef-Kai, o con l’ascensore a vetro da Schloobergplatz) sulla quale venne costruita nel 1125 una fortezza da cui la città prende il nome (in sloveno gradec significa piccola fortezza) che fu poi rasa al suolo nel periodo napoleonico, e che ora è occupata da un parco, dai resti della fortezza, da un ristorante, un piccolo museo militare e, soprattutto, sul lato meridionale, dalla Torre dell’Orologio (Uhrturm), il simbolo della città.

La mattina dopo, con il camper, ci spostiamo alla periferia di Graz in Eggenberg Allee, per visitare il castello di Eggenberg. E’ un bellissimo castello barocco, con numerosi elementi che richiamano lo stile rinascimentale italiano, commissionato dall’allora proprietario Ulrich Eggemberg per celebrare la sua nomina a governatore dell’Austria interna. Fu progettato dall’architetto Giovanni Pietro de Pomis, pittore ed architetto nato a Lodi ed al servizio dell’imperatore Ferdinando II (autore, tra l’altro, del Mausoleo in Graz). Partecipiamo alla visita guidata in inglese. E così abbiamo modo di conoscere numerosi aneddoti della famiglia Eggtemberg, di ammirare le 24 stanze di rappresentanza (Prunkraume), gli arredi, gli affreschi, e soprattutto di comprendere i numerosi simboli astronomici, i segni zodiacali e le scene tratte dalla mitologia classica che si trovano in tutto il castello e nel parco circostante. Lasciata la guida, continuiamo la nostra visita nell’Antica Galleria (Alte Galerie), dove i colori delle pareti sono stati scelti per valorizzare al meglio i quadri esposti ed il bel giardino (Schlossgarten).

Lasciato il castello ci indirizziamo verso la successiva tappa, Rust, situata nel Burgenland, sul lago Neusiedler (il suo centro storico ed il lago sono Patrimonio Universale dell’Umanità). Nel percorso non ci facciamo sfuggire un’altra opera di Friedensreich Hundertwasser: le terme di Rogner Bad Blumau (autostrada A2 uscita Sebersdorf/Bad Waltersdorf, attraversare Bad Waltersdorf, sempre dritto in direzione Leitersdorf, le terme si vedono sulla destra). Per ulteriori informazioni e la consigliabile prenotazione, il sito web è il seguente: http://www.blumau.com. Il posto è un paradiso per gli occhi ed una grande gioia per il corpo.

Raggiungiamo Rust di sera e ci sistemiamo nel campeggio “Storchencamp Campingplatz Rust”, in Ruster Bucht Campingpl., 334.

La mattina dopo, in campeggio, noleggiamo le biciclette e visitiamo Rust, la cui ricchezza – come è testimoniata dalla numerosi ed eleganti case borghesi e da alle ampie distese di vigneti – è basata da secoli sul vino, introdotto qui dai Romani: la zona è quella del Burgenland, i vini sono soprattutto bianchi (tra i pochi rossi da ricordare il Blaufrankisch), ed i viticultori di Rust possono ancora fregiarsi della lettera “R” accordata dall’imperatore nel 1524 (allora sulle botti ora sui tappi di sugheri). Rust è anche famosa per le cicogne che, tra marzo e la fine di agosto, fanno i loro nidi sui comignoli o sulle strutture metalliche appositamente costruite sui tetti di molte case della cittadina.

La meta della nostra escursione in bicicletta è soprattuto il lago, che è il secondo lago di steppa più grande d’Europa, tutto circondato da una zona acquitrinosa ricoperta da canneti e popolata da numerose specie di uccelli che qui trovano il loro habitat ideale. Lungo il perimetro del lago si snoda una pista ciclabile adatta a tutti dato il terreno pianeggiante, e l‘unica avvertenza è di portarsi la carta d’identità se si intende percorrerla anche nella parte meridionale in quanto è territorio ungherese. Raggiungiamo Morbisch am see, vicinissimo al confine con l’Ungheria e partecipiamo alla festa del villaggio. Adeguatamente saziati dalle tradizionali libagioni, continuiamo il percorso in territorio austriaco per ritornare in campeggio a Rust, dopo aver gustato ed acquistato da un produttore il vino locale.

Il giorno successivo raggiungiamo Vienna e scegliamo, tra i campeggi, il “Neue Donau”, e-mail neuedonau@campingwien.at, uscita autostrada Olhafen/Lobau,
GPS: Länge: 16 26 40.08, Breite: 48 12 33.25 (c’è anche un’area di sosta camper
in Perfecktastrasse 49/53, N 48.136940, E 16.315830). Conosciamo la città, abbiamo un giorno e mezzo per la sua visita e per questo tralasciamo la reggia degli Asburgo (lo schloss Schonbrunn) e lo schloss Belvedere e facciamo una selezione tra i siti che questa meravigliosa città offre al visitatore.
Il pomeriggio del nostro arrivo lo dedichiamo ad una passeggiata nel quartiere centrale, Innere Stadt, incluso dall’Unesco nei siti Patrimonio dell’Umanità. Ogni guida turistica ne presenta uno, della durata di circa 2 ore per 2 chilometri circa. Noi iniziamo da Stephansdom, la cattedrale capolavoro gotico di Santo Stefano e proseguiamo per Grabe, la via dello shopping. Girando a sinistra di Grabe, proseguiamo fino a Michaelerplatz, dove è possibile ammirare la chiesa di San Michele, in stile romanico, insolito per gli edifici religiosi in Vienna, la Looshaus, uno dei massimi esempi del modernismo viennese, un ingresso dello Hofburg con la scuola spagnola di equitazione, quella dei famosi cavalli bianchi lipizziani. Dopo di che proseguiamo verso Heldenplatz. A destra oltre il Volksgarten c’è il Rathaus, mentre a sinistra si trova il Neue Burg con i suoi musei ed il Burtgarten con le statue di Mozart e di Francesco Giuseppe. E qui ha termine la nostra passeggiata.
La prima visita del giorno dopo è il Kunsthistoriches Museum, http://www.khm.at, al quale si rimanda per avere dettagliate informazioni circa l’organizzazione del Museo, uno dei più interessanti musei al mondo grazie alle raccolte di capolavori fatte arrivare agli Asburgo da ogni angolo del loro impero. La Gemaldegalerie (pinacoteca) al primo piano è del museo la parte più importante perché qui sono raccolte un grande numero di opere di Rubens, Pieter Bruegel il Vecchio, Durer, Rembrandt, e Bosch il “Giudizio Universale” e di molti altri noti e grandi artisti. Non mancano molte sale dedicate alla pittura italiana del XV° e XVI° secolo. Ben rappresentata l’opera del Tintoretto, di Tiziano, del Veronese e dell’Arcimboldi.
Lo Hofburg è il palazzo che per secoli è stata la residenza degli Asburgo e la commistione dei suoi stili architettonici evidenzia il desiderio di ogni sovrano di personalizzare il palazzo e superare in qualità architettonica i suoi predecessori. Dei musei che esso ospita noi abbiamo visitato i Kaiserappartments, il Sisi Museum, lo Hoftafel und Silberkammer. Gli appartamenti reali, a suoi tempo occupati da Francesco Giuseppe e dall’imperatrice Elisabetta, lasciano sbalorditi i visitatori per l’opulenza degli arredi, dei lampadari di cristallo e delle loro tappezzerie. Una parte delle sale è occupato dal Museo di Sissi, che contiene , con una suggestiva messinscena, numerosi oggetti appartenuti alla Imperatrice come ombrelli, ventagli, guanti, abiti, ricette di bellezza, il cofanetto da viaggio, la farmacia da viaggio e il certificato di morte originale. Nella “Sala dei servizi da tavola e dell’argenteria di corte” fa spicco un centro tavola realizzato a Milano dalla ditta Luigi Manfredini in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando a re del Regno Lombardo Veneto nel 1838, che può esser composto a formare un insieme lungo trenta metri con ripiani specchiati.

Visitare Vienna è anche cedere piacevolmente alla tentazione di gustare degli ottimi dolci. Così, nella nostra visita, non possono mancare due soste: il Café Sacher, in Philarmonikerstrasse 4, https://www.sacher.com, per l’omonima torta che qui venne fatta per la prima volta (però …però … la lunga attesa ed una torta che ora puoi gustare anche altrove …) ed il Café Demel, https://www.demel.com, attivo dal 1786, in Kohlmarkt 14, dalle splendide vetrine, per la Anna torte, di cioccolato e nocciole e perché no per la loro sacher (hanno perso la battaglia legale con il Sacher Caffè sulla progenitura della torta) che qui si chiama Edward-Sacher-Torte, dal nome del figlio dell’inventore che andò a lavorare da Demel. Poiché non si vive di soli dolci, altre due tappe sono state Trzesniewski e Do-An nel Nashmarkt. Trzesniewski è famoso per le tartine, un’istituzione a Vienna da più di un secolo, con sede centrale in Dorotheergasse. C’è l’imbarazzo della scelta perché servono le tartine di pane nero con 23 diverse creme spalmabili, sulle quali da sempre vengono tracciate delle onde. Il gusto più richiesto è pancetta e uovo e dichiarano che tutto viene fatto artigianalmente. Il migliore accompagnamento è un “Pfiff” (birretta) come si dice a Vienna servita in un bicchierino che contiene l’insolita quantità di un ottavo di litro. Nashmarkt, attivo da alcuni secoli, è il più popolare mercato di Vienna e si estende tra le stazioni della metro di Karlsplatz (U1-U2-U4) e Kettenbrückengasse (U3). Si trova di tutto – carne, pesce, frutta, verdura, dolci, the e infusi, cibi orientali, grappe e vini di tutti i tipi – e di sabato ha anche un’area destinata a mercato delle pulci. Tra le bancarelle ci sono anche numerosi bar, chioschi e piccoli ristoranti che servono piatti tradizionali austriaci e cibo etnico. Tra questi il Do-An, in Linke Weinzeille, Stand 412.

L’ansa del Danubio a Durnstein

Una volta lasciata Vienna ci indirizziamo nell’Austria Inferiore (Niederosterreich) per visitare la valle del Danubio (in austriaco Wachau), Patrimonio dell’Umanità, nella parte che va da Krems a Melk, giustamente nota per il suo paesaggio, i vini, i castelli, le abbazie ed i borghi medioevali. La visita ha inizio con Krems an der Donau e Stein, quest’ultimo un piccolo centro una volta indipendente ma che ora fa parte di Krems. Assai piacevole è la passeggiata tra le vie acciottolate, le case barocche, le chiese Pfarrkirche Sankt Velt e Piariststenkirche a Krems, nelle due splendide piazze Schurerplatz e Rathausplatz e nelle zone alle loro spalle di Stein. L’altra tappa è Durnstein, che sorge su un’ansa del fiume ed è dominata dai resti di un castello (Kuenringerburg) dove venne imprigionato Riccardo Cuor di Leone. Incantevoli sono le sue abitazioni, pregevole l’Abbazia dedicata all’Assunta. La nostra visita della valle si conclude con Melk, famosa per la sua abbazia benedettina (www.stiffmelk.at) in Abt Berthold Dietmayr Strasse 1 e per lo Schloss Schallaburg, uno splendido palazzo rinascimentale con relativo bel parco, a circa 6 kilometri a sud della cittadina. Ma il borgo, con le sue vie acciottolate, merita una visita.

Lasciamo la valle del Danubio, entriamo nell’Austria Superiore (Oberossterreich) e sostiamo per la notte nel campeggio “Camping Am Fluss”, in
Kematmüllerstraße 1a, a Steyr, GPS:N 48.05949, E 14.43274; N 48°03’34”, E 14°25’58”.

Il giorno successivo visitiamo Steyr: adagiata alla confluenza di due fiumi, è incantevole per i suoi edifici color pastello che si affacciano sui vicoli acciottolati. A seguire visitiamo l’abbazia agostiniana di Sankt Florian: l’Augustiner Chorherrrenstift, tra le più belle di questa parte dell’Austria, in Stiftstrasse 1, http://www.stift-st-florian.at. All’esterno colpisce la facciata bianca e gialla e lo sfarzoso stile barocco che l’adorna. L’interno è visitabile solo partecipando ad una visita guidata che vi permette di ammirare i lussuosi appartamenti, una vasta biblioteca, la Sala di Marmo con un bizzarro letto e la Stiftskirche, con l’elaborato altare barocco.

Lasciata l’Abbazia entriamo nel Salzkammergut. Il paesaggio è incantevole: nei laghi – Attersse, Mondsee, Wolfgangsee – si riflettono le montagne e le dolci colline della zona. Alla sera raggiungiamo il bel campeggio appena fuori il piccolo centro di Sankt Wolfgang, “Seeterrassencamping Ried”, in Ried 18.

Il giorno dopo visitiamo Sankt Wolfgang. E’ situata sulle sponde scoscese del lago Wolfgangsee, affollata di turisti e di pellegrini che si recano alla Wallfahrtskirche (Chiesa del Pellegrino) del XIV° secolo. A suo interno, c’è un capolavoro di arte sacra: è l’altare maggiore ad ante, un esempio perfetto di stile gotico-germanico, con elementi del Rinascimente italiano, realizzato dal Michael Pacher.

Il più famoso albergo di Sankt Wolfgang è Im Weissen Ross, in Im Stockl 74, http://www.weisserroessl”, perché al suo interno è stata ambientata l’operetta “Al cavallino bianco”. Tutto nell’albergo richiama l’operetta: anche la carta che avvolge l’appetitosa fetta di torta che ci gustiamo con un buon cappuccino al bar.

Dopo una breve visita del centro storico medievale di Hallein (curiose le scritte fatte sul vertice ripiegato delle facciate delle case), arriviamo a Volders dove trascorriamo la notte nel bel campeggio “Schloss Camping Aschach”, GPS
47°17′13″ N (47.287170); 11°34′21″ E (11.572530).

Trascorriamo gran parte del giorno dopo nel museo della Swaroski, Swaroski Kritallwelten, a Wattens, https://kristallwelten.swarovski.com. C’è tutto quello che ti aspetti: gli occhi sono deliziati dalle forme e dai colori dei monili esposti, da quelli meno recenti a quelli delle ultime collezioni, con la musica di Brian Eno (“Ambient 1: Music for Airports”) si compie un percorso tra sculture di cristallo dai cangianti colori, e nel negozio si può acquistare di tutto, da articoli il cui costo ammonta qualche euro a composizioni in cristallo di qualche migliaia di euro.

Lasciato il museo, raggiungiamo Hall in Tirol. Con le case color pastello che si affacciano sui medioevali vicoli tortuosi che conducono alla Oberer Standtplatz della Oberrerstadt (Città Alta), si chiude questo viaggio in Austria.

VIAGGIO IN DANIMARCA

In un giornata di metà luglio, dopo circa un giorno e mezzo di viaggio (abitiamo in Lombardia), entriamo nel territorio danese. Siamo nella parte meridionale della penisola Jylland, che è l’unica zona della Danimarca ad essere collegata con l’Europa continentale ed infatti la sua  parte più meridionale è compresa nel Land tedesco di Schleswig-Holstein (e qui, in tedesco, la penisola si chiama Jutland) .

Tonder è la prima cittadina che visitiamo. Sulla piazza centrale (Torvet) si trova l’antica e maestosa Kristkirchen, dalle belle decorazioni interne finanziate nel passato da ricchi mercanti di bestiame, dal raro fonte battesimale e dal pulpito finemente lavorato. Dopo aver ammirato il portone barocco della farmacia, ci siamo indirizzati verso sud lungo Sondergade per arrivare a Ulgate. In questa via acciottolata si possono ammirare belle ed originali case.

Mogeltonder. La nostra visita ha inizio dalla splendida via centrale, una delle più belle di Danimarca, con case antiche con tetti di canna. Prosegue con  la sontuosa Mogentolder Kirke in Slotsgade 1, la cui origine risale al 1180  (però più volte ritoccata nel corso dei tempo) con gli interessanti interni ed il fonte battesimale, per finire con il castello reale Schakenborg ed i suoi giardini, nella periferia orientale della cittadina.

Ribe. E’ la città più antica della nazione e uno degli angoli più belli, con oltre 100 edifici, corrispondenti all’intera “città vecchia”,  classificati come monumenti nazionali. Noi l’abbiamo visitata a piedi:  si segue un itinerario ad anello di circa un’ora ben tracciato in un opuscolo acquistabile presso l’Ufficio del Turismo, in Torvet 3, www.visitribe.dk, che si chiama “Town Walk in Old Ribe”. Nella visita non possono mancare: la cattedrale, Ribe Domkirke, con la sua torre dalla quale dopo 248 gradini si può ammirare un bel panorama della circostante campagna; la Sankt Catharinae Kirke; il vecchio municipio (Den Gamle Radhus) con i nidi delle cicogne; la Stormflodssojlen, una colonna lignea che ricorda le numerose inondazioni; la Johanne Dan, un’antica imbarcazione a vela, e le numerose antiche case (più la vecchia scuola elementare degli inizi del XVI° secolo) tutte ben indicate nell’opuscolo.

Noi non abbiamo avuto modo di visitarli, ma Ribe presenta anche tre musei piuttosto importanti: due sono dedicati all’epoca vichinga (Ribe VikingCenter, www.ribevikingcenter.dk; Museet Ribes Vikinger,), il terzo, invece, il Ribe Kunstmuseum, www. ribe-kunstmuseum.dk, raccoglie opere di alcuni tra i più importanti artisti danesi (da non perdere il giardino esterno).

La nostra prossima tappa è l’isola di Fano, che raggiungiamo in traghetto da Esbjerg (la attraversata dura circa 10 minuti). Ci fermiamo nel campeggio Feldberg Strand Camping, www.felbergcamping.dk, Kirkevejen 39, Rindby Strand. E’ confortevole ed in posizione fantastica perché  in prossimità della spiaggia, per questo, però, molto affollato nel periodo estivo.

Sistemato il camper, facciamo la nostra prima passeggiata sulla spiaggia.

La mattina dopo visitiamo in camper due località dell’isola: Soderho e Nordby. La prima è un tradizionale villaggio di pescatori, con case molto colorate e con i tetti in paglia, un vecchio mulino ed una chiesa in cui sono raccolti 15 modellini di barche. Nordby, invece, è il capoluogo, dove attraccano i traghetti, con un’incantevole via centrale, anche qui con case dagli sgargianti colori e dai tetti di canne.

Nel tragitto ci fermiamo nel birrificio dell’isola, in Strandvejen 5, Nordby, https://fanøbryghus.dk. In funzione dal 2009, è piuttosto rinomato nella nazione, produce birre gustose, di alta qualità, dai nomi bizzarri e dalle etichette uniche.

Ritorniamo in campeggio e facciamo una passeggiata lungo la spiaggia fino a Fano Bad,  popolare sito di vacanze.

Il giorno dopo lasciamo il campeggio e con il camper percorriamo la via sulla spiaggia destinata al traffico veicolare: non è asfaltata ed il fondo è composto da sabbia pressata. Molto suggestiva.

Lasciata l’isola, visitiamo Kolding: una città in cui il moderno si unisce al vecchio, in cui il museo d’arte moderna ed applicata, Trapholt, www.trapholt.dk, in Aeblehaven 23, che riunisce gli arredi del moderno design per i quali la Danimarca è famosa nel mondo, coesiste con i vecchi quartieri del centro ed il castello, Koldinghus, in Abelgate 1, http://www.koldinghus-dk,  che domina la città dall’alto di una collina.

La tappa successiva è Jelling, con le sue due pietre con iscrizioni in alfabeto runico, che risalgono al X° secolo: la prima commissionata dal re Ghorm il Vecchio dedicata a sua moglie Thyra, mentre la seconda fu commissionata dal figlio di Ghorm e Thyra, Harald (Aroldo Dente Azzurro)  in memoria dei propri genitori. In questa si può leggere “Harald, colui che riunì sotto il suo scettro Danimarca e Norvegia e che rese cristiani i danesi”, mentre nell’altra appare la prima rappresentazione di Cristo in Danimarca. Per questo le due pietre sono considerate una specie di certificato di nascita della Danimarca ed testimonianza della conversione dei vichinghi al cristianesimo. Da notare però che in quella di Harald viene mantenuta una decorazione a intreccio con animali mitici e motivi floreali e che pertanto dimostrano che siamo in un momento di transizione in cui il mondo guerriero, eroico e violento, che resterà nella mitologia e vivrà nella letteratura fantasy dei giorni nostri. Le due pietre runiche, unitamente alla semplice chiesa bianca in tufo, con i suoi interessanti affreschi ed una tomba vuota (conteneva i resti di Gorm e Thyra?; svuotata dal figlio Harald perché portò i resti nel cimitero della chiesa?) nonché i tumuli (quello  fatto costruire da re Gorm per la regina Tyra misura 70 metri di diametro e 11 metri di altezza), sono Patrimonio dell’Umanità dal 1994.

Ci spostiamo a Billund, la città in cui agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso il falegname Ole Kirk Kristiansen si mise a costruire giocattoli per i quali nel ’34 coniò il termine LEGO, dal danese leg godt, ovvero “gioca bene”. Nel 1968 a Billund venne costruito il primo parco dei divertimenti fatto con i famosi mattoncini: ad oggi per poter fare tutte le installazioni che deliziano i visitatori, siano essi adulti che bambini, sono stati impiegati 60 milioni mattoncini che, se fossero disassemblati e messi in fila, coprirebbero la distanza di 1501 km (informazione contenuta in https://www.visitdenmark.it/danimarca/cosa-fare/legoland-danimarca, cui rimandiamo per altre curiosità). E tra minuziose riproduzioni di città, scene di “Star Wars”, animali, pirati, piante, gruppi musicali, mezzi di trasporto di ogni genere siamo ridiventati bambini.

Alla sera arriviamo ad Arhus e ci sistemiamo nell’Aarhus Camping, Randersvej 400, Lisbjerg, info@aarhuscamping.dk, accreditato da ACSI Eurocampings, in prossimità dell’autostrada (E45), immerso nel verde e collegato al centro di Aarhus da bus cittadini.

Il giorno dopo visitiamo Arhus. E’ la seconda città più grande della Danimarca, è piuttosto compatta e per questo facile da visitare. Nel centro storico spicca l’Arhus Domkirke: venne costruita a partire dal 1200 in stile romanico e poi rifatta nel XV° secolo in gotico come la vediamo ora. Al suo interno meritano attenzione: l’elaborato altare, il fonte battesimale, il pulpito, l’organo a canne barocco, la nave votiva, il sepolcro barocco e i restaurati affreschi. Un’altra chiesa interessante è la Vor Frue Kirke (Chiesa di nostra Signora), in Frue Kirkplads. Ma la città  è famosa per due altre grandi risorse. La prima è l’ARoS Aarhus Kunstmuseum (Museo d’Arte), www.aros.dk, in Aros Alle 2, assolutamente non affascinante all’esterno, ma straordinario al suo interno. Costruito su nove piani, ispirato alla Divina Commedia di Dante, con l’ingresso al quarto dal quale si può scegliere se scendere all’Inferno o salire verso il Paradiso, raccoglie molte opere di arte contemporanea (Warhol, Lichtenstein), e tra queste colpiscono, in maniera particolare, quella composta dalle parti anatomiche vere di un cavallo, poste in vasi di vetro illuminati da luci colorate,  dell’artista danese Bjorn Norgaard, un grido di protesta e di orrore contro la guerra in Vietnam, e “Boy”, ossia un fanciullo accovacciato, scultura straordinariamente verosimile, alta 5 metri, di Roy Mueck. La seconda è Den Gamle By (La Città Vecchia), in Viborgvej 2, che è un museo all’aperto che raccoglie una settantina di case parzialmente costruite in legno, trasportate da ogni parte della Danimarca e disposte in modo tale da simulare una cittadina di provincia, in cui attori recitano la parte di artigiani. L’insieme appare autentico e didascalico nel mostrare la vita di una cittadina del tempo che fu e mette bene in evidenza l’interesse dei danesi per i costumi e le ricostruzioni d’epoca (per chi scrive fa un po’ un certo effetto vedere la perfetta riproduzione di una camera di un’adolescente degli anni ’60/’70 …).

Quando visitiamo Arhus è metà luglio ovvero il periodo in cui si svolge  l’Arhus Jazz Festival (www.jazzfest.dk). Durante il Festival, che dura una settimana, nei vari teatri, caffè e piazze della città celebri artisti locali ed internazionali deliziano deliziano il pubblico con concerti, spesso gratuiti: a due di questi abbiamo il grande piacere di parteciparvi.

Il giorno successivo lasciamo il campeggio e ci spostiamo  nella Djursland, la grande penisola a nord-est di Arhus. Visitiamo Gammel Estrup, che si trova lungo la strada 16 alla periferia della cittadina di Auning (l’indirizzo è: Ransersvey 2, Auning),  33 km  a ovest di Grenaa, il centro più grande della penisola. E’ un interessante castello nobiliare con interni e giardini barocchi, che rende bene l’idea di quella che era la vita di una famiglia aristocratica danese.

La tappa successivo è Viborg. Bagnata da due laghi, è una bella cittadina per il suo incantevole centro storico, comodamente visitabile a piedi,  con le case in mattoni rossi e dalla tipica architettura danese e per l’imponente cattedrale, la Viborg Domkirke, in Sankt Mogens Gate 4,  in granito ad archi normanni, con gli affreschi interni (51) molto dettagliati e realistici (consigliabile l’acquisto dell’opuscolo per una loro dettagliata comprensione).

Alla sera ci fermiamo nel capeggio della città: DCU-Camping Viborg Sø, Vinkelvej 36 B, +45 86 67 13 11, viborg@dcu.dk.

Valutiamo che per le tre settimane che abbiamo a disposizione risulta impossibile proseguire un direzione nord. Così alla mattina del giorno successivo completiamo la visita di Viborg e nel primo pomeriggio ci indirizziamo in direzione sud verso Faaborg nell’isola di Fynn  L’itinerario si svolge attraverso la campagna danese con case e grandi e belle fattorie a graticcio con tetto di canna e campi tutti coltivati.

Sostiamo, per un buon caffè e fette di torte,  al mulino Astrud Molle e, lungo la strada 9, al piccolo borgo di Bregninge, famoso per la sua chiesa (“la più visitata della Danimarca”) con il campanile alto 72 metri dalla cui sommità di hanno delle magnifiche vedute della campagna circostante.

Raggiungiamo Faaborg e scopriamo un’incantevole cittadina sul mare, con case decorate con malvarose che risalgono al XVII° secolo (il suo periodo d’ora quando vantava una delle più grandi flotte commerciali della Danimarca)  e tre pittoresche vie chiamate Holkegade, Adelgade e Tarngade. Oltre alla piazza centrale (Torvet) con una straordinaria fontana in bronzo, la vicina Torre Campanaria e tre piccoli ma interessanti musei: uno che in 22 stanze ricostruisce la vita di un commerciante del XVIII° secolo, uno che raccoglie opere di artisti danesi ed il terzo, insolito, ambientato nelle celle della ex prigioni, ora inglobate nel municipio,  che presenta mostre dedicate a vagabondi, bari, disertori, arnesi artigiani per fare tatuaggi e documenti con interviste fatte a detenuti e guardie.

Superiamo il ponte che nella cittadina di Tasinge collega la terraferma all’isola di Langeland e alla sera arriviamo al campeggio   DCU-Camping, Billevænge Strand, Spodsbjergvej 182, a Rudkøbing, +45 23 11 80 35, billevaenge@dcu.d.

Rudkoping, il centro più grande dell’isola,  vale una breve visita la mattina successiva: vicino al porto c’è qualche stretta via di origine medioevale, con piccole case inclinate ed il museo archeologico regionale (Langelands Museum, Jens Winthersvej 12).

Lasciata Rudkoping, percorriamo la Langeland: è una lunga e sottile lingua di terra, verdeggiante, con piccoli villaggi, mulini a vento e numerose fattorie. Due sono i siti che meritano una visita: nella parte meridionale  il Langelandsfort (www.langelandsmuseum.dk) ed in quella settentrionale il Tickon (Centro Internazionale per l’Arte e la Natura di Tranekaer). Il primo è il museo della Guerra Fredda,  un forte costruito nel 1953 per difendere il mar Baltico occidentale da un’invasione russa, raggelante nelle sue costruzioni grigie di cemento, il filo spinato, le varie postazioni dipinte in verde mimetico, i cannoni antiaereo, gli aerei da caccia, e claustrofobico quando si scende nei bunker o si sale a bordo di un sottomarino.

Tickon invece è una tenuta boscosa nella quale sono disseminate installazioni e sculture. Purtroppo lo visitiamo sotto una forte pioggia.

Il giorno successivo visitiamo l’Egeskov Slot, in Egeskov Gade 18,  a Kværndrupun www.egeskov.dk. E’ un lussuoso castello risalente alla metà del XVI° secolo, avente per fondamenta migliaia di tronchi di quercia posti in maniera eretta. Con le sue 13 stanze, l’attico, gli arredi ed i trofei di caccia è la testimonianza della vita di una famiglia aristocratica di quel periodo. Un vasto parco circonda il castello, con animali che si muovono liberi, qualche interessante museo nei quali si trovano automobili d’epoca, motociclette antiche, ambulanze, autopompe, veicoli trainati da cavalli, testimonianze del mondo dell’agricoltura, quattro labirinti, un campo gioco per bambini  ed un percorso tra le cime degli alberi.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo Keterminde, una  bella località di mare con tanti velieri in porto e belle spiagge sabbiose (è Bandiera blu). Dopo una breve visita (tralasciamo il Centro Marino vicino al porto,  in Margrethes Plads 1, www.fjord-baelt.dk,  ma il tempo a disposizione non lo permette) ci spostiamo, per la notte, nel campeggio “Kerteminde Camping, in Hindsholmvej 80, Tel.: +4565321971, Email: info@kertemindecamping.dk, ispezionato da ACSI Eurocampings.

Keterminde  è famosa per la casa del “pittore dei contadini”, Johannes Larsen(1867-1961). Il Museo a lui dedicato (Johannes Larsen Museet, in Mollebaken 14, nella parte settentrionale della cittadina), che visitiamo il giorno successivo, è ospitato nella casa che fu del pittore, raccoglie molti dei suoi quadri che ritraggono, con splendidi colori, paesaggi, animali e scene contadine della provincia danese. Interessante la visita anche al suo studio nel giardino e l’intatto mulino del 1853 che fu acquistato dal pittore insieme alla casa.

Terminata la visita seguiamo la strada 315 in direzione di Ullerslev e raggiungiamo il villaggio di Ladby per dirigerci al museo Vikingemuseet Ladby (l’indirizzo è Vikingevej 123, 5300 Kerteminde, http://www.vikingemuseetladby.dk). In un tumulo funerario appositamente ricostruito è possibile vedere l’impronta dello scafo impresso nel terreno della nave di Ladby, ovvero l’unica nave funeraria vichinga della Danimarca: risale al 925 e raccoglieva i resti mortali di un capitano vichingo ed i tesori e gli oggetti di vita quotidiana. Nell’impronta dello scafo sono visibili molti chiodi, un’ancora, pezzi di ferro provenienti dalla testa di drago che era posta a prua della nave ed alcuni teschi di cani e cavalli. Nel piccolo edificio interno il Museo presenta reperti rinvenuti sulla nave e ricostruzioni della vita dei vita dei vichinghi, mentre i bambini possono divertirsi con una caccia al tesoro.

Dopo il museo percorriamo la penisola di Hinsholm, a nord di Keterminde. E’ una zona rurale, con piccoli paesi (il più bello per noi è Viby), con molte case e fattorie a graticcio. Proseguiamo fino alla punta di Fyns Hoved collegata alla penisola da una stretta strada rialzata. A piedi si possono raggiungere le scogliere alte più di 20 metri: il paesaggio è molto bello.

Il giorno dopo entriamo nella regione dello Sjaelland (Zealand) meridionale  e visitiamo di Trelleborg: una fortezza vichinga, circolare, la migliore delle quattro esistenti in Danimarca, che fu abitata per un un brevissimo periodo attorno all’anno 1000 da una guarnigione di di circa 500 soldati, diversi artigiani, donne e bambini.

La tappa successiva è Soro, con la famosa Soro Akademi, un’antica scuola d’elite, al centro  della quale sorge la Soro Kirke, la più grande chiesa monastica del paese, costruita nel XII° secolo, con l’interno in stile romanico, soffitto gotico ed affreschi medioevali. Noi facciamo una piacevole passeggiata nei giardini e nel parco con il lago dell’Akademi. Anche la cittadina merita una breve visita piedi. In modo particolare Sogade, una via con una schiera di case in legno e muratura, dai tetti con tegole rosse e dalle pareti giallo senape, che incombono sui passanti.

Pernottiamo nel campeggio “Roskilde Camping”, www.roskildecamping.dk, adatto ala famiglie, lungo il fiordo che penetra di più di 30 km nell’entroterra sul quale si trova Roskilde.

Dedichiamo quasi un’intera giornata alla visita di Roskilde. La città è soprattutto famosa per il Museo delle Navi Vichinghe e per la straordinaria ed imponente cattedrale, in mattoni rossi, dichiarata Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Il Museo (www.vikingsmuseum.com) si compone di due sezioni : la sala della navi vichinghe che ospita le 5 navi ritrovate nel fiordo che offrono una panoramica dei diversi tipi di navi usate da quel popolo (un mercantile per le tratte transoceaniche, una nave da guerra per incursioni all’estero, un mercantile costiero, una nave da guerra probabilmente per la zona baltica ed un peschereccio). La seconda sezione è l’adiacente “Isola del Museo” (Museemso), dove squadre di artigiani utilizzano tecniche ed utensili vichinghi per costruire riproduzioni di navi vichinghe. La Cattedrale (www.roskildedomkirke.dk) oggi si presenta come una splendida testimonianza dei suoi 800 anni di vita perché nel corso della sua esistenza è stata più volte rimaneggiata. E’ il mausoleo reale e contiene al suo interno le cappelle e le cripte in cui i sovrani danesi sono sepolti.

Fatto strano in Danimarca Roskilde è una città collinare: ed allora nella giornata non ci lasciamo scappare una passeggiata “giù al porto e su per il centro”. Quando la visitiamo il grande festival rock è concluso da pochi giorni: vale infatti ricordare che Roskilde, dagli anni ’70, organizza per quattro giorni un grande concerto rock tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio (www.roskilde-festival.dk).

Trascorriamo la notte nel campeggio DCU-Camping Hornbæk,  in Planetvej 4, nella cittadina di vacanze Hornbæk, con una meravigliosa spiaggia di sabbia bianca e con l’aria che profuma di mare e di rosa selvatica.

Il castello di Frederiksborg, www.frederigsborgslot.dk, in Slotsgade 1, a Hillerod, è la prima visita del giorno successivo. Il castello in stile rinascimentale olandese, la cui costruzione su tre isolotti al centro del lago Slotso fu avviata nel XVI° secolo, venne ampliato nel XVII° secolo e dopo l’incendio del 1859 largamente ristrutturato, è per questo un insieme di storia, bellezza ed imponenza. La visita al suo interno si sviluppa in 70 stanze, tutte con meravigliosi mobili ed arredi, soffitti dorati, arazzi e bei dipinti. Poiché il castello è anche, dopo la ristrutturazione del XIX° secolo museo nazionale, la visita include il Museo di Storia Nazionale e la Moderne Samling (Collezione Moderna), con quadri e fotografie del Novecento. A nord del complesso ci sono gli splendidi giardini (Slotshaven) che noi visitiamo in circa un’ora: uno barocco, uno di epoca romantica ed un querceto

A Hillerod soggiorniamo in uno dei più bei campeggi se non il più bel campeggio della nostra esperienza di viaggiatori: si chiama Hillerod Camping, www.hillerodcamping.dk, e si trova in Blytaekkervey 18.

La prima tappa del giorno successivo è il villaggio di pescatori di Gillaleie. Segue Helsingor, con il suo famoso Kronsborg Slot, dichiarato Patrimonio Universale dell’Umanità da parte dell’Unesco, uno dei castelli rinascimentali più importanti del nord Europa  e reso famoso perché, a detta dei danesi, fu il luogo in cui Shakespeare ambientò la tragedia di Amleto (Elsinore è infatti il termine inglese per Helsingor). Si può visitare l’interno a pagamento oppure, senza pagare nulla, fare un giro attorno ai maestosi frangionde del complesso ed accedere, attraversando fossati, al cortile interno. In questo cortile si trova il Museo Marittimo (Handels-og Sofartsmuseet), che con i suoi modellini di navi, carte nautiche e strumenti marittimi fa capire l’impatto che il mare ha avuto per la Danimarca.

La cittadina ha numerose vie storiche, tutte pedonali, in cui case in legno, chiese gotiche (le più importanti: Sankt Olaf Kirke, Karmeliterklostret, Sankt Olaf Kirke) si alternano a negozi ed invitanti caffè e nelle quali è piacevole passeggiare.

Alla sera siamo in campeggio a Copenhagen (Kobenhavn) e per quattro notti lì resteremo. Nei tre giorni di visita di Copenhagen scopriamo che tutte le principali attrattive sono nel centro storico medievale eccezion fatta per la famosa Sirenetta che si trova nel porto. Queste attrattive sono:

Tivoli, www.tivoligardens.com, in Vesternbrogade 3, un raffinato parco dei divertimenti composto da giostre, giardini, luoghi di ristoro, attrazioni e dove vengono organizzati spettacoli all’aperto, i più famosi dei quali sono quello di fuochi d’artificio il sabato e il teatro di pantomima.

Nyhaven. Un canale, nel passato luogo di marinai e scrittori (ovviamente anche di Hans Christian Andersen), ora di case a frontone dai colori vivaci e numerosi bar che servono aringhe e birra ai numerosi turisti. Alle spalle del canale c’è il quartiere più elegante della città, Frederiksstaden, dove vive la famiglia reale.

Christianshavn, l’incantevole quartiere dei canali, costruito a modello di quelli olandesi, circondato dagli antichi bastioni, un affascinante insieme di nuovi e lussuosi complessi residenziali, eleganti magazzini d’epoca ed in cui si trova il “libero stato di Christiana”, fondato negli anni ’70 da un gruppo di squatter in nome dei principi e dello stile di vita hippy, ma che nel corso degli ultimi anni ha vissuto un processo di normalizzazione da parte delle autorità danesi.

Amelienborg Slot, www.rosemborg-slot.dk, in Ameliemborg Plads, il castello dove hanno vissuto tre generazioni di monarchi danesi e dove, tutti i giorni alle 12, c’è il cambio della guardia.

Rosemborg Slot, www.rosemborg-slot.dk, in Oster Voldgade 4A,  bellissimo castello in stile rinascimentale olandese, con i suoi incantevoli giardini, “Kongens Have”.

Nelle nostre passeggiate abbiamo anche apprezzato: il Quartiere Latino, a nord della pedonale via centrale Stroget, con i suoi caffè ed i negozi di seconda mano, come pure le vie laterali di Stroget, per i negozi indipendenti ed il design; la cattedrale di Copenhagen, Vor Frue Kirke, in Norregade 8, con le sue altissime volte e le colonne neoclassiche che la fanno assomigliare più a un museo che a un luogo di culto: il Radhus, il municipio, imponente ed in mattoni rossi, nella piazza centrale Radhuspladsen, in prossimità del Tivoli; la Rundetaarn, www.rundetaarn.dk, in Kobmagergade 52A, con la sua rampa elicoidale di 209 metri, dalla quale si ha una splendida vista sulla città. Den Lille Havfrue, ovvero la sirenetta, voluta agli inizi del XX° secolo dal magnate della birra Carl Jacobsen rimasto affascinato da un balletto ispirato alla favola di Anderson, l’attrattiva turistica per eccellenza di Copenhagen, ma in realtà poco amata dai danesi che l’hanno più volte privata di testa e braccia per atti di protesta o vandalici. La Sirenetta è all’ingresso del porto.

Lasciamo Copenhagen con il desiderio di ritornarci e visitiamo la cittadina di Koge: bella, con interessanti case storiche lungo un itinerario a piedi che attraversa il centro (per una mappa rivolgetevi all’Ufficio del Turismo in Vestergade 1, www.visitkoege.com).

La tappa successiva è Vallo, in una zona rurale a circa 7 chilometri a sud di Koge: è un minuscolo borgo, con vie acciottolate e case dal colore giallo senape. Ha anche un castello, Vallo Slot, in mattoni rossi ed un fossato ricco di ninfee e, durante la visita, gracidanti rane, boschi e giardini che raggiungono il mare.

Lasciamo l’isola di Sylland – Zealand – e raggiungiamo Mon, una delle maggiori attrattive turistiche della Danimarca e sostiamo per tre notti nel campeggio Camp Møns Klin, Klintevej 544, 4791 Borre+45 55 81 20 2, info@campmoensklint.dk, in prossimità delle bianche scogliere.

La prima località che visitiamo con il camper è Elmelunde, un borgo rurale, che conserva una delle più antiche chiese di pietra della Danimarca costruita nel 1080. La chiesa ha le volte tutte dipinte da un anonimo artista locale, per convenzione chiamato il “maestro di Elmelunde”, che con pitture ad acquarello su pareti o soffitti appena intonacati, un sapiente uso di spazi bianchi ed una tavolozza caratterizzata da calde tonalità naturali – ruggine, senape, terra di Siena, rosso mattone e azzurro chiaro -, a scopo didattico, ha saputo rappresentare scene dalle sacre scritture che lasciano stupefatto il visitatore per la loro bellezza.

Segue Stege: è il centro più abitato all’isola, attraversato da un’unica e stretta via centrale, con interessanti case, caffè e negozi. La chiesa del borgo, la Stege Kirke, ha le pareti ed il soffitto ricoperti di affreschi in nero e rosso, in puro stile naif, con figure bizzarre ed animali non molto riconoscibili.

Ci fermiamo per un breve spuntino nella bianca spiaggia Ulvshale: incontaminata, in lieve pendenza verso il mare, è stata creata dai frammenti di roccia delle scogliere dell’isola ed è affollata da chi pratica il windsurf.

Un ponte abbastanza recente (1968) collega l’isola di Mon a quella di Nyord. C’è un unico villaggio con lo stesso nome dell’isola: le macchine non possono entrare (c’è un grande parcheggio all’ingresso dove lasciamo il camper) ed è un agglomerato di cottage dal tetto in paglia, con incantevoli giardini in fiore. Nel borgo ci sorprende il grande numero di rondini ed in effetti la piccola isola è un paradiso per il birdwatching.

La giornata si chiude con la visita alla chiesa duecentesca di Keldby dagli splendidi affreschi, sopratutto quello in cui l’artista ha ritratto il giorno del Giudizio con i salvati che si uniscono ai santi ed i dannati che stanno scendendo verso un inferno popolato di diavoli, tema ricorrente nelle chiese dell’isola.

Dedichiamo il giorno successivo alla visita delle le scogliere bianche di Mons Klint. Dapprima facciamo una passeggiata lungo la zona boschiva sulle scogliere dalle quale si hanno delle splendide vedute delle scogliere stesse e del mare. Ritornati sui nostri passi raggiungiamo il GeoCenter Mons Klint, http://www.moensklint.dk, un moderno centro dove si può fare uno spuntino e avere informazioni scientifiche sulla zona e le scogliere. In prossimità del centro, c’è la scalinata in legno a picco sul mare (le scogliere sono alte circa 120 metri)  che ci permette di raggiungere la spiaggia. Qui scopriamo che le bianche scogliere di gesso non sono così bianche come appaiono, ma hanno tonalità di arancione, di grigio nerastro a seguito della presenza di selce e di porpora. E, come tutti i turisti che hanno raggiunto la spiaggia, anche noi ci mettiamo alla ricerca di fossili del Cretaceo: e qualche frammento va ad arricchire i ricordi dei nostri viaggi sul camper.

Il giorno dopo lasciamo il campeggio e visitiamo la chiesa di Fanefjord , con gli acquerelli del maestro di Elselund e, secondo la guida della “Lonely Planet”, la sua firma a forma di un uomo stilizzato con orecchie da coniglio. Alcune di queste “scenette bibliche” sono uniche: come quella dei diavoli intenti a strappare l’anima a Giuda, o dell’allegro demone dalle ginocchia cornute che ascolta i pettegolezzi di due signore, o quella di Maria che nel giorno del Giudizio fa inclinare la bilancia in favore dell’umanità.

E’ l’ultima tappa del viaggio in Danimarca: non ci rimane che spostarci a Rodby per prendere il traghetto che ci porterà in Germania a Puttgarden.

Nota. Era il mese di luglio del 2013 quando abbiamo fatto questo viaggio di tre settimane, però tutti i siti, campeggi inclusi (tranne quello di Copenhagen di cui abbiamo perso traccia, per cui abbiamo ritenuto di non riportarlo  nel diario, ma in rete ci sono molte possibilità) sono stati controllati in internet mentre rivedevo il diario in questo inizio di 2020. 

Francia centrale: un viaggio tra i castelli della Loira intorno Tours e la costa atlantica

Partiamo nel pomeriggio e, dopo aver attraversato il Monte Bianco, ci fermiamo a Chamonix, dove passiamo la notte.

Primo giorno

La Basilica del Sacro Cuore

La prima tappa del viaggio è Paray-le-Monial. Parcheggiamo nell’area di sosta (coordinate GPS: Longitudine: 4.12006 , latitudine 46.44802, Parking du Moulin Liron – Boulevard du Dauphin Louis) e decidiamo di fare una passeggiata a piedi perché la cittadina è classificata “ville d’art e d’histoire” e “ville fluerie” ricompensata con quattro fiori. Ed infatti scopriamo un interessante centro storico (in modo particolare: la sede del Comune e place Lamartine con i palazzi aristocratici del XVIII° secolo), numerosi giardini e parchi. Ma è soprattutto la basilica del Sacro Cuore, costruita tra la fine dell’XI° secolo ed il XIV° secolo, capolavoro di arte romanica ed uno dei migliori esempi di architettura cluniacense in Borgogna, che corona la nostra visita alla cittadina.

Alla sera arriviamo nell’area di sosta di Amboise, GPS E 0.98883 N 47.41853, in Avenue Leonard-de-Vinci, sull’il d’Or, difronte al castello. Per la ricerca di questa area, come per quasi tutte le aree dei nostri viaggi in Francia, ci siamo avvalsi della guida Michelin “Escapades en camping-car”: è la nostra fedele guida, organizzata in 20 sezioni/regioni, ciascuna delle quali con circuiti turistici (complessivamente più di un centinaio) e circa 1500 aree di servizio, di stazionamento e campeggi.

Secondo giorno

Visitiamo il castello reale di Amboise. Delle strutture originali rimane poco: tra queste, per la loro bellezza, segnaliamo l’ala in gotico fiammeggiante e la Chapelle Saint-Hubert. Per l’interno, invece, la Sala delle Guardie, il belvedere e la Sala del Consiglio. Interessante l’uscita dal castello per l’ingegnosa rampa a spirale della torre Hurtault così costruita per permettere la discesa dei cavalli e delle carrozze.

La visita continua nel villaggio, che si sviluppa sotto il castello, e a Le Clos Lucé, la residenza in cui visse Leonardo da Vinci e che ora presenta al suo interno nel parco modelli di molte delle sue invenzioni.

Noi non l’abbiamo visitata ma nelle vicinanze di Amboise c’è la Pagode de Chanteloup, unico esempio di un castello andato distrutto nel tempo ma del quale si conserva un’insolita struttura, la pagoda appunto, in cui lo stile classico francese si unisce a motivi cinesi, al vertice della quale si coglie ora uno splendida vista del parco e dei boschi della Loira.
La tappa successiva è il castello di Chenonceaux, soprannominato “le chateau des Dames” perché sia la sua architettura che la sua conservazione sono state in gran parte opera di signore. Il castello, che è costruito a cavallo del fiume Cher, è splendido per la sua rigorosa ed unica architettura, per il parco circostante e perché all’interno conserva quadri di grandi pittori ed una eccezionale collezione di arazzi.

Nel percorso facciamo una breve sosta a Montrichard, lungo la Cher. La strada nella campagna fiancheggia campi di colza ed il giallo della pianta in fiore riempie gli occhi.

Alla sera raggiungiamo la bella area di sosta di Montresor, in Rue du 8 Mai, GPS: E 1.20222 N 47.15805, gratuita.

Terzo giorno

Visitiamo Montresor: una gradevole scoperta per la bella passeggiata lungo il fiume, il castello residenza privata ed il complesso delle abitazioni.

Loches. Siamo nell’ nell’Indre-et-Loire, città medioevale e reale classificata come d“Art et Historire”, Ville Fleurie ed uno dei “Plus Beaux Detour de France”, che merita assolutamente una sosta. Si compone di una parte bassa, nota come Vieille Ville, ed una parte alta (“Ville Haute”, “Citadelle o “Cité Medievalé). La visita può iniziare nella parte bassa dalla Porte Picois per dirigersi verso la Porte Royale, che con le due torre duecentesche) è l’unico arco aperto nelle mura che circondano la cittadella. Salendo sulla via lastricata si incontrano storiche residenze con facciate in tufo. lnteressanti sono la collegiata romanica di Saint-Ours, con il portale romanico policromo e le caratteristiche cupole piramidali a otto lati; la torre Saint-Antoine, antico campanile di 52 metri. All’estremità settentrionale della Citadelle si trova la Logis Royal, la residenza dei re di Francia a partire da Carlo VII poi trasformata in prigione ed in uso fino alll’inzio del secolo scorso. Comunque già due sue torri furono adibite da Luigi XI, la Tour Ronde e la Tour Martelet: in queste torri vennero rinchiusi i prigionieri durante la rivoluzione francese e sulle cui pareti si possono ancoro vedere le loro scritte. Al limite estremo si trova il Donjon (torrione), costruito nell’XI°, alto 36 metri, che per i più coraggiosi che vogliono avventurarsi su passerelle da brividi regala una splendida vista mozzafiato sulla città.

Se avete la possibilità e se vi piacciono i mercati, Loches, in via Republique e nelle strade circostanti, ne ospita uno il mercoledì ed il sabato, piuttosto famoso nella zona.

Facciamo una breve sosta nel grazioso e piccolo villaggio di Crissay-sur-Manse prima di arrivare a Chinon. Scegliamo di fermarci per la notte nell’accogliente campeggio “Intercommunal de l’Ile Auger”, Quai Danton, GPS: E 0.23654 N 47.16379, sito web http://www.camping-chinon.com.Il centro città è vicino al campeggio (circa 5 minuti a piedi) e decidiamo di fare una breve visita. La città vecchia, nota come “Grand Carroi, lungo Rue Haute Sain-Maurice e rue Voltaire, presenta un interessante spaccato di architettura medioevale, con vecchie case, molte di queste a graticcio ed imponenti palazzi (Hotel du Gouverneur e Palais du Bailliage).

Numerose le enoteche e le cantine: siamo in una zona di grande produzione vinicola e, fatto strano per la valle della Loira, di rossi e rosati – Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Interessante, nel periodo estivo, la vista che la confraternita dei viticoltori locali organizza alle Caves Painctes de Chinon, che in passato erano cave naturali e che vennero trasformate nel XV secolo in cantine.

Da ricordare infine che tutto il centro storico è legato allo scrittore Francois Rabelais e alla serie di cinque romanzi “Gangantua e Pantagruel”. Per la visita ci si può avvalere dell’esaustivo opuscolo in distribuzione all’Ufficio del Turismo, in Rue Rabelais 1, ovvero aggregarsi ad una delle visite guidate a pagamento da loro organizzate.

Quarto giorno

Lo dedichiamo interamente alla visita dei castelli. Iniziamo dal castello-fortezza di Chinon. Il castello è organizzato in tre blocchi separati da fossati senza acqua. Per noi le parti più interessanti sono state la Tour d l’Horologe del XIV° secolo, con numerosi oggetti della vita di Giovanna d’Arco ed il Fort du Coudray, dalla cui sommità si gode di un meraviglioso panorama della valle.

Segue poi il castello di Ussé, costruito tra il XV° ed il XVI° secolo su una preesistente fortezza dell’XI° secolo, con le sue numerose torri bianco crema ed i tetti di ardesia, noto per avere ispirato a Charles Perrault la fiaba della Bella Addormentata nel Bosco e forse fonte di ispirazione anche per Walt Disney (con tanto di logo affisso su una parete esterna). Certo l’architettura del castello ha un suo fascino, però per noi la parte più interessante sono stati i giardini formali, progettati dall’architetto di Versailles, André Le Notre. Sono nella terrazza inferiore e vi si accede dal fossato est, che sbocca direttamente sull’estremità orientale del Parterre superiore. Da qui si dominano i due livelli inferiori, che sono quadrati di prato e viali laterali che portano al giardino dell’aranciera nel livello inferiore, caratterizzati da alberi e arbusti forme per lo più geometrizzanti con una forte valenza ornamentale.

Concludiamo la giornata con il castello di Azay-le-Ridau, uno dei più belli della valle della Loira. Costruito nel Cinquecento su un isola naturale del fiume Indre, è un meraviglioso palazzo dalle belle finestre a forma geometrica, elaborate torrette e lavorazioni in pietra decorative, circondato da un parco formale. Ma a colpire per la sua bellezza e particolarità è la straordinaria scala interna a chiocciala, decorata da salamandre ed ermellini (emblemi di Francesco I e della regina Claudia), che conduce ad una balconata che si affaccia su una corte interna.

Ormai è tardi e decidiamo di fermarci in un parcheggio vicino al castello, in prossimità del campeggio e lì, senza problemi, trascorriamo la notte.

Quinto giorno

Visitiamo Tours. Sede universitaria, molto elegante, con viali settecenteschi e straordinari edifici civili e religiosi, è con Orléans, la principale città della valle della Loira. Il suo cuore pulsante è rappresentato dalla città vecchia e dalla place Plumereau, contornata da case a graticcio, palazzi signorili e molti ristoranti e caffè. Il simbolo religioso della città è la cattedrale di Saint-Gatien, in place de la Cathédrale, la cui facciata in puro stile gotico fiammeggiante lascia sbalorditi per la ricchezza di decorazioni, arcate, archi e doccioni. Non di meno grandioso è l’interno per le elaborate vetrate policrome e per il rosone posto sopra l’organo. La completano due torri gemelle rinascimentali, costruite nel Rinascimento ed un bel chiostro (Cloitre de la Psalette) con elementi rinascimentali e di gotico fiammeggiante.

Tours è rinomata anche per il culto di San Martino sin dal medioevo. Sulla sua tomba venne eretta una basilica di cui ora si conserva solo la Tour Charlemagne in Rue des Halles, mentre le reliquie del santo ora si trovano nella cripta della vicina collegiale di San Martino, costruita nella seconda metà del XIX° secolo.

Numerosi sono i musei: segnaliamo, perché insolito e molto “francese”, il Musée du Compagnonnage, in Rue Nationale 8, che raccoglie moltissimi manufatti degli artigiani francesi, da sempre orgoglio della nazione.

Verso sera ci spostiamo a Villandry e passiamo la notte nella confortevole area di sosta in Rue Nationale 14, vicinissima al castello.

Sesto giorno

E’ domenica e ricerchiamo qualche mercatino dell’usato. Ne troviamo uno in un quartiere di Joue-Les-Tour: gli acquisti che comunque facciamo sono però ostacolati dall’intensità della pioggia.

Nel pomeriggio visitiamo l’abbazia reale di Fontevraud. Fino alla sua chiusura voluta da Napoleone nel 1793, è stato uno dei più grandi centri ecclesiastici d’Europa, a capo del quale c’era una badessa (fatto piuttosto insolito). La visita si snoda lungo tutto il complesso, ma quello che più colpisce è la semplicità unita però all’imponenza della chiesa abbaziale, con le sue colonne svettanti, le cupole e le tombe policrome dei quattro illustri esponenti della dinastia dei Plantgeneti (Enrico II, re d’Inghilterra, sua moglie Eleonora d’Aquitania, che qui si ritirò dopo l morte del marito, il loro figlio, il leggendario Riccardo Cuor di Leone e sua moglie Isabelle d’Angouléme) del periodo in cui la storia inglese e francese erano strettamente collegate.

Merita anche una visita il villaggio Fontevraud-l’Abbaye all’interno del quale si trova il complesso.

La tappa successiva è il castello di Montsoreau, che richiama un romanzo di A. Dumas padre e che ora ospita un interessante museo dedicato al trasporto fluviale. Con il castello visitiamo anche il vicino villaggio di Candes-su-Martin, in bella posizione alla confluenza di due fiumi, la Vienne e la Loira

Trascorriamo la notte nell’area di sosta di Villandry.

Settimo giorno

Visitiamo il castello di Villandry. O, per meglio dire, i giardini, perché sono appunto il motivo principale della visita (anche se non tralasciamo gli interni del castello). Girovagando lungo i vialetti di ciottoli, si incontrano i giardini acquatici formali, un labirinto, diversi vigneti, un “Jardin d’Ornament” in cui siepi potate in forme geometriche e aiuole in fiore rappresentano vari aspetti dell’amore ed un cinquecentesco “potager” (orto), in cui le verdure sono disposte in file ordinate secondo i loro colori.

Con i colori e le geometrie dei giardini ancora negli occhi, lasciamo Villandry per dirigerci verso la costa atlantica. Alla sera raggiungiamo Niort e trascorriamo la notte nella bella area di sosta in Rue de Bessac 26, GPS:N 46.32905, W 0.46546; N 46°19’45”, W 0°27’56”

Ottavo giorno

Il Castello di Niort

Visitiamo Niort. Scopriamo un bel centro storico, con un’ampia area pedonale, un grande mercate coperto, un interessante castello composto da due torri a base quadrata unite da un corpo centrale che è ciò che resta della fortezza costruita da Enrico II e Riccardo Cuor di Leone.

Nel pomeriggio ci spostiamo a La Rochelle, nel Parc-relais Jean Moulin, in avenue Jean Moulin,GPS W 1.1398, N 46.1525, con navetta per il centro storico. Un’altra area che consigliamo è l’Aire de Camping-Car de Port-Neuf Boulevard Aristide Rondeau 6, GPS: N 46.16033, W 1.18432; N 46°09’37”, W 1°11’04”, che si trova vicina al mare, mentre il centro della città è a circa tre chilometri.

Nella nostra passeggiata a piedi ci siedi diretti sia verso il mare nel quartiere moderno di Les Minimes, con il suo grande porto turistico, che il centro. La Rochelle si è sviluppata attorno al vecchio porto con le sue caratteristiche tre torri costruite a scopo difensivo. A nord del porto, c’è il centro storico al quale si accede attraverso la Tour de la Grosse Horloge. Due sono le vie principali: la rue du Palais, porticata, con i suoi negozi e i sontuosi case degli armatori cittadini del XVII° e XVIII° secolo e la rue des Merciers, anch’essa fiancheggiata da portici.

Nono giorno

Raggiungiamo con il camper l’Ile de Ré, che si trova di fronte a La Rochelle: suggestiva la vista del ponte che la unisce alla terra ferma. Scegliamo di fermarci nel campeggio municipale “Les Remparts” di St-Martin-de-Ré nell’omonima via (per chi lo desidera c’è anche un’accogliente area di sosta fuori dal campeggio). Noleggiamo le biciclette e, seguendo i percorsi molto ben tracciati, facciamo una bella gita nell’isola tra saline, dune di sabbia ricoperte di sparto, spiagge sabbiose e villaggi dalle case bianche e gelosie e porte in legno dal colore verde. L’isola è anche famosa per l’allevamento delle ostriche: così, nel bar di un allevatore, con un tavolo su un muretto che si affaccia sulla spiaggia, con una vista mozzafiato del mare, gustiamo un delizioso piatto di ostriche e di gamberetti.

Il porticciolo

Rientrati in campeggio, visitiamo Saint-Martin-de-Ré. La grande attrattiva del borgo sono le possenti fortificazioni che lo circondano, costruite nel XVII° secolo dal grande ingegnere militare Vauban e che gli sono valse il riconoscimento di Patrimonio dell’umanità da parte dll’Unesco. Sui bastioni come pure nel parco della Barbette, dove pascolano graziosi asini, è possibile fare delle belle passeggiate. Il centro storico, sempre molto affollato dai turisti e vacanzieri (il borgo ha un grazioso porticciolo), si sviluppa dopo la porta Torais e la Porta dei Campani, tra vicoli con case in legno, qualche residenza rinascimentale, la cittadella che nel passato era una prigione.

Decimo giorno

Lasciamo il campeggio e, con il camper, ci dirigiamo al faro delle balene (phare des Baleines), situato alla punta ovest dell’isola, nel comune di Saint-Clément-des-Baleines. Il suo nome è dovuto al fatto che un buon numero di balene venivano nel passato ad arenarsi in questo posto. Spettacolare la vista dell’oceano.
Rientrano sulla terraferma il paesaggio cambia rispetto a quello della gita in bicicletta: ora incontriamo vigneti e pinete.

Particolare dell’Arsenale

Lasciata l’isola, ci fermiamo a Rochefort. Dal passato nobile, ha case eleganti costruite tra fine otto ed inizio novecento ed è stata costruita attorno ad un arsenale ai tempi di Luigi XIV ed il cardinale Richelieu. Interessante la visita della Corderie royale, una nave lunga 374 metri posta al centro di un giardino.

A seguire Saintes, con l’interessante centro storico con vestigia romane, l’”Abbaye aux Dames” e la chiesa di St-Europe medioevali.

Trascorriamo la notte nell’area di sosta in Avenue de Saintonge 19, GPS: N 45.74049, W 0.62743; N 45°44’26”, W 0°37’39″.

Undicesimo giorno

Lasciamo Saintes e sotto la pioggia ci dirigiamo a Cognac. La città vecchia si estende tra l’Eglise Saint-Leger in rue Aristid Briand ed il fiume (la Charente) ed è caratterizzata da suggestive case a graticcio, con al centro la piazza Francois 1er con i suoi caffè. Nella visita non può mancare il “Musèe de Cognac”, per la storia della cittadina e “Le Musée des Art du Cognac”, riguardanti le fasi della produzione del cognac, entrambi in boulevard Denfert Rochereau 48 (biglietto cumulativo).

E’ il primo di maggio e a Cognac scopriamo che il mughetto è il fiore per la celebrazione della giornata.

Alla sera arriviamo a Chatel-Guyon dopo aver fatto una breve sosta a Saint Laurent. L’area di sosta è in Avenue Charles de Gaulle, GPS: E 3.06584, N 45.92316.S

Dodicesimo giorno

Alla mattina visitiamo la cittadina. E’ una località termale, con alberghi un po’ rétro, alcuni dei quali chiusi.

La Torre dell’Orologio e e case di Riom

Il viaggio continua attraverso le montagne ed i prati del Massiccio centrale. Facciamo tappa a Riom: è la vecchia capitale dell’Auvergne, con viali perpendicolari che l’attraversano, contornati da alti palazzi a suo tempi nobiliari, alcuni dei quali colorati. Interessanti il municipio del XVI secolo, con il magnifico cortile interno, la Sainte-Chapelle in stile gotico fiammeggiante e le sue vetrate del XV secolo, palazzo Guymoneau e la sua scala finemente scolpita, la torre dell’Orologio e il suo bel panorama sui tetti della città, la chiesa di Notre-Dame-du-Marthuret e la sua bella statua della Vergine con uccello.

A pranzo abbiamo mangiato galette auvergnat: una con fette di patate e formaggio fuso tipo toma, l’altra con filetto di anatra e funghi champignon.

Arriviamo a Le Puy-en-Velay, considerata “una dei luoghi più scenografici di tutta la Francia” (citato dalla guida della Lonely Planet, “Francia Meridionale”). In effetti, la città è dominata da tre pinnacoli vulcanici coronati dai tre capolavori d’arte sacra: la Cattedrale Notre-Dame (XI° secolo), la statua in bronzo dal colore rosso intenso che raffigura Notre-Dame de France e la Chapelle Saint-Michel d’Aiguile al di sotto dei quali si sviluppa la città vecchia.

Le Puy-en-Velay ha sempre avuto una grande importanza religiosa: segnava infatti l’inizio della via podiensis, uno degli itinerari del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. E come accade ai giorni nostri, i pellegrini che qui vi giungevano non potevano che ammirare la cattedrale, posta in cima ad una stradina acciottolata, con la sua facciata a cinque livelli policromi, le arcate romaniche, le cupole bizantine, l’affrescato portale, gli archi del chiostro, splendidamente decorati a mosaico policromo. O anche la Cappella, per raggiungere la quale bisogna salire ben 268 gradini (la statua è del XIX° secolo).

Unitamente alle meraviglie religiose, passeggiando nelle anguste stradine della città vecchia e attorno al Municipio, noi siamo riusciti a trovare due specialità di Le Puy-en-Velay: le lenticchie verdi ed il liquore verde brillante “la Verveine”, un distillato a base di verbena, la cui ricetta risale al 1859.

er la visita di Le Puy-en-Velay, che ci ha occupato un pomeriggio ed una mattina, noi ci siamo avvalsi del campeggio accreditato da ACSI Eurocampings “Le Bouthezard”, in Chemin de Bouthezard, camping.puyenvelay@aquadis-loisirs.com, GPS :E 45.050437, N 3.880861. E con Le Puy-en-Velay si chiude questo viaggio.

Viaggio nei Paesi Bassi: tra storia, acqua e … vinili

 

Visitammo i Paesi Bassi come campeggiatori – ahinoi molti anni fa. Ora con il camper – e le biciclette –  li stiamo ripercorrendo: quello che state per leggere è il primo viaggio. Ne seguirà un altro a breve.

Partiamo molto presto ed in una giornata di viaggio raggiungiamo Maastricht. Poiché al nostro arrivo è quasi sera ci spostiamo in un campeggio in prossimità della città. Si chiama “Camping de boskant”, Brommelen 60, 6243CR Geulle, http://www.campingdeboskant.com, ed è anche ristorante e gelateria. Non ci sono piazzole delimitate, ma solo prato dove, nel rispetto della distanza di sicurezza, è possibile stazionare.

All’esterno del campeggio c’è la fermata dell’autobus – corse abbastanza frequenti, circa ogni ora – che conduce a Maastricht, con capolinea alla stazione ferroviaria.

Primo giorno – Visita di Maastricht

Siamo nel sud ovest dei Paesi Bassi, molto vicini al confine con il Belgio. La città è la capitale della provincia del Limburgo, è attraversata dalla Mosa (bella la passeggiata lungo il fiume) ed è seconda solo ad Amsterdam per numero di edifici storici (nell’elenco sono 1667). Nella nostra passeggiata apprezziamo l’insieme del centro della città (Binnenstad) ed in modo particolare:

il Ponte di San Servazio, o Sint-Servaasbrug, che è un bel ponte in pietra costruito nel XIII° secolo sulla Mosa, ma ampiamente rifatto al termine della seconda guerra mondiale; è uno dei siti  più caratteristici di Maastricht, e si percorre per entrare nel Binnenstad;

la basilica di San Servazio, o Sint-Servaasbasiliek, cristiano cattolica, la più antica (fu iniziata nell’XI° secolo) ed il maggior esempio dell’architettura romanica nei Paesi Bassi;

Sint Jans Church, chiesa gotica del XIII° secolo, con all’interno un bel pulpito, interessanti affreschi e pietre tombali e, all’esterno, un’alta torre di colore rosso, dalla cui sommità è possibile avere una bella vista sulla città e sui dintorni (la chiesa e la torre sono aperti al pubblico da Pasqua all’autunno);

l’atmosfera rilassata e rilassante – grazie anche alla bella giornata di sole – alla quale molto contribuiscono i numerosi bar con i tavolini all’aperti, gli abitanti di Maastricht (molti giovani per via dell’Università) e i turisti; 

De Bisschopsmolen, Stenenbrug 1-3, http://www.bisschopsmolen.nl, una panetteria che si trova in un antico e storico mulino, che serve sandwiches e fantastiche torte. Noi, con un ottimo caffè, abbiamo gustato due grandi fette di una torta con fragole e rabarbaro;

i negozi di cose usate. E così hanno avuto inizio i nostri acquisti: vecchi pattini per il ghiaccio, vecchi tipici zoccoli e qualche vinile.

Secondo giorno

Valkenburg. E’ una cittadina molto turistica, con una infilata di ristoranti, percorsa da canali e con qualche casa tipica.

Thorn. E’ un incantevole villaggio dalle numerose case bianche. C’è una spiegazione per questa particolarità che risale alla fine del Settecento quando il territorio venne invaso dai francesi che imposero agli abitanti di pagare una tassa basata sulle dimensione delle finestre. Gli abitanti del villaggio reagirono dapprima murando in parte le finestre e poi tinteggiando gli esterni con calce per nascondere la differenza tra i vecchi e nuovi mattoni di color rosa.

Abbiamo passeggiato lungo il centro storico. Interessanti le case, alcune delle quali aperte al pubblico, dei canonici e il Begijnhof. Luogo che spesso si incontra nelle città olandesi (famoso quello di Amsterdam), si presenta come un insieme di abitazioni poste attorno ad un cortile (hof, in olandese). Nel passato devote donne, nubili o vedove, che avevano temporaneamente pronunciato i voti di castità e ubbidienza,  vivevano  in questo complesso o in case comuni o sole o in piccoli gruppi di due o tre, mentre oggi è abitato per lo più da signore anziane con poche disponibilità economiche e da studenti, attratti dalle favorevoli condizioni dei canoni d’affitto. Abbiamo inoltre visitato la Abdijkerk, la chiesa di un’abbazia femminile la cui parte più antica risale al X° secolo, rifatta in larga parte nel XIII° in forme gotiche, poi ingrandita ed arricchita dall’alta torre  (XV° secolo) e più tardi barochizzata.

Breda. Città fortificata, ebbe nel corso dei secoli grande importanza militare e politica. Il monumento più importante della città è la Grote Kerk o Onze-Lieve-Vrouwekerk costruita a croce latina, in stile gotico brabantino, con una torre alta 97 metri. Piacevole la passeggiata nel centro storico con  il Grote Mark, la piazza centrale,  le tipiche case, il porto, il begijnhof (con museo).

Da non perdere in maggio il festival jazz, con numerosi concerti all’aperto, presentato come il più grande e vecchio del paese.

Per la notte ci avvaliamo dell’indicazione di ACSI e pernottiamo presso il camping Liesbos, Liesdreef 40, 4838 GV Breda, https://www.camping-liesbos.nl.

Terzo giornro

Nell’intenso traffico olandese raggiungiamo Delft, che le guide turistiche definiscono famosa  per le ceramiche bianche e blu, per il pittore Vermeer e perché è la città della casata degli Orange, mentre per noi è soprattutto incantevole nella sua dimensione olandese con i canali, le case, le chiese e … i negozi di cose usate dove facciamo buoni acquisti per i nostri mercatini. 

La visita della città, che deve essere fatta a piedi e/o in bicicletta, non può prescindere da:

Mark, è la piazza del mercato, centrale, con lo stadhius (municipio) e la Neuwe Kerk con l’alto campanile (il secondo per altezza nei Paesi Bassi dopo quello di Utrecht), dal quale si ha una bella vista della città (attenzione però che si devono anche salire circa 170 gradini);

Oude Kerk, ovvero la Chiesa Vecchia, che è la chiesa più antica della città che sorge sul centrale canale Oude Delft, anch’esso il più antico della città.  Il caratteristico campanile pendente è alto di 75 metri ed edificato sui modelli fiamminghi;

Vermeer Centrum Delft, che non è una pinacoteca con i quadri di Vermeer, ma un luogo che vi permette di conoscere la tecnica del grande pittore, di capire alcuni dettagli delle sue opere nonché di vederne le copie in formato originale. Se vi interessa saperne di più, nelle strade di Delft potete incontrare degli indicatori a forma di cubi e all’Ufficio del Turismo in Kerkstraat 3 (https://indebuurt.nl/delft/gids/vvv-delft/) una guida in inglese.

Tutto il centro è costellato da  koffie bar e ristoranti, che servono invitanti e deliziosi sandwiches e torte. Nella piazza centrale noi siamo riusciti a trovare un caffè  dove abbiamo apprezzato un cream tea a livello di quelli britannici.

Alla sera andiamo in un mini campeggio nel Noodwart Polder, un tratto di mare prosciugato artificialmente con dighe e altri sistemi di drenaggio. Il campeggio si chiama “De Witboom”, è in Witboomkil 5  ,Werkendam, Noord-Brabant 4251 MK. E’ davvero piccolo, immerso nella natura, ha l’essenziale, tra l’altro anche piante di lamponi e more che apprezziamo.

Quarto giorno

Nel campeggio noleggiamo le biciclette e andiamo a Dordrecht per prendere il Waterbus (https://www.waterbus.nl) che ci porterà, in un’ora circa, a  Kinderdijk, il sito con i diciannove mulini a vento, patrimonio universale dell’Unesco https://www.kinderdijk.com.

Iniziamo dal Centro Visitatori, ‘Bezoekerscentrum Wisboomgemaal’, allestito all’interno di un mulino, dove viene proiettato un filmato che  illustra la storia della zona e dei mulini (il costo del biglietto varia a seconda se si aggiunge o meno la visione del film e/o della stazione di pompaggio). E’ invece gratuito l’ingresso alla zona dei mulini. Il modo migliore per visitarla è a piedi o in bicicletta, e delle cartine in vendita per tracciare il percorso la migliore, a nostro parere, è quella con il logo Unesco.

I mulini a vento furono costruiti intorno al 1740, sui due lati del canale  allo scopo di mantenere asciutto il polder Alblasserwaard. Alla destra di chi visita c’è la fila dei mulini Nederwaard in mattoni, mentre a sinistra ci sono i mulini Overwaard ricoperti di canne. Restarono in  funzione fin verso la metà del secolo scorso quando si decise di installare le stazioni di pompaggio dell’acqua. Attualmente quasi tutti i mulini sono abitati da almeno una persona in possesso di specifico certificato per il loro funzionamento. Fa eccezione il quinto mulino a destra che è invece occupato dalla decima generazione della famiglia Hoek, storica famiglia della zona. Due mulini sono aperti al pubblico e così si ha modo di vedere il loro funzionamento e di conoscere aspetti della vita dei loro occupanti. Uno di questi è il mulino “Blokweer”, diverso nella struttura dagli altri e più vecchio (1630). 

Abbiamo visto il sito sia in una bella giornata di sole che, come in questo viaggio,  sotto una fastidiosa pioggia, ma il paesaggio è sempre stato fantastico, unico, con i mulini che si innalzano sul canale e sulle paludi prosciugate, come soldati a protezione e sorveglianza del territorio e degli uomini che vi abitano.

Sempre con il Waterbus rientriamo a Dordrecht (a proposito c’è un altro Waterbus che parte dal centro di Rotterdam).  In bicicletta la visitiamo: sembrano due città: una storica con i suoi tre canali, i ponti (in modo particolare: il Visburg, sul canale Wijnhaven), l’elegante municipio, le chiese, le case nobiliari, e l’imponente porta che una volta mancava l’inizio della città, Groothoofdpoort, l’altra moderna, come tante altre.

Quinto giorno

Ci spostiamo verso il mare nella regione dello Zeeland. Scegliamo il campeggio “Dishoek 2”, a Dishoek, Zeeland, appartiene al gruppo Roompot Parks, https://www.roompot.com/holidayparks/the-netherlands/zeeland/camping-dishoek/address-and-route/. Il campeggio è grande, attrezzato e la piazzola molto bella. Noleggiamo le biciclette e facciamo la prima visita del villaggio. Ritornati in campeggio, facciamo una passeggiata sulla vicina spiaggia ed avvistiamo una foca.

Sesto giorno

Facciamo una passeggiata in bicicletta seguendo i percorsi ben segnalati, tra campagna e villaggi. Raggiungiamo Veere. Una volta villaggio di pescatori e di ricchi commercianti di lana (risale in gran parte al XVI° secolo), ora è una rinomata meta turistica, con un vivace porto. La visita, da effettuarsi a piedi, si sviluppa lungo le numerose case gotiche, il lungomare con la Campversee Toren, l’unica testimonianza delle vecchie fortificazioni, il Mark con il municipio costruito tra il 1474 ed il 1599 e la cinquecentesca Grote Kerk.

Settimo giorno

Un altro percorso in bicicletta di circa circa 10 km e raggiungiamo Middelburg, il capoluogo dello Zeeland.  È sabato, giornata di mercato (ma quello grande e famoso si tiene al giovedì) e di festa, e la cittadina è stracolma di visitatori. Indubbiamente bella e caratteristica nel suo centro storico, contornato da canali, ricostruito dopo la quasi totale distruzione durante la seconda guerra mondiale, ma in grado di dare la sensazione di come la vita doveva essere nei secoli passati. Il Mark è il centro della città: tra numerose biciclette parcheggiate lasciamo le nostre ed iniziamo la nostra visita a piedi tra strade acciottolate e vicoli.  Sul Mark si trova il Municipio, dall’elaborata bellezza poiché include elementi gotici ed altri risalenti all’inizio del XVII° secolo. Ma è soprattutto il complesso abbaziale Abdij che attira la nostra attenzione. Risalente al XII° secolo, ora è sede dell’amministrazione regionale, presenta un grande cortile interno Abdijplein, e comprende tre chiese, la Wandelkerk con l’alto campanile (91 metri e 207 gradini), la Koorkerk e la Nieuwe Kerk, con un famoso organo del XVI° secolo.

Nel Mark, in un negozio che è anche barbiere e bar, compriamo dei vinili dei Queen e di Elvis Presley: non per collezionisti ma con prezzi davvero convenienti (non superano i cinque euro). Ma è soprattutto la tipologia del negozio che ci attrae e che ci ricorderemo in futuro. Tra l’altro abbiamo bevuto un buon caffè.

Ottavo giorno

Ha piovuto tutto la notte e quando ci svegliamo cade una pioggia molto forte. Lasciamo le biciclette in campeggio e con il camper visitiamo Domburg: elegante cittadina di vacanza, affollata, con, nella parte sud,  una bella passeggiata lungo la spiaggia, protetta dalle dune di sabbia.

Poi l’itinerario continua sulla N57 lungo gli argini , sulle dighe  e sulle paratie mobili del Progetto Delta, opera faraonica, iniziata nel 1958 e completata nel 1997, anche se i lavori continuano ancora, massima testimonianza della lotta tra gli olandesi ed il mare. Di questa parte del viaggio ci rimane il ricordo di tanto vento, del massiccio intervento dell’uomo volta ad imbrigliare la natura, e le spiagge bianche.

La giornata ha termine con la visita di Zierikzee. Bella cittadina, compatta nel suo stile olandese, con una bella passeggiata lungo il porto canale e sul lungomare

Nono giorno

Arriviamo a Gouda. Sostiamo nel parcheggio Klein AmerijKa, N 52.011990, E 4.715790: è vicino al centro, ha tutti i servizi e non è caro (€ 8, tutto compreso).

Ormai l’abbiamo capito: le città olandesi hanno la piazza centrale, grande, con il municipio in stile gotico e nelle vicinanze la chiesa importante. Così Gouda. Con l’aggiunta del Wagg, l’antica pesa pubblica del 1688, mentre la chiesa (Sint Jankskerk) presenta delle magnifiche vetrate.

Ovviamente si compra il formaggio. Di Gouda, appunto, perché qui viene prodotta  e conservata la maggior parte del formaggio dei Paesi Bassi (la regione che circonda Gouda è nota come la “valle del formaggio”). Di forma essenzialmente cilindrica a facce piane, con crosta liscia e pulita, il formaggio che qui viene prodotto è di latte vaccino, dal colore giallo-avorio, con circa il 50% di grasso, di breve o media stagionatura e a pasta semidura. Ogni giovedì, nel periodo estivo,  nel Mark si tiene il mercato tradizionale istituito nel 1395: assolutamente da non perdere perché è uno spettacolo per la quantità di bancarelle, di forme di formaggio  e di venditori in costume.

Ci spostiamo a Utrecht. Scegliamo il campeggio “Buitengoed de Boomgaard”, in Parallelweg 9, 3981 HG Bunnik, https://www.buitengoeddeboomgaard.nl.

Decimo giornoVisita di Utrecht

Dal campeggio, per arrivare nel centro di Utrecht, si può prendere il treno locale: le corse sono frequenti, mentre la stazione di Bunnik dista 15 minuti di strada a piedi.

Nel centro storico camminiamo lungo il canale vecchio (Oudegracht, XI° secolo) , quello nuovo (Niewegracht, XIV° secolo) ed il Singel. Saliamo, non senza qualche fatica considerati i 456 gradini, sul Domtoren, il campanile della cattedrale, alto 112 metri: lo sforzo è ampiamente ripagato dalla vista su Utrecht che è possibile cogliere dalla sommità. La visita è contingentata ed è guidata (lingue inglese e olandese). A seguire la Domkerk, a nord del campanile.

Nel pomeriggio tardi facciamo una gita sul canale: è l’ultima corsa, siamo gli unici sul battello e la guida è tutta per noi. E’ un ottimo modo per rivedere, ma da una diversa prospettiva, la città antica ammirata durante la passeggiata. In aggiunta, e non è poco, abbiamo la possibilità di vedere i vecchi magazzini situati a livello dell’acqua, alcuni dei quali ora diventati abitazioni e bar molto stilosi.

Lungo i canali ci sono tanti ristoranti e bar per per una ritemprante sosta. Molti i negozi. Di vinili anche: l’elenco lo potete trovare su vinylhub.discogs.com. Chi scrive ha  preferito De Grammophon Winkel, Outgrach 26, più che per gli acquisti per  il gusto retro del negozio e Oudegracht 314, in Oudegracht 314, perché unisce oggetti di antiquariato ed usati alla vendita di vinili, spesso sigillati, a prezzo di usati. Da ricordare che nel centro  eventi Jaarbeurs, due volte all’anno (aprile e novembre), si organizza una grandissima fiera, chiamata “Mega Record & CD Fair”, che gli appassionati di vinile non devono perdere. Per informazioni si può consultare il sito https://www.recordplanet.nl

Il giorno dopo lasciamo i Paesi Bassi. Con una promessa di un arrivederci a breve.

Tra laghi, “mostri” e mare nell’Italia centrale

Era l’inizio del mese di maggio quando siamo partiti, ma era come se fossimo in inverno: la temperatura era prossima allo zero, la neve ci ha accompagnato per buona parte del viaggio e, alla solita fermata al negozio/ristorante all’uscita di Fidenza, “Parma Menù Autobar”, un piatto di tortellini fumanti ha accompagnato quello solito di culatello e prosciutto (oltre all’acquisto di un pezzo di parmigiano reggiano, ovviamente delle vacche rosse).
Alla sera del primo giorno arriviamo a Castiglione del lago, nella bella area di sosta sul lago Trasimeno. Notte tranquilla e l’indomani mattina visita del paese, con una interessante passeggiata nel centro storico con vedute sull’isola Maggiore, raggiungibile in traghetto.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Bolsena. Troviamo un’accogliente area di sosta, “Il Guadetto”, in viale Luigi Cadorna 131,  con larghe piazzole sull’erba ombreggiate dagli ulivi, prospiciente il lago, che vi consigliamo se decidete di passare qualche giorno sul lago ed intendete visitare i dintorni.

Bolsena rientra tra i comuni considerati “bandiera arancione” dal Touring Club (https://www.bandierearancioni.it) ed il suo centro storico è  facilmente raggiungibile dall’area di sosta o a piedi o in bicicletta grazie alla pista ciclabile che corre lungo la riva del lago.

Di origini etrusche, fatta oggetto di conquista da parte dei Romani, rinomata tappa della Via Francigena, Bolsena presenta un interessante centro storico medioevale, dominato dall’alto dal Castello Monaldeschi, sede del Museo Territoriale del lago. Nella passeggiata che vi consigliamo avrete modo di visitare il complesso monumentale della basilica di Santa Cristina, eretta nel secolo XI su antiche e in parte inesplorate catacombe Cristiane, luogo di culto per il sepolcro della santa, che include la Cappella Nuova del Miracolo (1693 ) in ricordo del miracolo eucaristico avvenuto in Bolsena nel 1263 dal quale è discesa, per volontà papale, la festa del Corpus Domini e di ammirare il rinascimentale palazzo del Drago.

Bolsena è anche una storica e rinomata località turistica grazie al lago, il più grande di origine vulcanica in Europa,  e ai venti che favoriscono il windsurf e la vela. I numerosi ristoranti offrono le specialità dei numerosi pesci che vivono nel lago: assolutamente da non perdere il pregiato coregone e l’anguilla.  Unitamente a questi due pesci, squisitamente cucinati, noi abbiamo trovato anche una buona frittura di lattarini ed una pasta con la tinca affumicata alla Trattoria del Moro, in piazza Dante Alighieri 5, con bella vista sul lago.

Nelle vicinanze abbiamo visitato Montefiascone che, con i suoi 600 metri circa di altezza, è considerata il belvedere della Tuscia, dal quale si può ammirare tutto il territorio circostante ed il lago di Bolsena. Da non mancare nella visita del centro storico la porta Aldrovandi, che introduce al vecchio borgo; la Chiesa di San Flaviano costituita da una particolare facciata dove spiccano tre archi gotici e costruita su due piani in epoche diverse; il Duomo (Cattedrale di Santa Margherita) simbolo possente di Montefiascone con la sua imponente cupola seconda solo a San Pietro; la Rocca di Montefiascone o Rocca dei Papi del XII° secolo (solo in parte visitabile),  edificato nel punto più alto del paese. Tutti questi edifici rendono conto dell’importanza storica del comune.

Noi ci siamo spostati anche alla cantina di Montefiascone, in via Grilli 2,  per l’acquisto del vino tipico della zona Est!Est!!Est!!! (abbiamo preferito il cru La Commenda e il Caveau).  A proposito del particolare nome di questo vino, una studiosa della cucina medioevale così ne spiega l’origine: “Nel 1111 Enrico V di Franconia, allora re Germania, si stava recando a Roma per ricevere da Pasquale II la corona di imperatore del Sacro Romano Impero. Al suo seguito si trovava anche il vescovo tedesco di Augusta, Johannes Defuk (o forse Deuc, De Fugger, Fugger). Appassionato del buon vino, il prelato aveva ordinato al servo Martino di precederlo lungo la strada, in modo da individuare le taverne con il vino migliore e segnarle con la scritta “est” (ossia: “c’è”, sottinteso “il vino buono”). Così il servo si comportò, anticipando il suo signore sul percorso; arrivato nella cittadina di Montefiascone, nel Lazio settentrionale, trovò del vino talmente buono che ripeté per tre volte il segnale convenuto con l’aggiunta di sei punti esclamativi. Così, accanto alla porta dell’osteria, scrisse a grandi lettere: “Est! Est!! Est!!!”. Il cardinale apprezzò così tanto questo vino che rimase a Montefiascone per tre giorni, prima di riprendere il suo viaggio verso Roma. Lungo la via di ritorno, però, non resistette alla voglia di assaggiare nuovamente quel vino meraviglioso; questa volta, probabilmente, esagerò con le bevute poiché si ammalò e morì. Venne seppellito a Montefiascone, nella chiesa di San Flaviano, dove è possibile ancora visitare la sua tomba …” (citato da “Mangiare medievale. Alimentazione e cucina medievale tra storia, ricette e curiosità” di Rosella Omicciolo Valenti).

La cantina ha anche un ampio parcheggio per i camper, con carico, scarico ed elettricità.

Un’intera giornata abbiamo riservato alla visita di Viterbo.

Onde evitare difficoltà nella ricerca del parcheggio per il camper, anche su indicazione dei gestori dell’area di sosta, abbiamo raggiunto il capoluogo della Tuscia con l’autobus (le fermate distano circa 15 minuti a piedi dall’area di sosta e si trovano sulla via Roma/Cassia, mentre il capolinea a Viterbo è vicino al centro storico).

Come spesso facciamo, abbiamo camminato lasciandoci guidare, più che dalla cartina con l’indicazione dei siti da visitare, dalle impressioni e dalle suggestioni che ricevevamo guardandoci attorno. Comunque, nella visita del centro storico di Viterbo (a proposito: spesso set cinematografico e di serie televisive come evidenziano alcuni cartelli segnaletici) non si può prescindere da: Palazzo dei Papi con la sua splendida Loggia, la vicina Cattedrale di San Lorenzo che è il Duomo di Viterbo, le antiche chiese di Santa Maria Nuova e di San Silvestro, il vecchio quartiere medioevale di San pellegrino, intatto e poco distante dal Duomo, con le sue case con la scala esterna che termina in una piccola loggia antistante la porta di ingresso,  la piazza del Plebiscito (o Piazza del Comune) con i suoi leoni, emblemi di Viterbo, e le fontane.

Alcune volte i nostri viaggi si costruiscono da soli. Alla fermata dell’autobus per Viterbo, una gentile signora vede che siamo sfogliando la guida turistica del Touring Club e,  sentendo che stiamo parlando di Viterbo, si rivolge a noi suggerendoci la visita di due località che noi non avevamo previsto:  Villa Lante ed i suoi bei giardini a Bagnara ed il Parco dei Mostri a Bomarzo.

Così il giorno dopo la visita di Viterbo, con il camper ci spostiamo nelle due località. Costruita nella seconda metà del ‘500, più che per i suoi due edifici (interessante, però il soffitto a cassettoni della palazzina Montalto), la visita di Villa Lante si incentra sullo splendido  giardino all’italiana ed il suo percorso d’acqua, che grazie al lavoro comune degli architetti Tommaso Ghinucci e Pirro Lagorio (l’ideazione della villa è invece attribuita a Jacopo Barozzi da Vignola) rappresenta una forte affermazione della supremazia dell’uomo sulla natura. Gli architetti intervennero sul pendio su cui si sviluppa il giardino con la costruzione di terrazze e fontane attraversate ed alimentare da un ruscello che longitudinalmente scende dal pendio stesso. Il percorso è stato costruito in modo che si vengono a creare spettacolari giochi d’acqua. Una curiosità è certamente la “Mensa del Cardinale”, ovvero una tavola di peperino attraversata nel mezzo da un fresco ruscello realizzata per tenere freschi frutta e verdura durante i pasti degli antichi proprietari.

Il ruscello termina la sua corsa in quel capolavoro che è la Fontana del quadrato o dei Mori: uno specchio d’acqua suddiviso in quattro sezioni da eleganti balaustre su cui galleggia una barca con un putto zampillante e al centro un triplice cerchio di vasche culminanti nel gruppo dei quattro mori che reggono lo stemma di Papa Sisto V.

Facciamo una breve visita del paese di Bagnara, riprendiamo il camper che abbiamo lasciato in un parcheggio prima del ponte che precede il paese e ci dirigiamo a Bomarzo. La Villa delle Meraviglie, chiamata anche Sacro Bosco, spesso definito Parco dei Mostri (così nel profilo storico del sito web del parco, http://www.sacrobosco.it), è un posto unico, tutto da apprezzare per le enigmatiche figure che il conte Pierfrancesco, detto Vicino,  Orsini (1525-1585) pensò, disegno, realizzò e fece realizzare da artisti ed artigiani. Per lui il posto era il “Sacro Bosco”, luogo intellettuale, altamente simbolico (ma non sempre i simboli sono di facile comprensione),  di tensione spirituale,  lontanissimo dai canoni architettonici del secolo di appartenenza. Non è un caso, infatti, che all’ingresso sono state poste due sfingi, con una iscrizione nella quale si richiama la necessità di intraprendere la visita con l’adatta disposizione della mente, che deve essere pronta ad abbandonare i convincimenti ed essere predisposta ad una nuova visione delle cose. Sulla spalliera di un sedile di pietra nella radura davanti ad una delle figure più conosciute del parco, la bocca dell’Orco, si può leggere la seguente iscrizione

VOI CHE PEL MONDO GITE ERRANDO, VAGHI

DI VEDER MARAVIGLIE ALTE ET STUPENDE

VENITE QVA DOVE SON FACCIE HORRENDE

ELEFANTI LEONI ORSI ORCHI ET DRAGHI.

Ed è proprio quello che ogni visitatore incontra nella sua visita. E se ciò non bastasse, lungo il percorso si incontra una casetta pendente che fa sembrare storto il mondo esterno (ricordate l’iscrizione delle sfingi?), un tempietto funerario dedicato all’amata Giulia Farnese, fontane, sedili e obelischi su cui, il conte, fece incidere motti e iscrizioni.

C’è chi definì le figure “mostruose escrescenze “ (il grande anglista e uomo di cultura, Mario Praz), chi invece li apprezzò profondamente (Salvator Dalì, tra gli altri). Il fatto certo è che il Bosco, nel corso dei secoli, andò in rovina e solo nel XX° secolo è ritornato ad essere oggetto di studio, ammirazione e recupero. 

Bomarzo non è solo il “Sacro Bosco. Dopo aver lasciato il camper in un comodo parcheggio posto alla base del paese lungo la strada che porta al Bosco, visitiamo il borgo che è un gioiello medievale ben conservato, con elementi archeologici e architettonici di notevole bellezza, tra cui Palazzo Orsini, edificio rinascimentale costruito nel XVI secolo, e il Duomo che conserva il corpo del patrono Sant’Anselmo. Non a caso è bandiera arancione del Touring Club.

Alla sera ci dirigiamo all’Argentario. Come in passato scegliamo il campeggio “Feniglia”, in località Feniglia, Porto Ercole,  a 500 metri dalla Riserva Naturale Duna Feniglia, e-mail info@campingfeniglia.it

Il primo giorno, seguendo la pista ciclabile asfaltata, che offre delle belle vedute sulla laguna, visitiamo Porto Ercole ed Orbetello.

Il centro storico di Porto Ercole si sviluppa dentro le mura ai piedi della Rocca Spagnola. I possibili percorsi sono segnalati da cartelli e così percorrendo vicoli e piazzette, salendo scalette, avrete la possibilità di visitare la chiesetta, la Rocca e di ammirare il mare.

Il Mulino

Per arrivare ad Orbetello si deve percorrere la diga, costruita nel 1842, che attraversa tutta la laguna. Prima di entrare nella cittadina, alla sinistra, si può ammirare l’ultimo dei mulini rimasti dal tempo della presenza degli spagnoli (dal 1557 all’unità d’Italia).

Una volta lasciate le biciclette all’ingresso del paese, nella nostra passeggiata abbiamo modo di vedere le mura etrusche a grandi blocchi poligonali del IV secolo a.C. (le migliori si possono vedere subito dopo il mulino), il palazzo del Governatore spagnolo in piazza Plebiscito, la chiesetta di Santa Maria delle Grazie in piazza iV Novembre ed il Duomo in piazza della Repubblica e la curiosa polveriera Guzman, ora sede del Museo Archeologico, in via Mura di Levante n. 7, con i suoi obelischi davanti alle finestre costruiti per proteggere l’edificio, costruita dagli spagnoli e presso cui si approvvigionò di munizioni Garibaldi per la spedizione dei Mille.

Il secondo giorno lo dedichiamo alla visita di Porto Santo Stefano, che raggiungiamo con l’autobus. Apprezziamo il lungomare e ci inoltriamo nelle vie del paese per salire alla fortezza spagnola.

Ritorniamo in bicicletta ad Orbetello per cenare, come alla sera precedente,  al ristorante “I Pescatori”, in via Giacomo Leopardi 9. Di questo ristorante, conosciuto per la sua buona cucina casalinga in un precedente viaggio, avevamo un ricordo diverso perché, purtroppo, questa volta i piatti cucinati sono qualitativamente mediocri ed i tempi di attesa, soprattutto la seconda sera, troppo lunghi.

Sia il primo che il secondo giorno, una volta rientrati in campeggio, destiniamo del tempo per camminare lungo la spiaggia della Feniglia in prossimità del campeggio. Poiché inserita nella Riserva Naturale Duna Feniglia, è il mare che a noi piace: libero, selvaggio, con tronchi conchiglie alghe depositati dal mare, con pini domestici, sughere, lecci, gigli marini, ginepri ed arbusti della macchia mediterranea che fanno da cornice alla spiaggia. E’ anche popolata di animali (daino, cinghiali, volpi, tassi, donnole ed altri roditori, testuggine d’acqua) che però non vediamo, mentre abbiamo la fortuna di sentire il verso di qualche uccello (cuculo, upupa, ghiandaia). Romantico il paesaggio del giorno della partenza: e con il grigio, il vento, le onde ed il freddo lasciamo l’Argentario. 

Inghilterra – Attraverso il sud

Amiamo il Regno Unito: è stata la meta di numerosi viaggi e di periodi di studio della lingua e della letteratura. Amiamo la campagna inglese con i villaggi della tradizione, con le blackface sheep, il pub con le bitter, il coffee shop o il tea shop con le crumbles, le Victorian sponge ed il cream tea, la chiesa normanna, i cottage con i meravigliosi giardini in fiore; le cittadine vittoriane che si affacciano sul mare; le storiche università, ma anche le grandi città: certo Londra non è il Regno Unito, però in suo metro quadro si può trovare il mondo e tutto quanto una persona si può aspettare da un viaggio.

Il viaggio che state per leggere si è svolto nell’arco di tre settimane, tra luglio ed agosto, in camper, ma può essere fatto anche in automobile avvalendosi dei numerosi bed & breakfast che si incontrano lungo il tragitto (per questi ci si può anche rivolgere ai Tourist Information Office presenti in ogni località). Le contee attraversate sono state: l’East ed il West Sussex, l’Oxfordshire ed il Kent. Abbiamo inoltre fatto una breve visita a Londra.

Nei nostri viaggi in camper, soprattutto nei lunghi tragitti dell’andata e del ritorno, amiamo ascoltare molta musica e, per noi, ogni viaggio ha anche una sua particolare colonna sonora. Del viaggio che state per leggere ci piace ricordare: The Housemartins, band indie pop attiva negli anni ’80, con gli album “London 0 Hull 4”, “The People who grinned themselves to death” e l’antologico “Now that what’s I called quite good”, e gli album di Elvis Costello (il perché lo capirete più avanti).

Alla fine del viaggio troverete delle informazioni utili sul viaggio, sul cibo e lo shopping che, speriamo, possano essere d’aiuto.

Verso Dover

Partiamo nel tardo pomeriggio e passiamo la notte in un grande parcheggio, in corrispondenza di un distributore di benzina,  lungo l’Autostrada appena fuori da Lucerna (Luzern-Neuenkirch West). Non è la prima volta che ci fermiamo in questo parcheggio e, al costo di circa € 10, trascorriamo una notte tranquilla. Se per attraversare la Svizzera in direzione Basilea ci siamo sempre avvalsi dell’autostrada, per la Francia, invece, c’è l’alternativa delle strade statali. Questa volta però optiamo per le autostrade e nel pomeriggio di domenica (siamo partiti di buon’ora) raggiungiamo la città di Calais. Parcheggiare a Calais non è difficile: c’è un grande parcheggio a ridosso della città, in prossimità di un canale,  aperto ai camper, che può essere utilizzato anche per la notte. Calais vale una breve visita perché interessanti sono il lungo mare e la via principale con i suoi negozi. 

Alle 7,30 del giorno dopo, il traghetto, che abbiamo prenotato online dall’Italia (per noi da preferire all’acquisto del biglietto fatto in loco), lascia Calais.

Arrivati a Dover, decidiamo di seguire la litoranea. Siamo nell’East Sussex. La strada si snoda tra villaggi caratteristici, prati con le pecore, qualche città (Eastbourne, che merita una visita), e corre spesso lungo le dune che proteggono la spiaggia. Frequenti sono i cartelli con i limiti di velocità (30 miglia all’ora  ovvero circa 48 kilometri orari) e quelli che noi chiamiamo autovelox e che da loro si chiamiamo “speed camera”.

Seven Sisters Country Park

E’ la nostra prima visita di questo viaggio. Il parco è composto da circa 280 ettari di bianche scogliere, di prati dove liberamente pascolano animali. Il sentiero che corre lungo la scogliera e che in parte percorriamo conduce a Beachy Head, un promontorio calcareo, con il suo famoso faro. Il posto è incantevole: il verde smeraldo dei prati, punteggiato dal colore del manto degli animali – mucche, cavalli, pecore –  si unisce al bianco della scogliera e delle onde che s’infrangono e all’azzurro del mare, mentre gli uccelli attraversano il cielo. La giornata è bellissima e lo spettacolo della natura ne giova. Non c’è da scoraggiarsi però se c’è un po’ di nebbia o un tempo meno clemente: è sempre un grande spettacolo, romantico e … “molto inglese”.

Brighton

Non possiamo non fermarci a Brighton. E’ una grande città balneare, da sempre molto amata dagli inglesi e dai molti turisti che visitano l’Inghilterra, che, per motivi di studio e di lavoro, conosciamo molto bene. Per visitarla si possono utilizzare i parcheggi  a pagamenti ai lati delle strade che corrono lungo la spiaggia (Marine Parade, King’s Road, Madeira Drive), mentre per la notte o per fermarsi più giorni bisogna utilizzare il campeggio gestito dal Caravan e Motorhome Club, aperto tutto l’anno, con 212 posti, di cui più di 100 “hardstanding” (su superficie dura, utile in caso di prolungata pioggia) , situato nell’East Brighton Park, in Wilson Avenue, alle seguenti coordinate GPS: Lat 50.82229 / Lon -0.09737N 50°49’05”. E’ aperto anche ai non soci del club, però, per la nostra esperienza, è molto difficile trovare posti liberi, se non si è  prenotato con, talvolta, mesi di anticipo (soprattutto se si decide di andare nei mesi di luglio ed agosto). Un’ottima alternativa, appena fuori Brighton, è il campeggio Washington Caravan & Camping Site, in London Road , Pulborough RH20, 4AJ. Il villaggio è collegato con gli autobus (c’è una fermata vicino al campeggio) a Brighton e le corse, seppure non molto frequenti, permettono un’agevole visita della città.In questo viaggio noi parcheggiamo lungo King’s Road, mentre per la notte sosteremo nel campeggio di Pulborough

Cosa visitare

Volutamente non vogliamo essere esaustivi: per questo riteniamo che una buona guida – noi preferiamo le “Lonely Planet” – vi possa essere d’aiuto. Quella che segue è una selezione dei luoghi che per noi non possono mancare una volta in Brighton e che, con l’esclusione del Royal Pavilion,  abbiamo visitato in questo nostro viaggio. North Laine. Un’area residenziale e per lo shopping, alternativa, con i suoi numerosi caffé, bar, bancarelle, bric-a-brac, boutique dal gusto retro o new age, negozi di antiquariato, teatri (come Komedia, che occupa un vecchio supermercato Tesco), salvata dalla demolizione negli anni ’70 ed ora affollata di giovani e turisti. Kensignton Gardens, Gloucester Road, Upper Gardner Street sono le sue principali vie. Chi ama i vestiti vintage può andare da “Beyond Retro” al 23 di Gloucester Road, mentre ottime bric-a-brac sono: Snoopers Paradise, 7-8 Kensington Gardens; North Laine Antique and Flea Market, 5-5A Upper street; Brighton Flea Market al n.  31 di Upper Street. La spiaggia. Fatta di ciottoli,  dove turisti e vacanzieri, su sdraio con la tela a righe quasi sempre bianca e blu, da noleggiare sulla spiaggia, prendono il sole. I più temerari fanno il bagno, mentre qualche signore inglese con un metal detector è alla ricerca di oggetti in metallo. La spiaggia è fiancheggiata da negozietti e vivaci ristoranti dove è possibile gustare, oltre al fish and chips tradizionale,  frutti di mare, vongole e gamberetti, serviti in bicchierini e contenitori di plastica, da gustare ai tavolini oppure mentre si è sdraiati al sole. Nel mare si proietta il Palace Pier, il molo inaugurato alla fine del XIX° secolo e da allora uno dei luoghi che identifica Brighton. Sulle panchine in legno i pensionati prendono il sole, mentre ragazze e ragazzi, inglesi e provenienti da tutto il mondo, entrano nei locali con i videogame. Anche qui è possibile trovare ristoranti e pub. The Royal o Brighton Pavilion. E’ una palazzo costruito tra le fine del ‘700 e l’inizio dell’’800, le cui cupole, i minareti, i lampadari, i vasi, la carta da parati degli interni ed i numerosi suppellettili sono fatti sui modelli e colori della Cina e dell’India. E’ un pezzo di storia inglese che esprime il gusto per l’esotico degli anni in cui fu costruito e l’importanza di Brighton in quel periodo per la famiglia reale e gli aristocratici inglesi. Le cose cambiarono con la regina Vittoria che riteneva gli abitanti di Brighton “indiscreti e fastidiosi”, il Pavillion inadeguato nei suoi spazi per la sua numerosa famiglia, e con l’arrivo della ferrovia nel 1841 quando Brighton inizio ad essere una meta turistica popolare.

Il cream tea al “Mock Turtle”

Il “cream tea” al Mock Turtle. Al n. 4 di Pull Valley, vicino alla stazione degli autobus,  il Mock Turtle è la tea room del tempo che fu (comunque hanno anche una pagina facebook). Su due livelli, con alle pareti quadri, tazze e piattini  dal gusto retro, dalla sua minuscola cucina escono favolose torte, qualche zuppa e sandwich, ma è soprattutto per il cream tea che questo piccolo locale è conosciuto. Cream tea che onoriamo anche in questo viaggio. 

Terzo giorno

Siamo nella contea del West Sussex. Visitiamo Arundel, il villaggio ed il castello, medievale, residenza di campagna di diverse famiglie aristocratiche inglesi, nel corso dei secoli più volte assediato e restaurato. Da vedere, nei terreni ad ovest del castello, l’insolita chiesa gotica perpendicolare, divisa in due aree, una per gli Anglicani ed una per i Cattolici.

La seconda tappa della giornata è Chichester, che con i suoi circa 25.000 abitanti è l’unica città della contea. Fu fondata dai Romani (interessante, a tale proposito, la visita al museo The Novium) ed occupò sempre un posto rilevante nella storia della regione.

Passeggiando lungo le quattro principali vie del centro storico, vivaci, affollate e costellate di negozi e bar, abbiamo apprezzato:

  • The Butter Market,  in North Street, un edificio costruito all’inizio del XIX° secolo, su disegno dell’architetto John Nash, come sede di mercato e poi ampliato e restaurato nel secolo scorso;
  • Chichester Cross, posta all’intersezione delle quattro vie, una struttura tipica delle città di mercato, che indica il luogo in cui si svolgeva il mercato nelle città che avevano ricevuto tale diritto dal monarca, l’arcivescovo o il signore locale;
  • la cattedrale di Chichester ovvero la Cathedral Church of the Holy Trinity. Due sono gli stili architettonici: gotico e normanno. E’ stata definita come “la più tipica cattedrale inglese”, certo è che presenta due caratteristiche che nessun altra chiesa medioevale inglese: ha il campanile staccato dal corpo centrale dell’edificio e due navate.

Per chi dovesse recarsi a Chichester nei mesi di giugno e luglio ricordiamo che nella città si organizza, nel corso di quattro settimane, un interessante ed internazionale festival di arte e musica. 

A circa tre kilometri da Chichester, visitiamo il villaggio di Bosham che come dicono gli storici del paesaggio è un “nucleated village or clustered settlement “, ovvero un villaggio le cui case e fattorie si sviluppano attorno ad una chiesa entro uno spazio ben definito confinante con un’area in cui c’è solo verde. Bosham si affaccia sul mare e per noi è anche un bel villaggio con una strada che finisce nell’acqua, che ritorna strada con la bassa marea,  protetto da in larga parte da una parete di mattoni,  con dei bei cottage, ed un buon cream tea.

Quarto giorno

Al mattino visitiamo la magnifica residenza con giardino di Petworth costruita secondo lo stile barocco europeo. E’ posta sotto la protezione del National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, https://www.nationaltrust.org.uk , che è un’organizzazione, fondata nel 1895 con circa 6 milioni di iscritti, il cui scopo è di preservare, proteggere e conservare l’eredità storica e naturale  dell’Inghilterra, del Galles e dell’Irlanda del Nord. Nei nostri viaggi nel Regno Unito spesso visitiamo dimore e siti naturalistici del National Trust ed utilizziamo la tessera del Fondo Ambiente Italiano – FAI, https://www.fondoambiente.it, che ci garantisce l’ingresso gratuito.

Alla sera raggiungiamo un campeggio a Horsley, a circa 21 miglia a sud-ovest di Londra sulla A246. Il campeggio appartiene al Camping and Caravanning Club (vedi nota alle fine): decidiamo di iscriverci perché, oltre agli sconti sulle tariffe, risulta più agevole la ricerca e soprattutto la prenotazione per i giorni che verranno perché spesso i campeggi sono solo per gli iscritti.

Quinto giorno

Visitiamo i Royal Botanic Gardens, o più semplicemente  Kew Gardens, un complesso di serre e giardini, a circa 10 km sud-ovest di Londra. Nel parcheggio del sito lasciamo il nostro camper per tutto il tempo della visita. I Kew Gardens vennero fondati nel1840, sono un World Heritage Site dell’Unesco nonché una grande attrattiva di Londra. Nella nostra passeggiata, abbiamo visitato le principali serre – Palm House,  Temperate House, Princess of Wales Conservatory; l’Arboretum con i suoi 14.00 alberi provenienti da tutto il mondo; la Pagoda; l’Herbarium, uno dei più grandi al mondo, la biblioteca (con circa 750.000 volumi) e varie gallerie con stampe e disegni di piante. Nel percorso scopriamo che, in un padiglione all’aperto,  Elvis Costello sta facendo le prove per lo spettacolo che si sarebbe tenuto alla sera. Come molti altri visitatori ci fermiamo ad ascoltare: chitarra  e voce: è sempre un grande! Al termine delle prove ce ne andiamo  con un po’ di amaro in bocca perché se avessimo controllato l’home page del sito avremmo sicuramente saputo del concerto. Ce lo ricorderemo in futuro e lo suggeriamo anche a voi che state leggendo.I concerti si tengono nel periodo estivo e potete trovare tutte le informazioni all’indirizzo http://www.kewthemusic.org.

Alla sera ritorniamo in campeggio a Horsley

Sesto giorno

Hampton Court-vista dal giardino interno

Visitiamo Hampton Court. E’ un palazzo reale che venne costruito agli inizi del 1500 e che ora, a seguito degli ampliamenti  nel corso della sua storia, è un bell’esempio di architettura Tudor e barocca, con elementi vittoriani nei giardini esterni. La nostra visita si è sviluppata lungo l’itinerario di chiunque visita il castello. Ovvero è iniziata con gli appartamenti ufficiali di Enrico VIII, la Great Gatehouse di Wolsey, la Great Hall con il soffitto a travi dipinte e i rivestimenti con arazzi fiamminghi, la Great Watching Chamber, la magnifica Chapel Royal, la cappella reale con la volta blu, le  cucine Tudor e le  cantine. E’ continuata negli sfarzosi appartamenti barocchi di re Guglielmo III e della regina Maria: la Queen’s Presence Chamber, la sfarzosa Sala da Pranzo, la Sala delle Udienze, la Privy Chamber, la Sala della Ritirata, la grande Camera da Letto e lo Studiolo. Per concludersi nei giardini reali, con la Great Vine che ancora produce circa 320 kg di uva all’anno (si trova nei Riverside Gardens), nel grande parco che circonda il castello e che ospita anche il Real Tennis Court, il campo da tennis costruito intorno al 1620, destinato a un gioco comunque diverso dal tennis che conosciamo, e nel The Maze, il famoso labirinto risalente alla fine del seicento e lungo 800 metri (siamo stati nella media avendo impiegato circa venti minuti per ritrovare l’uscita).

Riprendiamo il nostro camper dal parcheggio del Castello e ritorniamo al alla sera siamo campeggio a Horsley

Settimo giorno

Visitiamo Eton: dall’esterno ammiriamo il famoso college, la scuola privata più prestigiosa del Regno Unito, da sempre culla di gran parte della classe dirigente del paese.

Un ponte collega Eton al castello di Windsor, residenza reale. Occupa 13 acri ed è un insieme in cui convivono una fortificazione, un palazzo ed una piccola città ed in cui sono recuperabili elementi gotici reinventati in uno stile moderno, georgiani e vittoriani. La visita si sviluppa attraverso  due cortili, Centrale e Superiore. Da non mancare: gli appartenenti reali nel cortile superiore, la Saint George’s Chapel, nella parte inferiore del castello e le due terrazze, entrambe costruite nel XVII° secolo: da quella Nord c’è una bella vista sul Tamigi, mentre la Est si affaccia sui giardini, visitabili solo un alcuni giorni dell’anno (il parco, invece, è privato).

Alla sera arriviamo al campeggio del club a Chadlington, vicino a Chipping Norton, nella contea dell’Oxfordshire.

Ottavo giorno

Visita di Oxford, sede della più antica università anglosassone, centro di studi ed insegnamento a partire dal 1096. La visita della città non può che ruotare attorno ai College, visitabili in determinate ore del giorno, a pagamento o gratuitamente. Per controllare i giorni e gli orari delle visite, come pure l’eventuale costo dell’ingresso, il consiglio è di controllare sempre il sito  web di ogni College.

I College che abbiamo visitati sono stati: il Christ Church College, in St. Aldates, con la sua  cappella che è anche la Cattedrale della città, la Great Hall ossia il Refettorio, ispirazione per i creatori del magico mondo di Harry Potter, l’ imponente scalinata che vi porta al Tom Quad, il cortile quadrangolare più grande di Oxford, il Christ Church War Memorial, in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale, il Christ Church Meadow, un delizioso spazio verde all’esterno contornato da un ramo del Tamigi chiamato Isis e dal fiume Cherwell, con bella vista sul college e nella parte nord, lungo la Broad Walk, sul Merton College e la sua cappella. Il Magdalen College, in High Street, con i suoi 40 ettari di prati, boschi e sentieri, l’elegante ingresso vittoriano e la splendida torre campanaria del quattrocento. Risalendo un po’ l’High Street e prendendo a sinistra per Merton Street, si raggiunge il Merton College, uno dei più antichi ed il primo ad essere concepito per formare una comunità, con alloggio, di studenti e professori. Incantevoli il Mob Quad, la cappella e la Old Library. Il All Souls College, sempre in High Street, tra i più prestigiosi e di altissimo livello, dalla bella facciata, l’intatto cortile quadrangolare anteriore con la splendida meridiana progettata da Cristopher Wren, e le due torri in stile goticheggiante.

Oltre ai College, la nostra visita ha incluso:  uno scorcio degli splendidi Botanic Gardens, i più antichi della Gran Bretagna, una volta usciti dal Magdalen College in High Street; la Bodleian Library, in Broad Street, un imponente edificio che conserva 9 milioni di volumi, una delle più antiche biblioteche pubbliche al mondo, nella parte aperta al pubblico: Old Schools Quadrangle, il cortile giacobino e la Divinity School, la più antica sala destinata agli esami di tutta l’università; la Radcliffe Camera, la vecchia biblioteca, immediatamente a sud, ora utilizzata come sala di lettura, e la bella St. Mary the Virgin, la cui torre offre una stupenda vista della Radcliffe Camera ed una panoramica della città; lo Sheldonian Theatre, sempre in Broad Street, la prima opera di Cristopher Wren ed ispirato alle forme classiche del teatro di Marcello Roma, ora sede di cerimonie universitarie e di concerti pubblici e dalla cui cupola si ha un’altra bella veduta della città.

Nel percorso fatto abbiamo anche visto: il New College, in Holywell Street, non molto distante dalla Bodleian Library per raggiungere il quale si passa sotto il Bridge of Sight, una copia del famoso Ponte dei Sospiri di Venezia; il Trinity College in Broad Street con il vicino Exeter College in Turl Street; il Brasenose College, vicino alla Radcliffe Camera, il Corpus Christi College, in Merton Street, con la sua insolita meridiana a forma di pellicano. Avrebbe meritato una visita anche l’Ashmolean Museum, il più antico museo pubblico della Gran Bretagna, con la sua vasta collezione di opere d’arte e antichità, ma il tempo a disposizione non l’ha permesso (d’altro canto, lo stesso museo, per essere visitato con attenzione forse meriterebbe più di una giornata).

In tutte le vie di Oxford si possono trovare coffe o tea shops, pub e ristoranti  dove riposarsi oppure ci si può spostare lungo le sponde del fiume Cherwell e del ramo del Tamigi per un picnic.  Se si vuole c’è anche un mercato coperto in Cornmarket Street, interessante (lo si più raggiungere anche da un ingresso in High Street) dove i turisti amano assaggiare un grande biscotto dal nome Ben’s cookie.

Alla sera siamo nel campeggio di Chadlington.

Nono giorno

Essendo domenica, lasciamo il campeggio con l’intenzione di fermarci in qualche car boot sale. Invece troviamo uno Steam and Vintage Show: splendido come testimoniano le fotografie che potete vedere nel blog.

Decidiamo di fare un breve giro nelle Cotswolds: Bourton-on-the-Water, con troppa enfasi definita la “Venezia delle Cotswolds”, perché  il centro del villaggio si sviluppa lungo il fiume Windrush, attraversato da cinque piccoli graziosi ponti e su cui si affacciano molte delle sue case fatte di sassi. Comunque splendida anche se ci sono sempre troppi turisti e molti negozi sono smaccatamente turistici.

Stow-on-the-Wold. Un villaggio con otto strade che convergono nella Market square risalente al 1627, dove anticamente gli allevatori di pecore si riunivano per comprare e vendere il bestiame. Peccato però che oggi la piazza , come spesso capita in queste zone, è aperta al traffico veicolare.

Alla sera restiamo nel campeggio di Chadlington.

Nota per i nostri lettori. In futuro avrete modo di leggere un viaggio nelle Cotswolds molto più dettagliato.

Decimo giorno

Ci muoviamo lungo a valle del Tamigi, sempre nell’Oxfordshire. Facciamo delle brevi passeggiate a Abington-on-Thames, Dorchester-on-Thames, Henley-on-Thames.

Lungo il percorso ci sono dei begli scorci del fiume che scorre placido nella campagna.

Alla sera ci fermiamo nel campeggio Swiss Farm Touring & Camping, in Marlow Road, Henley on Thames, Oxfordshire, RG9 2HY, email: info@swissfarmhenley.co.uk

Undicesimo giorno

Transitiamo nella Greater London, la guida è impegnativa ma ben diretta dalla navigatrice Cristina.

Ham House vista dai giardini

Visitiamo Ham House and Gardens, in Ham Street, Ham, Richmond, sobborgo di Londra. La costruzione risale al XVII° secolo: la visita della casa è interessante, non di meno lo sono il giardino murato e la vegetazione. Per il National Trust è uno dei “rari esempi della vita, dei tesori e dell’architettura del XVII° secolo”.

Lasciamo il camper nel parcheggio all’esterno della casa e facciamo una bella passeggiata lungo il fiume con vista sulle aristocratiche case costruite lungo la riva, sulle numerose barche che percorrono il fiume, con sullo sfondo il il profilo del quartiere londinese di Richmond-upon-Thames, che alla fine velocemente visitiamo. 

Alla sera, sempre in un campeggio del Club, siamo a Crowborough. L’indirizzo del campeggio è: Crowborough Camping and Caravanning Club Site, Goldsmith Recreation ground, Eridge Road, East Sussex, TN6 2TN, Tel. +44 01892 664827

Dodicesimo giorno

Ritorniamo nel West Sussex e visitiamo Lindfield, di antiche origini sassoni. E’ il tipico villaggio inglese, con l’high street, l’antica strada medioevale, con ai lati alberi di tiglio, con più di quaranta case in graticcio ed in mattoni, occupate ora da numerose negozi e bar, che termina con uno stagno naturale dove vivono pesci, anatre ed aironi.

Nymans house and gardens ad ovest del villaggio di Handcross è la nostra successiva tappa. Di proprietà del National Trust, i giardini sono magnifici ed acquistano una dimensione romantica quando includono quello che resta dell’ala sud della casa bruciata nel 1932.

Alla sera ritorniamo nell’accogliente campeggio di Crowborough.

Tredicesimo giorno

Standen House

Visitiamo Standen House and Garden, residenza aristocratica, in stile Arts and Crafts,  realizzata con elementi di o ispirati da William Morris, anch’essa di proprietà del National Trust. Bei giardini.

La tappa successiva è East Grinstead. La parte storica della cittadina, con l’ High Street, le case a graticcio ed in pietra dei secoli passati meritano la visita

Alla sera in campeggio a Crowborough

Quattordicesimo giorno

Ci spostiamo nel Kent e visitiamo il villaggio di Chiddingstone, posto sotto la tutela del National Trust dal 1939, uno dei più belli ed antichi della contea. Ha una unica stretta via, con pavimentazione a ciottoli, e case in ottimo stato di conservazione risalenti al periodo Tudor (XVI° secolo).

Lewes, nel West Sussex,  è la successiva tappa. La cittadina ha un passato storico importante, testimonianza del quale sono il castello, costruito nel tardo XI° secolo, con l’annesso museo, la casa in stile Tudor, di Anne Cleves, una delle otto mogli di Enrico VIII°, i resti di un priorato cluniacense . Conosciamo la cittadina e per questo visitiamo alcuni bric-a-brac e charity shops. Scopriamo però che non conviene più come una volta: troviamo solo qualche vinile e qualche tazza.

Trascorriamo la notte in un campeggio della cittadina.

Quindicesimo giorno

Ritorniamo nel Kent, che non lasceremo più fino alla fine del nostro viaggio.

Visitiamo Tonbridge: è la tipica cittadina inglese, anticamente città mercato, con via centrale, negozi, castello ed un fiume, il Medway. Visitiamo dei charity shops e trova conferma l’opinione maturata a Lewes: in questo caso, solo oggetti nuovi, standardizzati, con prezzi alti.

Ightham Mote

La prossima tappa è Ightham Mote: una casa risalente al XIV secolo, con fossato, definita “the most complete small medieval manor house in the county”: davvero interessante. Anche questa proprietà appartiene al National Trust.

Knole

Knole, un’imponente residenza di campagna situata all’interno di un grande parco di circa 1000 acri. Fatta costruire dall’arcivescovo di Canterbury nel XV° secolo, poi passata a re Enrico XVIII infine alla famiglia Sackville West, che tuttora ne occupa una grande parte, la restante con un piccolo giardino è invece sotto il controllo del National Trust. Questa residenza è l’opposto della precedente: ogni cosa qui è dimostrazione di potere e ricchezza.

Ultima tappa della giornata è Sevenoaks: come Tonbridge è una cittadina  molto inglese.

Nel campeggio di Olbury Hill, del Camping and Caravanning Club, passiamo la notte. L’indirizzo è: Styants Bottom Rd, Sevenoaks TN15 0ET, Tel.: +44 1732 762728

Sedicesimo giorno

Penhurst Castle and Gardens. Furono fatti costruire da un ricco mercante di lana nel XIV° secolo, poi la proprietà passò ad aristocratici vicini alla corona. Il castello ha, all’inizio,  un’imponente e grande sala di ricevimento rimasta come 600 anni fa circa. I giardini protetti da mura sono splendidi.

Alla sera torniamo al campeggio di Olbury Hill.

Diciassettesimo giorno

Royal Turnbridge Wells: ricca e molto inglese nella parte della passeggiata chiamata ora Pantiles, costruita sul finire del XVII° secolo quando la città viveva un momento di grande espansione. Si presenta come un bel colonnato georgiano che conduce alla fonte che dà il nome della città e che da sempre è un’attrattiva per i turisti (l’acqua è ricca di ferro e viene servita, durante il periodo estivo da persone in costume, i “dippers”). Sotto il colonnato si trovano numerosi ristoranti, bar, negozi, gallerie d’arte.

Scotney Castle

Scotney Castle, altra proprietà del National Trust.  In realtà è un complesso composto da una casa di campagna costruita nell’800 con interessanti interni compresi tra il periodo vittoriano e la fine de XX° secolo. Nei bei giardini si trova il castello medioevale, che fu costruito per difendersi dall’invasione normanna e che venne parzialmente distrutto dal proprietario nell’ottocento per seguire la moda di allora che voleva la presenza di rovine nei giardini delle grandi residenze.

Alla sera ci fermiamo al Broadhembury Holiday Park. Fa parte di un gruppo di campeggi sparsi nel Regno Unito: ci danno un libriccino con l’elenco (che conserviamo): si dichiarano di ottima qualità:  è il secondo che visitiamo nei nostri viaggi ed è vero. Ci fermeremo quattro notti. Il campeggio si trova in Steets Lane, Kingsnorth, Ashford, Kent, TN26 1NQ

E’ la prima sera “inglese:” rintanati nel camper, fuori vento e piaggia, il cielo tutto grigio.

Diciottesimo giorno

Tenterden. Paese con bella high street, contornata da case d’epoca  in legno bianco, mattoni. Prendiamo la prima multa di questo viaggio perché non rispettiamo il tempo della sosta  che, al passaggio del vigile, era scaduta da 10 minuti.

Attraversiamo  uno splendido villaggio con vecchi cottage: Biddenden. Anche in questo villaggio, notiamo, ormai integrati nelle case, gli edifici conici per l’asciugatura del luppolo.

Sissinghurst castle gardens. Sono gli splendidi giardini voluti da Vita Sackville West e suo marito Harold Nicholson, negli anni ’30 del secolo scorso, tra i più famosi del Regno Unito, di proprietà ora del National Trust.

L’organizzazione dello spazio si basa su corridoi  lungo i quali ci sono delle aperture su giardini chiusi chiamati “garden rooms”. I giardini chiusi sono organizzati per colori: il più famoso ed influente nella storia dell’orticoltura è quello bianco. Per noi, comunque, ogni giardino è risultato meraviglioso. Da non perdere poi quello delle rose, con una delle più belle collezioni al mondo. All’interno del giardino c’è il castello, preesistente alla loro costruzione.

Cranbook. Bel villaggio, dalla case bianche in legno e con un mulino  bianco sopravvissuto alla speculazione edilizia.

Diciannovesimo giorno

Leeds Castle

Visitiamo Leeds Castle. Un castello medioevale ristrutturato più volte  nel corso dei secoli, con bella posizione sul fossato che lo circonda, con interni vari e tutti interessanti ed un grande parco.

Mentre rientriamo in campeggio ci fermiamo all’outlet del gruppo McArthurGlen (che possiede anche quello a Serravalle) in Ashford. Negozi in container, tensostruttura esterna bella, ma, per noi, la qualità non appartiene a molti negozi.

Ventesimo giorno

Visitiamo il Bodiam Castle. Costruito nel medioevo da un soldato di ventura per sfoggio di ricchezza o scopo militare, ha un fossato, venne distrutto ai tempi delle rivoluzione borghese, è stato considerato rovina romantica nel Romanticismo. Recuperato e passato al National Trust nel 1926, è sicuramente affascinante nella sua imponenza.

Rye. Risalente al medioevo, è un’incantevole luogo di strade lastricate, di case in graticcio bianche e nere, con una cattedrale che dall’alto (Rye si sviluppa lungo una piccola collina) domina la cittadina e la campagna attorno che una volta era mare. Da non perdere la Mermaid Street, il gioiello più bello. Ci sono turisti da tutto il mondo e la cittadina li accoglie con numerosi coffe/tea shops, alberghi di alta classe, ristoranti gourmand. Durante la visita abbiamo gustato un buon cream tea e sandwich con salsiccia locale e luppolo, in una tea room, in Lion Street, con un’insegna casa natale del drammaturgo Fletcher. Data la quantità di persone a Rye il parcheggio può presentare qualche problema. In questo viaggio, come in altri, l’abbiamo trovato alla stazione ferroviaria. E’ a pagamento ma le sterline che si pagano valgono la visita.

 Lasciata Rye ci dirigiamo in direzione Whitstable e trascorriamo la notte lungo la Tankerton Bay.

Ventunesimo giorno

Visitiamo Whitstable. Facciamo una bella passeggiata lungo la spiaggia e, come ormai per noi è tradizione, pranziamo al ristorante Whitstable Oyster Company. Iniziamo con un piatto di ostriche, allevate in loco (la cittadina è anche rinomata per festival delle ostriche che si organizza nel mese di luglio), squisito il Portland crab, di alto livello il tradizionale fish and chips, che completano il nostro pranzo.

 Arriviamo a Dover con più di quattro ore di anticipo: ci danno un permesso per uscire dal porto. Così scopriamo dall’alto le bianche scogliere di Dover protette dal National Trust: incantevole la passeggiata, rinviata però ad un prossimo futuro. Come pure la visita all’imponente castello che domina Dover.

Alle 11.30 di sera arriviamo a Calais.

Viaggio di rientro. Partiamo all’alba. Ci fermiamo, per una veloce colazione, in un parcheggio lungo l’autostrada  non distante da Calais. Percorriamo l’autostrada fino a Chalon en Champagne, e poi seguiamo le nazionali fino a Thann, nel dipartimento dell’Alto Reno in Francia, una bella cittadina che merita indubbiamente una visita. Arriviamo alle cinque del pomeriggio. Ci sono due aree per il parcheggio: una lungo il fiume, a ridosso del centro del comune, l’altra nel parcheggio di un supermercato, può grande.

NOTE

Informazione pratiche per i camperisti da personale esperienza 

  • Vi consigliamo di rispettare sempre la segnaletica quando riporta “unsuitable for heavy goods vehicles”, “unsuitable for HGV’s”, “unsuitable for long vehicles” perché le strade sono veramente strette e inadatte ai nostri camper. 
  • Ricordate che in tutto il Regno Unito la sosta libera per la notte o è proibita o è molto difficile (si può tentare con i gestori dei pub se hanno un gran parcheggio). Noi preferiamo i campeggi selezionati da  ACSI Eurocampings oppure quelli gestiti dai club di camperisti inglesi che, di seguito, vi forniamo: https://www.campingandcaravanningclub.co.uk; https://www.caravanclub.co.uk. Poiché molti dei loro campeggi sono aperti solo per gli iscritti, noi preferiamo fare l’iscrizione: oltre alla possibilità della prenotazione che potete fare prima della partenza o in loco con la collaborazione del personale del campeggio, avete materiale informativo utile per organizzare il viaggio.
  • Nelle rotonde si entra a sinistra, si procede in senso orario e si deve dare la precedenza a chi è già nella rotonda. Se le rotonde sono grandi, ovvero con molte uscite e tante corsie quante sono le uscite, ci si deve portare nella corsia corrispondente alla vostra uscita e, purtroppo, se sbagliate, il cambio della corsia non è agevole.
  • Quando si attraversa i villaggi e le città aspettatevi automobili parcheggiate ovunque lungo la strada.

North Laine e Brighton Lanes

Non sono la stessa cosa. I Brighton Lanes, che trovate alla sinistra di North Street se da Old Steine vi muovete verso Churchill Square, erano il cuore dell’antica Brighton, città di pescatori, ora sono una combinazione di negozi di antiquariato, gioiellerie di lusso, boutique di alto livello, ristoranti e caffè alla moda. Valgono una visita, ma North Laine è un’altra cosa.

Cream Tea. 

Il cream tea è il the del pomeriggio, delle 5, che consiste in una combinazione di the bevuto con uno o due scones, marmellata (jam in inglese) clotted o whipped cream. 

Con questo piatto, che è poi un piccolo pasto, siamo nella tradizione inglese. Quello che segue è un suo problematico profilo. In primo luogo: chi ha dato origine al piatto: la Cornovaglia o il Devon? E gli scones – definizione del dizionario di Cambridge “a small, round cake that is like bread, made from flour, milk, and a little fat” – di origine scozzese che c’azzeccano nello diatriba Devon/Cornovaglia? Al naturale, con frutta o uva sultanina? E perché la marmellata di fragole e non di un altro frutto anche se per alcuni non sarebbero da escludere quelle di rabarbaro e uvaspina? Perché come ha scritto il quotidiano “Guardian” in un suo articolo è “sweet, meek and boring beyond words” e pertanto è “the perfect conserve for a meal which, in many ways, defines a peculiarly English approach to pleasure: unadventurous, bland, modest?” Panna montata (“whipped cream”) o clotted cream, introvabile in Italia e prodotta soprattutto nel sud-ovest dell’Inghilterra, che il dizionario di Cambridge definisce come “a thick cream with soft lumps in it” ? Il burro, che ti viene servito, è nella ricetta tradizionale (sì: ma quale?) o usanza urbana da aborrire? Una volta tagliato a metà lo scone, prima lo strato di crema oppure quello di marmellata? Per finire: quale the: quello aromatizzato, verde, leggero o quello del nord della nazione il cui colore ricorda i mattoni delle case tanto è rimasto in infusione?

Per noi: gli scones devono essere due (Cristina però ha qualche dubbio) perché così ci si può ritemprare dopo le lunghe camminate della giornata, meglio al naturale anche se però gli integrali e “fruity” non sono niente male; solo ed esclusivamente la “clotted cream” (evviva la ricetta del Devon), prima la marmellata rigorosamente di fragole (e qui rispettiamo la Cornovaglia), niente burro, ed un buon darjeeling (tradiamo un po’ il Nord).

Esiste poi una versione lusso, che unisce il dolce al salato, chiamata High Cream Tea o Victorian High Tea, in cui sandwich, circolari, triangolari o rettangolari, con il salmone affumicato, il pollo, il tacchino, le uova, il cetriolo e talvolta anche la salsiccia, accompagnano gli scone, la marmellata e la clotted cream.

Car Boot Sales e i Charity/Hospice Shops. I primi sono dei mercatino all’aperto in cui dei privati, soprattutto alla domenica, si riuniscono, in un prato con le loro macchine,  per vendere oggetti di casa che non usano più: i prezzi sono vantaggiosi e l’atmosfera è tra il famigliare ed il bohemien. I Charity/Hospice shops sono negozi di proprietà di organizzazioni non-profit (la Croce Rossa, l’ospizio del villaggio, l’ente locale per la protezione degli animali, gli enti per i malati terminali o per la ricerca sul cancro),  che vendono vestiti, libri, CD, vinili, DVD, mobili, suppellettili vari, oggetti di vario genere, principalmente di di seconda mano, donati da privati. Lo staff è composto da volontari, i prezzi sono competitivi, la qualità ed i prezzi,  anche se per noi non sono più quelli di una  volta,  abbastanza buoni.