Abbiamo iniziato a viaggiare in Francia sin dagli anni ’80 del secolo scorso quando eravamo campeggiatori: dalla Provenza a Perpignan, ai castelli della Loira e Parigi al nord della Bretagna e della Normandia. Prima dell’attuale “periodo sospeso”, con il camper abbiamo ripercorso molte delle zone allora visitate (vi invitiamo leggere gli altri nostri diari) e, quando tutto finirà, altre sicuramente se ne aggiungeranno. Perché forse l’avete capito a noi la Francia piace moltissimo. Il diario che state per leggere riguarda un viaggio di qualche anno fa (ma tutte le informazioni che vi diamo sono state controllate nel momento della sua pubblicazione sul blog) nella zona di Clermont-Ferrant e dintorni, il Limousin, la Dordogne e, per un giorno, nel Quercy.
Primo giorno
In un intero giorno di viaggio, alla sera, raggiungiamo Aubusson d’Auvergne in una bella area di sosta sulle sponde di un lago: “Aire de Camping-Car Lac d’Aubusson”, GPS E 3.61079; N 45.75377.
Secondo giorno
Con il camper ci spostiamo a Clermont-Ferrant. Attraversiamo l’area suburbana: vediamo tanti capannoni, ciminiere e, non poteva essere altrimenti, gli stabilimenti Michelin e pregustiamo l’acquisto (che però non faremo) dell’omino, il Bibendum bianco, possibilmente d’annata.
Quando troviamo parcheggio lungo una via siamo quasi nel cuore della città e scopriamo un affascinante centro storico, dominato dalla cattedrale gotica di Notre-Dame. La cattedrale si trova in fondo a rue de Gras, fu costruita nel corso di molti secoli (tra il XIII° ed il XIX°), è tutta in pietra lavica nera (Clermont-Ferrant sorge in una zona ricca di vulcani) ha, all’esterno due torri ed una imponente facciata, mentre l’interno è caratterizzato da numerose cappelle poste ai lati delle due navate laterali, dalle vetrate policrome del transetto che, nelle giornate di pieno sole al pomeriggio, inondano di colori tutto l’interno dal bel coro in stile gotico ornato e dall’altare maggiore barocco.Usciti dalla cattedrale, ci spostiamo a nord per vedere la Fontaine d’Amboise, eretta nel 1515 con la pietra lavica nera, con elementi gotici e rinascimentali, in posizione sopraelevata da cui si ha una bella vista delle montagne attorno, e a sud della piazza della cattedrale, per la boutique Michelin.
Cattedrale di Notre-Dame
Cattedrale di Notre-Dame
Fontaine d’Ambroise
Proseguiamo nelle numerose stradine del centro storico: molti sono i palazzi del XVII° e XVIII° secolo, gli antiquari, i piccoli negozi di artigianato ed i caffè (soprattutto in Rue Blaise Pascal, Rue des Gras, Rue des Chausettes). Raggiungiamo la Basilique Notre-Dame du Port: è nel quartiere del “porto”, in stile romanico, molto antica (fu fondata nel VI° secolo, ma ricostruita dopo la distruzione ad opera dei Normanni nell’XI° e XII° secolo), ha un magnifico coro con capitelli scolpiti, tappa del cammino verso Santiago di Compostela, e dal 1998 inclusa nella lista dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.
Basilique Notre-Dame du Port
Basilique Notre-Dame du Port
Basilique Notre-Dame du Port
Per il poco tempo a disposizione tralasciamo i musei (da segnalare sono il Museo di Archeologia Bargoin, in rue Ballainvilliers, il più importante della città, il Musée du Tapis e des Arts Textiles, per i tappeti provenienti da tutto il mondo, il Musée d’Historire Naturale Henri-Lecoq) e terminiamo la nostra visita in Place de Jaude, dove si trova la statua di Vercingetorige (e non potevano trattenere la nostra fantasia dal rivolgersi ai fumetti di Uderzo e Goscinny, quelli di Asterix e Obelix e dei Romani), cuore pulsante della vita cittadina. Una volta ripreso il camper, ci spostiamo a Montferrant, il sobborgo a nord-est, l’altra parte della città, che venne unita a Clermont nel 1630 per volontà dell’allora re, Luigi XIII. Passeggiamo tra le vie e scopriamo molti edifici gotici e rinascimentali nella zona compresa tra rue de la Rodade e rue des Cordeliers, ma l’impressione che ne ricaviamo è che il sobborgo si presenta un po’ trasandato rispetto a Clermont. Visitiamo anche un mercatino dell’usato: non troviamo l’omino Bibendum d’annata (ed il tormentone di tutto questo viaggio sarà “lo compriamo o non lo compriamo?” o meglio “lo troveremo?”), ma qualche giocattolo ed alcune scatole che faranno bella mostra sul nostro banco. Terminata la visita, lasciamo l’Auvergne, di cui Clermont Ferrand è il principale centro, ed entriamo nel Limousin.
Alla sera siamo nell’”Aire de Montboucher”, in Place Maurice-Chamel, GPS E 1.6804; N 45.95147, nel centro del borgo, in prossimità del Comune.
Terzo giorno
Raggiungiamo Limoges. La storia della città è legata alla produzione della porcellana destinata alle aristocratiche famiglie francesi ma non solo. Oggi anche se l’epoca d’oro è tramontata Limoges offre la possibilità di conoscere la sua storia attraverso alcuni interessanti musei: il Musée National Adrian Dubouché in place W. Churchill, una dei più grandi di Francia, che raccoglie però non solo le porcellane di Limoges e quelli allestiti negli edifici di alcune fabbriche tuttora in produzione (Haviland, in av. President Kennedy, Bernadaud in av. Thomas). Noi, per questioni di tempo, abbiamo visitato la fabbrica di Haviland e quella molto antica Porcelaine RoyaleLimoges, in rue Donzalet, con il museo Casseaux che ospita il Four des Casseaux, ovvero una fornace in mattoni usata per cuocere la porcellana e costruita all’inizio del XX° secolo, alta circa 20 metri, in grado di raggiungere temperature tra i 900° ed i 1400° gradi ed in grado di contenere dai 10.000 ai 15.000 pezzi. E non potevano lasciare i loro negozi con gli inevitabili, per la loro bellezza, acquisti (nel nostro caso di piatti e piattini).
Limoges però non è solo porcellana. Dopo aver riportato i regali sul nostro camper, parcheggiato lungo una via della cittadina, a piedi abbiamo percorso il quartiere Chateau, animato e cuore della città vecchia, ed il quartiere medioevale della Cité, a est del centro. Nel primo abbiamo ammirato molte case a graticcio in rue de la Boucherie; les Halles Centrale, con una specie di affresco in porcellana che ritrae l’attività del mercato (offre un ricco campionario di prodotti locali, dagli squisiti formaggi al pregiato manzo); l’Eglise Saint-Michel des Lions, con le reliquie di San Marziale, alcune finestre istoriate del XV° secolo e, soprattutto, la grande sfera bronzea che si trova sulla cuspide del campanile; il piccolo Coeur du Temple che si raggiunge attraverso un vicolo da rue du Temple, un piccolo cortile nel passato giardino privato degli adiacenti hotels particulier, con i suoi stemmi araldici ed l’interessante scala in pietra del XVI° secolo. La Cathédrale Saint-Etienne domina, invece, la Cité. E’ una grande chiesa gotica, una delle poche ad essere costruita a sud della Loira, la cui costruzione ha richiesto molti secoli (dal 1273 al 1888), con un grand bel portale, uno splendido rosone ed un pregevole ambone. Tutto attorno alla cattedrale si sviluppa il Jardin de l’Eveche, l’orto botanico.
Case a graticcio nella città vecchia
Case a graticcio nella città vecchia
La Chapelle du Saint-Aurelien in Rue de la Boucherie nella Città vecchia
La Cattedrale
Un gargoyle della Cattedrale
La stazione in Art Deco
Ripreso il camper, visitiamo Solignac, a circa 10 chilometri sud da Limoges. Importante tappa nel cammino dei pellegrini verso Santiago de Compostela, il paesino medievale conserva una splendida chiesa abbaziale in stile romanico dell’XI° secolo. Da ammirare sono il soffitto formato da una serie di cupole che raggiungono un’altezza di oltre 14 metri, le sculture in legno ed i capitelli delle colonne della navata centrale.
La campagna del Limousin è davvero molto bella: percorriamo strade che hanno sullo sfondo dolci colline e che costeggiano verdi prati con numerose piante di tarassaco: è primavera e tante sono le macchie di un intensissimo colore giallo e del colore bianco dei soffioni. Lungo un piccolo lago troviamo un parcheggio dove decidiamo di passare la notte.
Quarto giorno
Il Limousin conserva ricordi di Riccardo Cuor di Leone, che qui combatté battaglie e trovò la morte, colpito da una freccia di balestra in un momento di perlustrazione delle attività dei suoi soldati durante l’assedio al castello di Chalus-Chabrot. Negli uffici del turismo della zona si possono recuperare degli opuscoli dal titolo “Route de Richard de Lion” secondo i quali il percorso è “lungo circa 180 km con 19 siti aperti al pubblico” e interessa “la strada dipartimentale 901 ed è indicato con cartelli con il logo della Route: un leone coronato con il suo cuore attraversato da una freccia che richiama il tragico destino di Riccardo”.
Entriamo nella Dordogne, chiamata dai francesi Perigord e suddivisa, soprattutto per questioni turistiche e con riferimento alle sue caratteristiche, in quattro zone: “nera”, al sud, per le numerose foreste di querce; “bianca”, nella zone centrale, per il colore della sua pietra (qui si trova Periguex, il capoluogo); “verde” nella fascia a nord per la sua vegetazione, i fiumi ed il Parco Naturale Regionale del Périgord-Limousin; “rossa”, quella dei vini. E’ terra ricca di storia: fu il confine tra i territori francesi ed inglesi durante la guerra dei Cento Anni (di qui il soprannome di “paesi dei 1001 castelli”) e, prima ancora, di insediamenti preistorici dell’Uomo di Cro-Magnon, dei quali conserva splendidi pitture rupestri. Di grande tradizione gastronomica: foie gras, tartufo nero, funghi, grandi formaggi, elaborati piatti di oche ed anatre, vini del Bergérac, ma anche noci, castagne, fragole. Di splendidi paesaggi rurali e di grandi residenze di campagna: rifugi idilliaci, che fanno di questa piccola regione del sud-ovest una meta molto amati dai turisti.
Visitiamo Brantome. E’ soprannaminata la “Venezia del Perigord” perché sorge lungo un’ansa del fiume Dronne, che qui è attraversato da cinque ponti medioevali. Una volta lasciato il camper nell’”Aire de Brantome”, in Chemin du Vert-Galant, GPS E 0.64829 N 45.36147, accogliente e vicina al centro, decidiamo di prendere uno dei battelli che partono difronte all’Abbazia benedettina, per avere una veduta d’insieme del posto. La bella gita dura circa un’ora e dopo esser scesi dal battello visitiamo il paese. E’ famoso per la sua abbazia dedicata a Saint-Pierre, costruita e ricostruita più volte dal’XI° al XVIII° secolo: troviamo interessante la chiesa abbaziale, gotica, il suo pittoresco campanile romanico dell’XI° secolo, il “Parcours Troglodytique”, una struttura dell’VIII° secolo, ricavato dai monaci nella parete rocciosa con un fregio quattrocentesco scavato nella roccia.
L’Abbazia
Il Parcours Troglodytique
Un ponte
Facciamo degli acquisti culinari: soprattuto abbondanti porzioni di “paté de campagne” e di “canard” ed ovviamente di “fromage de chèvre”. Che delizieranno la nostra cena e che ci confermeranno che queste prelibatezze sono uno dei buoni, buonissimi motivi che ci fanno venire in Francia ed amare questa nazione.
Trascorriamo la notte nell’area di sosta.
Quinto giorno
Iniziamo con la visita di Périgueux. E’ il capoluogo della regione e per questo ha un aspetto di città moderna. Conserva però delle importanti testimonianze storiche risalenti al periodo degli insediamenti gallici e romani, al Medioevo e al Rinascimento nella città vecchia chiamata Puy Saint-Front e nel quartiere della Cité. La città vecchia conserva la splendida Cattedrale Saint-Front, in place de la Clautre, costruita nel XII° secolo e rimaneggiata in seguito, con cinque cupole bizantine, a pianta greca, e tutto il quartiere medievale che si estende a nord della Cattedrale stessa, con il groviglio di strade acciottolate, le pittoresche case (alcune anche risalenti al Rinascimento), ed una sola delle 28 torri che formavano le fortificazioni di quel periodo.
Veduta della Cattedrale di Périgueux
Case della città vecchia
Case della città vecchia
E’ mercoledì e molte delle vie sono occupate dalle bancarelle del mercato: ci rivolgiamo a quelle dei prodotti locali e pregustiamo un’altra cena a base di formaggio e paté.
Facciamo una breve passeggiata nella Cité: la Tour de Vésone è ciò che rimane di un imponente tempio gallo-romano dedicato alla dea Vesunna (il nome latino della città è appunto Vesunna), mentre qualche arco coperto da rampicanti rappresenta i resti dell’anfiteatro ed i Jardins des Arénes sono ora quello che in passato era l’arena
La seconda tappa è Uzerche: arroccata su una sporgenza sopra il fiume Vézère, è una caratteristica cittadina medievale. La prima cosa che notiamo sono le sue case a torretta (“maisons à tourelles”) del XV° e XVI° secolo che spuntano dalle mure che la cingono. Entriamo dalla Porte Bécharie e percorriamo la strada principale che sale fino all’EgliseSaint-Pierre, una interessante chiesa fortificata, con un’antica cripta, che si affaccia sulla place de la Lunade, dove un tempo si celebravano le feste del solstizio estiva.
L’Eglise Saint-Pierre
Le case di Uzerche
Le case di Uzerche
La giornata continua con Gimel-les-Cascades, un piccolo e grazioso villaggio, dalle case dai tetti di ardesia e dai balconi fioriti e da una chiesa con un bel reliquiario smaltato opera di artigiani del luogo nel XII° secolo. Numerosi sono i turisti sia lungo le pittoresche viuzze sia lungo il sentiero lungo il fiume che l’attraversa e che conduce alle famose cascate (visita a pagamento) la cui altezza totale è di 143 metri (in realtà, nonostante la guida Michelin scriva “la Corrèze a son Niagara”, noi più che vederle le abbiamo immaginate per la scarsa portata d’acqua).
Alla sera arriviamo a Turenne e ci sistemiamo, per la notte, nell’”Aire de Turenne”, in Avenue du Sénateur -Labrousse, GPS E 1.577991 N 45.0539. Il castello del villaggio è illuminato dal sole della sera: un paesaggio molto romantico, apprezzato mentre ci gustiamo, tra l’altro, due ottimi dolci comprati a Gimel-les-Cascades: ah la Francia ah …
Sesto giorno
Visitiamo Turenne. Situato su una collina, è un magnifico villaggio medievale, dalle case in pietra color miele e dominato da qual che rimane del castello/fortezza costruito nel Medio Evo dai visconti di Turenne e dalla cui Tour de César si ha una bella vista a 360° della campagna circostante.
Turenne al tramonto
Il Castello/fortezza
Una casa
Collonge-la-Rouge è la successiva tappa. E’ uno dei più bei villaggi di Francia (è all’origine della creazione dell’etichetta “Plus beaux village de France”): un borgo medioevale dalle case in arenaria rossa e tetti di ardesia, con eleganti e sfarzose residenze nobiliari con torrette circolari (secondo la guida nel villaggio ce ne sono 25), con la bella chiesa fortificata di Saint-Pierre, sempre in arenaria rossa, che conserva un timpano del XII° secolo ed un campanile romanico a frontoni.
La chiesa
Una casa
Una casa
La tappa successiva è il piccolo villaggio di Carennac, sulla riva sinistra della Dordogne: un piccolo gioiello di case in pietra, un castello ed un sito monastico cluniacense, fondato a metà dell’XI° secolo, la cui chiesa romanica di Saint-Pierre conserva un pregevole timpano, un chiostro ed una “Mise au Tombeau” (statua della Deposizione) del tardo Quattrocento, una volta dipinta con vivaci colori.
Veduta di Carennac
Il timpano dell’Eglise Saint-Pierre
La “Mise au Tombeau”
Lasciato il villaggio, purtroppo non riusciamo a trovare un parcheggio per il nostro camper a Beaulieu surDordogne (dalla guida “Lonely Planet”: “…un “bel luogo” … con un quartiere medievale perfettamente conservato … uno dei più pittoreschi della regione). Così puntiamo diretti a Les Eyzies-de-Tayac, nell’”Aire des Eyzies” in Promenade de la Vèzère, GPS E 1.0092 N 44.93875.
Settimo giorno
Les Eyzies-de-Tayac è il luogo in cui si trovano due importantissime grotte preistoriche, (la valle del fiume Vézère in cui le grotte si trovano è sito Patrimonio Universale dell’Unesco) che, in sequenza, visitiamo: Font-de-Gaume e Combarelles. Nella prima abbiamo ammirato pitture murali policrome di bisonti che, alle volte, grazie all’abilità di chi le ha dipinte circa 14.000 anni fa sfruttando i rigonfiamenti e le cavità delle pareti, danno l’impressione di tridimensionalità. Di queste, in rosso, sono principalmente pitturate le femmine, mentre altri animali sono mammut (finemente graffiti), renne, cavalli. Le pitture murali ed i graffiti che abbiamo apprezzato nella seconda, che si trova a circa un chilometro e mezzo a est, sono stati di cavalli, renne (molto naturalistiche nel loro atteggiamento di bere acqua) orsi, leoni (uno dei quali sembra “saltar fuori dalla roccia), mammut, figure antropomorfe e, come nella precedente, indecifrabili segni tettiformi. La visita per entrambe le grotte è a pagamento, a gruppi contingentati, in lingua francese, nel periodo estivo assolutamente da prenotare qualche giorno prima (Covid-19 permettendo …)
Terminata la visita ci spostiamo a Sarlat-la-Canéda. Lasciamo il camper nell’area in Avenue du General de Gaulle, in prossimità del centro, e visitiamo la città. Ci perdiamo nelle piccole vie che s’intersecano nel centro: edifici medievali, gotici e rinascimentali lo rendono incantevole: la rue Jean Jacque Rousseau, la zona del Presidial, la rue des Consuls, la Cathédral Saint-Sacerdos, le rue de Consuls con i suoi “hotel particuliers”, la Maisonde la Béotie (la casa a graticcio dove nacque lo scrittore) e le Cour des Fontaines e des Chanoines, due cortile medievali, les Jardin desEnfeus, l’antico cimitero, la Lanterne des Morts, una antica torre che sembra un missile costruita per ricordare la visita di San Bernardo nel 1147, sono alcune delle tappe del nostro giro. Rientrati al camper decidiamo di trascorriamo la notte nell’area in Avenue du General de Gaulle.
Veduta della Cathédrale
Lanterne des Morts
Una casa
Ottavo giorno
E’ sabato e Sarlat-la-Canéda è famosa per il suo mercato che anche noi decidiamo di visitare. Si svolge attorno alla Cattedrale (place del la Liberté e rue de la Repubblique): molti sono i banchi che espongono i prodotti del territorio (siamo nel “Perigord nero”): fois gras, funghi, specialità a base di anatra ed oca, tartufo nero. Per noi: prelibatezze, certo, ma anche grande atmosfera tipicamente francese.
Le altre tappe della giornata sono:
La Roque-Gageac, su un’ansa del fiume Dordogne, a ragion veduta inserito nell’elenco dei “più bei villaggi di Francia”, con le sue casa in pietra color ocra, i vicoli tortuosi che conducono al Jardin Exotique, alla chiesa, e soprattutto allo spettacolare ed insolito Fort Troglodyte, ovvero un complesso difensivo di epoca medioevale scavato nella roccia;
Beynac-et-Cazénac, sempre lungo la Dordogne, con una ripida salita al castello che la domina;
Domme, arroccata su una falesia che domina il fiume, una “bastide” ben conservata con quasi tutti i suoi bastioni del XIII° secolo, oltre a tre porte d’accesso originali. La sua posizione ci regala splendide vedute su tutta la vallata ed il fiume (in modo particolare dall’Esplanade du Belvédère e della Promenade de la Barre).
La Dordogne vista da Domme
Porta di accesso a Domme
Nell’”Aire du Pradal”, a Le Pradal, sulla D. 46E, a circa 500 metri da Domme, GPS E 1.22173 N 44.80108, trascorriamo la notte.
Nono giorno
Iniziamo il rientro in Italia. Entriamo nel Quercy, una regione storica, parte dell’Occitania. La prima tappa del giorno è Rocamadour, in bella posizione su uno sperone roccioso. Un tempo – Medioevo – ospitava molti pellegrini (famosa la sua Madonna nera), ora invece molti turisti. Noi Visitiamo la Cité Religieuse, una delle due parti che la compongono (l’altra è l’Hospitalet, un sobborgo moderno che sorge sul pianoro della collina). Entriamo dai bastioni del castello e percorriamo a piedi la scalinata che i pellegrini facevano in ginocchio. A metà altezza della collina ci sono i santuari, in realtà una serie di cappelle che custodiscono le reliquie, tra cui quelle della Madonna nera.
A seguire Figeac, un piccolo centro, che, nella città vecchia, ha mantenuto il suo aspetto originario caratterizzato da splendidi edifici in pietra medioevali e rinascimentali, molti dei quali terminano con una loggia aperta, in passato usata per seccare le pelli.
Saint-Cirq Lapopie chiude la giornata. E’ uno dei luoghi più visitati della regione per la sua splendida posizione: un grappolo di case dai tetti in cotto, medievali, arroccate sulla cima di un dirupo a strapiombo sul fiume Lot. Non mancano i resti di un castello ed una chiesa gotica.
Celebriamo la fine del viaggio con un’ottima cena a base di piatti e vino locali nel ristorante “La Table du Producteur”, in Rue du Sombral.
E la mattina dopo via per l’Italia attraverso soprattutto strade dipartimentali e nazionali per gustarci fino alla fine paesaggi e villaggi della provincia francese. Con la certezza che in Francia, a breve, ci saremmo ritornati.
Siamo stati sei volte in Gran Bretagna con il nostro camper. Come abbiamo già scritto in un precedente diario, tanti sono i motivi che ci fanno amare questa terra. Quello che state per leggere è il diario di un viaggio durato circa un mese, soprattutto nel nord dell’Inghilterra, attraverso la Cumbria, il Lake DistrictNational Park, lo Yorkshire e altri due parchi: lo Yorkshire Dales National Park, con le sue belle colline e piccole valli (“dale” deriva dal termine vichingo “dalr “e significa valle) e il NorthYork Moor National Park con le sue selvagge brughiere.
E’ l’Inghilterra che occupa molto del nostro immaginario dell’isola: piccoli villaggi sperduti nella campagna o nella brughiera con i cottage e le case in pietra e i loro giardini in fiore apparentemente in disordine; la chiesa ed il pub che rimanda all’avventore il profumo delle infinite birre bevute e dove l’arredo è in legno che sa di antico; con le pecore, piccole, tozze e dal muso nero, che pascolano liberamente in campi dall’intenso verde o nella piazza centrale del paese; i piccoli laghi sferzati dal vento incuneati in piccole vallate; la brughiera, terra dura, inospitale, con la neve ed il vento, ma anche bella con il fiorire dell’erica; i resti della presenza dei Romani; le rovine di antiche cattedrali ed abbazie; lunghe e selvagge spiagge; gli echi della poesia romantica inglese e di qualche classico inglese con la brughiera che fa da sfondo, nonché i ricordi dei personaggi, degli animali e dei luoghi della letteratura di Beatrix Potter e del veterinario James Herriot; il cielo grigio e la pioggia che ti entra nelle ossa mentre stai percorrendo un sentiero e ti immagini la calda, fumante corroborante tazza di tè, ma anche, al tramonto, la tavolozza di calde tonalità rosse, arancio, blu e viola.
Quando ci rechiamo in Inghilterra, due sono le immancabili tappe in Francia: Thann o Laon: la prima se partiamo di pomeriggio, la seconda alla mattina molto presto. Thann è una bella località nel dipartimento dell’Alto Reno, nella regione del Grande Est, a circa 60 km dal confine svizzero di Basilea (noi che abitiamo in Lombardia iniziamo e concludiamo i nostri viaggi inglesi dalle autostrade svizzere), con un’importante storia che inizia nel Medioevo (la Collegiata di Sant’Ubaldo ed il centro storico sono lì a dimostrarlo) e due aree di sosta per i camper: una a ridosso del fiume (il Thur) che l’attraversa, confinante con la piazza del mercato, l’altra unita al parcheggio di un supermercato, con carico e scarico (entrambe sono ben segnalate e vicino al centro storico). Laon, nel dipartimento dell’Aisne nella regione dell’Alta Francia, invece, non ha un’area di sosta ma un comodo parcheggio sotto le mura di cinta. La città è stata fondata dai Romani ed ha avuto una notevole importanza storica nel Medioevo. Di quel periodo è la bella Cattedrale di Notre-Dame che domina la città e la collina su cui Laon è costruita (la collina si chiama “Montagna Incoronata”), il Palazzo vescovile, l’antico ospedale, altre chiese e le mura. Come Thann, anche Laon merita più che una sosta serale.
Case sul fiume a Thann
Porta di accesso al centro storico di Laon
Il nostro camper sotto le mura a Laon
In questo viaggio la tappa è stata Laon. Alla mattina, verso mezzogiorno, abbiamo preso il traghetto a Calais (sono circa 250 i chilometri che separano le due città) e alla sera siamo arrivati in un campeggio a circa 6 chilometri dalla bella Chester, nella contea del Cheshire.
PRIMO GIORNO
Visitiamo l’incantevole, ricca ed antica Chester. Fondata dai Romani come un castrum, è ora con le sue due perle – le mura cittadine e The Rows – una delle più belle città di tutta l’Inghilterra.
La cinta muraria che racchiude il centro storico è lunga circa tre chilometri: noi l’abbiamo percorsa tutta e siamo rimasti colpiti dalla bellezza degli edifici della città, molti risalenti al medioevo, altri restaurati nel corso del periodo vittoriano (questi interventi dettero origine al “Black and White Revival”, ovvero case a graticcio, bianche e nere, in stile Tudor), altri ancora con la tipica architettura introdotta dalla Rivoluzione Industriale (due insigni esempi sono il Municipio ed l’interessante Grosvernor Museum, di storia naturale ed archeologia). Oltre alle vedute del centro storico, ci sono dei punti di interesse che, come molti altri visitatori, hanno attirato la nostra attenzione: la grande Eastgate, con l’orologio del 1897, secondo solo al Big Band; i Wishing Steps, nel lato sud-orientale, dove i più ardimentosi (che noi non abbiamo imitato) si cimentano nella loro ripida discesa e risalita trattenendo il sospiro perché la leggenda dice che, in caso di successo, i loro desideri potranno essere realizzati; l’antico pub Bear & Billet, dopo la Southgate o anche Bridgegate, il più antico edificio a graticcio di Chester (1664) e dove un tempo si pagava il pedaggio per entrare in città (www.markettowntaverns.co.uk).
Case a graticcio
L’orologio
Bear and Billet visto dalle mura
L’altra grande attrattiva di Chester sono le Chester Rows. Risalenti al Medioevo, e probabilmente costruite sopra le rovine romane, sono dei camminamenti coperti costruiti lungo le quattro vie principali del centro storico che si irraggiano da ChesterCross, ovvero Watergate Street, Northgate Street, Eastgate Street e Upper BridgeStreet. Su questi camminamenti ora si aprono uffici, ristoranti, caffè. Non tutto è originale nella parte a graticcio, mentre delle “cripte” in pietra sotto ai negozi del livello della strada ora ne rimangono circa 20, però è stato bello passeggiarvi perché è comunque un qualcosa di unico e spettacolare.
Chester Rows
Chester Rows
Chester Rows – Veduta sulla strada con le case a graticcio
Dopo esserci fermati a gustare una buona tazza di tè con una squisita fetta di torta nella Patisserie Valerie, al 31 di Bridge Street (vicino al Grosvenor Shopping Centre), abbiamo concluso la nostra visita con la Cattedrale in Northgate Street: interessanti il chiostro e gli edifici attorno, che sono le uniche parti originali del XII° secolo.
La Cattedrale vista dalle mura
Il coro
Veduta del chiostro
SECONDO GIORNO
Alla mattina abbiamo visitato il Tatton Park a Knutsford, tattonpark.org.uk, con i bei giardini, la fattoria, il parco, la vecchia residenza medioevale e la casa padronale rifatta in stile neo-classico alla fine del XVIII° secolo che conserva un’importante e numerosa raccolta di dipinti, libri e mobili. I giardini occupano circa 50 acri e sono il risultato di 300 anni di attento giardinaggio e oculata pianificazione (c’è un orto murato, un giardino giapponese, un campo giochi) che però non hanno modificato il suo impianto edoardiano delle origini. Le fattoria è stata accredita “per la conservazione, l’allevamento e la promozione di rare ed in pericolo di estinzione razze di animali da fattoria”.
La residenza
Il giardino giapponese
Due sono state le attività del pomeriggio. Dapprima facciamo una sosta a Knutsford, che ha ispirato la scrittrice Elizabeth Gaskell nell’invenzione di Cranford, la cittadina in cui è ambientato l’omonimo romanzo. Puntiamo con successo a qualche “charity shops” o “hospice shops” per qualche oggetto di secondo mano (i nostri primi acquisti dei tanti che faremo nel viaggio).
Raggiungiamo poi il campeggio “Red Bank Farm Camping Site” che si sviluppa su due grandi prati con una bella vista sulla spiaggia (l’indirizzo completo è “Archers at Red Bank Farm Ltd”, The Shore, Bolton-le-Sands, Carnforth, Lancashire LA5 8JR Phone: 01524 823196; email: info@archers-redbankfarm.co.uk; Web: www.archers-redbankfarm.co.uk)
Siamo nel nord dell’Europa e le giornate sono più lunghe. Così facciamo una passeggiata lungo un tratto della spiaggia della Morecombe Bay. Qui quattro fiumi raggiungono il mare ed i loro estuari formano penisole, isole, paludi salate, che sono l’habitat di molti uccelli. Ci sono sentieri e numerosi cartelli con indicazioni delle maree: li seguiamo e ci inoltriamo in questi ambienti selvaggi che ci riempiono gli occhi. Mentre il tramonto ci regala un cielo meraviglioso.
TERZO GIORNO
Visitiamo Lancaster, capoluogo dell’omonima contea. Ha origini romane e nella nostra passeggiata abbiamo ammirato molti palazzi georgiani, l’imponente castello del 1150 con la Well Tower (o meglio Witches Tower, perché qui vennero imprigionate le imputate di un famoso processo alle streghe) ed il maestoso portale di ingresso a due torri (Gatehouse), la bella Priory Church e i Judges Lodgings, che si raggiungo tramite la scalinata tra il castello e la chiesa, che nel seicento ospitavano gli alloggi dei magistrati. Mentre passeggiamo nel centro storico scopriamo che è giorno di mercato e che molto sono i banchi che offrono cucina etnica: così non ci lasciamo scappare l’occasione di assaggiare gustosi piatti indiani (per noi l’Inghilterra è anche la buona cucina dell’India!).
Nel pomeriggio entriamo nella contea di Cumbria, che include il famoso Lake District National Park, sicuramente una delle più belle e celebrate zone dell’Inghilterra, sito Unesco. Arriviamo a Keswick e ci sistemiamo nell’accogliente e pluripremiato campeggio “Castelrigg Hall Caravan Camping & Glamping Park” (Castlerigg Hall Lake District Caravan & Camping Park, Keswick, Cumbria, CA12 4TE | Tel: 017687 74499 | Email: info@castlerigg.co.uk), dove resteremo una settimana perché abbiamo programmato di visitare molte delle zone e delle località del parco nazionale
La giornata si chiude con una breve visita di Keswick.
Lancaster – Il Gatehouse
Lancaster – La Cattedrale
Veduta dal campeggio di Keswick
QUARTO GIORNO
Ci dirigiamo verso l’Honister Pass, un passo di montagna sulla B5289, uno dei più alti della regione con i suoi 356 metri di altitudine. E’ pero uno dei più ripidi e così dopo aver attraversato qualche pittoresco villaggio e boschi, quando la pendenza sale al 25% e la strada si fa molto stretta, decidiamo di ritornare sui nostri passi.
Raggiungiamo Whitehaven. Siamo ora sul mare e la città presenta numerose case georgiane, alcune decadenti altre invece ristrutturate.
La tappa successiva è l’antica Ravenglass, ora un piccolo villaggio e porto naturale, sull’estuario di tre fiumi, l’unico villaggio costiero del Parco Nazionale. Ravenglass è anche il capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto e a vapore Ravenglass-Eskdale. Così con il camper ci spostiamo nel parcheggio della stazione. Acquistiamo due biglietti da Ravenglass a Dalegarth e ritorno (un biglietto costa attorno ai 20 euro; preferibile la prenotazione) e nei due tragitti ci deliziano le splendide vedute sull’estuario e delle colline che vengono attraversare dalla linea ferroviaria.
La locomotiva
Veduta dal treno
Bassa marea a Ravenglass
QUINTO GIORNO
Raggiungiamo Coniston. Dopo una breve visita del villaggio (interessante la ConistonHall, il municipio, in origine una fattoria del XVI° secolo), prendiamo il battello per fare il giro del lago, con sosta a Brantwood House, la casa in cui John Ruskin passò gli ultimi anni della sua vita.
Il lago è il Coniston Water (i locali lo chiamano soltanto “Coniston”) è piuttosto grande (il terzo per grandezza della regione), di origine glaciale a forma allungata come la lettera “u”. Il tragitto è piuttosto suggestivo perché le rive e le altre barche si scoprono all’ultimo momento data la consistente nebbia.
Quando invece raggiungiamo la residenza il tempo cambia e con il sole facciamo la nostra visita della casa, del parco e degli splendidi giardini creati, tra gli altri, da John Ruskin. La casa, dalla particolare architettura, raccoglie degli splendidi quadri e, soprattutto, splendidi arredi in stile “arts and crafts”, mentre il parco ed i giardini (di circa 250 acri) regalano splendide vedute del lago e delle montagne circostanti. Mentre passeggiamo vediamo che molti sono i rododendri e così ci immaginiamo le splendide fioriture della primavera e ci fermiamo per una corroborante e dolce sosta alla Terrace Coffee House.
Ritorniamo a Coniston decidiamo di percorrere la strada lungo il lago: da un’altra prospettiva ammiriamo il lago ed i boschi che lo circondano.
Il lago
La residenza
Il giardino
SESTO GIORNO
Visitiamo Keswick. Il paese si trova sulle sponde del lagoDerwent: circondato da colline boscose, è uno dei laghi del Parco Nazionale, e la vista che si ha dalle riva è molto romantica.
Mangiamo un ottimo “fish and chips” nel “The Old Keswickian”, un’istituzione nella ristorazione della zona, situato nella “market square” del paese.
Una volta rientrati in campeggio, il cielo diventa una tavolozza di colori.
SETTIMO GIORNO
La prima tappa della giornata, appena fuori dal Parco Nazionale, è il villaggio di Cartmel famoso per la chiesa , Cartmel Priory, fondata nell’XI° secolo ed ampliata/restaurata nel XIV°, XV° e XVI° secolo.
Segue la visita di Grange-over-Sands. Siamo nella parte nord della Morecambe Bay e seguendo la “promenade” del villaggio facciamo una passeggiata lungo i prati della baia che una volta erano paludi o sabbie mobili in cui ora tranquille pecore passeggiano e mangiano.
Dopo la passeggiata raggiungiamo con il camper la vicina “Holker Hall and Gardens”, attuale residenza della famiglia Cavendish, pari di Inghilterra (indirizzo completo: “Holker Estate, Cark-in-Cartmel, Nr Grange-over-Sands, Cumbria LA11 7PL, email info@holker.co.uk.). La storia della case iniziò nel XVII° secolo e da allora le famiglie che si sono susseguite per eredità l’hanno abbellita, ampliata e ricostruita nell’ala occidentale perché andò distrutta da un incendio nel 1871. Da ricordare sono i 3500 libri della biblioteca, gli arredi, le scalinate interne a sbalzo, intagliate a mano da artigiani locali, i numerosi alberi ed arbusti dei giardini.
L’ultima tappa del giorno è Furness Abbey che si trova a nord del villaggio di Barrow-in-Furness. La sua origine risale al 1123 e fu il secondo più ricco e potente monastero cistercense del paese prima della dissoluzione dei monasteri voluta dal re Enrico VIII dopo l’introduzione della riforma protestante nel paese. Di quell’abbazia ora rimangono principalmente delle rovine in arenaria del XII° e XVIII° secolo: lo stile è gotico, l’area è piuttosto vasta, l’altezza che raggiungo è di circa 40 metri: un sito molto “romantico” che ha attirato molti visitatori (tra questi: il poeta romantico per eccellenza William Wordrworth che la ricorda più volte nella sua autobiografia i versi “The Prelude”, il pittore J.M.W. Turner che la ritrasse in diverse acqueforti).
Cartmel Priory
Holker Hall and Gardens
Furness Abbey
OTTAVO GIORNO
Visitiamo Grasmere. E’ una località molto turistica, con tanti alberghi negozi ristoranti e pub, che prende nome dal vicino lago. Per noi non è certamente il bel posto celebrato da Wordsworth che qui visse per 14 anni e che, con la moglie, è sepolto nel cimitero della St Oswald’s Church.
In prossimità di uno degli ingressi, in un piccolo edificio che nei tempi andati fu la scuola del villaggio (qui Wordsworth, la moglie la sorella vi insegnarono), si trova il famoso “Sarah Nelson’s Gingerbread Shop” che da metà circa del XIX° secolo produce il famoso pan di zenzero, uno delle specialità culinarie della Cumbria. La ricetta resa popolare da Sarah Nelson è secreta: si presenta con una copertura di briciole alla zenzero rossastre e zuccherine e quando lo assaggiamo, per il nostro palato, ha un forte sapore di zenzero.
Segue la vicina Ambleside, sul lago Windermere, il più grande lago naturale inglese. Come la precedente è una località molto turistica, ottima base per le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo verso l’interno. Ci sono anche molte possibilità giornaliere di fare una crociera del lago sugli “steamer”, traghetti a motore diesel e le vedute del lago e delle montagne che lo circondano a noi sono parse davvero molto belle.
La giornata ha termine con la residenza Blakewell. The Arts & Crafts House, a Blakewell, Bowness-on-Windermere, www.lakelandarts.org.uk. La casa è stata progettata dall’architetto Mackay Hugh Baillie Scott (1865 – 1945) secondo la sua impostazione del movimento “Arts and Crafts” (con forme architettoniche più semplici, attenzione all’organizzazione dello spazio e precisione nell’uso dei materiali) ed è ora famosa nel mondo per la qualità e la quantità degli mobili ed oggetti, tutti originali, che si trovano nelle sue stanze.
NONO GIORNO
La prima tappa è Penrith: una città mercato dalle case in mattoni rossi, diversa dai villaggi che fin qui abbiamo visitato. Ci indirizziamo verso illago Ullswater, il secondo lago più grande del District e, per il Centro Visitatori, “il più bello dei laghi inglesi”: di certo è il tipico lago glaciale della zona, con montagne che gli conferiscono una forma che ricorda una lunga lettera “z” con tre rami che si distaccano, tutti circondati da colline.
Lungo la strada del lago, decidiamo di fermarci nel parcheggio del sito del National Trust, Aira Force. Qui inizia un sentiero circolare che seguiamo in tutta la sua lunghezza in direzione, dapprima, Gowbarrow, poi Memorial Seat e Lyulph’s Tower per ritornare al parcheggio. Un bel sentiero che per circa 8 chilometri si snoda tra impetuose cascate, piccoli orridi, prati a pascolo, lussureggianti felci, alte conifere, e che regala splendide vedute del lago, delle montagne in lontananza e delle località della zona, sopratutto quando si raggiunge il punto più alto che è Gowbarrow. (Per maggiori informazioni sul/i parcheggio/i e sul sentieri vi consigliamo di visitare le pagine dedicate dal National Trust: Aira Force &Ullswater, nationaltrust.org.uk).
Lungo il sentiero
Lungo il sentiero
Lungo il sentiero
DECIMO GIORNO
Ritorniamo sull’Ullswater a Pooley Bridge, all’estremità nord, per prendere il battello per una crociera sul lago. Il lago è davvero molto bello, per certi aspetti selvaggio, assolutamente non turistico lungo le rive.
Terminato il giro, riprendiamo il camper e ci spostiamo nel villaggio di Glenridding, all’estremità sud, molto popolare tra gli alpinisti della zona per le vicine montagne. Per noi la montagna significa la strada che percorriamo tra il villaggio e Bowness-on-Windermere con il relativo passo, in tutto una ventina di chilometri tra bei boschi.
Bowness-on-Windermere è sul lago ed ha qualche interessante edificio storico, ma è soprattutto turistica con la sua grande quantità di negozi, ristoranti e pub.
Così è anche la successiva tappa del giorno: Windermere. Il villaggio nel corso della sua storia si è sviluppato attorno alla stazione ferroviaria ed ora è praticamente unito a Bowness. Di un certo interesse è The Terrace, ora una serie di case per le vacanze, ma in realtà costruite a partire dal 1849 come residenze private per i dirigenti della ferrovia.
UNDICESIMO GIORNO
Una volta lasciato il bel campeggio “Castelrigg Hall Caravan Camping & Glamping Park”, visitiamo il Sizergh Castle: si trova in Cumbria, in prossimità di Kendal (a pochi chilometri in direzione sud) ed è affidato al National Trust. E’ una residenza medioevale, tuttora abitata dalla famiglia proprietaria, con interessanti arredi (delle stanze da ammirare la “Inlaid Chamber”, rivestita, come molte altre, con pannelli in legno, che fu restituita dal “Victoria and Albert Museum” alla fine del secolo scorso), con un bel giardino ed una ampia tenuta.
Nel caffè del castello, acquistiamo una specialità del luogo: la Kendal Mint Cake: è fatta di zucchero, glucosio, acqua ed olio di menta ed è la risorsa molto energetica di molti escursionisti ed alpinisti da più di un secolo. Tre sono le società che la producono – Quiggin’s, Romney’s, Wilson’s – e noi la consigliamo.
Levens Hall,levenshall.co.uk, vicina all’omonimo villaggio e sempre a sud di Kendal è la seconda tappa del giorno. E’ una residenza elisabettiana, dai begli interni, ma soprattutto famosa per il suo splendido giardino in cui l’arte topiaria, ovvero l’arte di potare gli alberi e gli arbusti in forma geometrica, trova una sua massima interpretazione (loro dichiarano che il giardino è il più vecchio nel mondo di questo tipo). Così passeggiando tra alberi a forma di triangolo, di cono, di piramide, arrotondati, quadrati, a più livelli, raggiungiamo la loro cucina dove si preparano (e gustiamo) prelibatezze dolci e salate, tutte “homemade”
Facciamo una breve visita – sempre alla ricerca di “charity/hospice shops” – per acquisti per il nostro mercatino (ed in questo caso con successo) a Settle. Il paese presenta una interessante Market Place ed è vicina alla stazione di partenza di una famosa e storica linea ferroviaria che la collega a Carlisle: costruita alla fine dell’800, è lunga più di 100 chilometri e attraversa gli splendidi selvaggi paesaggi del nord dell’Inghilterra (le due regioni sono quelle delle Yorkshire Dales e dei North Pennines). Per noi: un valido motivo di un ritorno in futuro.
Alla sera giungiamo al campeggio “Bolton Abbey Estate”, del Caravan Club Site (aperto però anche ai non associati), nella tenuta della Bolton Abbey (le cui rovine sono state celebrate da Wordsworth e Ruskin e ritratte, tra gli altri, da Turner), e situato nello Yorkshire Dales National Park. L’ambiente è agreste (molti sono le anatre, i fagiani e gli scoiattoli che circolano liberamente), in prossimità iniziano molti sentieri che conducono nel parco, le rovine della priorato sono lungo una placida curva del fiume Strid e sono facilmente raggiungibili: davvero un bel campeggio, con adeguati e comodi servizi.
DODICESIMO GIORNO
Visitiamo Skipton a circa 10 chilometri dal campeggio, una delle due località più grandi del parco (l’altra è Richmond). E’ una antica città di mercato, dove piacevolmente passeggiamo lungo le sue strade lastricate che costeggiano il pittoresco canale. In Swadford Street, con vista sul canale, c’è “Bizzie Lizzie’s”: e qui ci fermiamo per un tradizionale e buon “fish and chips” accompagnato da salsa tartara.
Visitiamo il famoso castello, uno dei meglio preservati in tutta la nazione. Risale ai tempi di Guglielmo il Conquistatore quando venne costruito per distruggere la resistenza delle popolazioni locali nei confronti dei nuovi conquistatori Normanni. Fu nel corso dei secoli fortezza e residenza di aristocratiche famiglie, in rovina e ricostruito ed ora si presenta con un’imponente ingresso, con 6 possenti torri cilindriche, una torre ottagonale, maestosi cortili interni, una lunga galleria ed una Great Hall, dove venivano consumati i grandi banchetti dalle famiglie che qui vi abitarono.
Dopo la visita rientriamo in campeggio e dedichiamo il pomeriggio alla visita della tenuta della Bolton Abbey. E’ una grande area: nel sito “boltonabbey.com” si può vedere una bella fotografia dall’alto e si può leggere che è composta da più di 30.000 acri di bella campagna e di 80 miglia di sentieri. Noi facciamo una lunga e, nonostante le minacciose nubi e qualche goccia di pioggia, una rilassante passeggiata. Ci fermiamo ad ammirare la Bolton Priory Church and Ruins, posta nel centro della tenuta, vicino al fiume, di antiche origini agostiniane (1154).
TREDICESIMO GIORNO
Visitiamo Saltaire. Venne costruita nel periodo vittoriano dal filantropo e magnate dell’industria della lana Titus Salt come villaggio industriale modello ed ora è incluso nei siti dichiarati Patrimonio Universale dall’Unesco. Nella nostra passeggiata apprezziamo la schiera di ordinati cottage color miele una volta abitati dalle maestranze della fabbrica e la fabbrica stessa (“Salt’s Mill”, www.saltmill.org.uk). Che è ora un grande spazio, elegante, luminoso ed arioso, molto centro commerciale di alto livello, con bar, negozi di artigianato, librerie, anche con stampe e libri antichi, una famosa gioielleria (Kath Libbert Jewellery Gallery), un negozio di musica. L’attrattiva migliore è però la mostra permanente del grande David Hockney che raccoglie una delle più grande raccolte delle sue opere.
La successiva tappa è Haworth, il bello ma turistico villaggio delle sorelle Bronte. Avendo in mente le loro opere, durante la nostra passeggiata, facciamo una sosta al Bronte Parsonage Museum, www.bronte.info, allestito nella canonica della HaworthParish Church che riproduce gli ambienti in cui visse la famiglia Bronte e alla Rose and Co Apothecary, la farmacia, ora molto ben restaurata, associata al fratello Branwell Bronte.
Attorno al villaggio si estendono le brughiere rese famose nei romanzi delle sorelle. Sono tutte percorse da sentieri (le cartine possono essere acquistate all’Ufficio del Turismo, al 2-4 West lane) e, per un breve tratto, anche noi seguiamo uno di questi nella speranza, anche se la giornata è di sole, di incontrare Catherine e Heathcliff che si rincorrono felici.
QUATTORDICESIMO GIORNO
Trascorriamo l’intera giornata a Harewood House, www.harewood.org., vicino a Leeds, sulla A61. E’ la tipica, meravigliosa residenza nobiliare inglese. Voluta da Edwin Lascelles, primo Barone di Harewood, arricchitosi con il commercio degli schiavi e le grandi plantation delle Indie Occidentali nella seconda metà del XVIII° secolo (la famiglia Lascelles tuttora la occupa), alla sua costruzione parteciparono alcune delle migliori menti del periodo. L’imponente edificio venne costruito in stile palladiano dall’architetto John Carr; i mobili vennero affidati a Thomas Chippendale (per la nostra guida “fu la commissione più importante della sua vita” pari a 10.000 sterline); gli interni vennero disegnati da Robert Adams, grande architetto di interni in stile neoclassico; il parco ed i giardini vennero pianificati da Lancelot “Capability” Brown, in nome dell’ideale allora in voga della “natura metodizzata”; la bellissima terrazza, aggiunta un secolo dopo, venne progettata da sir Charles Barry, lo stesso architetto delle Houses of Parliament. Mentre in Italia vennero acquistate molte delle grandi opere pittoriche che adornano gli interni.
“He (Edwin Lascelles) wanted nothing but the best for his new home”: così si può leggere nel sito ed infatti nella nostra visita della casa restiamo affascinati dalla quantità delle stanze, dalla bellezza e dall’opulenza degli arredi e degli oggetti, mentre nel parco troviamo l’esaltazione dell’ideale neoclassico seguito da Brown e ci immaginiamo la quantità di persone che hanno lavorato per circa 6 anni modificando l’ambiente naturale.
Percorriamo alcuni dei sentieri, costeggiamo il lago, visitiamo il Bird Garden, molto popolare, che contiene specie esotiche di uccelli, tra cui i pinguini (ed il momento del pasto è uno dei più frequentati dalla famiglie con i bambini), ci fermiamo nel Courtyard café per un leggero pasto, naturalmente “homemade” e con ingredienti che arrivano dal “walled garden” della tenuta e per un “cream tea” nelle Terrace Tearooms: in conclusione, una giornata della quale ci ricorderemo a lungo.
Terminata la visita ci spostiamo nel bel campeggio del Caravan Club Site, in New Road Scotton, a Knaresborough, aperto anche ai non soci del Club.
QUINDICESIMO GIORNO
Visitiamo Harrogate o per meglio dire i suoi splendidi giardini pubblici, tra i più belli della Gran Bretagna: i Valley Gardens con lo splendido Sun Pavilllion dalla grande cupola in vetro e gli RHS Harlow Carr Botanical Gardens. Quesi ultimi, in Craig Lane, Beckwithshaw, sono il vanto della Royal Horticultural Society di questa parte dell’Inghilterra e li raggiungiamo a piedi attraversando i Pine Woods che si trovano a sud-ovest dei Valley Gardens.
A Harrogate, circa 100 anni fa, iniziò la storia di Betty’s, betty’s.co.uk, : un café ed uno shop in cui è possibile gustare ed acquistare deliziosi dolci, magnifiche torte, e perdersi nella prelibatezza dei sontuosi afternoon tea, che uniscono il dolce con il salato (ovvero sandwich di vario genere) o del tradizionale Yorkshire Cream Tea, con naturalmente la clotted cream (se qualcuno vuole sapere qualcosa in più circa il cream tea può leggere il nostro diario del viaggio nell’Inghilterra del sud). Così per ritemprarci dopo la camminata nei giardini, dopo aver fatto una piccola coda all’ingresso al numero 1 di Parliament Street, ci sediamo in una delle tante sale (tutte molto belle) per due afternoon tea.
Rientrati in campeggio, visitiamo Knaresborough e scopriamo una interessante antica città mercato con strade acciottolate, le rovine di un castello, una “town crier”, una torre dalla quale nel passato venivano diffusi annunci ufficiali a tutti gli abitanti ed un suggestivo ponte sul fiume Nidd.
Per rientrare al campeggio percorriamo il sentiero che costeggia il fiume e purtroppo ci capita una piccola disavventura: piove, il sentiero si stacca leggermente dal fiume e così non vediamo il ponte che ci permette di raggiungere la sponda dove si trova il campeggio, e sotto una specie di diluvio proseguiamo per alcuni chilometri. Intanto si è fatta sera. Al buio ritorniamo sui nostri passi, alla fine troviamo il ponte e, fradici, raggiungiamo il campeggio. Sul camper, dopo una ritemprante calda doccia, realizziamo che quanto abbiamo deciso di fare domani è la migliore cosa dopo la disavventura serale.
SEDICESIMO GIORNO
Nel XIX° secolo Harrogate fu “località stranissima, frequentata da gente stranissima, che vi conduce un’esigenza bizzarra, fatta di balli, lettura dei giornali e cene” (così C. Dickens citato dalla nostra guida “Lonely Planet”: senza commento da parte di chi scrive) ed in cui si aveva l’abitudine di “taking the waters” ossia di bere acqua termale a scopo curativo sgorgante dalle fonti sulfuree (la massima diffusione si ebbe in età edoardiana negli anni precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale).
Tra la visita al Royal Pump Room Museum in Crown Place per sapere qualcosa in più circa Harrogate e la sua storia e i Turkish Baths in Parliament Street, noi scegliamo questi ultimi. In stupendi ambienti tutti piastrellati in stile moresco risalenti al periodo vittoriano noi ci deliziamo con i “piaceri acquatici” che il posto offre (bagni di vapore, saune, vasche di immersione) e ci ritempriamo mollemente adagiati su lettini mentre sorseggiando delle buone tisane. Per chi volesse condividere questa esperienza, il consiglio che diamo è di visitare il sito (turkishbathsharrogate.co.uk) e di fare la prenotazione (ci sono sezioni per sole donne, per soli uomini o miste).
Dedichiamo il pomeriggio alla ricerca di qualche “charity shops” a Knaresborough e a Ripon (la distanza tra i due centri è di circa 20 chilometri) per incrementare gli acquisti di oggetti che o terremo in casa o venderemo sulla nostra bancarella del mercatino dell’usato. Quando raggiungiamo Ripon scopriamo che la piccola città ha un’imponente e bella cattedrale medievale, una grande piazza del mercato contornata da case georgiane, suggestivi vicoli ed alcuni musei relativi al periodo in cui Ripon era responsabile del mantenimento dell’ordine nel territorio (Law andOrder Museum, Courthouse Museum, Prison & Police Museum, Workhouse Museum).
Noi al numero 33 della Market Place South, al Wakeman’s House, abbiamo anche trovato il tempo di gustare un ottimo cream tea.
E se si capita a Ripon per le 9 di sera, alla regolazione degli orologi cittadini da parte di un signore in antica uniforme, il Ribon Hornblower, che pare essere una tradizione che risale al periodo di Alfredo il Grande (fu re dal 871 al 889) quando egli donò un corno alla città per segnalare il cambio della guardia (“hornblower” significa appunto suonatore di corno).
DICIASSETTESIMO GIORNO
La prima tappa della giornata è un sito del National Trust in prossimità di Ripon (ci sono cartelli indicatori sulla A1 e sulla A61 da Harrogate): Fountains Abbey and Studely Water Garden, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità nel 1986. Dell’abbazia medievale fondata da monaci cistercensi rimangono delle magnifiche e romantiche rovine che sono inserite nel giardino, elegante, uno dei più begli esempi di giardini georgiani di questo tipo (fu ideato nel 1718), con piccoli lagni che sembrano degli specchi, canali, templi, statue, cascate, lussureggiante vegetazione e verdi prati, una torre ottagonale, un chiesa gotica, la “Chorister House” (progettata da W. Burgess, medievaleggiante, ora albergo di lusso) ed una casa per ricevimenti in stile palladiano che regalano vedute mozzafiato mentre si percorrono i sentieri.
La giornata prosegue con la visita di Thirsk. Una bella ed ordinata cittadina che ospita nelle sue vie e nella grande piazza centrale un grande mercato il lunedì ed il sabato sin dal Medievo (noi però ci arriviamo di mercoledì). Deve la sua fama anche al veterinario James Herriot (pseudonimo di James Alfred Wight) che qui ha prestato servizio e che è famoso nel mondo per i suoi libri sulla sua vita e gli animali da lui curati (un titolo su tutti: “Creature grandi e piccole”). E come molti altri turisti anche noi abbiamo seguito le tracce della sua presenza nella cittadina (per chi fosse interessato una buona risorsa può essere il sito “worldofjamesherriot.com“.
Alla sera raggiungiamo il campeggio per la visita di York: tra quelli attorno alla città scegliamo “York Caravan Park”: è abbastanza vicino al centro raggiungibile con mezzo pubblico con fermata a circa 10 minuti, è ben tenuto (ha un riconoscimento di 5 stelle nel momento in cui scriviamo il diario), le piazzole sono grandi ed offre anche la possibilità di pescare (c’è un piccolo lago).
DICIOTTESIMO E DICIANNOVESIMO GIORNO
Dedichiamo due giorni alla visita della splendida York.
Nel corso dei secoli tanti sono state le genti che qui sono arrivate ed hanno lasciato testimonianze della loro permanenza, tuttora rintracciabili nel centro storico. Dapprima le tribù celtiche locali, poi i Romani che la chiamarono Ebacorum e quando l’impero si dissolse arrivarono gli anglosassoni che la ribattezzarono Eoforwic e la trasformarono nella capitale del regno della Northumbria. Fu poi la volta dell’arrivo dei primi cristiani (inizio del settimo secolo) che convertirono gli anglosassoni e l’insediamento divenne un grande centro culturale che attirò studenti da tutto il continente. E tale fu fino all’arrivo dei Vichinghi (fine nono secolo) che la chiamarono Jorvik e, a loro volta, la trasformarono in un importante porto commerciale per quasi cento anni. Successe poi che le popolazione di origine germanica che si erano insediate nel sud dell’Inghilterra sconfissero i vichinghi e unirono le terre del nord con le loro. Seguì un periodo molto turbolento (ci fu anche un tentativo di invasione e di ribellione delle genti vichinghe provenienti dall’attuale Norvegia) che terminò solo con la invasione dei Normanni.
Il centro storico della città, incantevole e preservato con molta cura, è piuttosto compatto e percorribile a piedi. Nella nostra visita abbiamo tenuto come punti di riferimento le mura che lo circondano, la cattedrale posta al centro, la Clifford’sTower all’estremità meridionale ed il fiume Ouse che la divide in due parti.
Per avere delle vedute di insieme del centro storico abbiamo iniziato la nostra visita con una passeggiata sulle mura del XIII° secolo che seguono il tracciato di quelle romane. Le abbiamo percorse tutte (un itinerario di circa di 8 chilometri): splendide ed indimenticabile per noi le vedute sulla cattedrale nel tratto tra la Bootham Bar (il nostro punto di partenza) e la Monk Bar (“bar” è la variante locale di “gate” ovvero porta); interessante la mostra multimediale su York alla Monk Bar (all’altezza della porta c’è anche un museo); caratteristica la Walmgate Bar per il suo intatto barbacane (la guida dichiara che è l’unica in Inghilterra).
Il monumento più importante della città è senza dubbio la splendida cattedrale, www.yorkminster.org, la chiesa più grande dell’Inghilterra settentrionale, sede dell’arcivescovo di York (che occupa la terza carica più importante della Chiesa di Inghilterra) ed una delle più belle chiese gotiche del mondo. Sul terreno ora occupato dalla cattedrale furono costruite una basilica romana, una chiesa in legno nel settimo secolo, una successiva chiesa in pietra, poi una chiesa normanna, mentre l’edificio attuale risale agli anni compresi tra il 1220 ed il 1480 e tutte le fasi del gotico inglese sono qui ritrovatili. Dopo aver pagato il biglietto, la nostra visita, che è iniziata dal transettomeridionale, ha avuto come momenti fondamentali il jubé del coro, la splendida FiveSister Window, una vetrata composta in realtà da cinque vetrate, posta di fronte al coro, la sala capitolare, la cappella della Madonna, la navata centrale (da notare che il soffitto è dipinto in modo da farlo sembrare in pietra) con la testa di drago e la GreatWest Window (ma tutte le finestre sono davvero molto belle), l’altare maggiore con la Great East Window, “all’incirca la dimensione di un campo da tennis … la finestra medievale con vetrate policrome più grande del mondo, nonché il tesoro più prezioso della cattedrale” (citato dalla guida “Lonely Planet”); la torre campanaria con i suoi stretti e claustrofobici 275 gradini (ma la vista di York ampiamente ricompensa di tutte le difficoltà che si devono subire nella salita e discesa), la Rose Window (il rosone), l’ipogeo con la cripta e la sala del tesoro.
La Clifford’s Tower, con la sua pianta ottagonale, è una torre in pietra costruita nel mastio del castello ed è tutto ciò che del castello rimane. Merita una visita anche perché regala una bella vista sul centro storico.
Mentre ci spostavamo tra questi tre punti di riferimenti tanti sono stati i luoghi ed i siti che abbiamo visitati e tutti hanno lasciato una impronta indelebile nella nostra esperienza di viaggiatori. Di seguito l’elenco:
i) in prossimità della Cattedrale: St William’s College, magnifico edificio a graticcio in stile Tudor;
ii) la Church of Holy Trinity;
iii) Shambles: una stretta strada in acciottolato con edifici Tudor del XV° secolo, tutti inclinati, dall’autentico aspetto medievale, nonostante i turisti ed i numerosi negozi e bar che ora occupano gli edifici;
iv) Jorvik, museo interattivo che ricostruisce il villaggio vichingo, meta di molti turisti;
v) il National Railway Museum, che a nostro parere non è solo per gli appassionati di binari e locomotive;
vi) la Merchant Adventurers’ Hall, un bellissimo edificio a graticcio, testimonianza dell’importanza delle gilde nella storia di York (di grande interesse culturale è “The Prayer of the Merchant Adventurers” esposta su di una parete, che sintetizza al meglio l’etica puritana);
vii) la Fairfax House, una “town house”, dagli splendidi stucchi e la superba collezione di mobili georgiani.
Ingresso della Cattedrale
Graet West Window
Coro ed organo
Merchant Adventurers’ Hall
Shambles
Church of Holy Trinity
E non è tutto: ci sono altri punti di interesse e musei, ed il consiglio che vi possiamo dare è di accompagnare la vostra visita, oltre che con una buona guida, usando le seguenti risorse: York Visitor Centre, www.visityork.org, De Grey Rooms, Exhibition Square; York Pass, www.yorkpass.com, davvero conveniente; www.yorkshambles.com; www.vikingjorvik.com; www.visityork.org/explore per le vostre visite guidate.
York fornisce una grande scelta di ristoranti, pub, coffee e tea shops. Noi abbiamo scelto “Betty’s”, St Helen’s square, per un ottimo afternoon tea, e un ristorante “Loch Fine”, al numero 12 di Walmgate, scozzese, dove abbiamo gustato degli ottimi piatti di pesce.
Per finire, noi che siamo appassionati di oggetti antichi ed usati, non potevano non visitare “Antiques Centre”, al 41 di Stonegate, www.centreyorkshop.co.u, una “town house” dalle molte stanze in cui più di un centinaio di venditori espongono i loro articoli e così soprattutto bigiotteria degli anni ’30, ’40 e ’50 del secolo scorso ha aumentato la nostra scorta per il mercatino.
VENTESIMO GIORNO
Lasciamo il campeggio di York la mattina presto per un “car boot sale” nelle vicinanze. Ma è una delusione ed allora raggiungiamo Castle Howard, una residenza di campagna a circa 25 chilometri a nord di York.
Quando arriviamo facciamo colazione nel ristorante posizionato nelle stalle della residenza con un ottimo piatto di “scrambled eggs on toast” (in realtà sono dei muffin) e salmone affumicato.
La costruzione della residenza risale a tutto il XVIII° secolo e venne eseguita secondo modelli classici e francesi di coerenza e rigore dal famoso architetto sir John Vanbrugh. La nostra visita si è svolta prima negli interni ed è proseguita con i grandi giardini ed il parco all’esterno. Per capire le splendore e la grandezza della residenza valgono le parole di Horace Walpole riprese nel sito ufficiale http://www.castlehoward.co.uk: “Nobody… had informed me that I should at one view see a palace, a town, a fortified city, temples on high places, woods worthy of being each a metropolis of the Druids, vales connected to hills by other woods, the noblest lawn in the world fenced by half the horizon, and a mausoleum that would tempt one to be buried alive; in short I have seen gigantic places before, but never a sublime one.”
Lasciata la residenza, entriamo nel North York Moors National Park che si prolunga fino il mare. Il territorio è selvaggio e ventoso, con verdi vallate e sconfinate, desolate e desolanti estensioni di erica (per la guida è la distesa di erica più grande dell’Inghilterra). Molti sono i sentieri per gli escursionisti e numerosi i villaggi, tutti molto caratteristici. Raggiungiamo Helmsley, una bella cittadina con una grande piazza del mercato, a ciottoli, con molte case antiche e storiche locande lungo le vie che dipartono dalla piazza, i resti di un grande castello normanno che la domina ed un “walled garden” con tanti fiori, frutta, ortaggi ed erbe aromatiche (spettacolare il numero di varietà di menta presenti).
Passiamo la notte nel campeggio “Golden Square Caravan Park”, vicino a Helmsley, nel villaggio di Oswaldkirk, le coordinate dichiarate ne loro sito sono 54.2104, -1.0751 | SE 60 79.
VENTUNESIMO GIORNO
Visitiamo Rievaulx Abbey, Rievaulx Terrace & Temples a circa 5 chilometri a ovest di Helmsley. L’abbazia fondata nel 1132, appartenne all’ordine cistercense, fu un importante centro per la diffusione missionaria nell’Inghilterra settentrionale e grande centro di attività commerciali (anche per l’estrazione del piombo!).
Dell’abbazia ora rimangono delle rovine, magnifiche nella loro posizione in mezzo a campi e boschi. Rielvaux Terrace and Temples, che rientrano nei beni del National Trust, vennero costruiti dalla famiglia Duncombe nella metà del secolo XVIII° in nome della moda di allora che richiedeva alle famiglie nobili la costruzione di rovine in stile gotico: i templi sono due, mentre il terrazzamento segue la scarpata boscosa che domina le rovine dell’Abbazia (la famiglia era molto fortunata in quanto sulla sua proprietà c’erano delle autentiche rovine).
Durante la nostra visita il terrazzamento era un grande prato verde, ideale per un picnic e, soprattutto, per avere delle splendide vedute dei resti della cattedrale.
Hutton-Le-Hole è la seconda tappa della giornata. E’ considerato “il più bel villaggio dello Yorkshire” ed infatti è composto da splendidi cottage in pietra, un ruscello, dalle acque limpidi e gorgoglianti, che lo attraversae pecore che pascolano liberamente nel prato centrale del villaggio. Ospita l’interessante Ryedale Folk Museum, in larga parte all’aperto, con una raccolta di edifici tipici dello Yorkshire; è ai margini della brughiera e, se si capita in aprile, la bella passeggiata Daffodil Walk, che segue le sponde del ruscello, ci dicono regala la vista di molte giunchiglie in fiore.
Ci spostiamo verso il mare seguendo la splendida strada che collega Pickering a Whitby – A169 – attraverso la brughiera. Non ci fermiamo a Pickering dato il poco tempo a disposizione: sarà per un’altra volta soprattutto perché il villaggio è il capolinea della North Yorkshire Moors Railway, grande e spettacolare testimonianza dell’epoca della ferrovia a vapore, con locomotive e carrozze d’epoca che attraversano la bellissima campagna.
Nel tardo pomeriggio arriviamo a Whitby, al campeggio “Whitby Holiday Park”, sulla scogliera che s’innalza sulla Saltwick Bay. Chi ci accoglie tiene ad informarci che siamo i primi italiani che ospitano (mah!).
C’è tempo per una breve passeggiata sulla scogliera: il paesaggio è molto bello: la schiuma del mare da una parte, il prato dall’altra e le rovine dell’abbazia di Whitby che si stagliano in lontananza! Il pensiero non può che andare a “Dracula”, il romanzo di Bram Stoker, perché è proprio a Whitby che l’opera è stata scritta nel 1867 ed è in larga parte ambientata (c’è anche un Dracula Trail, il cui opuscolo è in vendita presso l’Ufficio del Turismo in Langhorn Road, www.visitwhitby.com).
VENTIDUESIMO GIORNO
Rifacciamo la passeggiata sulla scogliera per arrivare, questa volta, a Whitby.
Bram Stoker così descriveva Whitby nel suo romanzo: “This is a lovely place. The little River Esk runs through a deep valley which broadens out as it comes near the harbour… The houses of the old town are all red-roofed and seem piled up one after the other anyhow…Right over the town is the ruin of the Abbey, a noble ruin of immense size. Between it and the town is another church, the Parish one, round which is a big graveyard, all full of tombstones. It descends so steeply over the harbour that part of the bank has fallen away, and some of the graves have been destroyed.” Nulla sembra cambiato da allora: le rovine dell’abbazia, gotiche, si slanciano verso il cielo e dominano la cittadina come allora; la chiesa parrocchiale di St Mary’s Church ha attorno a sé un cimitero dalle molte lapidi e croci; 199 ripidi gradini collegano questa parte al porto e alla città divisa in due dalla foce del fiume Esk.
Una divisione che rende attraente Whitby perché ora è sia un centro balneabile, con spiagge di sabbia, turisti, sale giochi, negozi, molti ristoranti pub ed alberghi, sia località storica per il centro fatto di antiche case, vicoli, il porto peschereccio (nel passato di balenieri), i luoghi del romanzo di Stoker e quelli associati al Capitano Cook, figlio adottivo di Whitby, che qui imparò la vita marinara (per ricordare Cook c’è un museo, Captain Cook Memorial Museum, in Grape lane, sul West Pier, c’è un monumento che lo raffigura mentre scruta il mare).
Whitby è anche famosa per i suoi “Fish and Chips restaurant”, tra i più buoni di tutto il Regno Unito. Nei due giorni di permanenza, siamo stati in due ristoranti – Magpie Café, al n. 14 di West Pier e Trenchers, in New Quai Road – ed abbiamo gustato degli ottimi “fish and chips” insieme a qualche altro buon piatto di pesce (aringa affumicata accompagnata da marmellata di fragole, che smorza il sapore dell’affumicato, e granchio).
VENTITREESIMO GIORNO
Facciamo un’altra passeggiata lungo il sentiero in cima alla scogliera verso la Robin Hood’s Bay in direzione opposta rispetto a Whitby: circa dieci chilometri di spettacolari vedute sulla scogliera e sul mare che terminano in un incantevole villaggio che, nella parte più antica a ridosso del mare (Old Bay) fu di pescatori, marinai e contrabbandieri e oggi di turisti e bagnanti che approfittano della spiaggia creata dalla bassa marea fatta di sabbia bagnata, sassi e scogli. Old Bay è un labirinto di vicoli e passaggi lungo i quali ci sono un’infinità di invitanti tea room, pub, caffè e ristoranti.
Per il rientro a Whitby abbiamo optato per il bus, il numero 93 della linea Whibty Scarborough, che ferma in cima alla collina nella parte nuova del villaggio.
VENTIQUATTRESIMO GIORNO
Inizia il viaggio di ritorno verso Dover. La prima tappa è la bella Beverly. Siamo ancora nello Yorkshire (East Riding of Yorkshire) e la cittadina è soprattutto famosa per il suo magnifico duomo, il Beverly Minster, edificato a partire dal 1220, che presenta nella sua architettura i tre stili del gotico inglese: primitivo, decorato e perpendicolare. Di particolare interesse, nella navata settentrionale, noi abbiamo trovato i numerosi rilievi scolpiti in pietra di musicisti e strumenti musicali, folletti, demoni e figure grottesche; l’elaborato baldacchino vicino all’altare (Percy Canopy) e lo scranno della pace nel presbiterio. Bella anche la passeggiata nei vicoli attorno alla cattedrale per gli edifici georgiani e vittoriani che li fiancheggiano.
Segue Hull, sull’ampio estuario del fiume Humber, o meglio il suo acquario, TheDeep, in Tower Street, con tante spiegazioni sulla formazione degli oceani e sull’evoluzione della vita marina, con vasche, la più grande della quali è profonda 10 metri (si può salire e scendere con le scale o con un ascensore), con numerose specie di pesci ed ambienti marini.
Alla sera raggiungiamo Skegness. E’ la tipica località balneare: nonostante il clima, è invasa ogni anno da migliaia di vacanzieri inglese che si riversano sulla spiaggia o si divertono nei luna park, nelle numerose sale giochi, bingo oppure passeggiando sul lungomare gustando zucchero filato bianco, rosa o azzurro. Con le immancabili soste nei numerosi e odoranti “fish and chips shops” e nei numerosi pub o ristoranti.
Per la notte ci sistemiamo in un grande campeggio: “Country Meadows Holiday Park”, Anchor Lane, Ingoldmells, Skegness.
VENTICINQUESIMO GIORNO
Riprendiamo il viaggio: attraversiamo il Lincolnshire, una contea essenzialmente rurale e dal territorio piatto, con i campagna poco “inglese” (a volte ci sembra di percepire un forte odore di cavolo) ed arriviamo a Cambridge. Parcheggiamo il camper sulla strada dopo i Botanical Gardens.
Ci indirizziamo nel centro, gustiamo un ottimo cream tea da “Auntie’s Tea Shop” difronte alla Senate House dell’Università. Facciamo una breve passeggiata tra i College della Università: il fascino è sempre grande e la voglia di ritornarci come studente (feci un corso di perfezionamento di un mese al Trinity College molti anni fa) enorme.
Dopo Cambridge, ci fermiamo a Saffron Walden, il cui centro presenta belle case antiche (sopra a tutte il Sun Inn, trecentesco, in legno decorato), a graticcio, stretti vicoli, mentre passiamo la notte in parcheggio “pay and display” di Whitstable. Celebriamo la sera, l’ultima di questo viaggio sul suolo inglese, in un ottimo ristorante, il “Whitstable Oyster Company” (la cittadina è rinomata per il festival delle ostriche che viene organizzato nel mese di luglio) dove gustiamo uno squisito piatto di dodici ostriche e due magnifici e succulenti granchi (il Portland crab).
VENTISEIESIMO GIORNO
Facciamo una breve sosta a Canterbury con una passeggiata nel centro e l’ultimo cream tea. Arriviamo a Dover con un po’ di anticipo rispetto all’ora della prenotazione. Riusciamo a prendere il traghetto in partenza e alla sera, in Francia, ci fermiamo a Laon.
E’ un viaggio che coincide con il periodo pasquale di qualche anno fa: siamo nella seconda metà di aprile, percorriamo per gran parte la regione che dopo la riforma del 2014 è chiamata Occitania e, come spesso ci capita, nei nostri frequenti viaggi in Francia, troviamo idee per la visita nella guida della Michelin per camper (“Escapades en Camping-car”).
Primo giorno
Superiamo il confine molto presto la mattina: la nostra intenzione è di arrivare a Tolosa per la sera dopo aver visitato Arles, che raggiungiamo nella tarda mattinata. Lasciamo il camper nell’area di sosta lungo il Rodano (la città sorge sul ramo più grande del fiume, “Grand Rhone”) lungo il “Quai de la Gabelle”, vicina al centro storico.
Arles è una gran bella città dove si possono ammirare importanti siti romani, capolavori medioevali e luoghi emblematici legati alla vita e alle opere di Vincent Van Gogh. Iniziò a prosperare nel 49 a. C. quando Giulio Cesare, al quale aveva dato appoggio, sconfisse Marsiglia che invece si era schierata a favore del rivale Pompeo. Del periodo romano, la città conserva importanti vestigia: “Les Arenes”, ovvero un imponente anfiteatro, le Thermes de Costantin, in riva al fiume in rue du Grand Prieuré, il Theatre Antique, in rue de la Calade, tuttora in uso, il Cryptoporticus du Forum, in place de la Repubblique, antichi magazzini sotterranei ed una necropoli, ritratta anche da Van Gogh e Gauguin, una vasta necropoli. La romanica Eglise Saint-Trophime, con il suo splendido portale ed il Chiostro, rappresenta la vestigia medioevale più importante. Per il grande pittore fiammingo, sono d’obbligo le visite all’Espace Van Gogh, in place Felix Rey, l’ex ospedale dove il pittore fu medicato all’orecchio e la Fondation Vincent Van Gogh, al 24bis Rond Point des Arenes, che illustra l’influenza del pittore su alcuni artisti moderni quali Botero, Bacon, Hockney. E poi l’itinerario a piedi, l’opuscolo del quale è distribuito presso l’Ufficio del Turismo, in Esplanade Charles de Gaulle, www.tourisme.ville-arles.fr, che conduce il visitatore nei luoghi ritratti dal pittore nelle sue opere (ci sono anche dei cartelli con la riproduzione dell’opera).
L’Anfiteatro
Eglise Saint-Trophime
L’Ospedale
Arriviamo a Tolosa, il capoluogo dell’Occitania, che è quasi sera. La sistemazione che scegliamo è il campeggio “Le Rupe”, al 21 chemin du Pont de Rupe, a Tolouse Nord, accreditato ACSI, a circa 7 chilometri dal centro città. Il campeggio è però dotato di una navetta per raggiungere la stazione della metropolitana che porta nel centro storico.
Secondo giorno
La visita di Tolosa ci occupa l’intera giornata. La città è ricca di storia, è dinamica, giovanile (ha una popolazione studentesca superiore alle 100.000 persone), accogliente e dal color rosa grazie ai suoi splendidi edifici in mattoni (il colore si esalta nelle ore notturne quando la città è tutta illuminata: insomma un buon motivo per ritornarci!). Considerato il tempo a disposizione tralasciamo i musei e la Cité de l’Espace, alla periferia orientale, in av. Jean Gonord, www.cite-espace.com, che regala l’emozione di un viaggio virtuale nello spazio (Tolosa è sede di fiorenti industrie high-tech, la più fiorente è quella aerospaziale).
Iniziamo la visita da Place du Capitole, la piazza principale, su cui si affaccia il Municipio (il Capitole, appunto), con la splendida facciata lunga più di 100 metri, con i suoi marmi rosa, mentre nel lato occidentale, sulla volta delle arcate, spiccano i 29 dipinti della artista contemporaneo Raymond Moretti, dedicati alla storia della città. Ci inoltriamo poi nel Vieux Quartier, una fitta rete di vicoli e piazzette. La nostra visita ha poi incluso: la Basilica di Saint-Sernin, dalla nostra guida, “l’edificio romanico più grande e completo di tutta la Francia”, l’Ensemble Conventuel des Jacobins, con la splendida chiesa gotica, ed il chiostro, la Cattedrale Saint-Etienne, nell’omonima piazza, un insieme di stili diversi, Les Abattoirs, l’ex macello comunale in mattoni rossi, Le Chateau d’Eau, al numero 1 di place Laganne, con una bella esposizione fotografica. E mentre passeggiamo ammiriamo i numerosi hotel particuliers, le grandi dimore privati risalenti in larga parte al XVI° secolo, e tra queste l’Hoteld’Assezat, nell’omonima piazza.
Il Municipio
La basilica di Saint-Sernin
Hotel Assezat
Ensemble Conventuel des Jacobins – Interno
Ensemble Conventuel des Jacobins
Una piazza
Terzo giorno
Ci rimettiamo in viaggio, geograficamente siano nella zona di Tolosa, e tra colline e campi principalmente coltivati a vite arriviamo ad Albi, città antica di mattoni rossi. Visitiamo l’imponente cattedrale gotica di Sainte-Cecile, nell’omonima piazza, al centro del perimetro della città epistole, dal 2010 patrimonio mondiale dell’Unesco: dall’esterno più fortezza che chiesa (nel medioevo in Albi si sviluppò l’eresia albigese repressa nel sangue), ma quando si entra si rimane affascinati dagli affreschi che ne coprono l’intera superficie affrescabile, opere di artisti italiani. Assolutamente da non perdere sono quelli del Grand Choeur (Grande Coro), a cui si aggiungono 30 statue policrome scolpite nella pietra, ed il Giudizio Universale, dietro l’altar maggiore. Vicino alla cattedrale, si trova la chiesa collegiata di Saint-Salvi, con, al lato sud, un magnifico chiostro duecentesco.
La cattedrale di Sainte-Cecile
La cattedrale di Sainte-Cecile
Una delle statue policrome
Il chiostro
Alcune case
Una piazza
Ad Albi nacque Tolouse-Lautrec ed in città si trova un grande museo a lui dedicato e che molto apprezziamo: è in place Sainte Cecile, all’interno del Palais de la Berbie, www.musee-tolouse-lautrec.com, e contiene circa 500 opere che illustrano, in maniera esaustiva il percorso artistico del grande pittore.
La seconda tappa del giorno, sempre nel mezzo della campagna, è Montauban, una bastide, la seconda più antica di Francia, piuttosto grande, tutta a portici, con una bella piazza centrale, place Nationale, quadrangolare porticata, con pregevoli edifici in mattoni ed archi.
Alla sera ci fermiamo nell’area di sosta nel villaggio di St-Nicolas-de-la-Grave, in Bd Georges Brassens, bas de ville, GPS: E 1.02471 N 44.06379. Facciamo una piccola passeggiata serale e scopriamo qualche bella casa.
Quarto giorno
La prima tappa del giorno dopo è Moissac. Si trova sul cammino di Santiago di Compostela, come molte località della zona.Troviamo un buon parcheggio vicino al fiume, in prossimità di un hotel. E’ Pasqua e nella cittadina è giorno di mercato. Il tempo è inclemente: la pioggia cade intensamente e così ci rifugiamo in un bar. Chiediamo due cappuccini ed, ancora una volta, almeno per noi, trova conferma il fatto che i francesi non sono capaci di fare il cappuccino: in questo caso, ci viene servito caffellatte con un po’ di panna ed una spruzzata di cacao.
Durante la visita scopriamo che Moissac ha una bella chiesa dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco, con un bel portale terminato nel 1130 con un timpano che rappresenta la visione di san Giovanni dell’Apocalisse ed un chiostro con più di 100 delicate colonne che terminano con capitelli finemente scolpiti con scene della Bibbia, motivi floreali e figure umane purtroppo rovinate ai tempi della Rivoluzione francese.
La Chiesa – Ingresso
Il timpano
Il chiostro
Capitello
Capitello
Capitello
La seconda tappa è Agen, in Aquitania. Parcheggiamo alla stazione ferroviaria. Facciamo una bella passeggiata tra case medioevali in Rue Beauville, palazzi aristocratici, anche liberty, un po’ in rovina, e l’”esplanade Graviers”, con una bella vista sulla Garonne.
Le case medioevali
Eglise Notre-Dame du Bourg
Un palazzo
Percorrendo strade in mezzo alla campagna tra campi coltivati a cereali e ad alberi da frutto raggiungiamo Pujols, un piccolo villaggio medioevale, in cima ad una collina, e Grange-sur-Lot, con le sue coltivazioni di prugne. Qui visitiamo l’interessante Musée du pruneau, scopriamo tutte le possibili fasi di lavorazione e di commercializzazione del frutto e gli utensili ed oggetti vari per la sua lavorazione. Molto belli gli acquisti che facciamo al museo: due scatole in latta rifatte sugli originali di inizio XX° secolo e strutture in legno originali che venivano usati per far seccare i frutti.
Una piazza di Pujols
Il museo a Grande-sur- Lot
Antichi contenitori di prugne
Sempre percorrendo strade di campagna raggiungiamo Sarrant, nel dipartimento del Gers, città medioevale, a struttura circolare, con case in graticcio. Trascorriamo una notta tranquilla nella piazza del villaggio lungo la strada.
Sarrant
Sarrant
Sarrant
Quinto giorno
La mattina la dedichiamo alla visita del mercato delle pulci a Mondoville: in tutti i nostri viaggi – e sono tanti – non sono mai mancati i marchés aux puces o meglio i vide-greniers insomma i mercatini dell’usato e gli oggetti, come nel caso di quelli comprati a Mondoville, sono finiti in casa oppure sul nostro banco quando anche noi partecipiamo ad un mercato dell’usato nella zona in cui abitiamo.
Nel pomeriggio raggiungiamo Gaillac, nei Midi-Pyrénées. E’ una cittadina medievale con qualche bella casa in mattoni o a graticcio e l’antica abbazia di Saint-Michel. Gaillac è al centro di un territorio a vocazione vinicola così andiamo alla Maison des Vins de Gaillac – Caveau St-Michel, difianco all’abbazia, www.vins-gaillac.com, dove compriamo del buon vino del territorio.
Lasciamo Gaillac: la campagna è molto bella, a tratti ci ricorda quella della nostra Toscana, senza però gli ulivi. Visitiamo St Antonin-Noble-Val, bella ed uniforme nella sua dimensione medioevale. Alla sera sostiamo nella accogliente area di sosta di Cordes-sur-Ciel: “Aires des Tuileries”, Parking Les Tuileires, GPS: E 1.95802, N. 44.06453.
St Antonin-Noble-Val
St Antonin-Noble-Val Hotel de Ville
St Antonin-Noble-Val
Sesto giorno
Dedichiamo la giornata alla visite delle bastide di cui la zona è particolarmente ricca. Come la bella Mantauban visitata nel terzo giorno del viaggio, sono “… centri di nuova fondazione costruiti in Francia tra la prima metà del sec. 13° (1220 ca.) e la seconda metà del sec. 14° (1370 ca.). Si tratta di alcune centinaia di insediamenti, in prevalenza di piccola o media dimensione, fondati su iniziativa dei re francesi e inglesi, di abbazie o di signori feudali e costituenti nel complesso, per i caratteri di originale e spiccata regolarità di impianto, il più omogeneo e rilevante gruppo di città nuove medievali…” (citato dall’Enciclopedia Treccani).
La bella Cortes è una delle più antiche essendo stata costruita nel 1222. Il paese è posto sopra un colle: bella la vista sulla valle del Cérou che si ha dalla sommità dei bastioni. Percorriamo a piedi i suoi vicoli lastricati e, nella parte alta, restiamo affascinati dal suo patrimonio gotico (tutte le fasi – il primitivo, il radiante ed il fiammeggiante – sono rappresentate) che trova espressione nelle porte fortificate, nei bastioni e nelle facciate scolpite degli edifici (è nota come la “cité aux cent ogives” per la grande quantità di edifici civili in stile gotico). Tra questi: la “casa del Gran Falconiere” (“Grand Fauconnier”; grande è l’omonima festa che viene organizzata nel mese di luglio per ricordare la fondazione del paese), la “casa del Gran Scudiero”, la “casa del Guardiacaccia”, famosa per la sua scena di caccia scolpita, e la “Maison Prunet”, che ospita il “Museo delle Arti dello Zucchero e del Cioccolato”, creato dal Miglior Artigiano di Francia, Yves Thuriès. Nei vicoli molte sono le gallerie e le botteghe di artigiani e così non possiamo non comprare qualche dolce e soprattutto dell’ottimo cioccolato.
Una via lastricata di Cortes
Case a graticcio a Cortes
La casa del Gran Falconiere
Le altre tappe della giornata sono: Bruniquel, anch’essa posta alla sommità di una costa rocciosa, è tra i più bei borghi di Francia, con numerosi e begli edifici medioevali; Puycelsi e Castelnau-de-Montmiral, dalla bella piazza centrale con gli archi ad ogiva e la chiesa che conserva la croce di Montmiral, un reliquiario decorato con qualche centinaio di pietre preziose.
Bruniquel
Bruniquel
Puycelsi -Chiesetta sulle mura
Puycelsi – Le mura
La piazza di Castelnau
Castelnau
Con il paesaggio che lentamente cambia (alla roccia delle bastide fanno seguito morbide colline), raggiungiamo l’area di sosta di Gimont, “Centrum”, in Avenue de Cahuzac: è in prossimità di un lago, ma anche delle strada che è piuttosto trafficata, e abbastanza vicino al centro (circa 600 metri).
Settimo giorno
Alla mattina ci indirizziamo verso il mercato di Gimont perché avevamo letto che è famoso per il fois gras. Ma ci ritroviamo in un mercato di frutta e verdura e ci dicono, quello del pois gras è terminato nel mese di marzo. Non ci rimane che visitare il paese, che però non troviamo interessante.
Ci spostiamo con il camper ad Auch e troviamo parcheggio nell’”Aire de Camping-Cars de L’Ile Saint-Martin”, in rue du General de Gaule. A piedi raggiungiamo la parte alta della cittadina in cui si trovano tutti i siti turistici con i ristoranti ed i negozi. E’ la cattedrale di Sainte-Marie che attira la nostra attenzione: sito Unesco, l’esterno è un insieme di stili che unisce il gotico al rinascimentale italiano, l’interno presenta magnifiche vetrate ed un capolavoro: il coro. Scendiamo dall’EscalierMonumental verso il fiume Gers: più di 200 gradini che terminano con la statua di d’Artagnan.
La cattedrale
Una sezione delle vetrate
Un particolare del coro
Decidiamo di pranzare a “La Table d’Oste”, al n. 7 di rue Lamartine, www.table-oste-restaurant.com, in pieno centro storico. Ci accomodiamo nel piccolo dehors e scegliamo piatti del territorio guascone: per antipasto, ”una sinfonia di fois gras”, ovvero fois gras leggermente cotto, con pane alle prugne, sale grosso e peperoncino, mentre i due piatti principali sono stati “maigret de canard” crudo e cotto e il “piccolo hamburger” guascone, dove un pezzo di fois gras fresco, leggermente cotto, è posto tra due grandi fette di petto di anatra. Una abbondante porzione di formaggio, un dolce di mele all’armangnac e due bicchieri di vino - bianco aromatico per il fois gras, rosso tannico per l’”hamburger” – hanno completato un ottimo pranzo.
Dopo Auch, in direzione Condom, a nord di Valence-sur-Baise, visitiamo l’abbazia cistercense di Flaran, per la nostra guida “la più graziosa della Francia sud-occidentale. Molto interessanti sono la Sala capitolare, con le sue colonne di marmo colorato, il refettorio (bella la finestra a tripla arcata), le celle dei monaci, il chiostro ed il dormitorio, che ospita mostre d’arte e che durante la nostra visita è occupato da una collezione con opere di Dalì, Toulouse Lautrec, Monet e altri grandi pittori.
A seguire Condom. Visitiamo la cattedrale Saint-Pierre, nell’omonima piazza, con un bel coro e soprattutto un magnifico chiostro, una delle tappe francesi del Cammino per Santiago di Compostela.
Abbazia di Flaran
Abbazia di Flaran
Condom – La cattedrale Saint-Pierre
Troviamo una bella area di sosta fuori Condom sulla D930, a Larroque-sur-l’Osse, in una fattoria (“Ferme de Parette”): tra un cane impiccione ma simpatico, rane, e scorci della bella campagna della regione passiamo la sera ed una notte tranquilla.
Ottavogiorno
La prima tappa è Fourcès sulla D29: un’altra bastide, in questo caso a struttura circolare, con molte case a graticcio: incantevole. Nell’enoteca del villaggio, compriamo del buon vino rosso della Guascogna. Da ricordare che il villaggio ha una bella area di sosta dove è possibile passare la notte.
Fourcès
Fourcès
Fourcès
Lasciato il villaggio attraversiamo il territorio dove si producono l’armagnac ed i vini della Guascogna: filari di viti si susseguono a vista d’occhio: è davvero un bel panorama.
Raggiungiamo Larressingle sulla D507, classificata come la “plus petite cité fortifiée de la France”. Ed è proprio così, solo che ora deve fronteggiare la quantità di turisti e pellegrini sulla strada di Santiago di Compostela che la visitano. Tutto il complesso è stato restaurato: il ponticciolo in pietra e la porta fortificata che danno accesso al villaggio, la cerchia di mura originali in gran parte intatte, i resti del torrione castellare (il paese è stato l’antica residenza dei vescovi di Condom), la chiesa romanica di Saint-Sigismond, le belle case rendono la visita molto suggestiva. C’è anche un museo delle cere dedicato alla vita medioevale (La Halte auxPelérins) e per chi è interessato alle armi, all’esterno delle mura, c’è la Cité des Machines du Moyen Age.
Larressingle
Larressingle
Larressingle
Lasciamo il villaggio ed il paesaggio cambia: ora ci sono morbide colline ed il terreno è coltivato a cereali. Giungiamo a La Romieu. Numerose sono le case in pietra ma è soprattutto la bella Collegiale che attira la nostra attenzione (Collégiale Saint-Pierre): ha due torri (da quella ottagonale, dopo la salita di più di cento gradini, si ha una bella vista sulla campagna circostante), un bel chiostro gotico con un gradevole giardino; all’interno, in sagrestia, si possono ammirare affreschi medioevali originali con angeli caduti, personaggi biblici e simboli esoterici. La Collegiale è classificata Patrimonio Mondiale da parte dell’Unesco.
La Collegiale
Veduta del chiostro
Parte degli affreschi
Nella piazza centrale del villaggio ci siamo fermati per il pranzo e mentre ci gustavano il piatto del giorno il nostro sguardo è caduto sulle case di pietra che la contornano: tutte hanno delle graziose sculture di gatti! Sono opera di uno sculture del luogo – Maurice Serrau – e dedicati a quei gatti che la leggenda narra hanno salvato il villaggio durante una lontana carestia (1338): una bambina di nome Angeline, una amante dei gatti, considerato che stavano scomparendo perché erano l’unico cibo a disposizione degli abitanti, decise di salvarne due (un gatto ed una gatta) che divennero poi venti e si moltiplicarono sempre più così da essere di grande aiuto agli abitanti perché nel frattempo il villaggio, vista la mancanza dei felini, si era riempito di topi che vennero scacciati dai gatti salvati dalla lungimirante Angeline.
La Romieu – La piazza
La Romieu – Una delle sculture
Altro importante sito sono “Les Jardins de Coursiana” (noi abbiamo acquistato un unico biglietto per la visita della Collegiale ed i giardini). I giardini sono opera di un ingegnere agricolo del luogo e comprendono più di 700 alberi e piante rare, tutte minuziosamente etichettare, raccolte in tre sezioni: giardino botanico all’inglese, giardino delle erbe aromatiche e nell’orto.
Alla sera raggiungiamo l’Aire de Cahors, in Chemin de la Chartreuse, prè du Port Louis-Philippe, E 1.4415, N 44.4401.
Nono giorno
Visitiamo Cahors. La città è famosa soprattutto per il ponte, Pont Valentré, sicuramente uno dei ponti medioevali più belli di Francia, classificato come patrimonio mondiale da parte dell’Unesco. Si trova nella parte occidentale, venne progettato come parte del sistema difensivo della città, è composto da sei campate e tre alte torri, due delle quali hanno dei parapetti aggettanti da cui si potevano lanciare proiettili agli assalitori. Interessante è anche la chiesa romanica di Sant-Etienne per la grande navata sormontata da due larghe cupole e per il chiostro in stile gotico fiammeggiante. Abbiamo passeggiato nel quartiere medioevale: edifici dai colori pastello ornano piccole piazze, numerosi sono i vicoli e i cul-de-sac, tanti i negozi bar e ristoranti. E qui abbiamo trovato una ottima fromagerie dove abbiamo acquistato del formaggio di capra (preferiamo questo tipo di formaggio e quando siamo in Francia ci piace fare dei confronti con quello prodotto nel nostro paese, ma non vi diciamo chi per noi vince) ed in una enoteca un ottimo vino prodotto dal locale liceo vinicolo.
Pont Valentré
Pont Valentré
Un negozio del centro storico
Continuiamo il viaggio in direzione Millau: attraversiamo la provincia del Quercy ed il dipartimento dell’l’Aveyron: dapprima il paesaggio è brullo (parco regionale DesCausses du Quercy), poi fanno seguito le morbide colline francesi: la natura fa da padrona, tante sono le possibilità per gli escursionisti, mentre l’agricoltura, la viticoltura e l’allevamento sono le principali attività (rinomato l’allevamento dell’agnello, l’agnello del Quercy, che proviene da una razza rustica, conosciuto da circa tre secoli per la sua carta tenera e dal gusto delicato).
Arriviamo a Millau, troviamo una bella area di sosta: Aire Camping-car du Millau, in rue de la Saunerie, GPS E 3.08599 N 44.0959.
Facciamo una breve sosta: passeggiamo nella città vecchia con l’interessante piazza Marechal-Foch ed il beffroi in rue Droite: un campanile con una base quadrata risalente al XII° secolo e che termina con una torre ottagonale del XVII° secolo da cui si ha una bella vista d’insieme della città. Da ricordare che la città è celebre per il suo avveniristico ponte strallato che attraversa l’ampia valle del Tar.
Lasciata Millau ci spostiamo nelle gorges du Tarn: la strada è talvolta piuttosto stretta, siamo però nel mezzo della gola percorsa dal fiume Tarn ed impressionano le pareti rocciose a strapiombo sul fiume. Ci sono luoghi unici come il ponte medievale di Quezac ed il piccolo villaggio di Saint Enimie, proprio al centro della gorge. Vediamo una bella area di sosta lungo il fiume e decidiamo di fermarci.
Il borgo è abbarbicato sulle colline, è medioevale, ha stradine lastricate su cui si affacciano case in pietra calcarea, ha una chiesa romanica (Notre-Dame-du-Gourg), resti di un monastero benedettino, ottima base per visitare la zona: non è un caso che infatti è incluso nella elenco dei più bei borghi di Francia. C’è anche una leggenda legata al borgo che spiega anche il suo nome: la leggenda narra che la principessa merovingia Enimie, bella ma di salute cagionevole, nel VI° secolo qui giunse per abbeverarsi alla fonte che la guarì. In questo luogo dovette però ritornare a seguito della ricomparsa della malattia e stabilirsi definitivamente (e per chi vuole fare una bella scarpinata in tre/quattro ore, andata e ritorno, si può visitare l’eremo in cui la principessa visse).
Veduta delle Gorges
Saint Enimie
Saint Enimie
La giornata si conclude a Mende, nella comoda area di sosta dove passiamo la notte (Aire Camping-Car Park, Aérodrome de Mende – Brenoux).
Decimo giorno
Visitiamo Mende. Il centro storico è di forma ovale, medioevale, ha una interessante cattedrale, con una architettura un po’ disomogenea nella facciata esterna. È giorno di mercato: da due venditori compriamo del buon pane alle noci e una porzione di aligot (un composto di patate e formaggio fresco vaccino). E, per concludere, da un traitor, delle cosce di anatra all’arancia.
Mende – La Cattedrale
Mende – Il centro storico
Mende – Il centro storico
Dopo Mende inizia il viaggio di ritorno in Italia. Bellissimo soprattutto all’inizio quando attraversiamo il parco nazionale dell’Ardeche: un altopiano dove crescono spontanee le giunchiglie ed i crocus. Facciamo tappa a Lamastre. Dopo un frugale pasto nella piazza centrale, scopriamo un negozio di cose usate. Ha un piccolo contenitore con dei vinili: il collezionista aguzza l’occhio e scopre due possibili chicche: un’edizione francese de “Il nostro concerto” di Umberto Bindi ed un disco di Dalida (lato A “Ciao amore ciao” del grande Luigi Tenco in francese) che potranno fare bella mostra di sé (e magari procurarci qualche guadagno) sul nostro banco del mercatino dell’usato, mentre la mia raccolta personale si arricchisce di qualche 33 giri.
Il viaggio continua verso Grenoble. Lungo la strada vediamo una grande quantità di piante di noci, le famosi e buone noci di Grenoble. Passiamo il Frejus e siamo in Italia.
E’ stato il nostro terzo viaggio (il secondo lo potete leggere nel nostro blog) e l’itinerario è stato costruito tenendo in considerazione quello dei precedenti perché siamo andati un po’ alla ricerca di ricordi ed un po’ alla scoperta di nuovi territori di questo bel paese.
Era un sabato di luglio quando raggiungemmo Amsterdam. Per quattro notti abbiamo soggiornato al campeggio “Zeeburg”, in Zuider Ijdijk 20, GPS: 52°21’54.50 N / 4°57’34.00 E. Il campeggio è grande, piuttosto affollato, facilmente raggiungibile dalla tangenziale, un po’ umido data la presenza di molta acqua attorno, ben collegato al centro di Amsterdam (il tram che fa capolinea alla stazione centrale è a solo 10 minuti circa a piedi) e con piste ciclabili nei dintorni.
Abbiamo dedicato la domenica alla visita del mercatino delle pulci Vlooienmarkt, ad Amsterdam-Nord, nella ex area industriale di NDSM (l’indirizzo esatto è: IJ-Hallen T.T. Neveritaweg 15 1033 WB Amsterdam-Noordper; il loro sito: http://www.ijhallen.nl), a detta loro, con un po’ troppo di enfasi, “the biggest and the most unique flea market in Europe”. In effetti, al costo di ingresso di 5 euro, si possono fare grandi affari girando tra le centinaia e centinaia di bancarelle (potete trovare abbigliamento usato, vinili cd dvd, oggetti di vario genere vintage e non), gustare birra e mangiare salsicce in vari posti di ristoro, (da segnalare il pub all’interno di una serra ed il piccolo bar su una spiaggetta, dal quale si può avere una bella vista sui dock e sulla stazione centrale di Amsterdam), tra giovani e non, artisti alternativi, molti hippies, alcuni nudisti, quasi tutti ancorati agli anni ’60, locali e turisti in cerca dell’affare.
Raggiungere il mercatino, che è aperto dalle 9 fino alle 16,30, è piuttosto facile: bisogna andare sul retro della stazione centrale di Amsterdam dove c’è il molo dal quale partono i traghetti (gratuiti) che arrivano ad Amsterdam Noord. Il traghetto è il numero 906 (quello più a sinistra), ne parte uno ogni 30 minuti. Una volta scesi dal traghetto si è praticamente arrivati: vedrete, sulla vostra destra, il capannone principale di NDSM (i cantieri navali in disuso), il Vlooienmarkt si svolge li’. Una alternativa sono i bus che partono sempre dalla stazione centrale: il 35 (scendete alla fermata Ataturk) o il 91 e il 94 (scendete alla fermata Klaprozenweg). Dalle fermate dei bus al Vlooienmarkt ci sono 5 minuti di strada a piedi.
Cartello di benvenuto per le imbarcazioni
Il giorno dopo abbiamo lasciato il campeggio di buonora ed in bicicletta abbiamo fatto un itinerario nel Waterland, a nord di Amsterdam. Per esplorare la zona abbiamo seguito la “Waterland Route”, un itinerario ciclabile ben segnalato che attraversa le zone più belle di questa campagna senza tempo e che tocca alcuni paesi molto caratteristici, come Marken, Volendam, Monnickendam, e Broek in Waterland. La route è lunga circa 40 chilometri, che diventano più di 50 se si vuol visitare Marken e Volendam (ma Volendam, come noi abbiamo fatto, può essere raggiunta in traghetto), è alla portata di tutti, sempre in piano e quasi mai incrocia mai le strade delle auto. Le cartine si trovano in qualsiasi ufficio turistico di Amsterdam e dei paesi limitrofi.
Broek in Waterland è al centro della regione e lo ricordiamo per le sue abitazioni dal colore di grigio (Broeker gris, usato dai pittori, tra cui Monet, per fissare sulla tela le loro impressioni dei paesaggi della zona) e per la chiesa con la sua bella vetrata istoriata. A Monnickendam, fondata dai monaci benedettini nel XIV° secolo, fiorente nel passato per l’industria ittica, come molti dei turisti presenti, siamo attratti dai numerosi vecchi pescherecci, dalle facciate delle abitazioni lungo i vicoli con le loro pitture murali che narrano storie del passato, dalla “Speeltoren”, la torre dell’orologio, elegante, con l’immancabile carillon, dalla gotica chiesa e dalla pesa pubblica. Marken, collegata alla terraferma da una suggestiva strada rialzata, si presenta ancora oggi come un villaggio di pescatori, con le case incatramate e su palafitte. Volendam, infine, è certamente pittoresca con le sue case in legno, ma molto turistica nella zona del porto, con un’infilata di negozi di souvenir, bancarelle di pesce e gabbiani curiosi e molto ingordi.
L’inizio del percorso
La pista ciclabile (a destra)
Marken – Veduta della chiesa
Marken . Le case sul porto
Monnickendam – La Speeltoren
Una via di Volendam
Un giorno intero l’abbiamo dedicato alla visita di Amsterdam. Senza una meta precisa (eccezion fatta per i famosi negozi di vinili: per i gusti musicali di chi scrive soprattutto “Concerto”, in Utrechtsestraat 52-60, ma anche “Waxwell Records” in Gasthuismolensteeg 6, “Distortion Records”, in Westerstraat 244), ci siamo abbandonati al piacere di camminare nel centro medioevale, lungo i canali, i caffè, gli edifici storici e l’affascinante quartiere Jordann, una volta roccaforte della classe operaia ora molto stiloso con i suoi bar, gallerie d’arte e negozi di tendenza.
Il giorno successivo, con il treno, ci siamo spostati ad Haarlem. Il motivo: Haarlem è la tipica cittadina olandese, che con tranquillità si può visitare in un giorno camminando con calma lunghe le strade acciottolate sulle quali si affacciano case dalla tipica architettura o che costeggiano i canali (nel caso di Haarlem: uno), sostare nella grande piazza centrale ed apprezzare il municipio risalente al Medioevo, e la chiesa gotica, dedicare qualche ora ad una visita museale (il nostro consiglio è il “Frans Hals Museum”, http://www.franshalsmuseum.nl,in Groot Heiligland 62, perché dedicato alla pittura olandese), indulgere in qualche caffè elegante dove gustare del buon caffè e deliziosi dolci.
La piazza centrale con il Municpio
Il campanile della chiesa
Case tipiche
Lasciata Amsterdam, abbiamo visitato Leida (Leiden), sede della più antica università olandese (Descartes fu qui studente), città natale di Rembrandt, e, a pieno titolo, una tra le grandi città storiche dei Paesi Bassi. La nostra visita si è concentrata nella città vecchia, nella zona attorno alla Pieterskerk, facilmente riconoscibile per la sua alta torre campanaria, e nel quartiere degli antichi canali navigabili.
Pieterskerk
I canali
I canali
Alla sera ci siamo spostati nel campeggio, “Duinhorst”, in Buurtweg 135, 2244 BH Wassenaar (sito anche in italiano all’indirizzo http://www.duinhorst.nl): immerso nel verde, è grande e ben servito.
Il giorno dopo, dal campeggio, abbiamo raggiunto il centro della capitale (Den Haag o, in modo ufficiale, ’S-Gravenhage) in bicicletta. Avevamo già visitato la città e pertanto, dopo aver lasciato le biciclette in un parcheggio in prossimità degli edifici del parlamento, come di solito facciamo in situazioni di questo genere, abbiamo passeggiato senza una meta precisa nelle due zone di grande attrazione ovvero il Binnenhof (gli edifici del parlamento) e quella attorno alle Grote Kerk ed il Municipio vecchio. Da ricordare che l’Ufficio del Turismo dispone di ottime cartine, in lingua inglese, per delle visite a tema sia a piedi che in bicicletta (www.scheveningendenhaag.com, Spui 68, all’interno del Municipio nuovo). Nel pomeriggio, sempre in bicicletta ed inseguendo ricordi, ci siamo spostati al mare, a Scheveningen, lunga spiaggia di sabbia, con un’infilata di ristoranti, alberghi, caffè dal dubbio gusto architettonico sul litorale, che però attrae tanti visitatori.
Il giorno dopo, lasciate le biciclette nel parcheggio custodito della stazione, prendiamo il treno per visitare Rotterdam. La città ci lascia stupefatti perché ci comunica tutta l’energia di un luogo in perenne evoluzione, per la sua modernità architettonica che tutto include (anche la statua di un Babbo Natale/Paul McCarthy con vibratore nel centro dello shopping cittadino!), perché conserva tracce del suo passato come l’Oude haven e soprattutto il Delfshaven, sopravvissuto alla distruzione bellica, quando Rotterdam era il porto della vicina Delft e da cui i Padri (e le Madri) Pellegrini tentarono di salpare verso il Nuovo Mondo (nella Oude Kerk recitarono le loro ultime preghiere prima della partenza), ora una delle zone più affascinanti per il visitatore (noi abbiamo trovato un utile opuscolo in Voorstraat, al Delfshaven Info), tra testimonianze del passato e ristoranti etnici e locali alla moda.
Durante la nostra permanenza non visitiamo alcun museo: è da segnalare, però, che Rotterdam offre tante possibilità: tra queste, per la pittura olandese ma non solo, il “Museum Boijmans van Beuningen”, http://www.boijmans.nl, in Museumpark,18-20, è sicuramente un sito da non perdere.
Anche se tagliata in due da un canale navigabile ed attraversata da una serie di tunnel e ponti, Rotterdam può essere visitata a piedi: così noi abbiamo fatto, tralasciando i musei, per l’intera giornata, seguendo l’itinerario proposto dalla nostra fedele guida “Lonely Planet”. Tante informazioni per la visita possono comunque essere raccolte presso l’Ufficio del Turismo, all’interno della stazione centrale (https://en.rotterdam.info, in lingua inglese).
Rotterdam – Alcuni nuovi edifici vicino alla stazione centrale
Rotterdam – Nuovi edifici vicino alla stazione centrale
Un graffito di Rotterdam
Veduta del Delfshaven con uno scorcio della chiesa sulla sinistra
IL Complesso edilizio di Overblaak – case a cubo di Piet Blom (primo anni ’80)
L’Oude Haven con, sullo sfondo, l’Overblaak
La tappa successiva del nostro viaggio è stata il Parco Nazionale De Hoge Veluwe. E’ il più grande d’Olanda ed è caratterizzato da zone acquitrinose, dune di sabbia e boschi. Il parco fu acquistato nel 1914 da Anton and Helene Kroller-Muller: Anton perché interessato ad un nuovo territorio di caccia, Helene invece era alla ricerca di un posto dove costruire un museo. Il territorio diventò statale nel 1930, mentre nel 1938 venne inaugurato il museo con una meravigliosa ed inestimabile raccolta d’arte soprattutto grazie alle numerose opere di Van Gogh: senza considerare eventuali mostre temporanee, il museo accoglie quasi 90 opere e circa 180 disegni del grande pittore. Le tele sono esposte in senso cronologico così che il visitatore può ammirare l’evolversi della sua pittura. A ragione, il museo può competere con quello di Amsterdam dedicato al grande pittore e può essere considerato tra i più importanti in Europa in quanto raccoglie opere anche di altri importanti pittori come Picasso, Mondriaan, Seurat, Monet, Manet, Renoir, Sisley, Bruyin il Vecchio e molti altri. Senza contare le sculture contenute nella specifica sezione all’interno del museo ed installate nel giardino (circa 160 nel giardino e tra queste ci sono opere di Rodin e Moore).
L’indirizzo del museo è Houtkampweg 6 ,6731 AW Otterlo, e può essere raggiunto dalle tre entrate del parco: Otterlo (a circa 2,5 km), Hoenderloo (a circa 4 km) e Schaarsbergen (a circa 10 km). Si può anche lasciare il camper all’esterno del parco e raggiungere il museo a piedi o in bicicletta (le biciclette sono all’ingresso del parco, di colore bianco e gratuite). Poiché il museo è all’interno del parco, si deve pagare anche il biglietto dell’ingresso al parco: per l’acquisto e per ogni informazione si può consultare il sito web del museo: “https://krollermuller.nl” (anche in italiano). Noi siamo entrati nel parco ed abbiamo lasciato il camper nell’ampio parcheggio all’esterno del museo.
La statua di Anton Kroller
Un’installazione nel parco del museo
Un ritratto di Van Gogh
Lasciato il museo ci siamo indirizzati al campeggio “Rust En Natuur Camping Beek EnHei”, in Heideweg 4, 6731 SN Otterlo, dove abbiamo trascorso due notti.
Abbiamo dedicato la giornata successiva alla visita in bicicletta del parco: numerosi sono i percorsi, tutti ben segnalati e forse la parte più interessante è quella che si trova a sud del museo chiamata “Wildbaan”. Abbiamo anche visitato il Centro Visitatori, costruito proprio nel centro del parco ed utilissimo per la sua conoscenza, perché, nelle sue sale, fornisce una dettagliata informazione della flora e della fauna.
Deventer è stata la successiva tappa del viaggio. Antica città anseatica, offre un centro molto suggestivo che si irradia dalla piazza principale (“Brink”) con una suggestiva pesa pubblica (“Waag”), un bel quartiere di piccole case addossate le une alle altre (“Berkwatier”) e strade acciottolate, una chiesa gotica (“Grote of Lebuinuskerk”) con una alta torre campanaria dalla quale si ha una bella veduta della città ed un’altra chiesa dalle inconfondibili torri romaniche (“Bergkerk”) con però molti elementi gotici.
Il giorno dopo abbiamo visitato un’altra città della Lega Anseatica, Kampen: il centro storico, tra i meglio conservati dei Paesi Bassi, presenta, a detta della nostra fidata “Lonely Planet”, “ben 500 monumenti medievali, tra abitazioni, porte e torri”. Visitarla è molto facile perché è piccola, si sviluppa parallelamente al fiume Ijseel e la maggior parte degli importanti siti si trova in Ouderstraat: tra questi, l’inclinata torre “NieuweToren”, l’”Oude Raadhuis” (il vecchio municipio), la “Gotische Huis”.
La Nieuwe Toren
Il vecchio Municipio
La porta “Broderpoort”
Lasciata la cittadina, ci siamo indirizzati in uno dei numerosi campeggi della zona attorno a Zwolle dove abbiamo trascorso 3 notti: “Molecaten Park De Agnietenberg, https://www.molecaten.nl., accreditato ACSI, in Haersterveerweg 27, Zwolle.
Buona parte della giornata successiva l’abbiamo dedicata alla visita di Zwolle. E’ il centro principale della zona e nel passato (secoli XIV° e XV°) era il porto mercantile più importante della Lega Anseatica. Da non perdere nella visita alla città: l’”Oude Vismarkt”, con la “Grote Kerk” e lo “Stadhuis”, la “Onze Lieve Vrouwetoren”, l’originale “Sassenpoort” ed i musei “De Fundatie” (pinacoteca sita nel vecchio palazzo di giustizia) e “Stedelijk Museum Zwolle” (con reperti dei tempi della Lega Anseatica).
Veduta di un canale
La “Onze Lieve Vrouwetoren”
Una vecchia porta – Sassenport
Abbiamo trascorso un’intera giornata per visitare la zona in bicicletta. Il percorso si è snodato nel mezzo della campagna tra animali, pittoresche fattorie, corsi d’acqua. E qualche punto di ristoro: indimenticabile una piccola casetta in legno con una piccola cucina dove poter cucinare delle uova o gustare una bibita o un caffè e tè lasciando in un raccoglitore gli euro della spesa. Abbiamo raggiunto l’incantevole Elburg: il suo centro è piccolo, dalla forma quadrata, con molti ristoranti bar e negozi, e risale al XVI° secolo. Una volta superata la “Vischpoort”, si accede al vecchio porto, ora occupato da numerosi pescherecci ed imbarcazioni di diporto. In una pescheria abbiamo acquistato delle leccornie affumicate (anguille) e, negli occhi i colori della campagna, abbiamo fatto ritorno al campeggio.
La campagna
Il punto di ristoro
Una fattoria
Elburg – Una porta
Elburg – Il porto
Una via in fiore di Elburg
Giethoorn è stata la visita del giorno dopo. Soprannominata la “Venezia d’Olanda”, questa cittadina fu praticamente costruita sull’acqua: è priva di strade (i parcheggi sono al suo esterno) ed attraversata da canali, ponti, passaggi pedonali e piste ciclabili: davvero molto suggestiva, ma purtroppo, nel periodo estivo, molto affollata.
Terminata la visita ci siamo spostati a nord in Frisia ed abbiamo raggiunto, alla ricerca anche di ricordi di un precedente viaggio in questa terra, Hindeloopen, dove abbiamo soggiornato per quattro notti nel bel campeggio prospiciente la spiaggia “Hindeloopen”, in Westerdijk 9, https://www.campinghindeloopen.nl.
Il villaggio (per la nostra guida abitato da 920 persone) è una enclave di pescatori e vuoi per questo, vuoi per la spiaggia ed il mare (paradiso per gli amanti del windsurf che però non fa per noi), vuoi perché un (breve) percorso in bicicletta fa sempre bene, il nostro primo giorno è stato di completo relax e termina nel ristorante “de 3 Haringhjes”, in Buren 37/39, https://de3harinkjes.nl, con una bella vista sul mare e con ottimi piatti di pesce.
La spiaggia
Il porto
Veduta
Harlingen è la destinazione del giorno dopo. E’ uno degli antichi porti della Frisia e conserva, diversamente dagli altri, l’accesso diretto al mare. Il suo centro visitabile a piedi, è tutelato e, per questo, caratterizzato da begli edifici del passato (XVI° e XVIII° secolo). Molti sono i canali e i ponti levatoi; da non mancare la strada “Voorstraat”.
Durante il tragitto di rientro al campeggio, abbiamo fatto due brevi soste nelle due cittadine costiere a nord di Hindeloopen: Makkum e Workum. E quando ci siamo avvicinati a Hindeloopen ancora siamo rimasti sorpresi dall’improvviso apparire degli alberi delle navi ancorate nel porto quando con il camper stavamo percorrendo strade in mezzo ai campi coltivati a granoturco o in cui stazionano greggi di pecore e mucche.
Leeuwarden è il capoluogo della Frisia. Il centro è abbastanza raccolto, facilmente visitabile a piedi: c’è una vasta piazza centrale (“Zaailand”), una piazza con una piccola ed interessante pesa pubblica per il burro ed altri merci (“Waag”, “Waagplein”), una torre pendente (“Oldehove”) sulla cui cima si può godere di un bel paesaggio. Una curiosità: a Leeuwarden nacque Gertrud Margarete Zelle, più conosciuta con il nome di Mata Hari: la città la ricorda con una statua posta su di un ponte vicino alla casa natale in Over de Kelders 33. Nelle nostra visita abbiamo molto apprezzato il bel museo di ceramiche “Princessehof Museum”, in Grote Kerkstraat 1, https://www.princessehof.nl: è in una residenza del XVII° secolo, si fregia del titolo di museo ufficiale olandese di ceramica e per la nostra guida “raccoglie la più vasta collezione di piastrelle esistente al mondo, un’impareggiabile raccolta di maioliche di Delft”, numerose splendide ceramiche giapponesi, cinesi e vietnamite.
La torre pendente
La pesa pubblica
Veduta di un canale con la chiesa neogotica di San Bonifacio
Il giorno dopo abbiamo iniziato il tragitto di rientro in Italia. Decidiamo di risalire un po’ a nord per percorrere la strada lungo la diga Afsluitdijk (E22), lunga 32 chilometri e costruita tra il 1927 e il 1933, che fu uno degli elementi più importanti delle opere volte al recupero dello Zuiderzee, l’ex Mare del Sud, che collega le due province della Frisia e l’Olanda Settentrionale. Quando l’attraversiamo è mattina presto, c’è un po’ di foschia, ma il mare, l’imponenza della costruzione e dell’intervento dell’uomo sulla natura lasciano il segno.
Quando lasciamo la diga siamo tentati di prendere la strada verso nord per Den Helter per prendere il traghetto con destinazione l’isola di Texel. Ci andammo tanti anni fa e ancora ci ricordiamo delle ampie spiagge bianche, delle riserve naturali con le dune, dei boschi, dei graziosi villaggi e di un impegnatissimo rientro in bicicletta con un fortissimo vento contrario per prendere l’ultimo traghetto verso la terraferma. Ma il tempo a disposizione non ce lo permette: rimane in noi il ricordo: consigliamo però caldamente una sua visita.
E così verso mezzogiorno abbiamo raggiunto la cittadina di Hoorn. Una deliziosa scoperta: ci perdiamo nelle sue viuzze e scopriamo molte case storiche dalla bella architettura, un pittoresco porto (dove gustiamo dell’ottima frittura di pesce), con case adornate da frontoni e vecchi magazzini dove veniva stoccata la birra, la statua del fondatore dell’Indie Orientali (Jan Pieterszoon Coen) in una piazza che si chiama “RodeSteen” (traduzione: Pietra o Fortezza Rossa), il cui nome ricorda che qui venivano eseguite le condanne capitali. Ed in un mercato locale tra bancarelle di frutta, verdura, abiti, prodotti artigianali ne troviamo tre che vendono vinili e che lasciamo dopo averne acquistati una quarantina (che ci renderanno il ritorno in camper non molto agevole perché, per il peso, le fragili borse si sono subito rotte).
Le tipiche case
Le case sul porto
Il porto
Alla sera giungiamo al campeggio “Buitengoed de Boomgaard” in Parallelweg 9, 3981 HG Bunnik (Utrecht), http://www.buitengoeddeboomgaard.nl, perché abbiamo deciso di chiudere questo viaggio nei Paesi Bassi con Utrecht. Per la visita della città vi rinviamo al nostro precedente viaggio pubblicato sul nostro blog e condiviso con il gruppo.
San Pietroburgo è stata l’ultima tappa di un viaggio della durata di un mese iniziato in Lituania e proseguito negli altri due paesi baltici. Il testo che state per leggere è sia il diario di viaggio che il racconto di tutto quanto ci è capitato dal passaggio della frontiera in ingresso a Narva, dei giorni passati nella bellissima San Pietroburgo e dell’uscita dal territorio della Russia verso la Finlandia. Il tono scelto è piuttosto leggero, scherzoso, ma ci sono stati dei momenti veramente difficili ed impegnativi da gestire. Sono passati molti anni (era il 2003) e non sappiamo se le cose sono ancora così o anche se siamo stati particolarmente sfortunati: ci piacerebbe pertanto leggere qualche commento al riguardo da parte di chi si ritrovato sulla stessa strada.
Passaggio della frontiera tra Estonia e Russia. In territorio estone entriamo in un grande cortile. All’ingresso, ritiriamo una placca metallica con un numero: 254. Ci mettiamo in colonna nella fila indicata dal funzionario. Aspettiamo il nostro turno per ore chiedendoci con quali criteri vengono fatte partire le macchine, in quanto vediamo sfrecciarne alcune e, con una certa regolarità, muoversi gruppi di cinque auto. Poiché veniamo gradualmente travolti dal desiderio di capire qualcosa, cerchiamo di avere qualche spiegazione. Ritorno all’ingresso, mi esprimo in inglese, il nuovo funzionario risponde grugnendo. Sconsolato ritorno al camper.
Dopo cinque ore, un gentile signore estone ci spiega che: a) è vero: sono cinque le macchine che sono autorizzate ad uscire dal recinto; b) prima di uscire, bisogna recarsi alla guardiola per pagare il balzello di 15 krooni.
Giunge finalmente il nostro momento: vado a pagare, sbaglio il turno perché non ha ancora pagato il 253. Paga il 253, gesticolando mi fanno capire che devo aspettare il 252, di cui posseggono però il numero. Fingo di non capire che devo aspettare un signore che ha pagato (hanno il numero!), ma che per loro non ha pagato! Aspetto qualche attimo, mi rivolgo per due volte ai due funzionari, rispondono in estone, do il numero ed i soldi, inveiscono (?) contro di me, insisto in inglese, alla fine, rudemente, compilano dei fogli che da noi-uomini-duri mi restituiscono, sbattendoli contro i vetri della guardiola.
Usciamo: ormai è notta fonda. Seguiamo il 253, che ci semina, ci perdiamo, vagabondando in Narva, prima arriviamo alla frontiera per i camion poi a quella delle automobili. Con il camper, mi avvicino alla sbarra, che è abbassata. Mostro i due fogli a due funzionari che gesticolano: non capiamo, spengo il camper. Aspettiamo. Dopo un po’, scendo dal camper, ritorno alla sbarra, un funzionario si degna di uscire dalla guardiola, prende uno dei due fogli, “good”, gesti vari, rientra nella guardiola.
Aspettiamo, guardando, incuriositi, la varia umanità che popola la frontiera: famiglie che all’una di notte (!) rientrano a piedi in Estonia, appesantiti da numerose borse; ragazzi con l’immancabile bottiglia di birra; impettiti funzionari in rigide uniformi che entrano ed escono dagli edifici della frontiera. Nella luce metallica dei fari e fra le ombre che si riflettono nelle pozzanghere, ci aspettiamo di vedere l’arrivo di due macchine, rapidi movimenti di persone in nero e lo scambio di due spie. Ed il compagno Boris Ivanov, biondo, occhi azzurro-ghiaccio, che, con mitra puntato, si rivolge alla compagna Sonia Petrovna, in pelliccia di zibellino, occhi scuri, avvolgenti, penetranti e taglienti come lame affilate di coltelli: “Questi sporchi capitalisti!”, mentre, Michael Caine, a bordo di una Rolls Royce nera, commenta: “E’ stata dura questa volta…”.
Tra queste suggestioni filmico-letterarie, ci poniamo anche una domanda: “dove sono finite le altre quattro macchine del nostro gruppo?”. Dopo un’ora, senza alcuna plausibile spiegazione, la sbarra si alza. Giungiamo alla frontiera estone: le pratiche vengono sbrigate in cinque (diconsi cinque!) minuti. Ripartiamo, raggiungiamo gli altri. In fila, su di un ponte. Aspettiamo. Capiamo che dobbiamo raggiungere una poliziotta russa per la prima registrazione. Mi avvicino e vedo la povera signora circondata, sommersa, da insetti alati che l’hanno eletta a loro pasto notturno. Muovendo disperatamente le braccia, mi fa capire che, per la compilazione dei moduli (?), sono necessari la targa (che naturalmente non ricordo; e per ogni secondo che passa mi accorgo che anche il mio sangue ha trovato il favore dei mostri alati) e la marca del camper. Mentre realizzo di essere un tarantolato, soddisfo la richiesta.
Ora possiamo superare l’ennesima sbarra ed arriviamo alla frontiera. La prima richiesta è la compilazione di un normale modulo di ingresso. Sono le due di notte, abbiamo qualche problema, il funzionario capo che, fisicamente, più-russo-che-non-si-può si dimostra collaborativo (ebbene sì!), prende il foglio anche se è completato a metà. Ci spostiamo di qualche metro, salgono sul camper: una funzionaria gentile e sorridente apre, quasi scusandosi (ebbene sì), qualche armadietto; un’altra, con lo stile della collega, chiede informazioni sulla assicurazione del mezzo. In venti minuti tutte le pratiche sono smaltite.
C’è nebbia ed umidità: non so dove andare. Un autista tedesco, mi indica l’uscita. Ma non è finita: altro stop: la parte restante dei moduli deve essere consegnata. C’è sempre una sbarra abbassata, che rimane tale anche dopo la consegna: che succede? Siamo stati identificati come spie al soldo dei capitalisti occidentali? Una macchina arriva nella direzione opposta: i compagni Ivanov e Petrovna scenderanno e ci obbligheranno a seguirli e l’atto di accusa sarà la non completa compilazione del modulo di ingresso? Mentre già immaginiamo giorni di immane sofferenze burocratiche, vediamo alzarsi la sbarra ed i funzionari che autorizzano il transito della macchina in direzione opposta alla nostra. Salvi forse, ma non ancora transitati. Improvvisamente la sbarra si alza anche per noi e possiamo andare.
Ma non è finita. Nella nebbia, con difficoltà, troviamo la strada per San Pietroburgo. Percorriamo qualche chilometro, sentiamo delle grida: tre giovani militari (poliziotti?) sulla strada sostengono che non ho rispettato il segnale di stop. Così inizia una conversazione in russo-inglese-italiano mentre il segnale dello stop viene mostrato con la torcia elettrica poiché non illuminato, immerso nella nebbia e posizionato a circa tre metri dal livello della strada (quello sulla strada è invisibile). Accompagnato nella loro stazione-baracca in stile fabbrica dismessa ed occupata dagli immigrati che popolano l’hinterland milanese, ci ritroviamo attori di una scena del teatro dell’assurdo: “multa” “no rubli. Vengo dall’Italia e non ho ancora cambiato” “ah Italia …Celentano …”Lasciatemi cantare” (come è strana la vita: di notte, con tre poveri poliziotti russi, a ricordarsi di una brutta canzone italiana di Toto Cotugno …io cultore musicale, ammiratore di Peter Gabriel, Joan Armatrading, Ivano Fossati, Fabrizio de André …aiuto!!!). “ Ma allori parli italiano” “No” “E allora multa, Celentano, la canzone …” “incomprensibili parole in russo…Lasciatemi cantare” “Ah la canzone del presidente partigiano … la cantiamo?” “incomprensibili parole in russo…pagare multa 100 rubli” “Vedi che parli italiano…””incomprensibili parole in russo…Tu stare attento” “Vuoi cantare la canzone? Io no rubli” “Tu no stop tu multa” “No multa, tu ragione, ho sbagliato, ma non ho rubli. Vuoi del vino italiano?” Occhi che luccicano. “Fa freddo, ti scaldi, poi, se lo tieni, puoi fare bella figura con qualche ragazza”. Mi vergogno tremendamente di quello che ho detto. “Dai, guarda che è buono …”. ” Incomprensibili parole in russo…”. Colgo l’occasione vado nel camper e prendo 4 bottiglie di vino ed una di China Martini. Ritorno e li trovo sorridenti. Do il vino. “Tu avere sbagliato …stare attenzione” “Hai ragione ma la stop non può essere visto” “Incomprensibili parole russe…”. Ops, sono andato oltre. “Dove possiamo dormire questa notte…posto sicuro” “Distributore a sinistra (e poi dice di non parlare italiano…)”Fare attenzione”. ”Hai ragione. Ciao”. “Ciao”. Così alle tre circa stavamo tentando di dormire nell’area del distributore di fianco alla postazione della polizia nella “border area” di ingresso in Narva. Dopo più di sette ore. Cose di una altro mondo. O meglio: “this is Russia”, come commentava un signore estone, nostro compagno di disavventura, nel primo grande cortile.
Ci svegliamo alle 8.30. Riprendiamo il viaggio verso San Pietroburgo. Dobbiamo caricare acqua. Ci fermiamo a qualche distributore ma non hanno acqua potabile. Così arriviamo alle porte della città, dove, da un pozzo, lungo una strada non praticabile dal camper, riesco a trovare un pozzo, dal quale ottengo circa trenta litri.
Entriamo in San Pietroburgo. Orientarsi è davvero difficile: non abbiamo una vera cartina stradale della città, (ci avvalliamo di quelle delle nostre guide), le strade sono in cirillico, il traffico molto indisciplinato. Ci fermiamo due volte a chiedere informazioni in inglese: male la prima volta, benissimo la seconda: un gentile signore russo, con precise e dettagliate informazioni, permette alla navigatrice Cristina che-non-sbaglia-mai-una-strada-mai (vedi il viaggio in Irlanda) di condurre il camper all’hotel Mosca.
SAN PIETROBURGO. Per l’organizzazione di questa parte del viaggio, ci siamo avvalsi di un’agenzia milanese. Avevano fornito un servizio completo (visti, inviti, assicurazioni ecc.), anche tramite una rappresentanza in loco, che ci aiuterà nella visita all’Ermitage. E delle nostre fidate guide: “Lonely Planet”, Touring Club, oltre al numero monografico dei Meridiani (n. 120 del luglio 2003, ora esaurito) articoli raccolti da varie riviste e il classico di E. Gatto, “Il mito di San Pietroburgo”, edito da Feltrinelli.
Restiamo in città dal 16 al 24 agosto. Per tutti questi giorni, seguendo una indicazione raccolta durante il viaggio, sostiamo nel parcheggio dell’hotel Mosca: in puro stile URSS ai tempi della nostra visita, si trova in fondo alla prospettiva Nevskji (nel corso degli anni l’hotel è stato ristrutturato e l’esterno è molto diverso da quello che avevamo trovato nel 2003). Per 17 euro al giorno, abbiamo anche l’elettricità e circa 20 litri d’acqua ogni giorno dal fiorista che ha un piccolo negozio nel parcheggio. Il posto è sorvegliato e gli uomini della sorveglianza dell’albergo impediscono agli ubriachi che sostano nella vicina fermata della metropolitana di entrare nel parcheggio. E il fatto poi che si trovi alla fine della prospettiva ci regala un momento di leggerezza che non so quanto gradito dagli sbalorditi russi perché ogni volta che la percorriamo ci mettiamo a cantare qualche verso della canzone di Battiato, con Nijinski ed i balletti russi.
La “nostra” San Pietroburgo.
Quale nome? San Pietroburgo, Pietroburgo, Pietrograd, Leningrado. A voi la ricerca (noi la risposta l’abbiamo trovata nella guida di “Lonely Planet”).
Le numerose chiese, la Neva ed i canali. La profusione di architettura barocca e neoclassica, frutto, in larga parte, della presenza di architetti ed artisti italiani e ticinesi (Bartolomei Rastrelli, Carlo Rossi, Domenico Trezzini). San Pietroburgo è stata pensata e costruita come “la finestra aperta sull’Europa”: chi vuole trovare la Slavonia deve percorrere altri itinerari.
La Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato
La Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato vista dal canale
La Cattedrale di Kazan
La Chiesa di San Nicola
La Chiesa di San Isacco
La Neva con vista sulla fortezza di San Pietro e Paolo
La Neva
La Neva con vista sulla fortezza di San Pietro e Paolo
La Neva
Le residenze degli zar e i numerosi musei. L’Ermitage o Hermitage o Museo statale Ermitage. Che dire? E’ un complesso architettonico che comprende una serie di edifici costruiti tra il XVIII° ed il XIX° e nel quale sono esposti circa 60.000 opere di grande livello, non a caso uno dei musei più visitati al mondo e tra i più importanti al mondo. Però: i troppi turisti, il criterio dell’accumulo che ha guidato la raccolta delle opere (anche se si seleziona cosa vedere, ci vorrebbero dei mesi per una visita attenta), l’organizzazione ingessata e priva di senso dei rendono la nostra visita e la fruizione delle capolavori d’arte davvero difficile. Esistono poi due tariffe per gli ingressi: una per i russi ed una per gli stranieri, molto più alta (nostra esperienza: valore quintuplicato). Noi ci salviamo grazie ad Olga (e chi mai sarà?) e alle sue conoscenze (un bel soldatino dell’esercito, opportunamente raggiunto con una telefonata dal cellulare), non facciamo la fila e facciamo arrabbiare, a ragion veduta, un iperteso turista italiano. Ma “This is Russia”…
Ermitage – Palazzo di Inverno
Palazzo dello Stato Maggiore
Palazzo dello Stato Maggiore
Csarskoe Selo, ovvero “villaggio dello zar”, uno splendido complesso di residenze della famiglia imperiale russa, che si trova a 26 chilometri a sud di San Pietroburgo, composto da numerosi palazzi, fra cui il Palazzo di Caterina, il Palazzo di Alessandro, ed un grande parco. La maggiore attrattiva è la Camera d’ambra, una stanza di circa 55 metri quadrati le cui pareti sono completamente rivestite da pannelli decorati con ben sei tonnellate d’ambra, oltre a foglie d’oro e specchi.
Il Palazzo di Caterina
Il Palazzo di Caterina
La visita diventa un’avventura. Arriviamo alla mattina presto. Paghiamo per entrare nel parco. Vediamo una coda vicino al palazzo. Ci mettiamo in fondo. Dopo circa tre ore, ci accorgiamo che qualcosa non va. Raccogliamo una voce preoccupante: possono entrare solo 700 persone. Cerchiamo qualche conferma. I cartelli sono in cirillico, i funzionari parlano solo russo, qualche italiano (i soliti italiani!), non sapendo cosa fare, cercano di infilarsi più avanti nella coda, qualche russo prenota dei posti in fila per circa trenta amici, altri russi ti vendono biglietti (falsi?). Scopriamo che il signore che ci precede parla americano. Ci comunica quello che speravamo di non sentire mai: i cartelli in cirillico ed i funzionari dicono che possono entrare solo 700 persone della fila. A proposito: nel conteggio sono esclusi i turisti delle agenzie di viaggio, per i quali c’è un apposito ingresso. Che fare? Decidiamo di stare in coda: contando chi ci precede, possiamo rientrare nei 700. Ma però non sappiamo esattamente quanti russi ci stanno davanti a noi… e poi ci sempre essere qualche infilato all’ultimo momento… Così, dopo più di tre ore, quando siamo in prossimità della cassa, vediamo che viene abbassata la piccola finestra da cui una mano raccoglieva i soldi e consegnava i biglietti. Un poliziotto parla in russo. Il ragazzo che parla americano ci dice che hanno venduto il settecentesimo biglietto. Che fare? Attoniti sguardi, rabbia, nessuno vuole muoversi: non si sa mai …hanno sbagliato … la mano è andata a far pipì … “abbiamo fatto duemila chilometri per vedere la Camera d’ambra” …i poliziotti parlano in russo … “tanto abbiamo visto il programma di Alberto Angela” (sic!: questo è davvero troppo, ma, credetemi, l’abbiamo detto) e “this is Russia” che circola nella mente. Per concludere: i furbi italiani sono riusciti ad entrare, noi abbiamo visitato il bel parco con le sue sculture, padiglioni, monumenti e ponti, un’opera paesaggistica di primo ordine risalente, come tutto il complesso, agli inizi del XVIII° secolo. Ma… autocensura!
Padiglione Eremitaggio
Padiglione La Grotta
Il Ponte di Palladio
Le chiese ortodosse, con i loro riti, i loro interni ed il Pope. Tutto è permeato di antico, di autorità, di mistero. Abbiamo assistito ad una Messa e ad un battesimo. La messa era cantata: voci baritonali cantavano lodi al Signore in un crescendo travolgente. Il Pope intanto celebrava una funzione, attorno a sé fedeli ed altri preti, ogni tanto il gruppo si spostava nella chiesa, alla fine il Pope scompariva ed una voce femminile iniziava a leggere un lungo elenco di nomi. Tutto questo mentre altri fedeli entravano in chiesa (sembravano impiegati che avevano finito la loro giornata lavorativa), si avvicinavano ad icone con l’immagine della Madonna e recitavano preghiere, come se stessero seguendo un loro percorso di fede, indipendente dalla presenza del Pope. La battezzata era una bambina di circa cinque anni, in abito bianco, tutto ricamato: una piccola principessa. Attorno a lei, la famiglia: genitori, nonni, parenti vari. Tutti con gli abiti delle grandi ricorrenze, solo che quelli femminili, nei colori e nelle fogge, erano del tutto simili a quelli indossati nelle trasmissioni televisive condotte da Maria De Filippis! Durante la cerimonia, il Pope, un bel giovane barbuto, aitante, venticinquenne, dalla voce profonda, si avvicina alla bambina. La bambina inizia a strillare e a muoversi come una forsennata, il Pope cerca di calmarla, non ci riesce. Alla fine non può non farlo: le versa dell’acqua. Le urla si fanno ancora più forti, i movimenti più inconsulti. Lui recita velocemente qualche formula. Qualcuna vicino a me commenta che la situazione sarebbe molto diversa se la bimba avesse venti anni. Il Pope scompare. Il parente-cameraman, che ha ripreso tutta la cerimonia disturbando il Pope, inciampando nel tappeto, scontrandosi con una icona, spegne, avvilito, il suo strumento. Così fanno anche dei turisti italiani, i quali lasciano la chiesa doppiamente eccitati perché hanno delle fotografie scattate con un flash che ha accecato tutti quanti. Fuori dalla chiesa, il loro lavoro si dimostra inutile: tre industriosi russi vendono delle videocassette con riprese delle chiese di Pietroburgo e delle funzioni religiose. E se sei titubante, dimostrazione sul campo: c’è un televisore con videoregistratore alla bisogna!
La reggia di Peterhof. Appena fuori San Pietroburgo, è uno dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. La tenuta di Peterhof comprende una serie di palazzi (il principale è il “Gran Palazzo”), tre parchi (Superiore, Inferiore e di Aleksandra), con molte fontane, sentieri e viali alberati con vedute sul Baltico. E anche qui i doppi prezzi dei biglietti: a prezzo pieno per i turisti e con lo scontro di circa il 10% per i russi. E noi, ancora una volta, ci ricordiamo quello che ormai è diventato un tormentone: “This is Russia!…”.
Scrocio del Palazzo
La Fontana di Nettuno nel Giardino Superiore
Una fontana nei giardini
Un’altra fontana nei giardini
In città tutto è grande e gli edifici sono imponenti; molti, costruiti nel settecento e nell’ottocento, sono fatiscenti eppure abitati. La ricorrenza della fondazione (il 27 maggio e sono 300 gli anni) ha indubbiamente migliorato la facciata della città. Solo che per la stragrande maggioranza degli edifici la ristrutturazione è ormai impensabile perché richiederebbe ingenti capitali. Alle finestre, comunque, si vedono telecamere e molte antenne paraboliche e nei cortili, abitati da topi ed occupati da immondizia varia, Mercedes, BMW, Audi, anche nuove di pacca (i casermoni sovietici e le nuove case, ben fatte e, almeno alla vista, ospitali, si trovano nelle zone residenziali periferiche che abbiamo attraversato quanto siamo arrivati e che, in direzione opposta, attraverseremo quando andremo in Finlandia).
I ristoranti, molti dei quali da noi si chiamerebbero etnici, perché oltre alla cucina russa si può trovare quella delle altre repubbliche sorte dopo la fine dell’URSS. Noi abbiamo molto apprezzato la cucina georgiana, quella dell’Uzbekistan ed alcuni piatti di quella russa. Per qualche suggerimento, rinviamo al numero dei Meridiani e alla guida di Lonely Planet. Una nostra scoperta di allora per uno spuntino a mezzogiorno: in piazza Sennaya 7 (quella di Dostoevskij). Cucina a vista, dove signore preparano la pasta a mano, che poi diventa o una specie di panzerotto ripieno di carne, pesce o verdura oppure dolci da sballo alla frutta. Cottura: rigorosamente al forno! Purtroppo non ha resistito negli anni: a quel numero ora compare un ristorante dal nome Tokyo-City… Ma se nel vostro vagabondare per la città avrete modo di trovare un posto simile, se fossi in voi, non lo lascerei scappare!
Gli incontri. Le persone per strada sono molto collaborative: cercano di comunicare in inglese, si scusano per le difficoltà, comunque ti aiutano (meglio la popolazione giovane che studia inglese a scuola ed è affascinata dall’Occidente). Non così le persone che vendono: scorbutiche, ottuse, fanno concorrenza ai pitbull, manichini ingessati di un vecchio regime.
Donna con scimmietta, un’altra con serpente; persone con abiti stile anni ’50, che ricordano quelli fatte dalle “sarte del quartiere”; tante spose nella versione bambola da mettere sul letto che con i loro mariti che bevono champagne e posano in foto più o meno artistiche davanti ai monumenti della città; Putin, Pietro il Grande e le zarine in versione manichino vivo per foto ricordo; babuska che vende un servizio da tè e dei gattini con concorrente che vende cuccioli di cane; bambino con orso in catene; automobili multicolori, frutto di un collage, soprattutto conquistate da decennali strati di ruggine; pestilenziali gas di scarico; fruttivendoli dell’Azerbaigian e produttori di miele che, con il sorriso sulle labbra, vendono della buona frutta e dell’ottimo miele, praticando a noi turisti prezzi da Via Montenapoleone; tutte le etnie dell’ex URSS concentrate in un mercato al coperto; italiano, fricchettone, che, tra una copula e l’altra (traduzione: “Ah le russe: che donne, che amanti: sempre pronte! Io, da quando sono qui, e sono pochi mesi, non è passato giorno che … A proposito. Perché non venite al club… che si trova in Ulica Rossi”…”Si certo ci vediamo giovedì sera”…Come no …) trova anche il tempo di … lavorare.
Molti militari: alcuni giovanissimi, altri in versione reduci dall’Afghanistan chiedono soldi cantando canzoni patriottiche nei corridoi della metropolitana. Si rafforza una impressione già maturata durante le ore trascorse alla frontiera. Ci convinciamo che la Russia è ancora una società fortemente militarizzata e la sua eventuale smilitarizzazione sarà un’operazione lunga, difficoltosa, non indolore.
Gli ubriachi, tanti, ovunque. Chi ama la birra ama San Pietroburgo: la birra è di buona qualità e a basso costo. Il fatto è che è abbondante sia nei negozi sia nei corpi dei russi. E bottiglie e lattine ovunque. Per non parlare dell’”acqua”: la vodka, intendo. Simbolo di virilità.
Poiché i bus non sono sufficienti, alcuni volenterosi hanno inventati i taxi-bus, pulmini di seconda-terza-quarta-quinta mano provenienti dall’occidente. Molti sostituiscono le linee dei bus, altri sono illegali. Sui finestrini hanno foglietti di ogni genere, scritti ovviamente solo in cirillico, su uno di questi c’è una cifra che corrisponde alla tariffa. Fermano dove c’è gente. Trasportano circa 10 persone. Salgono i più svelti. Per i turisti rappresentano ovviamente una avventura poiché non si capisce dove possono fermarsi (sui marciapiedi ci sono gruppi di persone ovunque), dove vanno, come fare a salire e, nel caso si riesca, come pagare e quando scendere. Poiché siamo cattivi, non vi diamo le ultime tre informazioni. Noi li abbiamo usati per andare a Csarskoe Selo e alla reggia di Peterhof.
Gli automobilisti indisciplinati ed impegnati in gare al più trasgressivo al codice della strada. Purtroppo sono tanti: parcheggiano grandi auto americane ovunque e attraversare le strade sulle strisce pedonali è un’avventura ad alto rischio, in quanto o sono colpiti da cecità improvvisa, oppure non hanno ancora scoperto che tra i pedali della macchina c’è anche quello del freno, oppure giudicano le strisce dei graffiti fatti durante la notte da qualche pittore-pianista per protestare contro Putin. Il quale è di Pietroburgo, ed allora ma non era molto amato perché sembrava avesse tagliato molto dei fondi destinati alla città.
Gli oggetti del passato e la paccottiglia per turisti. Cercare cimeli del passato sovietico è un’operazione che porta a scoprire molta paccottiglia per turisti, statue di Lenin rimosse dalle piazze oppure diventati luogo per giochi di bambini (come a noi è capitato). Qualcosa può ancora essere trovato: una cosa su tutte: le stazioni della metropolitana costruite negli anni ’50 e ’60: Avtovo, Dostoevkaja, Sportivnaja e Majakovskaja. Assolutamente da non perdere.
Abbiamo anche trovato negozi che vendono matrioske, vodka, ambra, teste di Lenin, uova di Fabergé, colbacchi dell’Armata Rossa e che hanno anche inventato una unità monetaria che non esiste, il cui valore è una media da loro fatta tra i valori del rublo e dell’euro. Chiaramente per loro molto favorevole.
Per non parlare dei manichini di Putin ed i modelli e le modelle che, vestiti come Pietro il Grande e le zarine, invitano i turisti a posare per l’immancabile foto ricordo. Ma queste cose si trovano dappertutto…
Per completare l’albumfotografico della visita
Sulla Prospettiva Nevskji
Sulla Prospettiva Nevskji
Sulla Prospettiva Nevskji
Veduta dall’alto
Il Museo di Stato Russo
Un canale
Non solo BMW o Mercedes …
Viaggio di ritorno. Memori dell’avventura dell’ingresso in Russia e su suggerimento di alcuni amici incontrati durante il viaggio, decidiamo di rientrare in Italia passando dalla Finlandia. In effetti, l’attraversamento della frontiera è più veloce e, soprattutto, umano. Un giovane militare ha anche il tempo di cadere affascinato dalla beltà di Cri (no comment) e di comunicarci il suo amore per Italia-spaghetti, e guardando il passaporto: “Monza vicino ad Arcore. Italia-soldi-Berlusconi”. Aiuto!!!
I finlandesi si dimostrano poco …”nordici”: in frontiera, la corsia per le persone residenti nell’Unione europea non è transitabile e un finanziere si rivolge a noi con fare arcigno perché osiamo presentarci insieme al controllo del passaporto (sulla cui necessità abbiamo qualche dubbio poiché siamo cittadini europei). E quando raggiungiamo Helsinki e rimettiamo piedi a Talliinn, capiamo quando ci è costato lasciare San Pietroburgo, che è sicuramente uno dei ricordi più belli e duraturi dei nostri trentennali viaggi.
Abbiamo fatto questo viaggio Irlanda molti anni fa (era il 2002) quando facevamo parte di un camper club dell’Italia centrale e, più o meno improvvisamente, ci siamo ritrovati a capo di cinque equipaggi con destinazione Irlanda – sia Repubblica di Irlanda che Irlanda del Nord. Quello che state per leggere è il diario di quel viaggio della durata di circa un mese. In alcuni passaggi, con la descrizione dei siti (tutti controllati per questa stesura tramite ricerche in Internet), potete trovare anche un po’ di narrazione, in stile scherzoso, con al centro alcuni dei momenti ed i protagonisti di quel viaggio. Speriamo che questa parte vi possa strappare qualche sorriso.
Prima del viaggio. Avevamo aderito ad un viaggio in Spagna organizzato dal Club. Scoprimmo gente simpatica ed impegnata nel sociale. Allora eravamo dei “giovani camperisti” con alle spalle solo due anni di viaggi. Poco sapevamo dell’importanza dei “baracchini” (ovvero i ricetrasmittenti CB) durante gli spostamenti e, lo capimmo dopo, delle possibili conseguenze delle parole più o meno in libertà dette per riempire il tempo. Stavamo rientrando in Italia quando dalla mia bocca uscì il termine “Irlanda”, “viaggio in Irlanda”. In quel momento ci fu un coro di voci: “io vengo”, “io vengo”, “noi veniamo”, “anch’io”, “anch’io”. Fu così che due solitari viaggiatori si ritrovarono a capo di un gruppo di persone. All’inizio non eravamo pienamente convinti, ma potevano ancora tornare indietro? In sequenza, i nostri pensieri/tentativi per l’estate (periodo in cui il viaggio avrebbe dovuto aver luogo) sono stati: andiamo in Australia a fotografare canguri e rincorrere koala per ritrovare la fanciulla del famoso picnic; ci uniamo ad una tribù dell’Amazzonia per dare più sostanza alla nostra coscienza ecologica, cantando qualche canzone di Sting; inseguendo le anatre vado a Nord ad insegnare inglese e con Cri ricerco i vari tipi di neve descritti in un famoso romanzo; leggendo Chatwin, andiamo in Patagonia dove possiamo fondare un club di lettori di Robert Byron.
Chiaramente tutto fu inutile anche perché la cosa ci appassionava. Fu così che alla sera di venerdì 27 luglio 5 equipaggi, che provenivano da diverse parti d’Italia, si ritrovarono a Courmayeur. In ossequio alla volontà del Presidente del Camper Club, dotammo i nostri camper dell’adesivo con il nome del club e la destinazione del nostro viaggio: l’adesivo venne messo sul cofano e, al rientro, maledimmo quel momento quando lo dovemmo staccare.
Il viaggio. In una giornata raggiungemmo Calais e, all’alba del giorno dopo, traghettammo verso Dover. Poiché era davvero molto presto, decidemmo di allungare il viaggio verso Pembroke, da dove avremmo preso il traghetto per l’Irlanda. Fu così che visitammo Canterbury: la cattedrale, uno degli esempi più illustri del gotico inglese ed il centro cittadino.
Un po’ di autostrada, un po’ di strade di campagna ed arrivammo di sera (ore 8 circa) a Cardiff. Con un po’ di fatica riuscimmo a trovare il campeggio cittadino: “Cardiff Caravan and Camping Park”, Pontcanna Fields, http://www.cardiffcaravanpark.co.uk. Ci fu tempo per una breve visita serale della capitale del Galles (Cardiff merita comunque ben altro tempo).
Alla mattina del giorno dopo arriviamo a Pembroke, prendiamo il traghetto e dopo circa quattro ore siamo a Rosslare. Raggiungiamo Wexford e ci sistemiamo nel campeggio, “Ferrybank Caravan and Camping Park”, a circa 20 minuti dal centro cittadino. Il tempo è inclemente, ma nebbia e pioggia non trattengono due di noi che si precipitano a pescare.
L’indomani, in una bella giornata di sole, visitiamo Wexford con la sua “Main street”, lunga e con botteghe tutte colorate, con ai lati numerosi vicoli, così da formare una struttura a spina di pesce tipica di molti antichi insediamenti dell’isola. Facciamo i primi acquisti: carne, uova e pane. Che troviamo di ottima qualità e a prezzi più bassi che in Italia (questa sarà uno delle costanti del nostro viaggio).
La tappa successiva è Waterford, la città più antica di Irlanda (i primi insediamenti vichinghi risalgono nella seconda metà del IX° secolo). La parte più vecchia dell’attuale città si chiama, non a caso, “Viking Triangle”: circondata dalle originali fortificazioni, è a forma triangolare con al vertice la “Reginald’s Tower”. Passeggiare nella città è molto gradevole: tanti sono gli edifici che risalgono al Medioevo, molti sono i pittoreschi vicoli, numerosi i ristoranti ed i negozi.
Waterford è famosa nel mondo per la sua fabbrica di cristalli. Anche se è in questi ultimi anni la cristalleria ha vissuto momenti difficili (con passaggi di proprietà e trasferimento della produzione), in città si può visitare l’”House of Waterford Crystal”, https://www.waterfordvisitorcentre.com. Con una visita guidata di circa un’ora, si ha modo di assistere alle varie fasi di lavorazioni del cristallo e visitare il negozio al dettaglio per gli eventuali acquisti. Durante la nostra visita, siamo restati abbagliati dai giochi di luce, dalla complessità e dalla bellezza delle lavorazioni. Alcuni di noi comprarono, con grande soddisfazione, degli oggetti (c’è anche la sezione “outlet”); ottime, inoltre, le torte gustate nel “Crystal café”.
Una volta usciti dalla città, lungo il percorso l’attenzione delle signore si rivolge alle case e, soprattutto, ai giardini: le dimore sono impeccabili, grandi, accoglienti, dai vivaci colori. I fiori ed i prati sono lussureggianti, con colori intensi e per noi insoliti, sapientemente coltivati ed organizzati. Questa risulterà una costante di tutto il viaggio: certo le condizioni climatiche (l’Irlanda è lambita dalla Corrente del Golfo: mai troppo freddo mai troppo caldo, con una buona dose di sana pioggia), ma anche la grande passione per il giardinaggio ed il buon gusto fanno il resto.
La successiva tappa è la “Jerpoint Abbey“, vicino a Thomastown (2,5 km. circa a sud ovest) sulla strada regionale R448. Nel centro visitatori, una gentile signorina ci informa che possiamo acquistare una tessera che ci permette di visitare molti posti con un costo decisamente basso: è la “National Heritage Card”. Jerpoint Abbey fu fondata nel tardo XII° secolo da monaci cistercensi e continuò ad espandersi sino ai tempi di Enrico VIII°. Le attuali rovine contengono elementi architetturali romanici (nella chiesa) e di transizione tra la fase tardo-normanna ed il primo gotico inglese. Notevoli infine sono la torre quadrata e le numerose incisioni soprattutto quelle sulle tombe.
In tarda serata raggiungiamo altre rovine famose, rinchiuse all’interno di una proprietà murata privata con però accesso al pubblico, in prossimità del villaggio di Gortnahoe nella contea di Tipperary: quelle della “Kilcooley Abbey“. Anch’esse di una abbazia cistercense, fondata alla fine del XII° secolo, facevano parte dell’ingresso della chiesa con un interessante fonte battesimale, della chiesa stessa di cui si possono ammirare le splendide finestre, interessanti ed apprezzabili tombe con effigi e deliziosi lavori di intagli, della torre, e della sagrestia con numerosi incisioni tra cui una che presenta la scena della crocefissione ed una sirena con uno specchio. All’esterno c’è una rovina di un columbarium che poteva essere usato o per raccogliere la cenere o come luogo per allevamento di piccioni.
Lungo la vicina strada, in prossimità di un pub, trascorriamo la notte, con preventiva richiesta di permesso rivolta ai proprietari del pub, soddisfatti sia per le visite della giornata sia per le nostre prime Guinness. (Useremo questa forma di sosta notturna più volte nei nostri viaggi in questa terra e nel Regno Unito: da ricordarsi che in quasi tutto il territorio la sosta notturna in camper non è permessa!)
Saint Canice’s Cathedral – Kilkenny
Il giorno dopo arriviamo a Kilkenny. Visitiamo la cittadina: ci sono numerosi vicoli, tortuosi, lungo i quali ci sono molti negozi di artigianato che presentano una interessante produzione di ceramiche, gioielli e dipinti di vario genere. Ma sono soprattutto gli edifici religiosi ed il castello ad attirare la nostra attenzione. La “Cattedrale di San Canizio” (“Saint Canice’s Cathedral”), costruita nel corso del XIII° secolo, anglicana, è famosa per le sue lapidi, una antica iscrizione normanna e la sedie di san Kieran. Più antica della cattedrale sono la torre campanaria ed il cimitero. Cristiano-cattoliche sono invece la “Black Abbey” e la “St. Mary’s Cathedral”. L’imponente castello, invece, risale al periodo dell’arrivo dei Normanni in Irlanda (XVIII° secolo), venne eretto a scopo difensivo ma nel corso della sua storia è stato ricostruito, ampliato e adattato scopi diversi (la stato attuale risale al rifacimento del periodo vittoriano). Molto belli sono i giardini ed il grande parco che lo circonda.
Nel pomeriggio proseguiamo verso un sito di grande fascino ed importanza storica nonché uno dei siti più visitati di Irlanda: la rocca di Cashel(o anche in modo più formale “Saint Patrick’s Rock” o “Cashel of the Kings”) vicina all’omonimo villaggio situato a breve distanza dalla N8. La rocca, che sorge al vertice di una ventosa collina, è un imponente complesso archeologico, in gran parte del XII° e XIII° secolo, circondato da mure, che comprende una torre rotonda, in ottimo stato di conservazione, un’abbazia priva di copertura, le rovine della sede arcivescovile, ed una cattedrale gotica. Lungo il pendio della collina ci sono numerose croci celtiche e la vista che si gode dalla rocca diventa ancora più suggestiva ed “irlandese”.
La successiva tappa è gastronomica. Vicino a Fethard, alla “Beechmount Farm”, a Foulkstown, la “J&L Grubb” producono un ottimo erborinato di latte vaccino che dà il meglio di stesso stesso attorno ai quattro mesi: il “cashel blue”. Ed è lì che ci dirigiamo: quel formaggio resterà uno dei sapori indimenticabili del viaggio in Irlanda.
Dove trascorrere la sera? Cri sfoglia le nostre sudate carte. Trova l’indicazione di un campeggio. Telefono: c’è ancora posto. Arriviamo. Alberi da frutto (mele) e fragole. Ci sistemiamo, scopriamo che al costo di una sterlina (siamo nel 2002!) possiamo raccogliere le fragole in contenitori forniti dai proprietari. Così facciamo, ma contenitori diventano anche la nostre tasche…i soliti italiani. Poi si riproduce la solita situazione: in men che non si dica, alcune signore del gruppo si mettono ai fornelli per preparare la marmellata di fragole (in due ore è bella che pronta) e risotto alle fragole, alcuni signori del gruppo, approfittando dell’oscurità, perlustrano la zona e scoprono lamponi e prugne, che in buona quantità raggiungono le loro tasche. Il campeggio/farm shop/coltivatore di mele ma non solo/produttore di succhi di frutta è: The Apple Farm, Moorstown, Cahir, Contea Tipperary, tel. 052-41459. https://www.theapplefarm.com/camping.htm (sito ora anche in italiano).
La mattina successiva visitiamo il castello diCahir, di origine normanna, ma più volte restaurato nel corso della storia, costruita su di un’isola nel fiume Suir, ora nel centro della cittadina. Gli interni sono spogli, ma la struttura è molto grande e ben conservata.
A 2 chilometri sud di Cahir, percorrendo la R670 (è l’unica via per l’accesso), visitiamo lo Swiss Cottage, costruito nel XIX° secolo, in pieno periodo romantico (https://www.heritageireland.ie/en/south-east/swisscottage). Ed infatti di quel periodo è una fedele testimonianza: come “cottage orné”, ha un che di rustico e naturale che si oppone alla formalità ed alla elaborazione degli stili barocchi e neoclassici che l’hanno preceduto. Gli interni però sono ricercati: splendide sono le stanze, la scala a spirale e la carta da parati che ricopre le pareti.
Dopo la visita, via verso il mare, tra strade panoramiche, con destinazione finale Kinsale. Tentiamo una sosta a Cork: grande città, molto traffico e, purtroppo, non riusciamo a trovare parcheggio. Nell’attraverso notiamo che molti edifici hanno uno stile architettonico risalente al periodo georgiano (1720-1840) e ci convinciamo che la città con le sue cattedrali, il municipio, l’ospedale, il mercato meriterebbe una visita. Da programmare in un altro viaggio.
Arriviamo a Kinsale alla sera, parcheggiamo in prossimità del mare, a circa un chilometro dal centro (il villaggio è sulla foce del fiume Bandon). Facciamo una passeggiata serale: le case sono molto colorate, spesso occupate da ristoranti e negozi. Bella atmosfera: rilassata e rilassante.
Da Kinsale proseguiamo lungo la costa. Da incorniciare nei ricordi: gli squarci sulla Roaringwater Bay ed i paesaggi di una delle più belle penisole d’Irlanda: la Beara Peninsula: la terza delle cinque penisole sud-occidentali dell’Irlanda, forse la meno turistica e più selvaggia (la strada è piuttosto stretta – ci sono delle rientranze – ma quello che la penisola ci regala annulla le difficoltà della guida).
Lungo la penisola, in un piccolo centro abitato, decidiamo di trascorriamo la notte. Il primo tentativo di sosta va a vuoto: uno scorbutico irlandese (il primo ed unico del viaggio) ci obbliga a spostare i camper perché occupanti il parcheggio di una funivia. Andiamo più avanti e troviamo delle persone intente ad innalzare uno striscione per una festa il fine settimana. Ci fermiamo, sfoggio il mio inglese oxfordiano, in men che non si dica diventiamo il centro della loro attenzione. Risultato: in un villaggio composto da forse cinque case, la cui popolazione è essenzialmente di pecore, esiste una “community hall” con l’adesivo del nostro camper club con l’indicazione “Estate 2002 – Viaggio in Irlanda”. Nel piazzale della hall trascorriamo la notte. Costo della notte: due confezioni di un ottimo vino italiano dal nome Tavernello (sic!).
Il giorno dopo completiamo il “Ring of Beara” e ci avviamo lungo il “Ring of Kerry”, quello più famoso di Irlanda: il verde smeraldo, le coste frastagliate, le insenature, le pecore con il loro bel muso nero, la terra che finisce nel mare, i gabbiani ,“attento alla macchina!” “si va be’, ma è l’Irlanda delle cartoline…” .
Visitiamo il nostro primo forte a struttura circolare, antichissimo, le cui mura sono state rifatte nell’’800, di grande fascino. Il nome: Staigue Fort, tre miglia a ovest di Sneem, nella penisola di Iveragh, una delle cinque penisole sud-occidentali. Attenzione: per raggiungerlo si deve percorrere, per 3 km. circa, una strada molto stretta: un camper ed una macchina passano con grande difficoltà. Pochi i rientri e quando transitiamo gli/le irlandesi che incontriamo sembrano poco esperti/e di guida (una signora accosta la macchina e, spaventata per il nostro arrivo, chiude gli occhi…).
Sempre nel Ring of Kerry, a sud-est della Iverah Peninsula, ci sono due piccoli isole, le isole Skellig: la più grande, chiamata Skellig Michael è un sito protetto dall’Unesco e fu il luogo scelto da alcuni monaci del primo cristianesimo (dal VI° al XII° secolo) devoti a San Michele (di qui il nome) per vivere una forma di ascetismo estremo: ognuno di loro infatti abitava in una specie di capanna a forma di igloo a picco sull’oceano dal nome “clochan” tuttora presenti e visitabili (l’isola ha anche un monastero) dopo una impegnativa scalata di più di 600 gradini. Nel 2014 l’isola è diventata famosa in tutto il mondo perché fu scelta come set cinematografico per le scene finali di “Star Wars: il risveglio della forza “ (per poi ricomparire nella puntata successiva della saga: “Star Wars: gli ultimi Jedi”). L’isola più piccola è invece un paradiso per i numerosi uccelli che lì nidificano. La Skellig Michael può essere raggiunta in barca con partenze contingentate da Portmagee, Ballinaskelligs o Cahirciveen , per la piccola, da Valentia (non è però autorizzato l’attracco).
Con i camper abbiamo cercato di vedere le isole dalla terraferma. In prossimità di Ballinaneskelligs, dopo aver lasciata la strada panoramica del Ring, seguano una strada che sale e si stringe e … si stringe sempre più. Conclusione: bloccati noi, bloccate sette/otto macchine, aristocratica signora irlandese con fazzoletto sulla bocca per proteggersi dagli scarichi dei nostri camper, un signore dell’ambasciata italiana che non sa se consolare l’amica, fumarsi una sigaretta o ridere della situazione, pecore dal muso nero che nel loro ruminante meditare ci indirizzano sguardi, un po’ altezzosi, molto ignoranti. Noi impegnati in una manovra al limite del possibile: in una strada che è diventata poco più di un sentiero, in retromarcia, in discesa, con rientranza da beccare sulla sinistra, stretta, in salita, con buche. Riusciamo nella manovra quasi impossibile però non vedremo dalla terraferma le isole Skellig e i loro volatili abitanti.
L’anello finisce a Killarney. Tra i campeggi della città scegliamo iil “Killarney Flesk Caravan and Camping http://www.killarneyfleskcamping.com. Con le biciclette visitiamo il parco, con i suoi laghi, la residenza ed ammiriamo le mucche nere (ci dicono che sono una rarità). Ci attrae la visita di “Muckcross Gardens and Traditional Farms” (http://www.muckross-house.ie): un centro di cultura popolare dove sono stati ricostruiti gli ambienti delle campagne irlandesi. Così tra stalle e case padronali, galline e giganteschi maiali, cani da pastore addestrati che sotto comando muovono greggi di pecore (ricordate “Babe, maialino coraggioso”?) e un palazzotto dei primi gelatai irlandesi (ora comprati dall’Algida), la ricostruzione di un vecchio pub e di un mulino, di una scuola dove si insegna il gaelico e la casa del dottore, ci scappa anche l’assaggio di un po’ di pane e di una torta fatta da signore in costume tradizionale.
Alla sera ci spostiamo, sempre in bicicletta, nella cittadina. Visitiamo una chiesa anglicana e conversiamo con il pastore. Nelle strade tanta gente, nei pub ancora di più, nell’aria musica. Raggiungiamo una specie di piazza: un piccolo palcoscenico, dei ragazzi, strumenti tradizionali: il nostro primo concerto di musica irlandese. Mentre gustiamo pinte di Guinness.
Gallarus Oratory
La successiva penisola è quella di Dingle. Dalle guide: “è concordemente ritenuta fra le migliori interpretazioni che l’Irlanda da di se stessa…”. Accidenti: è proprio così. Noi, per godercela fino in fondo, ci indirizziamo verso il capo chiamato Slea Head. Lungo l’anello è obbligatoria la visita al GallarusOratory, piccolo edificio costituito da pietre sovrapposte a secco in forma di chiglia rovesciata, dove prima dell’anno 1000, qualche monaco-eremita vi decise di trascorrere parte della sua esistenza. E’ l’evoluzione di edifici quasi simili che s’incontrano lungo la penisola.
Terminata la visita della penisola, transitiamo (con breve sosta) da Tralee e ci spostiamo lungo le coste della foce del fiume Shannon, il più lungo fiume irlandese. Trascorriamo la notte a Killaloe/Ballina: due cittadine collegate da un ponte che attraversa lo Shannon. Il parcheggio che scegliamo è prima del ponte lungo il fiume (se si arriva da Killaloe: ma ci sarà ancora?). In un vicino pub ci gustiamo il nostro primo Irish stew, uno dei (pochi) vanti della cucina irlandese, che è uno stufato di carne d’agnello (ma anche di manzo) con patate, prezzemolo, timo, cavolo rapa, carote. Lo mangiamo con pane integrale (‘brown bread’ in inglese), e nel rispetto della ricetta originale è denso e cremoso. E l’accompagnano con una O’Hara Irish Stout.
La mattina successiva visitiamo il Bunratty Castle, quattrocentesco castello, ampiamente ristrutturato negli anni ’60 del secolo scorso, con il Folk Park che è una ricostruzione di ambienti rurali irlandesi.
Via Ennis raggiungiamo Kilrush (con piccolo bel golfo) per puntare verso Loop Head. Alla fine della strada: un faro, erica, strapiombi sul mare, l’oceano che vi si incunea, i gabbiani, vento sferzante, in lontananza la penisola di Dingle, desolazione ma grande suggestione. Milano, con il traffico, le corse, gli abbonamenti, la pubblicità, la metropolitana, Berlusconi (siamo nel 2002 …) è lontana tanta quanto Plutone.
La tappa successiva sono le Cliffs of Moher, tra le più belle scogliere di Irlanda: qualche metro più in là del sentiero che le percorre si apre un baratro di circa 200 metri, roso dal mare, popolato di gabbiani, cromaticamente variegato.
Dopo la visita, ci spostiamo a Doolin, famosa nel mondo perché nei suoi tre pub tre si canta la migliore musica irlandese. Alla sera, ognuno di noi fumando 57 sigarette e 33 pipe, bevendo un po’ di birra, sgolandosi per comunicare con i compagni di tavolo e di bevuta, in lontananza sente della musica irlandese. Quasi sempre solo strumentale, di grande ritmo. L’Irlanda è anche questo. Dormiamo nel parcheggio dei traghetti per le isole Aran.
The Burren
L’indomani attraversiamo il Burren, d’aspetto desolato, un tavolato calcareo che finisce in mare, in cui la pavimentazione è frammentata da moltissime fessure, molto suggestivo anche perché vi crescono, tra gli altri fiori che non consociamo, molte piccole orchidee.
Sotto una specie di diluvio, insolito per l’Irlanda e che ci disturba non poco, visitiamo, vicino al villaggio di Bellharbour, i suggestivi resti in stile romanico della Corcomonroe Abbey, che fu un monastero cistercense fondato all’inizio del XIII° secolo. Sempre sotto la forte pioggia, il nostro tragitto continua con Clonmacnoise, sulle rive dello Shannon, a sud di Athlone, un bel sito di grandissima importanza religiosa (Papa Giovanni Paolo II lo visitò nel 1979), che riunisce le rovine di una cattedrale, di sette chiese, di due torri rotonde, di tre alte croci celtiche, oltre a numerose pietre tombali.
La vivace città di Galway è la nostra successiva tappa. Sostiamo nel campeggio a Salthill (https://www.salthillcaravanpark.com); in prossimità, si trova la fermata dell’autobus per il centro.
La nostra visita si sviluppa nel centro, tra il “Quartiere latino” ed il porto, e occupa un giorno intero, anche perché ci piace molto la vivacità della città, i suoi numerosi negozi, bar, ristoranti ed artisti di strada. Partiamo da Eyre Square, una piazza alberata risalente al XVIII° secolo, circondata da pub e ristoranti, luogo d’incontro di chi abita e visita la città. In Shop Street ammiriamo il Lynch’s castle, un edificio medioevale, e lo SpanishArch, che ricorda il periodo (XVI°/XVII° secolo) in cui le navi spagnole qui portavano spezie e prodotti non conosciuti nell’isola. La città è attraversata dal fiume Corrib, piccolissimo ma potente fiume che parte dal vasto Lough Corrib, situato poco più a nord della città: il fiume, che può essere ammirato dal ponte “O’Brien” è famoso per la pesca al salmone (in giugno/luglio si possono vedere i pesci risalire fiume) e per il canottaggio. Il porto merita una visita per le belle vedute che esso offre. Ci sono anche due chiese: la “St Nicholas’ Collegiate Church“, fondata nel XVI° secolo, protestante e la cattolica “Cathedral of Our Lady Assumed into Heaven and Saint Nicholas“, assai più recente, ma su modello delle chiese rinascimentali. Tra i molti ristoranti di pesce per cui Galway è famosa scegliamo il Mc Donagh’s al 22 di Quay Street. Sono sia “fish and chips bar” sia “seafood restaurant” ed i piatti che ordiniamo sono molto buoni ed i camerieri molto cortesi (ci scappano numerose foto ricordo …).
Da Galway ci spostiamo a Rossaveel, una delle località (per noi la più conveniente) da dove partono i traghetti per le isole Aran. Delle tre, visitiamo la più grande: Inishore. L’isola non è più quella di pescatori resa famosa in un documentario degli anni ’30 (“Man of Aran” di Robert J. Flaherty). E’ turismo: biciclette (che possono essere noleggiate dove attraccano i traghetti), pulmini, negozi di maglioni ovunque, case dove signore fanno maglioni che, grazie ad Internet, spediscono in tutto il mondo, bar, ristoranti, le lingue di tutti i continenti…Ma la geometria dei muri a secco che delimitano le proprietà, la scarsa vegetazione arborea, il suolo brullo e la “bastionata pressoché continua di scogliere” che si può vedere dal Dun Ahongasa (un forte in pietra preistorico, uno dei tanti che si possono trovare sulle isole, nella zone meridionale dell’isola) sono alcuni dei ricordi incancellabili del nostro viaggio. Troviamo anche la casa dei nostri sogni: tutta da ristrutturare, ma con splendida vista. E palma (sì, palma!) nel giardino.
Alla sera, nel parcheggio a Rossaveel, un altro grande regalo: il cielo il mare e la terra di Irlanda, con i loro più intensi colori: un caleidoscopio dove il rosso l’arancione il viola del sole che tramonta ed il bianco delle nuvole mosse dal vento si incontrano, si mischiano con il verde smeraldo di alcune piccole isole, il blu del mare ed il bianco delle onde.
La tappa successiva è il Connemara con tutti i suoi paesaggi, splendidi e diversificati: dalle coste frastagliate alle spiagge sabbiose, dalle foreste ai laghi alle torbiere a perdita d’occhio. Ed una camminata indimenticabile nel parco nazionale: con due guide, attraversiamo nella nebbia una torbiera, con acqua dal cielo e i piedi che affondano nel suolo acquitrinoso (https://www.connemaranationalpark.ie; il centro visitatori è a Letterfrack).
Altre località visitate: Clifden, considerata la “capitale” del Connemara, Kylemore Abbey, sempre nel Connemara con i suoi bei giardini murati, Cong, nella contea del Mayo, alla ricerca dei posti del film “Un uomo tranquillo”, con John Wayne e Maureen O’Hara, che, con i suoi “tipi”, ha indubbiamente contribuito a creare il mito dell’Irlanda. Ma i resti della “Cong Abbey” valgono molto di più del piccolo museo, che, tra l’altro, troviamo chiuso. Bello il panorama del lago Corrib e delle sue innumerevoli isolette. La campagna del Mayo è però sicuramente la meno pittoresca di tutta l’Irlanda: non ci sono le pecore, si incontra qualche mucca, i campi non sono coltivati. Terra povera, di gente povera, che ha pagato ingenti contributi alle carestie e al fenomeno della emigrazione.
Westport e Achill Island (un’isola collegata con un ponte alla terraferma) sono le nostre successive tappe. Westport è incantevole: affacciata sulla bellissima baia di Clew, è un grazioso centro in stile georgiano, composto da stretti vicoli, piazzette, ponticelli in pietra, un “boulevard” tutti sempre addobbati di fiori. Quando raggiungiamo l’isola, ci spostiamo a Keel, il principale centro, e tra un parcheggio in prossimità del mare ed il campeggio, scegliamo quest’ultimo: “www.Keel Sandybanks Caravan & Camping Park”, nella parte orientale del villaggio. Infuria una bufera: fuori dai nostri camper è tutto grigio: non si distingue il mare dal cielo. In un momento di tregua, facciamo una breve passeggiata che si conclude in un pub (evvai un’altra pinta di “irish stout”). Avvistata anche una macelleria: per pochi soldi ci vendono mezzo agnello.
L’indomani mattina, in camper, visitiamo l’isola: la nebbia non ci aiuta, ma quando vediamo le scogliere scopriamo vedute mozzafiato. Su queste scogliere, si infransero molte delle speranze degli spagnoli della Invincible Armada.
Sligo, Bundoran con la sua lunga spiaggia, Donegal Town (con la famosa veduta della montagna che si interrompe per degradare lentamente al suolo), Killybegs, porto peschereccio, suggestivo e piuttosto grande, sono le tappe del percorso del giorno dopo. Su di una banchina del porto di Killybags trascorriamo la notte. Due di noi riscoprono la loro passione per la pesca: alcuni sgombri in piena crisi esistenziale decidono di porre fine ai loro tormenti gettandosi sui loro ami. Per alcuni di noi, luculliana cena a base di pesce.
Il giorno dopo, raggiungiamo “Slieve League”, “Sliabh Liag” in gaelico (nella contea del Donegal ci sono due zone in cui il gaelico è la lingua parlata e anche quella dei cartelli stradali), “le più alte scogliere d’Europa”. Con il camper si può arrivare al parcheggio (il divieto di accesso è solo per i pullman). Breve tragitto a piedi, poi purtroppo con un po’ di nebbia, ammiriamo un’altra maestosa e selvaggia vista.
La successiva tappa è The Rosses, nella parte occidentale del Donegal, zona delimitate da montagne, fiumi e mare. E’ una delle zone in cui si parla gaelico (il nome deriva infatti da “ros”, promontorio). Iniziamo dalla parte vicina al mare: il paesaggio è roccioso, con molti piccoli laghi e ci sono punti in cui il mare si incunea nelle scogliere. Per noi è anche una piccola delusione (la prima e l’unica di questo viaggio) perché quando visitammo la zona cinque anni prima, trovammo poche case, roccia dal colore vagamente rosso, tante pecore e mucche lasciate libere a pascolare sulla roccia. Ora, invece, ci sono pochi animali e tante case per le vacanze di americani che tornano nel paese dei loro nonni (nel giardino della casa, alla bandiera irlandese si unisce quella americana).
Ci spostiamo leggermente all’interno per visitare il Glenveagh National Park, https://www.glenveaghnationalpark.ie., 24 chilometri a nord ovest di Letterkenny. Una area naturalistica con circa 100 ettari di boschi, brughiera, laghi, colline e montagne sullo sfondo ed un romantico castello sulle rive del Lough Veagh. Passeggiamo senza una meta precisa (al centro visitatori, dove lasciamo i camper, situato nella parte settentrionale del lago, si possono comprare le cartine con l’indicazione dei numerosi sentieri) e le vedute di questa natura incontaminata riempiono i nostri occhi.
Terminata la visita, ritorniamo sul mare e sulla spiaggia di Rathmullan, sulla costa occidentale del Lough Swilly (la strada R247), dopo una serata di musica irlandese e di … Guinness, trascorriamo la notte.
Il giorno dopo, passando da Letterkenny e dopo aver visitato il Grianan of Aileach (un altro forte circolare in pietra dell’Età del Ferro) entriamo nell’Irlanda del Nord. Non ci sono confini: sono stati cancellati agli inizi degli anni ’90; la sterlina inglese sostituisce l’euro, e tutto diventa più caro. Ci indirizziamo verso il mare nella contea di Antrim. A Bushmills, visitiamo il “Dunluce Castle“, cinquecentesco ma con aggiunte posteriori, romantico, in rovina, a picco sul mare; a nord della cittadina, camminiamo sulla “Giant’s Causeway“, “una delle più impressionanti formazione geologiche dell’isola”, massi e colonne di basalto che si protendono nel mare; ed infine ci dirigiamo nella distilleria “Old Bushmills”, in Distillery Road 2, la più vecchia d’Irlanda (conosciuta dal 1207, con licenza dal 1608), dove una guida ci presenta le diverse fasi della produzione, ci sottolinea i pregi del whiskey irlandese (soprattutto la triplice distillazione), ci accompagna in una grande sala dove possiamo gustare un po’ di whiskey (attenzione alle lettera “e” …) e qualche coraggioso (noi non siamo tra questi) impegnarsi in un distillato di corso di esperto bevitore (al termine, dopo mezz’ora circa, viene rilasciato un attestato. Il corso non è gratuito e comporta l’assaggio di una decina di whiskey. E la polizia, a proposito, è molto rigida con chi assume alcolici…).
Grianan Of Ailech
Dunluce Castle
Giant’s Causeway
Giant’s Causeway
Giant’s Causeway
Un angolo davvero suggestivo di questa contea sono le Glens of Antrims ovvero nove valli, strette e profonde, che dal mare si incuneano nell’entroterra fino alle sponde del Lough Neagh. La vegetazione è molto rigogliosa e la strada che corre lungo la costa offre squarci indimenticabili. In prossimità di Carnlough, in un parcheggio lungo la strada, trascorriamo una notte tranquilla.
Il giorno dopo, passando attraverso piccoli paesi che provocatoriamente segnalano la loro appartenenza alla fede protestante e, pertanto, al Regno Unito, con bandiere inglesi appese alle case, ai pali della luce e a qualsiasi altro appiglio e con murales che ritraggono uomini in arme, raggiungiamo Belfast. La città ci appare, almeno nel centro, ricca, con palazzi dalle architetture moderne, ma scopriamo che conserva vestigia ottocentesche piuttosto interessanti. In una di questa, un pub vittoriano (ma da allora ristrutturato), tutto maioliche vetri e pilastri, ancora illuminato a gas, pranziamo. Il nome del pub è “Crown Liquor Saloon,” la via Great Victoria Street al numero 46, è uno dei più famosi dell’Irlanda del Nord e prenotando si può mangiare nelle salette (una decina) dove le prostitute dell’epoca si intrattenevano con i loro clienti. Qualità e prezzo sono in linea con l qualità del locale.
Lasciata Belfast, rientriamo nella Repubblica d’Irlanda. Visitiamo i siti preistorici di Newgrange e Knowth. Molti tumuli con ingressi e passaggi che portano ad una camera sepolcrale centrale. Quello di Newgrange è stato costruito con così grande precisione che verso le nove del mattino di ogni 21 dicembre un raggio di sole penetra nel passaggio ed illumina la camera sepolcrale.
Vicino alla città di Drogheda, visitiamo Monasterboice, un antico sito monastico ora in rovina (ci sono due chiese ed una torre circolare), ma il cui recinto cimiteriale conserva alcune tra le più belle croci celtiche di tutta l’isola (risalgono al X° secolo).
Croce celtica a Monasterboice
Croce celtica a Monasterboice
Proseguiamo con Kells, un altro sito monastico, che, con la chiesa di St. Columba, conserva cinque grandi ed interessanti croci celtiche. Infine, i resti della Mellifont Abbey, la prima abbazia cistercense costruita in Irlanda, il cui lavabo ottagonale, praticamente integro, è di stupefacente bellezza e grande eleganza architettonica.
Dublino è la tappa successiva. Sostammo quattro notti in un campeggio a sud della città che fu chiuso nel 2004. Nei nostri giri scoprimmo qualche possibilità di parcheggio a Howth: è il porto turistico di Dublino, lungo le banchine c’è tanto spazio e la fermata della metropolitana è molto vicina. Mentre controllo i dati di questo viaggio vedo che nel sito camperonline.it. compare una stessa indicazione. Comunque attorno a Dublino ci sono anche dei campeggi ed in rete è molto facile trovare una soluzione. A proposito di Howth, noi ci arrivammo per il King Sitric, https://www.kingsitric.ie, un ottimo ristorante dove gustammo una cena sopraffina di pesce, a prezzo giusto considerata la qualità della cucina. Sono inclusi in molte guide, sono molto professionali, il ristorante è di grande atmosfera, con bella vista sul mare e sul porto.
Dublino è una grande città: moderna, viva, rumorosa, giovane, con interessanti possibilità di visite culturali. Che sfruttammo fino in fondo. E quello che segue ne è l’elenco:
il “Trinity College”, la più blasonata università di Irlanda (fu fondata da Elisabetta I nel 1592) e una delle più prestigiose al mondo. Qui abbiamo ammirato: il “Book of Kells”, o in gaelico “Leabhar Cheanannais”, uno splendido manoscritto miniato risalente al IX° secolo, opera di anonimi monaci, grande opera d’arte per la bellezza delle numerose illuminazioni e delle colorate miniature, che contiene i quattro Vangeli in lingua latina, unitamente a delle note introduttive ed esplicative; “The Old Library” ovvero “The Long Room”, nelle quale, lungo i suoi 64 metri, sono raccolti in file di librerie in quercia circa 200.000 preziosi. la più antica arpa irlandese e la Proclamazione della Repubblica d’Irlanda, letta durante la l’insurrezione di Pasqua. Nota di colore: la stanza sembra che sia stata fonte di ispirazione per quella degli archivi dei Jedi in “Guerre Stellari”;
le due cattedrali, la “Christ Church Cathedral”, cristiano-cattolica, con i suoi interni in stile romanico e la cripta del 1200, e la “St. Patrick Cathedral“, protestante, la più grande d’Irlanda, fondata nel 1191, che contiene la tomba di uno dei grandi di Irlanda nato in Dublino, Jonathan Swift;
“Henrietta Street“, con le sue case georgiane dell’alta borghesia del XVIII°/inizi del XIX° secolo, alte, in mattoni rossi, con inferriate alle finestre e porte molto colorate (gialle, blu, rosse). Ora quella al numero 14 è aperta al pubblico: 5 piani in cui si può notare la netta distinzione delle tre funzioni per cui queste case furono costruite: pubblica, privata e domestica (la vita si svolgeva prevalentemente tra il piano terra ed il primo piano);
gli iconici “Temple Bar,” pub, antico (XIV° secolo) dalle pareti rosse ma anche quartiere con vicoli acciottolati, negoziati vintage, sulla riva sinistra del fiume Liffey, stracolmi di giovani turisti; “Ha’penny Bridge”, costruito nel 1816, il primo ponte pedonale sul fiume Liffey (il nome deriva dal pedaggio che si doveva pagare: a halfpenny); Grafton Street, la via pedonale che ormai si trova in tutto il mondo; O’Connell Street, una delle arterie principali della città, con il General Post Office, un elegante edificio georgiano, uno dei monumenti più emblematici perché luogo della proclamazione della Repubblica irlandese durante la Sollevazione di Pasqua del 1916; “Molly Malone”, la statua di bronzo (con immancabile fotografia) che ricorda la protagonista, moglie di un pescatore, di una famosa canzone folkloristica diventata l’inno non ufficiale di Dublino (la statua ora si trova di fronte all’Ufficio del Turismo, in Suffolk Street).
Dublino ha anche una dimensione letteraria vuoi perché qui sono nati alcuni tra i più grandi autori della letteratura irlandese (J. Joyce, G.B. Shaw, W.B. Yeats, O. Wilde, S. Beckett, S. Heaney) vuoi perché è a Dublino che si svolgono le 24 ore di uno dei più grandi libri che il mondo abbia conosciuto ovvero l’”Ulisse” di Joyce. E per gli amanti ci sono tutta una serie di percorsi (e soste nei pub) per ricordare i luoghi natali di questi grandi e quelli visitati o associati ai personaggi dell’”Ulisse”. Sono facilmente recuperabili nelle guide, mentre il nostro suggerimento è https://www.dublinpubcrawl.com, un passeggiata di due ore e mezza, con alla guida degli attori professionisti (però è indispensabile la conoscenza della lingua inglese).
Il cibo. Un vecchio detto irlandese recita: “Eat breakfast like a king, lunch like a prince and dine like a pauper”. La tradizionale colazione è quella che noi italiani abbiamo appreso dai libri della nostra scuola media, con in più, tipicamente irlandese, una sostanziosa fetta di sanguinaccio (“black pudding”) con l’aggiunta al suo interno di qualche fiocco di cereale (orzo e avena). Molti sono i pub che offrono questa colazione: tra questi perché facile da raggiungere (in centro, in Suffolk Street 2, vicino alla statua di Molly Malone e all’Ufficio del Turismo), e perché è di grande atmosfera (è un pub storico), l’“O’Neills Pub & Kitchen”, http://www.oneillspubdublin.com. Per un ottimo “fish & chips” si può andare nella sede centrale di “Leo Burdock”, uno “shop” a conduzione famigliare e attivo dal 1913, al numero 2 di Werburgh Street, Christchurch Place (per mangiare, se non c’è spazio – cosa che accade quasi sempre – ci si può spostare nei giardini della cattedrale). Da notare la “Wall/Hall of Fame” , con l’elenco di tutte le importanti persone che qui sono venute per il tradizionale piatto (anche il Boss!). Per un buon caffè o tè, con qualche fetta di dolce, il posto scelto fu “Bewley’s”, in Grafton Street, storico locale.
Per l’acquisto dell’ennesimo capo di lana mohair ci siamo rivolti ad un negozio di “Avoca”. La cui interessante fabbrica con annesso piccolo villaggio avremmo poi visitato durante il transito nelle Wicklow mountains (si trovano in prossimità di Arklow, lungo il fiume Avoca ed il loro sito è: http://www.avoca.com).
Lasciata Dublino, le ultime tappe del nostro viaggio in Irlanda sono state:
Glendalough, importantissimo sito monastico in rovina (fondato dall’eremita Kevin nel VI° secolo fu distrutto da truppe inglesi alla fine del XIV° secolo), che conserva una piccola chiesa con lo strano nome di “Kevin’s kitchen”, la croce di San Kevin ed una torre circolare;
Glendalough
Glendalough
Powerscourt Estate, House and Gardens, https://powerscourt.com, nel cuore delle Wicklow mountains, vicino ad Enniskerry, GPS 3°11’05”N 6°11’13”O / 53.18472°N 6.18694°O, di cui visitiamo il grande e maestoso parco ed i giardini (in particolare, quello giapponese ed italiano) che occupano 47 acri. Una curiosità: i Gardens ospitano il “Pets Cemetery”, considerato il più grande d’Irlanda, in cui risposano, tra azalee rododendri e rose, gli amati animali domestici dei proprietari. A 6 chilometri circa dai giardini, ci sono delle spettacolari cascate: con i loro 121 metri, sono le più alte d’Irlanda.
Powerscourt Estate – House
Powerscourt Estate
Powerscourt Estate
le Wicklow Mountains ed il Sally Gap, un passo, lungo una strada che corre attraverso una sterminata brughiera con l’erica in fiore, in una tavolozza di colori in cui si mischiano il bianco, il rosa, il viola, il porpora, il bronzo, il giallo, l’azzurro, che costeggia piccoli laghi e foreste e lungo la quale possono essere avvistati caprioli selvatici.
Alla fine raggiungiamo Rosslare. Il traghetto ci porta in Inghilterra. Inizia il viaggio di rientro, le cui tappe sono state: Bath, Stonehenge, Salisbury, Brighton, Dover. A Calais, infine, saluti e baci per tutte/i.
Personaggi ed interpreti. I viaggiatori ed i camper nella parte di loro stessi. I gabbiani e le black-face sheep: nella parte di loro stessi/e. La navigatrice-che-non-sbaglia-mai-una-strada-mai: Cri. Verità rivelata: collaboratrice (immaginaria) nonché grande studiosa di Bruce, contesa dai maggiori cartografi mondiali, oggetto di ricerca avanzata nelle facoltà di geografia (e non solo) delle tre più prestigiose università australiane. L’Irlanda, nella parte dell’“emerald island” con il suo splendido e cangiante cielo (beh non potevo non scriverlo …). La Guinness e le altre Irish stout nella parte di loro stesse. Gli sgombri nella parte di loro stessi (a futura memoria). I “baracchini” nella parte di loro stessi. La voce un po’ sproloquiante, un po’ interessante, un po’ professorale e un po’ “da flebo”: Umberto (avevo dato sfogo a tutta la mia cultura in lingua inglese e la mia anglofilia…).
Conclusione. Questa non fu l’unica volta a capo di un gruppo di camperisti. Due anni dopo, in un complicato viaggio nella Federazione Russa, ci ritrovammo a guidare un gruppo di dieci camper in uscita da Mosca senza alcuna preparazione ed adeguata cartina (in un momento di grande crisi, Cri riesci a sfoggiare, con un basito signore, il suo russo imparato durante la lontana frequenza scolastica!!!), ma soprattutto durante tutto il viaggio di ritorno da Samara (sul Volga, nella parte centro-orientale della Russia europea), con sosta di alcuni giorni a Kiev organizzata quando eravamo in marcia. Una bella sfida che però, nella valutazione, ci portò alla decisione di non ripetere più questa esperienza.
E’ stato un viaggio di alcuni anni fa, affascinante ma anche difficile. Affascinante per la bellezza della natura e delle località che abbiamo visitato, ma anche difficile perché abbiamo passato molte ore in camper, il tempo non è stato clemente (molti sono stati i giorni di intensa pioggia) e, come leggerete nel diario, perché abbiamo avuto un serio problema con il motore del camper (che poi è stato l’unico in vent’anni di viaggi …). Nonostante ciò il ricordo della Norvegia è molto forte e sicuramente in futuro ci ritorneremo.
Sono circa 2000 i chilometri che separano la Lombardia dove viviamo da Oslo e, dopo due giorni interi di viaggio, nella tarda mattinata, raggiungiamo il “Bogstad Camping“, https://bogstadcamping.no. E’ un bel campeggio, immerso nella natura (c’è un lago ed un bosco) e molto vicino al centro della capitale, raggiungibile in un quarto d’ora con il bus 32, che ferma fuori dal campeggio.
Dopo aver sistemato il camper, ci spostiamo subito nel centro di Oslo per l’intero pomeriggio. Non abbiamo una meta definita ed allora seguiamo l’affollata via pedonale Karl Johans gate. La nostra attenzione è attirata dalla Domkirke, la cattedrale, con la sua elaborata vetrata ed il soffitto, entrambi splendidamente dipinti. Seguono poi l’elegante palazzo del parlamento in mattoni gialli (Stortinget); il Radhus, il municipio, in Fridtjof Nansens Plass, con le sue due torre gemelle, e con la facciata, non particolarmente attraente, in mattoni rossi in stile funzionalista, al cui interno, il 10 dicembre di ogni anno, viene conferito il premio Nobel alla pace; il teatro nazionale (National theatre), il più importante della Norvegia, con la sua bella hall in stile rococò. Al termine della via, circondato da un grande parco, si trova il neoclassico Slottet o più formalmente Detkongelige slott, costruito nella prima parte del XIX° secolo, la residenza ufficiale dei reali norvegesi. Un po’ stanchi per il viaggio e per la visita del centro di Oslo, rientriamo in campeggio.
Radhus
Karl Johans gate con lo Slottet
Continuiamo la visita il giorno dopo. Ci sono tanti musei nella città e considerato il tempo che abbiamo disposizione decidiamo di visitare il Viking-skipshuset, il Norsk Folkemuseum ed il Vigelandsparken. I primi due si trovano nella penisola di Bygdoy, che dista pochi minuti dal centro ma che sembra appartenere ad un altro mondo: rurale. E difatti i reali hanno qui la loro residenza estiva, come pure molti ricchi abitanti di Oslo. La penisola si raggiunge in traghetto che parte difronte al municipio: le corse sono molto frequenti e i due musei si raggiungono con una breve passeggiata a piedi dalla fermata del terminal dei traghetti di Dronningen.
Il primo museo (Viking-skipshuset, in Huk Aveny 35) espone due eleganti navi vichinghe, Oseberg e Gokstad, costruite in legno di quercia nel IX° secolo, utilizzate nella terraferma come tombe per nobili vichinghi (in realtà il museo presenta anche i resti di una terza nave, che però sono poca cosa rispetto all’imponenza ed al livello di conservazione delle altre due) e degli oggetti ritrovati sulle navi, doni che avrebbero accompagnato il defunto nell’aldilà. Oseberg fu sepolta nell’anno 834, è lunga 22 metri, richiedeva trenta rematori ed è decorata da sculture che raffigurano un drago ed un serpente. Contiene una grande camera sepolcrale, ma quando venne dissepolta i gioielli erano già stati tutti trafugati. Gokstad è più solida, fu costruita attorno all’890, ed è considerata il più bell’esempio rimasto i nave vichinga (anche qui la camera sepolcrale venne depredata prima della sua scoperta). Il Norsk Folkmuseum, http://www.norskfolke.museum.no, in Museumsveien 10, il museo del folklore norvegese, è il più grande museo all’aperto di Norvegia: comprende 140 edifici, quasi tutti del XVII° e XVIII° secolo, provenienti da tutto il paese, appartenente sia ad un contesto rurale che cittadino.
Gokstad
Tune, la terza nave
Slitta vichinga
Chiesa in legno
Casa rurale
Casa
Lasciamo la penisola e ci spostiamo in Aker Brygge, il vecchio cantiere navale ora un complesso commerciale all’avanguardia, nuovi edifici residenziali in vetro ed acciaio ed una grande area di ristorazione. Qui come fanno gli abitanti di Oslo ed i numerosi turisti gustiamo degli ottimi gamberetti, accompagnati da una baguette fresca, maionese ed una spruzzata di succo di limone.
Dopo il pasto, prendiamo il tram 12 in direzione Frogner per visitare il Vigelandsparken. Come dice il nome è un parco e come tale presenta laghetti, vasti prati , ruscelli, alberi ombrosi che attirano gli abitanti di Oslo nelle belle giornate. Per noi invece è soprattutto un’esposizione all’aperto di 212 opere del grande scultore norvegese Gustav Vigeland, in bronzo ed in granito. Le emozioni sono tanti e di forte impatto sia che si ammiri le statue degli amanti abbracciati, dei mendicanti, degli anziani, dei bambini, sia che ci si trovi difronte al monolito di 14 metri, che svetta sulla sommità della collina del parco, che rappresenta 121 figure umane che si contorcono, si abbracciano e si ostacolano nella loro lotta per raggiungere la cima.
Veduta dall’ingresso del Parco
Il monolito
Alcune delle statue del Vigelandsparken
Il giorno successivo lasciamo Oslo in direzione di Lillehammer e Trondheim, dove intendiamo arrivare verso sera. Entriamo nella parte centrale della Norvegia ed il percorso complessivo è di circa 500 chilometri. La prima – breve – sosta è Lillehammer. Fu sede degli giochi olimpici invernali nel 1994 e gran parte della vita della cittadina ruota attorno ai siti olimpici e agli sport invernali. Ci sono però anche degli interessanti musei: tra questi il Maihaugen, il museo folkloristico, allestito all’aperto che raccoglie 180 edifici, valutato dalla nostra fedele guida “Lonely Planet”, come il più bello di tutta la Norvegia.
Seguiamo l’itinerario E6 e dopo circa 200 chilometri, alla fine del lago Mjosa, lo stesso su cui si trova Lillehammer, ci fermiamo in prossimità di Ringebu per visitare la splendida stavkirke, tipicamente norvegese, una delle 28 sopravvissute ai giorni nostri, anche se tutte pesantemente rimaneggiate nel corso dei secoli. Situata a circa due chilometri dal centro abitato e poco distante dall’itinerario che stiamo seguendo, questa chiesa in legno risale in larga parte al 1220 circa (la torre rossa fu aggiunta durante una ristrutturazione del XVII° secolo), presenta al suo interno una interessante statua di san Lorenzo e delle incomprensibili iscrizioni runiche.
Una volta superata Dombas, entriamo nel Dovrefjell-Sunndalsfjella Nasjonalpark, un grande parco nazionale che è la più ampia area protetta continua della Norvegia, istituito per salvaguardare gli splendidi altopiani che circondano il monte Snohetta e le paludi di Fokstumyra, habitat ideali di numerosi animali (per citarne solo alcuni: volpi artiche, renne selvatiche, buoi muschiati e, tra gli uccelli delle paludi, il croccolone, il gambecchio nano, il combattente, l’albanella reale). E’ il primo assaggio di quella natura per la quale avevamo deciso questo viaggio: le vedute mozzafiato ci riempiono gli occhi, ci resteranno negli anni a venire e ci spingeranno a tornare in Norvegia.
In serata arriviamo a Trondheim e ci sistemiamo nell’area di sosta per camper (Trondheim parkering), in Maskinistgata 2, Coordinate: 63°26’17.9”N; 10°25’15.6”E.
Il giorno dopo visitiamo Trondheim: è stata la prima capitale ed ora è la terza città più grande della Norvegia. Il centro si estende su una penisola, è molto frequentato, le biciclette sono ovunque (molti sono i giovani: è sede universitaria), i bar ed i ristoranti sono invitanti, soprattutto quelli nel quartiere Bakklandet, che occupano spazi che una volta erano magazzini e residenze operaie, ed in quello di Solsiden, qui più stilosi. Ci restiamo fino al primo pomeriggio e riusciamo visitare la Nidaros Domkirche, con il palazzo dell’Arcivescovo, ed i quartieri storici. La cattedrale di Nidaros, in Konsgardsgata, risale al Medioevo, è imponente, ha una facciata riccamente decorata da numerose statue di personaggi biblici, vescovi e re norvegesi, mentre nella penombra dell’interno, si possono ammirare l’altare con la tomba del re vichingo che introdusse il cristianesimo (Olav il Santo), gli elementi architettonici d’influenza anglo-normanna nel transetto e nella sala capitolare e quelli gotici del coro e del deambulatorio. Nel transetto meridionale c’è l’ingresso per la salita alla torre (ogni mezz’ora circa): salendo si può avere una bella vista sulla città. Il biglietto dell’ingresso alla Cattedrale permette la visita anche dell’adiacente Erkebispegarden (il Palazzo dell’Arcivescovo), anch’esso medioevale (1160 circa), all’interno del quale si può ammirare il tesoro della corona norvegese e visitare un museo dedicato alla cattedrale.
Terminata la visita ci siamo spostati Kjopmannsgaten, al cui inizio, sulla destra, c’è il vecchio ponte cittadino (Gamle Bybro). E sul ponte ci siamo fermati perché si può avere una splendida veduta del Bryggen, una serie variopinta di magazzini del XVIII° e XIX° secolo che s’affacciano sul fiume e che, lo scopriremo più avanti nel viaggio, ricordano quelli (molto più belli) di Bergen. A est del ponte ci sono i due quartieri storici di Mollemberg e Bakklandet. Oltre a cedere alla tentazione di fermarci in un pittoresco bar e gustare un ottimo caffè (a proposito: i norvegesi sono grandi bevitori di caffé) accompagnato da deliziose fette di torta, ammiriamo, lungo le vie acciottolate, le numerose case dai colori pastello, tutte circondante da piccoli ma molto curati giardini, ed i diversi edifici in legno del XIX° secolo (tra questi: la Hospitalskirchen, una chiesa ottagonale in legno, situato nel perimetro dell’ospedale).
La cattedrale
Bryggen – particolare
Eleganti case dei quartieri storici
La parte restante della giornata la dedichiamo alla Atlanterhavsveien, la Strada dell’Atlantico, un tratta lungo circa 8 chilometri, costruito negli anni ’80 del secolo scorso. E’ composta da 8 ponti e viadotti, si innalza e serpeggia su 17 isolette tra Verang e l’Isola di Averoya, è classificata come “strada nazionale del secolo”, per molti una delle più belle strade del mondo. Percorrerla è stato un gran piacere per i panorami che regala (anche se nella brutta stagione diventa estremamente pericolosa per il forte vento e le mareggiate) quando si innalza o s’incurva, con il mare ai suoi lati. Lungo la strada ci sono delle rientranze: in una di queste trascorriamo la notte. Ed il mare stimola una delle mie passioni: la pesca. Così tra la sera e la mattina presto alcuni merluzzi abboccano agli artificiali.
La strada atlantica
Dopo la pesca mattutina, ci spostiamo ad Alesund, nella zona dei Fiordi settentrionali. Nel primo pomeriggio arriviamo nell’area di sosta nel centro della città: Bobilparkeroing I Sentrum, GPS: 62°28’36.8”N; 6°09’35.9”E.
Visitiamo il centro della città che si sviluppa su una penisola a forma di amo. Ci sono molto edifici in stile art nouveau continentale e con ornamenti e motivi della tradizione norvegese conseguenza della ristrutturazione seguita al devastante incendio che colpì Alesund il 23 gennaio 1904 e alla quale parteciparono l’imperatore Guglielmo II di Germania, che spedì navi cariche di provviste e materiali edili, ed un gruppo di giovani architetti norvegesi di formazione germanica. Questi edifici possono essere ammirati sopratutto nella via Kongensgata. Tralasciamo i musei, un po’ perché defilati rispetto al centro un po’ perché il tempo a disposizione non ce lo permette, mentre ci impegnano a salire i 418 scalini sulla collina di Aksla per raggiungere il belvedere di Kniven, da cui si può avere una bella panoramica della città e delle isole che la circondano.
Vedute di Alesund
L’area di sosta è prospiciente il mare: è possibile pescare e due merluzzi finiscono sul barbecue.
Il giorno successivo ci spostiamo a Runde, 67 chilometri a sud-ovest di Alesund, e sostiamo nel campeggio, alla fine della strada, direttamente sulla spiaggia, GoksoyrCamping.
Runde viene definita l’isola degli uccelli e per la nostra guida “ospita mezzo milione di uccelli marini di 230-240 specie diverse, tra cui 100.000 coppie di pulcinella di mare” (gli abitanti sono circa 150!). Appena fuori il campeggio parte un sentiero che corre a picco sugli scogli che percorriamo. La pioggia ci disturba molto, ma la vista degli uccelli (e tra questi le pulcinelle di mare sono le più numerose), degli scogli e del tempestoso mare sono indimenticabili. Dopo due ore circa, fradici, rientrano in camper.
La pioggia si interrompe un po’ e mi lascia un breve spazio per una infruttuosa pesca, ma poi riprende con grande intensità. Tutto fuori diventa grigio scuro ed il cielo non si distingue dal mare. Lo spettacolo è molto suggestivo, ma noi con la stufa accesa siamo all’interno del nostro camper …
Veduta dal sentiero
Il mare
Beccaccia di mare
Runde
Lasciamo l’isola il giorno dopo sempre sotto la pioggia. Ci spostiamo in direzione di Adalsnes a sud della quale vogliamo percorrere la Trollstigen, la “scala dei Trolls”. E’ una strada di montagna da brivido, portata a termine nel 1936 dopo otto anni di lavoro: 11 tornanti, con pendenza del 12% o superiore, quasi sempre ad una sola corsia, spesso con scarse protezione ai lati. Pochissime le rientranze: una in corrispondenza della cascataStigfossen, dove, come tutti, anche noi ci fermiamo per le fotografie di rito. Arrivati in cima altre rituali fotografie: della vertiginosa vista sulla vallata sottostante, delle cime dei monti che la circondano e del cartello stradale che avverte “Attraversamento di Troll”. La strada è famosa anche nel mondo della bicicletta ed infatti, quando saliamo, davanti al nostro camper, c’è un padre che, in auto, incita a perdifiato il figlio adolescente in bicicletta a salire il più velocemente possibile. E noi restiamo basiti anche guardando il volto stravolto dell’ansimante adolescente.
L’inizio
La cascata
Il cartello
Nel villaggio, al termine della discesa dopo una breve sosta, sentiamo un rumore provenire dal motore del nostro Sleek 585. Andiamo da un meccanico, che ci consiglia di ritornare ad Alesund. Così, passiamo la notte ad Alesund, davanti ad un’autofficina, dopo un breve controllo del motore del camper da parte di un meccanico. Con molti pensieri infausti nella testa. Il giorno dopo i meccanici controllano il motore. Ci comunicano che per loro si sta rompendo la pompa dell’acqua e, per la riparazione, di andare ad Oslo, nella sede centrale dell’officina.
Arriviamo, dopo circa 500 km, con un forte rumore nel motore, quando stanno per chiudere. Ci lasciano entrare con il camper e nel cortile dell’officina trascorriamo la notte. Il giorno dopo prima controllano un camper di una coppia tedesca, poi il nostro Sleek. Attendiamo. Silenzio. Prendo l’iniziativa di andare a chiedere informazioni: scopro che per aggiustare Sleek chiedono un controvalore in corone di 2500 euro. Discutiamo animatamente, telefono alla nostra officina di fiducia in Italia per un confronto (li metto in crisi quando comunico che quotano circa 125 euro per ogni ora di lavoro), ci dicono che stanno chiedendo troppo per sostituire la pompa dell’acqua e tutto quello che questo comporta, e tra il meccanico che parla in italiano, io che traduco in inglese, loro che rispondono in norvegese/inglese, alla fine scendiamo a 17.000 corone, circa 1800 euro. Accettiamo. Ordinano la pompa ed iniziano il lavoro. Ovvero ci comunicano che smontano il motore. A questo punto, per la prima volta nella nostra vita, facciamo valere l’assicurazione grazie alla quale riusciamo a trovare un ottimo albergo nel centro di Oslo. Anche se abbiamo tanti pensieri nella nostra mente (che fare: continuare il viaggio o ritornare in Italia? se restiamo: come continuare il viaggio?), approfittiamo per un’ulteriore visita di Oslo.
Passeggiamo nel centro e ci spostiamo in Aker Brygge. Ci deliziamo con una cena in uno dei suoi numerosi e stilosi ristorante consistente in un piatto misto di pesce, affumicato e non, uovo di gabbiano (più grande rispetto a quella di gallina, bluastro, gustoso) e, con qualche rimorso, un trancio di balena.
Vedute di Aker Brygge
Per tutta la mattina del giorno dopo restiamo nel centro di Oslo. Visitiamo AkershusFestning e Akershus Slott, la fortezza ed il castello di Akershus, entrambi ricchi di storia. Costruiti durante il Medioevo, si trovano sul lato orientale del porto, sono affacciati sul mare, hanno subito più volte opere di ristrutturazione e di rinnovamento ed oggi si presentano come una specie di parco per concerti e spettacoli vari, a ragion veduta sono una grande attrattiva della città. Il castello comunque mantiene la sua facciata medioevale, ma nell’insieme è un palazzo rinascimentale, con, nei sotterranei, le prigioni mentre ai piani superiori grandi sale di ricevimento e banchetti.
Mentre visitiamo Oslo, prendiamo la decisione di continuare il viaggio. Alle 3 del pomeriggio ritorniamo all’officina. Paghiamo il convenuto e ripartiamo con qualche timore. Percorriamo la E16 e ci fermiamo a Fagernes, un tipico villaggio di montagna. Sostiamo lungo il lago. Facciamo un barbecue, ci sono altri camper e qui trascorriamo la notte.
La mattina dopo lasciamo Fagernes e seguiamo laR51, che sale lungo colline, foreste, un brullo altopiano, con sullo sfondo alte ed innevate montagne mentre costeggia numerosi laghi. In uno di questi e nel torrente immissario, dopo aver pagato il permesso giornaliero, provo a pescare: il posto è incantevole, ma l’esito della pesca infausto. Raggiungiamo il villaggio di Lom e visitiamo la stavkyrkje: posizionata nel centro, in prossimità del fiume, è stata ampliata e modificata nel corso della storia (l’attuale pianta a croce risale al XVII° secolo, mentre la sua costruzione invece è avvenuta nel 1170): è una delle più belle della Norvegia e tuttora in uso come chiesa parrocchiale.
R 51
R 51
R 51
R 51
R 51
Lom – Stavkyrkje
Lom è in posizione fantastica ed è molto importante perché punto d’intersezione delle strade che portano a Geiranger (a circa 70 chilometri) e la Sognefjellvegen (R55), una strada panoramica che corre in quota (raggiunge i 1434 metri), inclusa nell’elenco delle 18 strade turistiche nazionali, e che attraversa lo splendido Jotunheimen Nasjonalpark. Noi decidiamo di seguire quest’ultima direzione: la salita è graduale ed inizia con l’incantevole valle del Bovra. Qui e per tutto il percorso ci sono splendide vedute: all’inizio c’è molta vegetazione e numerose sono le foreste di pini, poi prevalgono laghetti più o meno ghiacciati, la neve sui prati, ghiacciai che lambiscono la strada o che si sviluppano come braccia tra due costoni di montagna. Di questi ci colpisce il colore blu ed il pensiero va al XIX° secolo quando questo ghiaccio veniva commercializzato e gli inglesi (ma non solo) lo utilizzavano nei loro drink. Il cielo molto nuvoloso, d’un grigio pesante, completa il paesaggio: è una sintonia di colori, un po’ malinconica, comunque dotata di un suo particolare fascino.
R 55
R 55
R 55
Alla sera raggiungiamo Sogndal e trascorriamo la notte nel Kjørnes Camping og Fjordhytter Kjørnes, GPS: Latitudine: 61.211712 | Longitudine: 7.120832.
Il giorno dopo andiamo a Solvorn, che scopriamo essere un tipico ed elegante villaggio, per prendere il battello che, attraversando il Lustrafjorden, ci porta a Urnes, una località con una bella chiesa in legno, Patrimonio dell’Umanità. Che raggiungiamo dopo una passeggiata di un chilometro, ma la chiesa è chiusa perché purtroppo in ristrutturazione. C’è però una locanda dove mangiamo delle ciliegie accompagnate da un waffle.
Stavkirke
Le decorazioni
Il fiordo
Riprendiamo il battello, risaliamo sul camper che abbiamo lasciato nel parcheggio vicino al molo per le due prossime tappe: il grande ghiacciaio Josdalsbreen, o meglio il suo braccio più accessibile (e meta di numerosi turisti) Briksdalsbreen, e il Geirangerfjord, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, per la nostra guida “molto probabilmente il fiordo più bello del mondo” e, per questo, invaso da molti turisti e percorso da molti ed inquinanti traghetti.
Briksdalsbreen è a circa 25 chilometri dal villaggio di Olden da cui ha inizio la strada per la salita al ghiacciaio. Lasciamo il camper nell’ampio parcheggio gratuito e camminando lungo un facile sentiero arriviamo al lago che raccoglie le acque del ghiacciaio: la vista è impareggiabile, il colore blu del ghiaccio ci colpisce, purtroppo è evidente il suo restringimento.
Nel tardo pomeriggio ci troviamo sul punto della strada a picco su Geiranger, il villaggio in fondo al fiordo. Che, però, possiamo soltanto immaginare perché c’è tanta nebbia, quella nebbia fitta che una volta caratterizzava le giornate della nostra Lombardia. Lentamente percorriamo gli 11 tornanti e raggiungiamo il campeggio Geiranger Camping, a pochi passi dall’attracco dei traghetti, sconvolto dalla pioggia di questi giorni e dalle acque del torrente impetuoso che lo attraversa, e lì passiamo la notte.
La mattina dopo, con il traghetto, sul quale abbiamo caricato il nostro camper, percorriamo il fiordo per tutta la sua lunghezza di circa 20 chilometri. Lo spettacolo è di quelli che rimangono nella mente: sulle parete scoscese sono abbarbicate alcune fattorie (che fanno sorgere domande: come avranno fatto a costruirle? saranno abitate?), impetuose cascate gettano le loro acque in quelle verde smeraldo del fiordo, gabbiani si lasciano trasportare dalle folate di vento e sembrano prepararsi per le nostre foto ricordo. Fa anche molto freddo però e la voglia di rinchiudersi all’interno del traghetto è molto forte. La crociera finisce a Hellesynt.
Il traghetto
Particolare di Geiranger dal traghetto
La cascata delle “sette sorelle”
(Di fronte) La cascata del “Pretendente”
Ci muoviamo in direzione sud fino a Laerdal, con sosta in un pittoresco bar. Forse perché stanchi o perché sicuramente disattenti, partiamo lasciando la borsa con i soldi ecc. su una delle sedie all’esterno. Quando ce ne accorgiamo qualche chilometro dopo velocemente ritorniamo al bar. Veniamo accolti dal sorriso del gestore che si ricorda di noi e ci consegna la borsa: “tutto bene quel che finisce bene”.
Lungo il percorso ci sono degli impetuosi torrenti e delle splendide vedute. Inizia però a serpeggiare la stanchezza delle troppe ore passate in camper e scappano dei confronti con altri viaggi: soprattutto con la nostra amata Gran Bretagna, la sua campagna e le numerose possibilità di sosta che spezzano i lunghi tragitti, dove gustare ottimi cream tea o sorseggiare le bitter.
A Laerdal ci fermiamo nell’accogliente campeggio in Grandavegen 5. Per contatti, il sito è : https://www.laerdalferiepark.com. Il villaggio è in una splendida posizione: al termine della lussureggiante valle con lo stesso nome, in cui si coltivano “ottime ciliegie dolci” (apprezzamento citato dalla guida) e sulle sponde del Sognefjord, il fiordo più lungo del mondo (203 chilometri). Vicino al campeggio c’è un fiume ideale per la pesca al salmone: tutto questo risveglia la passione della pesca, ma mentre mi accingo a gettare l’artificiale leggo un cartello di divieto di pesca per la presenza di un batterio che sta uccidendo i salmoni. Non rinuncio: vado sul molo per qualche merluzzo. E qui … c’è un altro ostacolo: i ciarlieri italiani che, arrivati in pullman e sistemati nell’albergo, incontrano un italiano e con lui vogliono condividere informazioni ed impressioni sulla nazione che si sta visitando.
Il giorno dopo mi alzo presto e pesco lungo la massicciata del porto. Dopo la pesca (2 ore circa), visitiamo il villaggio di Laerdal: elegante, e a tratti aristocratico, nei suoi edifici in legno. Con il bus, andiamo alla stavkirke di Borgund: dedicata a Sant’Andrea, è una delle più note e fotografe della Norvegia. E’ molto ben conservata ed è l’unica ad avere conservato il campanile indipendente dal corpo della chiesa. Ci sono anche degli antichi sentieri che partono dalla chiesa. E se il tempo lo permette (ma non è il caso nostro), è bello fare una passeggiata. Una volta rientrati, sotto la pioggia, per circa tre ore, mi rimetto a pescare: tre pesci persi e due merluzzi. Purtroppo non si può fare il barbecue perché diluvia. O quasi.
Casa di Laerdal
Stavkirke di Borgund
Stavkirke di Borgund
Il giorno dopo ci spostiamo a Flam attraverso una galleria di più di 24 km per prendere il treno che vertiginosamente si inerpica su una montagna e collega il villaggio a Myrdal: una meraviglia sia per il paesaggio che per la qualità della costruzione: a trazione elettrica e a scartamento normale nonostante la pendenza: sale praticamente dal livello del mare (2 s.m.l.) per 864 metri in 20 chilometri circa. La linea ferroviaria si chiama Flamsbama, il sito web è http://www.flaamsbana.no., ci sono fino a 10 corse giornaliere nel periodo estivo ed è di collegamento con la principale Oslo-Bergen. Quando arriviamo scopriamo che molte corse sono complete (molti sono i turisti). Così visitiamo il paese, scopriamo sia interessanti negozi di alta qualità, sia anche di cattivo gusto (la solita paccottiglia per turisti), ci riposiamo e, finalmente alle 4, prendiamo il treno. Che sale, sale … . Le cascate sono numerose, tutte imponenti, soprattutto Kjosfosse, difronte alla quale il treno si ferma per le fotografie di rito. Assistiamo anche ad uno spettacolo organizzato sulla montagna, tra nebbie, naturali e non, nel quale cantanti liriche (?) sono abbigliate come vestali celtico-vichinghe ed una danzatrice impersona una figura del folklore nordico protettrice dell’acqua e dei fiumi. Arrivati in cima a Myrdal, attraverso ardite gallerie a spirale dentro e fuori la montagna, come all’andata, il treno ora scende … scende con una pendenza pari al 55 per mille sull’80% del percorso.
Il treno
Il percorso – particolare
La cascata
Riprendiamo il camper ed arriviamo a Voss, famoso centro per gli sport estremi (bungee jumping, parasailing), ma che per noi, come d’altro canto per molti altri viaggiatori, è una tappa del percorso dai fiordi verso Bergen. Sostiamo nel campeggio Voss Campingm http://vosscamping.no, è sul lago e vicino al centro della cittadina. Il motore è ancora caldo quando accendiamo il barbecue: i tre merluzzi della cena sono quasi buoni.
Nel pomeriggio del giorno dopo arriviamo a Bergen, naturalmente sotto la pioggia: sono le 14.00 quando entriamo nell’area di sosta in Vilhelm Bjerknes, 24, N 60.354543, E 5.359813, difronte al palazzetto del ghiaccio, vicino alla fermata del tram che porta in centro.
Bergen è una bella città, in fantastica posizione circondata come è da colli e fiordi, ricca di storia con il suo quartiere del Bryggen, ora nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità, l’animato porto di Vagen, le molte case di legno sulle colline circostanti, interessanti musei, gente simpatica. Per noi una piccola delusione è però il mercato del pesce della Torget, la piazza sul lungomare: l’atmosfera è sì gioiosa e vivace, ma l’impressione che ne ricaviamo è che è troppo turistico ed il pesce ed i frutti di mare sono buoni ma cari.
La nostra visita, per la quale troviamo molto utile la Bergen Card (http://www.visitbergen.com.) occupa il pomeriggio dell’arrivo e tutto il giorno dopo. Non possiamo non partire dal Bryggen, (il “molo” nella traduzione in italiano) che si snoda lungo la riva orientale del porto di Vagen. Gli edifici attuali sono stati tutti ricostruiti dopo l’incendio dell’inizio del XVIII° secolo ma seguono l’impianto originale. Sono tutti in legno, di due o tre piani, con una grande sala luogo di incontro per i dipendenti. Fungevano da locali per uso commerciale, alloggio e magazzino ed erano condivisi da più società commerciali. C’è anche un museo che illustra la vita del Bryggen nel corso dei secoli e fornisce una dettagliata guida per la visita (anche di altri siti di Bergen): si chiama Bryggens museum, si trova in Dreggsalmenning 3.
Per conoscere la vita dei commercianti della Lega Anseatica, di cui Bergen faceva parte, i posti migliori sono Hanseatiske Museum, http://www.museumvest.no, in Finnegardsgaten e la Schotstuene, in Ovregaten 50. Dalle difficili condizioni di lavoro e di vita dei commercianti e dei loro apprendisti al lusso della classe dirigente di allora, alla ricostruzione di una sala in cui l’ordine dei commercianti teneva le riunioni o festeggiava bevendo birra (la Schotstuene), alla preghiera del commerciante: tutto questo è dettagliatamente documentato e la ricca conoscenza che se ne ricava è certamente esaustiva della Lega, delle sue regole e della mentalità dei commercianti che ne diedero vita.
Per ammirare Bergen dall’alto ci avvaliamo della funicolare Floibanen, in Verlidsalmenning 21, www,floibanen.no. Completano la nostra visita la Bergenhus Festning (fortezza), all’ingresso del porto, la Mariakirken e la Domkirke: la prima è l’edificio più antico di Bergen (XII° secolo), con facciata a due torri gemelle in stile romanico e all’interno con uno splendido pulpito barocco, dono dei mercanti della Lega Anseatica; la seconda è la cattedrale di Bergen, dall’interessante ingresso.
Come ci capita spesso nei nostri viaggi, con la pioggia che non ci abbandona, passeggiamo anche senza una meta precisa. E così percorriamo tranquille e suggestive vie, tutte con ciottoli e fiancheggiate da belle case in legno, con bar nei quali gustare piatti di salmone e baccalà oppure caffè con deliziose torte, soprattutto dietro la stazione della funicolare, a Sandviken, a Nordness (e qui c’è un ristorante piuttosto conosciuto: il Kafe Kippers, in Gergenes Verft, 12).
Bryggen
Bryggen
Bryggen
Domkirke
Mariakirken
Bergen dall’alto
Lasciamo Bergen sotto la pioggia. Facciamo una tappa a Haugesund, città portuale un po’ fuori dai percorsi turistici. Interessante il Radhus, nelle cui vicinanze c’è il tumulo di Krosshaugen, con una croce in pietra, che ricorda i raduni cristiani che si svolgevano qui attorno all’anno 1000. Ha lunga via centrale con qualche casa in legno piuttosto interessante. Una curiosità: la città rivendica il titolo di patria originaria i Marilyn Monroe perché figlia di un fornaio locale emigrato negli Stati Uniti (c’è anche un monumento sul porto in ricordo della sua morte). Troviamo un ristorante di pesce. L’ambiente è bello, la zuppa di pesce che ci riscalda un po’ è buona.
Il nostro viaggio continua sull’isola di Karmoy. Assolutamente non interessante all’inizio: solo fabbriche. Poi, quando la strada corre lungo la costa, si aprono dei bei paesaggi che ci accompagnano fino all’incantevole Skudeneshavn, dalle molte case bianche di legno. Passeggiando nel paese scopriamo che la località è collegata con un un traghetto a Stavenger. Con il camper ci spostiamo sul molo: la pesca è infruttuosa, la notta tranquilla.
La mattina dopo, il traghetto, in realtà un grosso battello economico, ci porta, dopo un viaggio di un’ora e trenta minuti, in prossimità di Stavanger. Visitiamo Stavanger: davvero bella è la parte vecchia e quella lungo il molo dove attraccano le navi da crociera (la città accoglie un grande flusso di turisti). Lungo la via centrale della GamleStavanger, la vecchia Stavanger, ci sono molte case in legno (la guida ne conta 173) dell’inizio del XVIII° secolo, tutte imbiancate e ben conservate, con meravigliosi giardini in fiore. C’è anche un museo-fabbrica di aringhe Hermettikkmuseum: che naturalmente visitiamo. E così veniamo edotti circa l’importanza di Stavanger in questo settore merceologico all’inizio del XX° secolo, il processo di lavorazione in 12 fasi del pesce ed il suo inscatolamento. Possiamo vedere molte delle etichette usate per abbellire le confezioni e veniamo informati che ora assai ricercate dai collezionisti.
La giornata è davvero bella: finalmente! Sotto il gradevole sole vistiamo la Domkirke: una bella cattedrale medioevale in pietra, più volte restaurata, al punto che ora si presenta come un insieme di elementi gotici, barocchi, romanici ed anglo-normanni. La mite temperatura e, dopo tanti giorni di pioggia, il ritemprante sole ci tengono lontano dallo Stavanger Museum (www.stavanger.museeum.no): sarà per un altro viaggio!
Stavanger
La vecchia Stavanger
La vecchia Stavanger
Lasciamo Stavanger nel pomeriggio. Seguendo la strada n. 44, ci ritroviamo all’improvviso in un territorio che diventa roccioso, con molti laghi oscuri e tanta erica. Cerchiamo un posto per la notte: ci fermiamo nel porto della bella Egersund, dalle molte case in legno lungo la Strandgaten.
Il giorno dopo continuiamo lungo la strada 44. Il paesaggio non cambia. Ci indirizziamo nel territorio del comune di Sokndal, inserito nell’elenco delle città internazionali “slow” (www.cittaslow.org). Qui c’è l’incantevole è villaggio dei pescatori di Sogndalsstranda, a ragion veduta, uno dei posti più fotografati di tutta la Norvegia. La piccola via centrale è ricca di bar, dove è possibile gustare degli ottimi waffles.
La via centrale
Una casa
Case
Proseguiamo sotto la pioggia sempre più intensa fino a Flekkefjord. Parcheggiamo lungo il fiordo. Andiamo all’ufficio del turismo per avere una mappa del centro, mangiamo una pizza per scappare dalla pioggia, ritorniamo in camper. Decidiamo di fare un giro del paese sotto la pioggia che fortunatamente diminuisce. Vediamo belle case antiche in legno, tutte bianche, sono nel quartiere Hollenderbyeb (“città olandese”), costruite nel passato da olandesi. Mi alzo presto e vado a pescare. Prendo un grosso merluzzo. E, finalmente, capisco come migliorare la mia pesca, ma è anche il posto che lo permette: esca metallica recuperata verticalmente dal fondo.
Lasciamo Flekkefjord per Farsund, bella cittadina con bianche case in legno. Ci spostiamo al faro che domina il promontorio roccioso di Lindesnes. Lindesnes è il punto più meridionale della Norvegia, ed è qui che le acque dello Skagerrat, il canale naturale tra la Danimarca e la Norvegia, si scontrano con quelle del mar del Nord, e che, per gli opuscoli turistici della zona, si possono avere scorci fotografici migliori di quelli di Capo Nord. Il faro è come devono essere tutti i fari: piccolo, bianco e rosso, rotondo, a picco sul mare, con le rocce tutte attorno. Pittoresco.
Transitiamo da Kristiansand, luogo di ferie per i norvegesi, ed arriviamo a Lillesand. Parcheggiamo nell’area di sosta, Gjestehavn Lillesand Bobilhavn GPS: N 58.24728, E8.38355 N 58°14’50”, E 8°23’01″790 . Il villaggio merita una visita per il suo centro, intatto, tutto di case intonacate a calce.
Il giorno successivo visitiamo Grimstad che è il punto più soleggiato di tutta la Norvegia, con una media di 266 giorni di sole. L’architettura della città è quella degli altri centri che in questi giorni abbiamo visitato: case in legno, molte delle quale dal colore bianco. Ma diversamente dagli altri centri fiancheggiano le numerose stradine che dal lungomare si indirizzano verso l’interno e non viceversa. Nel passato – fine ‘800 – la città è stata un grande centro cantieristico ed la città in cui ha vissuto il drammaturgo Henrik Ibsen (interessante la visita alla casa-museo, Ibsen-Museet, in Henrik Ibsens Gate, 14).
La cittadina di Arendal è la seconda tappa del giorno. Interessante la visita attorno al porto con il suo vecchio quartiere (Tyholmen): tanti edifici in legno del XVII°/XIX° secolo, che elementi neoclassici, barocchi e rococò, con il Radhus, imponente ed in legno.
Ci spostiamo nel campeggio Nidelv Brygge og Camping, in Versterveien 251, a Hisoy, lungo il fiume Nidelv, 6 chilometri a ovest di Arendal. Il sole splende e scotta (!) sulla nostra pelle: ci abbandoniamo sulle sdraio, un buon caffè , un buon libro e poi una cena.
Iniziamo il rientro in Italia il giorno dopo. Ci spostiamo nella cittadina di Larvik da dove partono i traghetti per Fredrikshavn in Danimarca. Larvik vale una breve visita soprattutto la zona lungo il mare. C’è un interessante area che è un po’ porto, un po’ mercato del pesce, con anche degli invitanti ristoranti. Vorremmo portare qualche regalo, ma la macchina per il sottovuoto non funziona: niente salmone norvegese da gustare in Italia. Passiamo la notte nel parcheggio del porto.
Il giorno dopo riusciamo a partire prima del previsto. La prima tappa la facciamo in Germania: una bella cittadina medioevale: Celle. Che sarà una delle tappe di un altro viaggio. Alla sera arriviamo all’area di sosta di Rothemburg od der Tauber. Che visitiamo e, come da consuetudine per noi, compriamo delle Schneeballen (palla di neve), dolce tipico a base di pasta frolla ed ingredienti vari come zucchero a velo, glassa, mandorle, marzapane; gustiamo una coppa di gelato nella gelateria D’Isep. E anche se è agosto visitiamo il Kathe Wohlfahrt Weihnachtsdorf , https://kaethe-wohlfahrt.com, nella piazza centrale, negozio/villaggio di Natale, con la sua grandiosa selezione di articoli per il Natale.
Ed iniziamo a parlare della Norvegia usando il passato …
Siamo ancora in Italia quando decidiamo di fare la prima tappa di questo viaggio: è a San Daniele del Friuli per una cena con il delizioso prosciutto crudo. Sostiamo per la notte nell’area di sosta della città, in Via Udine, e l’indomani mattina entriamo in Austria.
La prima meta è Villach nella Carinzia centrale. Attraversata dal fiume Drava, al suo centro c’è l’Hauptplatz (piazza centrale), rettangolare, più simile ad una via che ad una piazza (caratteristica, questa, che ritroveremo in altre città austriache), con la Colonnadella Trinità, alla cui sommità ci sono le statue di san Rocco e san Floriano, che fu eretta per proteggere la cittadina dalla peste (1739). Poi la Stadtpfarrkirche SanktJakob, in Oberer Kirchenplayz, 8, con interessanti affreschi, soffitto con decorazioni a stucco ed imponente altare rococò rivestito in foglia d’oro.
Passeggiando notiamo che nel centro storico ci sono molti caffè con i tavolini all’aperto che rendono la cittadina molto vivace e ci immaginiamo come potrebbe essere Villach nel periodo natalizio (ed infatti il suo mercatino è tra i più frequentati della zona, anche dagli italiani vista la vicinanza con il confine).
La seconda tappa della giornata è Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia, sul bellissimo lago Worthersee. Una volta sistemato il camper nel campeggio “Klagenfurt am Wörthersee”, in Metnitzstrand 5, GPS: 46°37’05.7‘‘N 14°15’23,1’‘O, http://www.gocamping.at, facebook.com/camping.woerthersee, in prossimità del lago, dove passeremo due notti, visitiamo Klagenfurt.
Iniziamo con l’Alter Platz (Piazza Vecchia), che come a Villach, è più una larga e lunga via pedonale, con numerosi caffè e racchiusa da bei palazzi. Tra questi, il Rathaus (Municipio) del XVII° secolo, con un bel cortile a portici rinascimentale. Anche qui, al centro della piazza, si trova, la Dreifaltigkeitssäule (Colonna della Trinità) del 1683, in questo caso con alla sommità una mezzaluna dorata in ricordo della vittoria sui Turchi. Nella nostra passeggiata abbiamo avuto modo di apprezzare: la famosa fontana del drago, simbolo della città, in Neuer Platz (Piazza Nuova); Landhaus, rinascimentale, sede del parlamento del Land, con la Grosser Wappensaal (Sala degli Stemmi), che contiene più di 600 stemmi delle casate austriache e, nel soffitto, un magnifico trompe l’oeil, che crea l’illusione di trovarsi in una galleria a volta, nella quale sono ritratti alcuni notabili austriaci mentre rendono omaggio a Carlo VI°; la StadthauptparrkircheSankt Egyd, in Pfarraplatz, una torre alta 45 metri, con 225 gradini che se saliti vi permettono di cogliere una bella vista della città e delle montagna circostanti; il Dom, la cattedrale della città.
Alter Platz
La Colonna della Trinità
La fontana del drago
Klagenfurt ha nel suo centro degli interessanti musei, che, purtroppo per il poco tempo a disposizione in questo viaggio non vistiamo: il Landesmuseum Rudolfinum, http://www.landsmuseum-ktn.at, di storia naturale, archeologia e delle tradizioni popolari della Carinzia; l’Eboard Museum, http://www.edordmuseum.com, in Florian Groger Strasse 20, una chicca per gli appassionati di musica, in quanto raccoglie più di 1700 strumenti a tastiera (nel sito si può leggere che il museo è “il più grande del mondo” di questo genere).
Prima di cena visitiamo la zona dell’Europapark all’interno della quale il campeggio si trova. Degno di nota lo stabilimento balneare sul lago con cabine, ristoranti e pontili: è però sera e, quindi, ritorniamo sul camper per una rilassante sera.
La prima tappa del percorso del giorno dopo è la cittadina di Feldkirchen: merita una breve visita per il suo centro e l’antica chiesa Maria im Dom (fine 1200), con elementi romanici, gotici e barocchi. Segue Gurk, una minuscola cittadina, famosa per il suo Dom, la cattedrale romanica più pregevole di tutta l’Austria, costruita nella seconda metà del XII° secolo. Da non perdere nella visita l’armoniosa cripta colonnata.
Nel primo pomeriggio raggiungiamo Friesach, la cittadina più antica di tutta la Carinzia e che, unica in Austria, conserva il fossato che con le mure di pietra grigia proteggono il centro. La nostra visita ha inizio dalla pittoresca Hauptplatz e si sviluppa tra le due (delle quattro) fortificazioni medievali (Rotturn e Petersberg) e due chiese della cittadina, Peterskirche e la Stadtpfarrkirche dedicata a San Bartolomeo.
Maria im Dom – Feldkirchen
Dom – Gurk
Interno del Dom – Gurk
Hauptplatz – Friesach
Il Fossato con le Mura – Friesach
Stadtpfarrkirche – Friesach
Il giorno successivo visitiamo Burg Hochosterwitz, http://www.burg-hochosterwitz.at, una fortezza di origini medioevali arroccata attorno alla pendici e sulla sommità di una collina. Ci sono 14 torri che culminano in un bastione centrale, fatte costruire dall’allora proprietario nella seconda metà del XVI° secolo, per proteggersi dalle invasioni turche. Durante la salita si passa sotto le numerose porte, tutte dotate di dispositivi difensivi, costituiti anche da lance che potevano essere scagliate contro i transitanti nemici. Infine c’è il castello che, come consuetudine, raccoglie un insieme di armi ed armature, la più curiosa delle quali riguarda quella di un ragazzo che all’età di 16 alti era alto 2 metri e 25 centimetri. La giornata è piuttosto calda, afosa, la salita non è delle più agevoli, ma l’insieme vale assolutamente la fatica.
Entriamo nella Stiria e facciamo sosta a Barnbach. Da circa tre secoli luogo di fabbricazione del vetro, questa cittadina è ora famosa per la sua chiesadedicata a Santa Barbara. Edificata dopo la seconda guerra mondiale, l’anonima e mal costruita chiesa necessitava di essere ristrutturata già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Fu così che venne organizzato un referendum tra gli abitanti della cittadina: l’80% dei partecipanti fu d’accordo nell’assegnare i lavori all’architetto Friedensreich Hundertwasser (1928-2000), noto per la sua genialità e per i suoi progetti originali, caratterizzati da brillanti colori, forme organiche, riconciliazione dell’uomo con la natura, dal rifiuto delle linee dirette, dall’amore e dall’uso della spirale (nella sua produzione si possono facilmente ritrovare echi di Gaudì, dell’arte della Secessione viennese, di Egon Schile e Gustav Klimt). E la sua Sankt Barbara Kirche, che può essere visitata gratuitamente (c’è un foglio esplicativo in inglese all’ingresso per il quale è opportuno lasciare un’offerta, mentre le visite guidate sono solo su appuntamento), non è che l’esaltante realizzazione delle sue idee sull’arte ed una grande delizia per gli occhi.
Ancora inondati dai colori della chiesa raggiungiamo Graz e ci sistemiamo nell’area di sosta per camper “Reisemobil Stellplatz”, in Martinhofstraße 3, GPS: 47°01’29” N 15°23’49” E.o, http://www.reisemobilstellplatz-graz.at. A circa 200 metri c’è l’autobus per raggiungere il centro: è quasi sera ma ne approfittiamo per una veloce visita della città. Tutto il centro è illuminato e, nella sua tranquillità, ha un fascino tutto particolare.
Dedichiamo l’intera successiva giornata alla visita di Graz, dichiarata patrimonio universale dell’Umanità dall’Unesco. Trova conferma la nostra impressione della sera precedente: Graz è una città dalla popolazione giovane (è sede universitaria), presenta uno stile architettonico che è una combinazione di elementi rinascimentali, barocchi e moderni, ci sono molti spazi verdi e molte case hanno i tetti dal color rosso. Passeggiamo senza una meta precisa nel centro storico. Poiché abbiamo un solo giorno, escludiamo i musei (è da ricordare che a Graz venne fondato l’Universalmuseum Joanneum nel 1811, il più antico museo austriaco, che ha ora numerose sedi nella città – la principale in Raubergasse – e in tutta la Stiria). Deliziati dallo stile della città, troviamo di grande interesse i seguenti siti: il Burg, quattrocentesco, sede del governo locale, famoso per la doppia scala a chiocciola del 1499 in Hofgasse; il Landhaus, in Herrengasse, l’antico palazzo della Dieta in stile rinascimentale; la Domkirche, in Burgasse 3, la cattedrale di Graz, con l’affresco, un po’ sbiadito, nella parete esterna che raffigura la città dopo tre flagelli dopo il 1480: l’arrivo dei turchi, la peste e l’invasione delle locuste; il Mausoleo di Ferdinando II, in Burgasse 3; il Rathaus (Municipio) in stile barocco nella Hauptplatz; Schossberg, l’altura di 473 metri (si sale o a piedi o con funicolare, con partenza da Kaiser-Franz-Josef-Kai, o con l’ascensore a vetro da Schloobergplatz) sulla quale venne costruita nel 1125 una fortezza da cui la città prende il nome (in sloveno gradec significa piccola fortezza) che fu poi rasa al suolo nel periodo napoleonico, e che ora è occupata da un parco, dai resti della fortezza, da un ristorante, un piccolo museo militare e, soprattutto, sul lato meridionale, dalla Torre dell’Orologio (Uhrturm), il simbolo della città.
Landhaus – Visto dal cortile
Il Municipio
La Torre dell’Orologio
La mattina dopo, con il camper, ci spostiamo alla periferia di Graz in Eggenberg Allee, per visitare il castello di Eggenberg. E’ un bellissimo castello barocco, con numerosi elementi che richiamano lo stile rinascimentale italiano, commissionato dall’allora proprietario Ulrich Eggemberg per celebrare la sua nomina a governatore dell’Austria interna. Fu progettato dall’architetto Giovanni Pietro de Pomis, pittore ed architetto nato a Lodi ed al servizio dell’imperatore Ferdinando II (autore, tra l’altro, del Mausoleo in Graz). Partecipiamo alla visita guidata in inglese. E così abbiamo modo di conoscere numerosi aneddoti della famiglia Eggtemberg, di ammirare le 24 stanze di rappresentanza (Prunkraume), gli arredi, gli affreschi, e soprattutto di comprendere i numerosi simboli astronomici, i segni zodiacali e le scene tratte dalla mitologia classica che si trovano in tutto il castello e nel parco circostante. Lasciata la guida, continuiamo la nostra visita nell’Antica Galleria (Alte Galerie), dove i colori delle pareti sono stati scelti per valorizzare al meglio i quadri esposti ed il bel giardino (Schlossgarten).
Lasciato il castello ci indirizziamo verso la successiva tappa, Rust, situata nel Burgenland, sul lago Neusiedler (il suo centro storico ed il lago sono Patrimonio Universale dell’Umanità). Nel percorso non ci facciamo sfuggire un’altra opera di Friedensreich Hundertwasser: le terme di Rogner Bad Blumau (autostrada A2 uscita Sebersdorf/Bad Waltersdorf, attraversare Bad Waltersdorf, sempre dritto in direzione Leitersdorf, le terme si vedono sulla destra). Per ulteriori informazioni e la consigliabile prenotazione, il sito web è il seguente: http://www.blumau.com. Il posto è un paradiso per gli occhi ed una grande gioia per il corpo.
Raggiungiamo Rust di sera e ci sistemiamo nel campeggio “Storchencamp Campingplatz Rust”, in Ruster Bucht Campingpl., 334.
La mattina dopo, in campeggio, noleggiamo le biciclette e visitiamo Rust, la cui ricchezza – come è testimoniata dalla numerosi ed eleganti case borghesi e da alle ampie distese di vigneti – è basata da secoli sul vino, introdotto qui dai Romani: la zona è quella del Burgenland, i vini sono soprattutto bianchi (tra i pochi rossi da ricordare il Blaufrankisch), ed i viticultori di Rust possono ancora fregiarsi della lettera “R” accordata dall’imperatore nel 1524 (allora sulle botti ora sui tappi di sugheri). Rust è anche famosa per le cicogne che, tra marzo e la fine di agosto, fanno i loro nidi sui comignoli o sulle strutture metalliche appositamente costruite sui tetti di molte case della cittadina.
La meta della nostra escursione in bicicletta è soprattuto il lago, che è il secondo lago di steppa più grande d’Europa, tutto circondato da una zona acquitrinosa ricoperta da canneti e popolata da numerose specie di uccelli che qui trovano il loro habitat ideale. Lungo il perimetro del lago si snoda una pista ciclabile adatta a tutti dato il terreno pianeggiante, e l‘unica avvertenza è di portarsi la carta d’identità se si intende percorrerla anche nella parte meridionale in quanto è territorio ungherese. Raggiungiamo Morbisch am see, vicinissimo al confine con l’Ungheria e partecipiamo alla festa del villaggio. Adeguatamente saziati dalle tradizionali libagioni, continuiamo il percorso in territorio austriaco per ritornare in campeggio a Rust, dopo aver gustato ed acquistato da un produttore il vino locale.
Casa di Rust
Il Museo di Rusticante
La zona acquitrinosa del lago
Vicolo in fiore a Morbisch am see
Il pranzo alla festa del villaggio
Il giorno successivo raggiungiamo Vienna e scegliamo, tra i campeggi, il “Neue Donau”, e-mail neuedonau@campingwien.at, uscita autostrada Olhafen/Lobau, GPS: Länge: 16 26 40.08, Breite: 48 12 33.25 (c’è anche un’area di sosta camper in Perfecktastrasse 49/53, N 48.136940, E 16.315830). Conosciamo la città, abbiamo un giorno e mezzo per la sua visita e per questo tralasciamo la reggia degli Asburgo (lo schloss Schonbrunn) e lo schloss Belvedere e facciamo una selezione tra i siti che questa meravigliosa città offre al visitatore. Il pomeriggio del nostro arrivo lo dedichiamo ad una passeggiata nel quartiere centrale, Innere Stadt, incluso dall’Unesco nei siti Patrimonio dell’Umanità. Ogni guida turistica ne presenta uno, della durata di circa 2 ore per 2 chilometri circa. Noi iniziamo da Stephansdom, la cattedrale capolavoro gotico di Santo Stefano e proseguiamo per Grabe, la via dello shopping. Girando a sinistra di Grabe, proseguiamo fino a Michaelerplatz, dove è possibile ammirare la chiesa di San Michele, in stile romanico, insolito per gli edifici religiosi in Vienna, la Looshaus, uno dei massimi esempi del modernismo viennese, un ingresso dello Hofburg con la scuola spagnola di equitazione, quella dei famosi cavalli bianchi lipizziani. Dopo di che proseguiamo verso Heldenplatz. A destra oltre il Volksgarten c’è il Rathaus, mentre a sinistra si trova il Neue Burg con i suoi musei ed il Burtgarten con le statue di Mozart e di Francesco Giuseppe. E qui ha termine la nostra passeggiata. La prima visita del giorno dopo è il Kunsthistoriches Museum, http://www.khm.at, al quale si rimanda per avere dettagliate informazioni circa l’organizzazione del Museo, uno dei più interessanti musei al mondo grazie alle raccolte di capolavori fatte arrivare agli Asburgo da ogni angolo del loro impero. La Gemaldegalerie (pinacoteca) al primo piano è del museo la parte più importante perché qui sono raccolte un grande numero di opere di Rubens, Pieter Bruegel il Vecchio, Durer, Rembrandt, e Bosch il “Giudizio Universale” e di molti altri noti e grandi artisti. Non mancano molte sale dedicate alla pittura italiana del XV° e XVI° secolo. Ben rappresentata l’opera del Tintoretto, di Tiziano, del Veronese e dell’Arcimboldi. Lo Hofburg è il palazzo che per secoli è stata la residenza degli Asburgo e la commistione dei suoi stili architettonici evidenzia il desiderio di ogni sovrano di personalizzare il palazzo e superare in qualità architettonica i suoi predecessori. Dei musei che esso ospita noi abbiamo visitato i Kaiserappartments, il Sisi Museum, lo Hoftafel und Silberkammer. Gli appartamenti reali, a suoi tempo occupati da Francesco Giuseppe e dall’imperatrice Elisabetta, lasciano sbalorditi i visitatori per l’opulenza degli arredi, dei lampadari di cristallo e delle loro tappezzerie. Una parte delle sale è occupato dal Museo di Sissi, che contiene , con una suggestiva messinscena, numerosi oggetti appartenuti alla Imperatrice come ombrelli, ventagli, guanti, abiti, ricette di bellezza, il cofanetto da viaggio, la farmacia da viaggio e il certificato di morte originale. Nella “Sala dei servizi da tavola e dell’argenteria di corte” fa spicco un centro tavola realizzato a Milano dalla ditta Luigi Manfredini in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando a re del Regno Lombardo Veneto nel 1838, che può esser composto a formare un insieme lungo trenta metri con ripiani specchiati.
Visitare Vienna è anche cedere piacevolmente alla tentazione di gustare degli ottimi dolci. Così, nella nostra visita, non possono mancare due soste: il Café Sacher, in Philarmonikerstrasse 4, https://www.sacher.com, per l’omonima torta che qui venne fatta per la prima volta (però …però … la lunga attesa ed una torta che ora puoi gustare anche altrove …) ed il Café Demel, https://www.demel.com, attivo dal 1786, in Kohlmarkt 14, dalle splendide vetrine, per la Anna torte, di cioccolato e nocciole e perché no per la loro sacher (hanno perso la battaglia legale con il Sacher Caffè sulla progenitura della torta) che qui si chiama Edward-Sacher-Torte, dal nome del figlio dell’inventore che andò a lavorare da Demel. Poiché non si vive di soli dolci, altre due tappe sono state Trzesniewski e Do-An nel Nashmarkt. Trzesniewski è famoso per le tartine, un’istituzione a Vienna da più di un secolo, con sede centrale in Dorotheergasse. C’è l’imbarazzo della scelta perché servono le tartine di pane nero con 23 diverse creme spalmabili, sulle quali da sempre vengono tracciate delle onde. Il gusto più richiesto è pancetta e uovo e dichiarano che tutto viene fatto artigianalmente. Il migliore accompagnamento è un “Pfiff” (birretta) come si dice a Vienna servita in un bicchierino che contiene l’insolita quantità di un ottavo di litro. Nashmarkt, attivo da alcuni secoli, è il più popolare mercato di Vienna e si estende tra le stazioni della metro di Karlsplatz (U1-U2-U4) e Kettenbrückengasse (U3). Si trova di tutto – carne, pesce, frutta, verdura, dolci, the e infusi, cibi orientali, grappe e vini di tutti i tipi – e di sabato ha anche un’area destinata a mercato delle pulci. Tra le bancarelle ci sono anche numerosi bar, chioschi e piccoli ristoranti che servono piatti tradizionali austriaci e cibo etnico. Tra questi il Do-An, in Linke Weinzeille, Stand 412.
L’ansa del Danubio a Durnstein
Una volta lasciata Vienna ci indirizziamo nell’Austria Inferiore (Niederosterreich) per visitare la valle del Danubio (in austriaco Wachau), Patrimonio dell’Umanità, nella parte che va da Krems a Melk, giustamente nota per il suo paesaggio, i vini, i castelli, le abbazie ed i borghi medioevali. La visita ha inizio con Krems an der Donau e Stein, quest’ultimo un piccolo centro una volta indipendente ma che ora fa parte di Krems. Assai piacevole è la passeggiata tra le vie acciottolate, le case barocche, le chiesePfarrkirche Sankt Velt e Piariststenkirche a Krems, nelle due splendide piazze Schurerplatz e Rathausplatz e nelle zone alle loro spalle di Stein. L’altra tappa è Durnstein, che sorge su un’ansa del fiume ed è dominata dai resti di un castello (Kuenringerburg) dove venne imprigionato Riccardo Cuor di Leone. Incantevoli sono le sue abitazioni, pregevole l’Abbazia dedicata all’Assunta. La nostra visita della valle si conclude con Melk, famosa per la sua abbazia benedettina (www.stiffmelk.at) in Abt Berthold Dietmayr Strasse 1 e per lo Schloss Schallaburg, uno splendido palazzo rinascimentale con relativo bel parco, a circa 6 kilometri a sud della cittadina. Ma il borgo, con le sue vie acciottolate, merita una visita.
Una piazza di Krems
Campanile della chiesa di Stein
I resti del castello a Durstein
Torre della chiesa dell’Abbazia – Durnstein
Un vicolo a Durnstein
L’ingresso dell’Abbazia benedettina a Melk
Lasciamo la valle del Danubio, entriamo nell’Austria Superiore (Oberossterreich) e sostiamo per la notte nel campeggio “Camping Am Fluss”, in Kematmüllerstraße 1a, a Steyr, GPS:N 48.05949, E 14.43274; N 48°03’34”, E 14°25’58”.
Il giorno successivo visitiamo Steyr: adagiata alla confluenza di due fiumi, è incantevole per i suoi edifici color pastello che si affacciano sui vicoli acciottolati. A seguire visitiamo l’abbazia agostiniana di Sankt Florian: l’Augustiner Chorherrrenstift, tra le più belle di questa parte dell’Austria, in Stiftstrasse 1, http://www.stift-st-florian.at. All’esterno colpisce la facciata bianca e gialla e lo sfarzoso stile barocco che l’adorna. L’interno è visitabile solo partecipando ad una visita guidata che vi permette di ammirare i lussuosi appartamenti, una vasta biblioteca, la Sala di Marmo con un bizzarro letto e la Stiftskirche, con l’elaborato altare barocco.
La via centrale di Steyr
L’Abbazia
La biblioteca
Lasciata l’Abbazia entriamo nel Salzkammergut. Il paesaggio è incantevole: nei laghi – Attersse, Mondsee, Wolfgangsee – si riflettono le montagne e le dolci colline della zona. Alla sera raggiungiamo il bel campeggio appena fuori il piccolo centro di Sankt Wolfgang, “Seeterrassencamping Ried”, in Ried 18.
Il giorno dopo visitiamo Sankt Wolfgang. E’ situata sulle sponde scoscese del lago Wolfgangsee, affollata di turisti e di pellegrini che si recano alla Wallfahrtskirche (Chiesa del Pellegrino) del XIV° secolo. A suo interno, c’è un capolavoro di arte sacra: è l’altare maggiore ad ante, un esempio perfetto di stile gotico-germanico, con elementi del Rinascimente italiano, realizzato dal Michael Pacher.
Una piazza di Sankt Wolfgang
Il lago
La chiesa
Il più famoso albergo di Sankt Wolfgang è Im Weissen Ross, in Im Stockl 74, http://www.weisserroessl”, perché al suo interno è stata ambientata l’operetta “Al cavallino bianco”. Tutto nell’albergo richiama l’operetta: anche la carta che avvolge l’appetitosa fetta di torta che ci gustiamo con un buon cappuccino al bar.
Dopo una breve visita del centro storico medievale di Hallein (curiose le scritte fatte sul vertice ripiegato delle facciate delle case), arriviamo a Volders dove trascorriamo la notte nel bel campeggio “Schloss Camping Aschach”, GPS 47°17′13″ N (47.287170); 11°34′21″ E (11.572530).
Trascorriamo gran parte del giorno dopo nel museo della Swaroski, Swaroski Kritallwelten, a Wattens, https://kristallwelten.swarovski.com. C’è tutto quello che ti aspetti: gli occhi sono deliziati dalle forme e dai colori dei monili esposti, da quelli meno recenti a quelli delle ultime collezioni, con la musica di Brian Eno (“Ambient 1: Music for Airports”) si compie un percorso tra sculture di cristallo dai cangianti colori, e nel negozio si può acquistare di tutto, da articoli il cui costo ammonta qualche euro a composizioni in cristallo di qualche migliaia di euro.
L’ingresso del Museo
Lasciato il museo, raggiungiamo Hall in Tirol. Con le case color pastello che si affacciano sui medioevali vicoli tortuosi che conducono alla Oberer Standtplatz della Oberrerstadt (Città Alta), si chiude questo viaggio in Austria.
In un giornata di metà luglio, dopo circa un giorno e mezzo di viaggio (abitiamo in Lombardia), entriamo nel territorio danese. Siamo nella parte meridionale della penisola Jylland, che è l’unica zona della Danimarca ad essere collegata con l’Europa continentale ed infatti la sua parte più meridionale è compresa nel Land tedesco di Schleswig-Holstein (e qui, in tedesco, la penisola si chiama Jutland) .
Tonder è la prima cittadina che visitiamo. Sulla piazza centrale (Torvet) si trova l’antica e maestosa Kristkirchen, dalle belle decorazioni interne finanziate nel passato da ricchi mercanti di bestiame, dal raro fonte battesimale e dal pulpito finemente lavorato. Dopo aver ammirato il portone barocco della farmacia, ci siamo indirizzati verso sud lungo Sondergade per arrivare a Ulgate. In questa via acciottolata si possono ammirare belle ed originali case.
Le case di Tonder
Mogeltonder. La nostra visita ha inizio dalla splendida via centrale, una delle più belle di Danimarca, con case antiche con tetti di canna. Prosegue con la sontuosa MogentolderKirke in Slotsgade 1, la cui origine risale al 1180 (però più volte ritoccata nel corso dei tempo) con gli interessanti interni ed il fonte battesimale, per finire con il castello reale Schakenborg ed i suoi giardini, nella periferia orientale della cittadina.
Caffè nella via centrale
La chiesa
Il fonte battesimale
Ribe. E’ la città più antica della nazione e uno degli angoli più belli, con oltre 100 edifici, corrispondenti all’intera “città vecchia”, classificati come monumenti nazionali. Noi l’abbiamo visitata a piedi: si segue un itinerario ad anello di circa un’ora ben tracciato in un opuscolo acquistabile presso l’Ufficio del Turismo, in Torvet 3, www.visitribe.dk, che si chiama “Town Walk in Old Ribe”. Nella visita non possono mancare: la cattedrale, RibeDomkirke, con la sua torre dalla quale dopo 248 gradini si può ammirare un bel panorama della circostante campagna; la Sankt Catharinae Kirke; il vecchio municipio (Den Gamle Radhus) con i nidi delle cicogne; la Stormflodssojlen, una colonna lignea che ricorda le numerose inondazioni; la Johanne Dan, un’antica imbarcazione a vela, e le numerose antiche case (più la vecchia scuola elementare degli inizi del XVI° secolo) tutte ben indicate nell’opuscolo.
La cattedrale – veduta
Il vecchio municipio
La colonna lignea
Noi non abbiamo avuto modo di visitarli, ma Ribe presenta anche tre musei piuttosto importanti: due sono dedicati all’epoca vichinga (Ribe VikingCenter, www.ribevikingcenter.dk; Museet Ribes Vikinger,), il terzo, invece, il Ribe Kunstmuseum, www. ribe-kunstmuseum.dk, raccoglie opere di alcuni tra i più importanti artisti danesi (da non perdere il giardino esterno).
La nostra prossima tappa è l’isola di Fano, che raggiungiamo in traghetto da Esbjerg (la attraversata dura circa 10 minuti). Ci fermiamo nel campeggio Feldberg Strand Camping, www.felbergcamping.dk, Kirkevejen 39, Rindby Strand. E’ confortevole ed in posizione fantastica perché in prossimità della spiaggia, per questo, però, molto affollato nel periodo estivo.
Sistemato il camper, facciamo la nostra prima passeggiata sulla spiaggia.
La mattina dopo visitiamo in camper due località dell’isola: Soderho e Nordby. La prima è un tradizionale villaggio di pescatori, con case molto colorate e con i tetti in paglia, un vecchio mulino ed una chiesa in cui sono raccolti 15 modellini di barche. Nordby, invece, è il capoluogo, dove attraccano i traghetti, con un’incantevole via centrale, anche qui con case dagli sgargianti colori e dai tetti di canne.
Case a Soderho
Nel tragitto ci fermiamo nel birrificio dell’isola, in Strandvejen 5, Nordby, https://fanøbryghus.dk. In funzione dal 2009, è piuttosto rinomato nella nazione, produce birre gustose, di alta qualità, dai nomi bizzarri e dalle etichette uniche.
Ritorniamo in campeggio e facciamo una passeggiata lungo la spiaggia fino a Fano Bad, popolare sito di vacanze.
Il giorno dopo lasciamo il campeggio e con il camper percorriamo la via sulla spiaggia destinata al traffico veicolare: non è asfaltata ed il fondo è composto da sabbia pressata. Molto suggestiva.
La strada sulla spiaggia
Lasciata l’isola, visitiamo Kolding: una città in cui il moderno si unisce al vecchio, in cui il museo d’arte moderna ed applicata, Trapholt, www.trapholt.dk, in Aeblehaven 23, che riunisce gli arredi del moderno design per i quali la Danimarca è famosa nel mondo, coesiste con i vecchi quartieri del centro ed il castello, Koldinghus, in Abelgate 1, http://www.koldinghus-dk, che domina la città dall’alto di una collina.
La tappa successiva è Jelling, con le sue due pietre con iscrizioni in alfabeto runico, che risalgono al X° secolo: la prima commissionata dal re Ghorm il Vecchio dedicata a sua moglie Thyra, mentre la seconda fu commissionata dal figlio di Ghorm e Thyra, Harald (Aroldo Dente Azzurro) in memoria dei propri genitori. In questa si può leggere “Harald, colui che riunì sotto il suo scettro Danimarca e Norvegia e che rese cristiani i danesi”, mentre nell’altra appare la prima rappresentazione di Cristo in Danimarca. Per questo le due pietre sono considerate una specie di certificato di nascita della Danimarca ed testimonianza della conversione dei vichinghi al cristianesimo. Da notare però che in quella di Harald viene mantenuta una decorazione a intreccio con animali mitici e motivi floreali e che pertanto dimostrano che siamo in un momento di transizione in cui il mondo guerriero, eroico e violento, che resterà nella mitologia e vivrà nella letteratura fantasy dei giorni nostri. Le due pietre runiche, unitamente alla semplice chiesa bianca in tufo, con i suoi interessanti affreschi ed una tomba vuota (conteneva i resti di Gorm e Thyra?; svuotata dal figlio Harald perché portò i resti nel cimitero della chiesa?) nonché i tumuli (quello fatto costruire da re Gorm per la regina Tyra misura 70 metri di diametro e 11 metri di altezza), sono Patrimonio dell’Umanità dal 1994.
Ci spostiamo a Billund, la città in cui agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso il falegname Ole Kirk Kristiansen si mise a costruire giocattoli per i quali nel ’34 coniò il termine LEGO, dal danese leg godt, ovvero “gioca bene”. Nel 1968 a Billund venne costruito il primo parco dei divertimenti fatto con i famosi mattoncini: ad oggi per poter fare tutte le installazioni che deliziano i visitatori, siano essi adulti che bambini, sono stati impiegati 60 milioni mattoncini che, se fossero disassemblati e messi in fila, coprirebbero la distanza di 1501 km (informazione contenuta in https://www.visitdenmark.it/danimarca/cosa-fare/legoland-danimarca, cui rimandiamo per altre curiosità). E tra minuziose riproduzioni di città, scene di “Star Wars”, animali, pirati, piante, gruppi musicali, mezzi di trasporto di ogni genere siamo ridiventati bambini.
Alla sera arriviamo ad Arhus e ci sistemiamo nell’Aarhus Camping, Randersvej 400, Lisbjerg, info@aarhuscamping.dk, accreditato da ACSI Eurocampings, in prossimità dell’autostrada (E45), immerso nel verde e collegato al centro di Aarhus da bus cittadini.
Il giorno dopo visitiamo Arhus. E’ la seconda città più grande della Danimarca, è piuttosto compatta e per questo facile da visitare. Nel centro storico spicca l’ArhusDomkirke: venne costruita a partire dal 1200 in stile romanico e poi rifatta nel XV° secolo in gotico come la vediamo ora. Al suo interno meritano attenzione: l’elaborato altare, il fonte battesimale, il pulpito, l’organo a canne barocco, la nave votiva, il sepolcro barocco e i restaurati affreschi. Un’altra chiesa interessante è la Vor Frue Kirke (Chiesa di nostra Signora), in Frue Kirkplads. Ma la città è famosa per due altre grandi risorse. La prima è l’ARoS Aarhus Kunstmuseum (Museo d’Arte), www.aros.dk, in Aros Alle 2, assolutamente non affascinante all’esterno, ma straordinario al suo interno. Costruito su nove piani, ispirato alla Divina Commedia di Dante, con l’ingresso al quarto dal quale si può scegliere se scendere all’Inferno o salire verso il Paradiso, raccoglie molte opere di arte contemporanea (Warhol, Lichtenstein), e tra queste colpiscono, in maniera particolare, quella composta dalle parti anatomiche vere di un cavallo, poste in vasi di vetro illuminati da luci colorate, dell’artista danese Bjorn Norgaard, un grido di protesta e di orrore contro la guerra in Vietnam, e “Boy”, ossia un fanciullo accovacciato, scultura straordinariamente verosimile, alta 5 metri, di Roy Mueck. La seconda è Den Gamle By (La Città Vecchia), in Viborgvej 2, che è un museo all’aperto che raccoglie una settantina di case parzialmente costruite in legno, trasportate da ogni parte della Danimarca e disposte in modo tale da simulare una cittadina di provincia, in cui attori recitano la parte di artigiani. L’insieme appare autentico e didascalico nel mostrare la vita di una cittadina del tempo che fu e mette bene in evidenza l’interesse dei danesi per i costumi e le ricostruzioni d’epoca (per chi scrive fa un po’ un certo effetto vedere la perfetta riproduzione di una camera di un’adolescente degli anni ’60/’70 …).
Quando visitiamo Arhus è metà luglio ovvero il periodo in cui si svolge l’Arhus JazzFestival (www.jazzfest.dk). Durante il Festival, che dura una settimana, nei vari teatri, caffè e piazze della città celebri artisti locali ed internazionali deliziano deliziano il pubblico con concerti, spesso gratuiti: a due di questi abbiamo il grande piacere di parteciparvi.
Il giorno successivo lasciamo il campeggio e ci spostiamo nella Djursland, la grande penisola a nord-est di Arhus. Visitiamo Gammel Estrup, che si trova lungo la strada 16 alla periferia della cittadina di Auning (l’indirizzo è: Ransersvey 2, Auning), 33 km a ovest di Grenaa, il centro più grande della penisola. E’ un interessante castello nobiliare con interni e giardini barocchi, che rende bene l’idea di quella che era la vita di una famiglia aristocratica danese.
La tappa successivo è Viborg. Bagnata da due laghi, è una bella cittadina per il suo incantevole centro storico, comodamente visitabile a piedi, con le case in mattoni rossi e dalla tipica architettura danese e per l’imponente cattedrale, la Viborg Domkirke, in Sankt Mogens Gate 4, in granito ad archi normanni, con gli affreschi interni (51) molto dettagliati e realistici (consigliabile l’acquisto dell’opuscolo per una loro dettagliata comprensione).
Alla sera ci fermiamo nel capeggio della città: DCU-Camping Viborg Sø, Vinkelvej 36 B, +45 86 67 13 11, viborg@dcu.dk.
Valutiamo che per le tre settimane che abbiamo a disposizione risulta impossibile proseguire un direzione nord. Così alla mattina del giorno successivo completiamo la visita di Viborg e nel primo pomeriggio ci indirizziamo in direzione sud verso Faaborg nell’isola di Fynn L’itinerario si svolge attraverso la campagna danese con case e grandi e belle fattorie a graticcio con tetto di canna e campi tutti coltivati.
Sostiamo, per un buon caffè e fette di torte, al mulino Astrud Molle e, lungo la strada 9, al piccolo borgo di Bregninge, famoso per la sua chiesa (“la più visitata della Danimarca”) con il campanile alto 72 metri dalla cui sommità di hanno delle magnifiche vedute della campagna circostante.
Raggiungiamo Faaborg e scopriamo un’incantevole cittadina sul mare, con case decorate con malvarose che risalgono al XVII° secolo (il suo periodo d’ora quando vantava una delle più grandi flotte commerciali della Danimarca) e tre pittoresche vie chiamate Holkegade, Adelgade e Tarngade. Oltre alla piazza centrale (Torvet) con una straordinaria fontana in bronzo, la vicina Torre Campanaria e tre piccoli ma interessanti musei: uno che in 22 stanze ricostruisce la vita di un commerciante del XVIII° secolo, uno che raccoglie opere di artisti danesi ed il terzo, insolito, ambientato nelle celle della ex prigioni, ora inglobate nel municipio, che presenta mostre dedicate a vagabondi, bari, disertori, arnesi artigiani per fare tatuaggi e documenti con interviste fatte a detenuti e guardie.
Le case con la malvarosa
Superiamo il ponte che nella cittadina di Tasinge collega la terraferma all’isola di Langeland e alla sera arriviamo al campeggio DCU-Camping, Billevænge Strand, Spodsbjergvej 182, a Rudkøbing, +45 23 11 80 35, billevaenge@dcu.d.
Rudkoping, il centro più grande dell’isola, vale una breve visita la mattina successiva: vicino al porto c’è qualche stretta via di origine medioevale, con piccole case inclinate ed il museo archeologico regionale (Langelands Museum, Jens Winthersvej 12).
Lasciata Rudkoping, percorriamo la Langeland: è una lunga e sottile lingua di terra, verdeggiante, con piccoli villaggi, mulini a vento e numerose fattorie. Due sono i siti che meritano una visita: nella parte meridionale il Langelandsfort (www.langelandsmuseum.dk) ed in quella settentrionale il Tickon (Centro Internazionale per l’Arte e la Natura di Tranekaer). Il primo è il museo della Guerra Fredda, un forte costruito nel 1953 per difendere il mar Baltico occidentale da un’invasione russa, raggelante nelle sue costruzioni grigie di cemento, il filo spinato, le varie postazioni dipinte in verde mimetico, i cannoni antiaereo, gli aerei da caccia, e claustrofobico quando si scende nei bunker o si sale a bordo di un sottomarino.
Interno di un sottomarino
Langelandsfort
Tickon invece è una tenuta boscosa nella quale sono disseminate installazioni e sculture. Purtroppo lo visitiamo sotto una forte pioggia.
Il giorno successivo visitiamo l’Egeskov Slot, in Egeskov Gade 18, a Kværndrupunwww.egeskov.dk. E’ un lussuoso castello risalente alla metà del XVI° secolo, avente per fondamenta migliaia di tronchi di quercia posti in maniera eretta. Con le sue 13 stanze, l’attico, gli arredi ed i trofei di caccia è la testimonianza della vita di una famiglia aristocratica di quel periodo. Un vasto parco circonda il castello, con animali che si muovono liberi, qualche interessante museo nei quali si trovano automobili d’epoca, motociclette antiche, ambulanze, autopompe, veicoli trainati da cavalli, testimonianze del mondo dell’agricoltura, quattro labirinti, un campo gioco per bambini ed un percorso tra le cime degli alberi.
Vedute del castello
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo Keterminde, una bella località di mare con tanti velieri in porto e belle spiagge sabbiose (è Bandiera blu). Dopo una breve visita (tralasciamo il Centro Marino vicino al porto, in Margrethes Plads 1, www.fjord-baelt.dk, ma il tempo a disposizione non lo permette) ci spostiamo, per la notte, nel campeggio “Kerteminde Camping, in Hindsholmvej 80, Tel.: +4565321971, Email: info@kertemindecamping.dk, ispezionato da ACSI Eurocampings.
Keterminde è famosa per la casa del “pittore dei contadini”, Johannes Larsen(1867-1961). Il Museo a lui dedicato (Johannes Larsen Museet, in Mollebaken 14, nella parte settentrionale della cittadina), che visitiamo il giorno successivo, è ospitato nella casa che fu del pittore, raccoglie molti dei suoi quadri che ritraggono, con splendidi colori, paesaggi, animali e scene contadine della provincia danese. Interessante la visita anche al suo studio nel giardino e l’intatto mulino del 1853 che fu acquistato dal pittore insieme alla casa.
Autoritratto
Terminata la visita seguiamo la strada 315 in direzione di Ullerslev e raggiungiamo il villaggio di Ladby per dirigerci al museo Vikingemuseet Ladby (l’indirizzo è Vikingevej 123, 5300 Kerteminde, http://www.vikingemuseetladby.dk). In un tumulo funerario appositamente ricostruito è possibile vedere l’impronta dello scafo impresso nel terreno della nave di Ladby, ovvero l’unica nave funeraria vichinga della Danimarca: risale al 925 e raccoglieva i resti mortali di un capitano vichingo ed i tesori e gli oggetti di vita quotidiana. Nell’impronta dello scafo sono visibili molti chiodi, un’ancora, pezzi di ferro provenienti dalla testa di drago che era posta a prua della nave ed alcuni teschi di cani e cavalli. Nel piccolo edificio interno il Museo presenta reperti rinvenuti sulla nave e ricostruzioni della vita dei vita dei vichinghi, mentre i bambini possono divertirsi con una caccia al tesoro.
Dopo il museo percorriamo la penisola di Hinsholm, a nord di Keterminde. E’ una zona rurale, con piccoli paesi (il più bello per noi è Viby), con molte case e fattorie a graticcio. Proseguiamo fino alla punta di Fyns Hoved collegata alla penisola da una stretta strada rialzata. A piedi si possono raggiungere le scogliere alte più di 20 metri: il paesaggio è molto bello.
Il giorno dopo entriamo nella regione dello Sjaelland (Zealand) meridionale e visitiamo di Trelleborg: una fortezza vichinga, circolare, la migliore delle quattro esistenti in Danimarca, che fu abitata per un un brevissimo periodo attorno all’anno 1000 da una guarnigione di di circa 500 soldati, diversi artigiani, donne e bambini.
La tappa successiva è Soro, con la famosa Soro Akademi, un’antica scuola d’elite, al centro della quale sorge la Soro Kirke, la più grande chiesa monastica del paese, costruita nel XII° secolo, con l’interno in stile romanico, soffitto gotico ed affreschi medioevali. Noi facciamo una piacevole passeggiata nei giardini e nel parco con il lago dell’Akademi. Anche la cittadina merita una breve visita piedi. In modo particolare Sogade, una via con una schiera di case in legno e muratura, dai tetti con tegole rosse e dalle pareti giallo senape, che incombono sui passanti.
Pernottiamo nel campeggio “Roskilde Camping”, www.roskildecamping.dk, adatto ala famiglie, lungo il fiordo che penetra di più di 30 km nell’entroterra sul quale si trova Roskilde.
Dedichiamo quasi un’intera giornata alla visita di Roskilde. La città è soprattutto famosa per il Museo delle Navi Vichinghe e per la straordinaria ed imponente cattedrale, in mattoni rossi, dichiarata Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Il Museo (www.vikingsmuseum.com) si compone di due sezioni : la sala della navi vichinghe che ospita le 5 navi ritrovate nel fiordo che offrono una panoramica dei diversi tipi di navi usate da quel popolo (un mercantile per le tratte transoceaniche, una nave da guerra per incursioni all’estero, un mercantile costiero, una nave da guerra probabilmente per la zona baltica ed un peschereccio). La seconda sezione è l’adiacente “Isola del Museo” (Museemso), dove squadre di artigiani utilizzano tecniche ed utensili vichinghi per costruire riproduzioni di navi vichinghe. La Cattedrale (www.roskildedomkirke.dk) oggi si presenta come una splendida testimonianza dei suoi 800 anni di vita perché nel corso della sua esistenza è stata più volte rimaneggiata. E’ il mausoleo reale e contiene al suo interno le cappelle e le cripte in cui i sovrani danesi sono sepolti.
Fatto strano in Danimarca Roskilde è una città collinare: ed allora nella giornata non ci lasciamo scappare una passeggiata “giù al porto e su per il centro”. Quando la visitiamo il grande festival rock è concluso da pochi giorni: vale infatti ricordare che Roskilde, dagli anni ’70, organizza per quattro giorni un grande concerto rock tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio (www.roskilde-festival.dk).
Trascorriamo la notte nel campeggio DCU-Camping Hornbæk, in Planetvej 4, nella cittadina di vacanze Hornbæk, con una meravigliosa spiaggia di sabbia bianca e con l’aria che profuma di mare e di rosa selvatica.
Il castello di Frederiksborg,www.frederigsborgslot.dk, in Slotsgade 1, a Hillerod, è la prima visita del giorno successivo. Il castello in stile rinascimentale olandese, la cui costruzione su tre isolotti al centro del lago Slotso fu avviata nel XVI° secolo, venne ampliato nel XVII° secolo e dopo l’incendio del 1859 largamente ristrutturato, è per questo un insieme di storia, bellezza ed imponenza. La visita al suo interno si sviluppa in 70 stanze, tutte con meravigliosi mobili ed arredi, soffitti dorati, arazzi e bei dipinti. Poiché il castello è anche, dopo la ristrutturazione del XIX° secolo museo nazionale, la visita include il Museo di Storia Nazionale e la Moderne Samling (Collezione Moderna), con quadri e fotografie del Novecento. A nord del complesso ci sono gli splendidi giardini (Slotshaven) che noi visitiamo in circa un’ora: uno barocco, uno di epoca romantica ed un querceto
Il Castello, gli interni ed uno scorcio del giardino
A Hillerod soggiorniamo in uno dei più bei campeggi se non il più bel campeggio della nostra esperienza di viaggiatori: si chiama Hillerod Camping, www.hillerodcamping.dk, e si trova in Blytaekkervey 18.
La prima tappa del giorno successivo è il villaggio di pescatori di Gillaleie. Segue Helsingor, con il suo famoso Kronsborg Slot, dichiarato Patrimonio Universale dell’Umanità da parte dell’Unesco, uno dei castelli rinascimentali più importanti del nord Europa e reso famoso perché, a detta dei danesi, fu il luogo in cui Shakespeare ambientò la tragedia di Amleto (Elsinore è infatti il termine inglese per Helsingor). Si può visitare l’interno a pagamento oppure, senza pagare nulla, fare un giro attorno ai maestosi frangionde del complesso ed accedere, attraversando fossati, al cortile interno. In questo cortile si trova il Museo Marittimo (Handels-og Sofartsmuseet), che con i suoi modellini di navi, carte nautiche e strumenti marittimi fa capire l’impatto che il mare ha avuto per la Danimarca.
La cittadina ha numerose vie storiche, tutte pedonali, in cui case in legno, chiese gotiche (le più importanti: Sankt Olaf Kirke, Karmeliterklostret, Sankt Olaf Kirke) si alternano a negozi ed invitanti caffè e nelle quali è piacevole passeggiare.
Il Castello
Sankt Olaf Kirke
Una via di Helsingor
Alla sera siamo in campeggio a Copenhagen (Kobenhavn) e per quattro notti lì resteremo. Nei tre giorni di visita di Copenhagen scopriamo che tutte le principali attrattive sono nel centro storico medievale eccezion fatta per la famosa Sirenetta che si trova nel porto. Queste attrattive sono:
Tivoli, www.tivoligardens.com, in Vesternbrogade 3, un raffinato parco dei divertimenti composto da giostre, giardini, luoghi di ristoro, attrazioni e dove vengono organizzati spettacoli all’aperto, i più famosi dei quali sono quello di fuochi d’artificio il sabato e il teatro di pantomima.
Nyhaven. Un canale, nel passato luogo di marinai e scrittori (ovviamente anche di Hans Christian Andersen), ora di case a frontone dai colori vivaci e numerosi bar che servono aringhe e birra ai numerosi turisti. Alle spalle del canale c’è il quartiere più elegante della città, Frederiksstaden, dove vive la famiglia reale.
Christianshavn, l’incantevole quartiere dei canali, costruito a modello di quelli olandesi, circondato dagli antichi bastioni, un affascinante insieme di nuovi e lussuosi complessi residenziali, eleganti magazzini d’epoca ed in cui si trova il “libero stato di Christiana”, fondato negli anni ’70 da un gruppo di squatter in nome dei principi e dello stile di vita hippy, ma che nel corso degli ultimi anni ha vissuto un processo di normalizzazione da parte delle autorità danesi.
Amelienborg Slot, www.rosemborg-slot.dk, in Ameliemborg Plads, il castello dove hanno vissuto tre generazioni di monarchi danesi e dove, tutti i giorni alle 12, c’è il cambio della guardia.
Rosemborg Slot, www.rosemborg-slot.dk, in Oster Voldgade 4A, bellissimo castello in stile rinascimentale olandese, con i suoi incantevoli giardini, “Kongens Have”.
Nelle nostre passeggiate abbiamo anche apprezzato: il Quartiere Latino, a nord della pedonale via centrale Stroget, con i suoi caffè ed i negozi di seconda mano, come pure le vie laterali di Stroget, per i negozi indipendenti ed il design; la cattedrale di Copenhagen, Vor Frue Kirke, in Norregade 8, con le sue altissime volte e le colonne neoclassiche che la fanno assomigliare più a un museo che a un luogo di culto: il Radhus, il municipio, imponente ed in mattoni rossi, nella piazza centrale Radhuspladsen, in prossimità del Tivoli; la Rundetaarn, www.rundetaarn.dk, in Kobmagergade 52A, con la sua rampa elicoidale di 209 metri, dalla quale si ha una splendida vista sulla città. Den Lille Havfrue, ovvero la sirenetta, voluta agli inizi del XX° secolo dal magnate della birra Carl Jacobsen rimasto affascinato da un balletto ispirato alla favola di Anderson, l’attrattiva turistica per eccellenza di Copenhagen, ma in realtà poco amata dai danesi che l’hanno più volte privata di testa e braccia per atti di protesta o vandalici. La Sirenetta è all’ingresso del porto.
Tivoli
Nyhaven
Rosemborg Slot
Rundetaarn
Uno scorcio sui canali
Veduta
Uno scorcio di Frederiksstaden
Vecchia casa dei pescatori – Museo
La città moderna – Il Teatro dell’Opera
Lasciamo Copenhagen con il desiderio di ritornarci e visitiamo la cittadina di Koge: bella, con interessanti case storiche lungo un itinerario a piedi che attraversa il centro (per una mappa rivolgetevi all’Ufficio del Turismo in Vestergade 1, www.visitkoege.com).
La tappa successiva è Vallo, in una zona rurale a circa 7 chilometri a sud di Koge: è un minuscolo borgo, con vie acciottolate e case dal colore giallo senape. Ha anche un castello, Vallo Slot, in mattoni rossi ed un fossato ricco di ninfee e, durante la visita, gracidanti rane, boschi e giardini che raggiungono il mare.
Lasciamo l’isola di Sylland – Zealand – e raggiungiamo Mon, una delle maggiori attrattive turistiche della Danimarca e sostiamo per tre notti nel campeggio Camp Møns Klin, Klintevej 544, 4791 Borre+45 55 81 20 2, info@campmoensklint.dk, in prossimità delle bianche scogliere.
La prima località che visitiamo con il camper è Elmelunde, un borgo rurale, che conserva una delle più antiche chiese di pietra della Danimarca costruita nel 1080. La chiesa ha le volte tutte dipinte da un anonimo artista locale, per convenzione chiamato il “maestro di Elmelunde”, che con pitture ad acquarello su pareti o soffitti appena intonacati, un sapiente uso di spazi bianchi ed una tavolozza caratterizzata da calde tonalità naturali – ruggine, senape, terra di Siena, rosso mattone e azzurro chiaro -, a scopo didattico, ha saputo rappresentare scene dalle sacre scritture che lasciano stupefatto il visitatore per la loro bellezza.
Questo animale è presente fra gli affreschi di tutte le chiese visitate: è la firma del pittore?
Segue Stege: è il centro più abitato all’isola, attraversato da un’unica e stretta via centrale, con interessanti case, caffè e negozi. La chiesa del borgo, la Stege Kirke, ha le pareti ed il soffitto ricoperti di affreschi in nero e rosso, in puro stile naif, con figure bizzarre ed animali non molto riconoscibili.
Ci fermiamo per un breve spuntino nella bianca spiaggia Ulvshale: incontaminata, in lieve pendenza verso il mare, è stata creata dai frammenti di roccia delle scogliere dell’isola ed è affollata da chi pratica il windsurf.
Un ponte abbastanza recente (1968) collega l’isola di Mon a quella di Nyord. C’è un unico villaggio con lo stesso nome dell’isola: le macchine non possono entrare (c’è un grande parcheggio all’ingresso dove lasciamo il camper) ed è un agglomerato di cottage dal tetto in paglia, con incantevoli giardini in fiore. Nel borgo ci sorprende il grande numero di rondini ed in effetti la piccola isola è un paradiso per il birdwatching.
La giornata si chiude con la visita alla chiesa duecentesca di Keldby dagli splendidi affreschi, sopratutto quello in cui l’artista ha ritratto il giorno del Giudizio con i salvati che si uniscono ai santi ed i dannati che stanno scendendo verso un inferno popolato di diavoli, tema ricorrente nelle chiese dell’isola.
Dedichiamo il giorno successivo alla visita delle le scogliere bianche di Mons Klint. Dapprima facciamo una passeggiata lungo la zona boschiva sulle scogliere dalle quale si hanno delle splendide vedute delle scogliere stesse e del mare. Ritornati sui nostri passi raggiungiamo il GeoCenter Mons Klint, http://www.moensklint.dk, un moderno centro dove si può fare uno spuntino e avere informazioni scientifiche sulla zona e le scogliere. In prossimità del centro, c’è la scalinata in legno a picco sul mare (le scogliere sono alte circa 120 metri) che ci permette di raggiungere la spiaggia. Qui scopriamo che le bianche scogliere di gesso non sono così bianche come appaiono, ma hanno tonalità di arancione, di grigio nerastro a seguito della presenza di selce e di porpora. E, come tutti i turisti che hanno raggiunto la spiaggia, anche noi ci mettiamo alla ricerca di fossili del Cretaceo: e qualche frammento va ad arricchire i ricordi dei nostri viaggi sul camper.
Il giorno dopo lasciamo il campeggio e visitiamo la chiesa di Fanefjord , con gli acquerelli del maestro di Elselund e, secondo la guida della “Lonely Planet”, la sua firma a forma di un uomo stilizzato con orecchie da coniglio. Alcune di queste “scenette bibliche” sono uniche: come quella dei diavoli intenti a strappare l’anima a Giuda, o dell’allegro demone dalle ginocchia cornute che ascolta i pettegolezzi di due signore, o quella di Maria che nel giorno del Giudizio fa inclinare la bilancia in favore dell’umanità.
E’ l’ultima tappa del viaggio in Danimarca: non ci rimane che spostarci a Rodby per prendere il traghetto che ci porterà in Germania a Puttgarden.
Nota. Era il mese di luglio del 2013 quando abbiamo fatto questo viaggio di tre settimane, però tutti i siti, campeggi inclusi (tranne quello di Copenhagen di cui abbiamo perso traccia, per cui abbiamo ritenuto di non riportarlo nel diario, ma in rete ci sono molte possibilità) sono stati controllati in internet mentre rivedevo il diario in questo inizio di 2020.
Partiamo nel pomeriggio e, dopo aver attraversato il Monte Bianco, ci fermiamo a Chamonix, dove passiamo la notte.
Primo giorno
La Basilica del Sacro Cuore
La prima tappa del viaggio è Paray-le-Monial. Parcheggiamo nell’area di sosta (coordinate GPS: Longitudine: 4.12006 , latitudine 46.44802, Parking du Moulin Liron – Boulevard du Dauphin Louis) e decidiamo di fare una passeggiata a piedi perché la cittadina è classificata “ville d’art e d’histoire” e “ville fluerie” ricompensata con quattro fiori. Ed infatti scopriamo un interessante centro storico (in modo particolare: la sede del Comune e place Lamartine con i palazzi aristocratici del XVIII° secolo), numerosi giardini e parchi. Ma è soprattutto la basilica del Sacro Cuore, costruita tra la fine dell’XI° secolo ed il XIV° secolo, capolavoro di arte romanica ed uno dei migliori esempi di architettura cluniacense in Borgogna, che corona la nostra visita alla cittadina.
Alla sera arriviamo nell’area di sosta di Amboise, GPS E 0.98883 N 47.41853, in Avenue Leonard-de-Vinci, sull’il d’Or, difronte al castello. Per la ricerca di questa area, come per quasi tutte le aree dei nostri viaggi in Francia, ci siamo avvalsi della guida Michelin “Escapades en camping-car”: è la nostra fedele guida, organizzata in 20 sezioni/regioni, ciascuna delle quali con circuiti turistici (complessivamente più di un centinaio) e circa 1500 aree di servizio, di stazionamento e campeggi.
Secondo giorno
Visitiamo il castello reale diAmboise. Delle strutture originali rimane poco: tra queste, per la loro bellezza, segnaliamo l’ala in gotico fiammeggiante e la Chapelle Saint-Hubert. Per l’interno, invece, la Sala delle Guardie, il belvedere e la Sala del Consiglio. Interessante l’uscita dal castello per l’ingegnosa rampa a spirale della torre Hurtault così costruita per permettere la discesa dei cavalli e delle carrozze.
Il Castello di Amboise
Chapelle Saint-Hubert -particolare ingresso
Veduta dal Castello
La visita continua nel villaggio, che si sviluppa sotto il castello, e a LeClos Lucé, la residenza in cui visse Leonardo da Vinci e che ora presenta al suo interno nel parco modelli di molte delle sue invenzioni.
Noi non l’abbiamo visitata ma nelle vicinanze di Amboise c’è la Pagode de Chanteloup, unico esempio di un castello andato distrutto nel tempo ma del quale si conserva un’insolita struttura, la pagoda appunto, in cui lo stile classico francese si unisce a motivi cinesi, al vertice della quale si coglie ora uno splendida vista del parco e dei boschi della Loira. La tappa successiva è il castello di Chenonceaux, soprannominato “le chateau des Dames” perché sia la sua architettura che la sua conservazione sono state in gran parte opera di signore. Il castello, che è costruito a cavallo del fiume Cher, è splendido per la sua rigorosa ed unica architettura, per il parco circostante e perché all’interno conserva quadri di grandi pittori ed una eccezionale collezione di arazzi.
Il Castello
Veduta dai giardini
Veduta dai giardini
Nel percorso facciamo una breve sosta a Montrichard, lungo la Cher. La strada nella campagna fiancheggia campi di colza ed il giallo della pianta in fiore riempie gli occhi.
Alla sera raggiungiamo la bella area di sosta di Montresor, in Rue du 8 Mai, GPS: E 1.20222 N 47.15805, gratuita.
Terzo giorno
Visitiamo Montresor: una gradevole scoperta per la bella passeggiata lungo il fiume, il castello residenza privata ed il complesso delle abitazioni.
Montresor – veduta del castello
Il villaggio visto dal castello
Loches. Siamo nell’ nell’Indre-et-Loire, città medioevale e reale classificata come d“Art et Historire”, Ville Fleurie ed uno dei “Plus Beaux Detour de France”, che merita assolutamente una sosta. Si compone di una parte bassa, nota come Vieille Ville, ed una parte alta (“Ville Haute”, “Citadelle o “Cité Medievalé). La visita può iniziare nella parte bassa dalla Porte Picois per dirigersi verso la Porte Royale, che con le due torre duecentesche) è l’unico arco aperto nelle mura che circondano la cittadella. Salendo sulla via lastricata si incontrano storiche residenze con facciate in tufo. lnteressanti sono la collegiata romanica di Saint-Ours, con il portale romanico policromo e le caratteristiche cupole piramidali a otto lati; la torre Saint-Antoine, antico campanile di 52 metri. All’estremità settentrionale della Citadelle si trova la Logis Royal, la residenza dei re di Francia a partire da Carlo VII poi trasformata in prigione ed in uso fino alll’inzio del secolo scorso. Comunque già due sue torri furono adibite da Luigi XI, la Tour Ronde e la Tour Martelet: in queste torri vennero rinchiusi i prigionieri durante la rivoluzione francese e sulle cui pareti si possono ancoro vedere le loro scritte. Al limite estremo si trova il Donjon (torrione), costruito nell’XI°, alto 36 metri, che per i più coraggiosi che vogliono avventurarsi su passerelle da brividi regala una splendida vista mozzafiato sulla città.
Se avete la possibilità e se vi piacciono i mercati, Loches, in via Republique e nelle strade circostanti, ne ospita uno il mercoledì ed il sabato, piuttosto famoso nella zona.
Facciamo una breve sosta nel grazioso e piccolo villaggio di Crissay-sur-Manse prima di arrivare a Chinon. Scegliamo di fermarci per la notte nell’accogliente campeggio “Intercommunal de l’Ile Auger”, Quai Danton, GPS: E 0.23654 N 47.16379, sito web http://www.camping-chinon.com.Il centro città è vicino al campeggio (circa 5 minuti a piedi) e decidiamo di fare una breve visita. La città vecchia, nota come “Grand Carroi, lungo Rue Haute Sain-Maurice e rue Voltaire, presenta un interessante spaccato di architettura medioevale, con vecchie case, molte di queste a graticcio ed imponenti palazzi (Hotel du Gouverneur e Palais du Bailliage).
Numerose le enoteche e le cantine: siamo in una zona di grande produzione vinicola e, fatto strano per la valle della Loira, di rossi e rosati – Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Interessante, nel periodo estivo, la vista che la confraternita dei viticoltori locali organizza alle Caves Painctes de Chinon, che in passato erano cave naturali e che vennero trasformate nel XV secolo in cantine.
Da ricordare infine che tutto il centro storico è legato allo scrittore Francois Rabelais e alla serie di cinque romanzi “Gangantua e Pantagruel”. Per la visita ci si può avvalere dell’esaustivo opuscolo in distribuzione all’Ufficio del Turismo, in Rue Rabelais 1, ovvero aggregarsi ad una delle visite guidate a pagamento da loro organizzate.
Quarto giorno
Lo dedichiamo interamente alla visita dei castelli. Iniziamo dal castello-fortezza diChinon. Il castello è organizzato in tre blocchi separati da fossati senza acqua. Per noi le parti più interessanti sono state la Tour d l’Horologe del XIV° secolo, con numerosi oggetti della vita di Giovanna d’Arco ed il Fort du Coudray, dalla cui sommità si gode di un meraviglioso panorama della valle.
Segue poi il castello di Ussé, costruito tra il XV° ed il XVI° secolo su una preesistente fortezza dell’XI° secolo, con le sue numerose torri bianco crema ed i tetti di ardesia, noto per avere ispirato a Charles Perrault la fiaba della Bella Addormentata nel Bosco e forse fonte di ispirazione anche per Walt Disney (con tanto di logo affisso su una parete esterna). Certo l’architettura del castello ha un suo fascino, però per noi la parte più interessante sono stati i giardini formali, progettati dall’architetto di Versailles, André Le Notre. Sono nella terrazza inferiore e vi si accede dal fossato est, che sbocca direttamente sull’estremità orientale del Parterre superiore. Da qui si dominano i due livelli inferiori, che sono quadrati di prato e viali laterali che portano al giardino dell’aranciera nel livello inferiore, caratterizzati da alberi e arbusti forme per lo più geometrizzanti con una forte valenza ornamentale.
Concludiamo la giornata con il castello di Azay-le-Ridau, uno dei più belli della valle della Loira. Costruito nel Cinquecento su un isola naturale del fiume Indre, è un meraviglioso palazzo dalle belle finestre a forma geometrica, elaborate torrette e lavorazioni in pietra decorative, circondato da un parco formale. Ma a colpire per la sua bellezza e particolarità è la straordinaria scala interna a chiocciala, decorata da salamandre ed ermellini (emblemi di Francesco I e della regina Claudia), che conduce ad una balconata che si affaccia su una corte interna.
Chinon
Ussé
Azay-le-Ridau
Ormai è tardi e decidiamo di fermarci in un parcheggio vicino al castello, in prossimità del campeggio e lì, senza problemi, trascorriamo la notte.
Quinto giorno
Visitiamo Tours. Sede universitaria, molto elegante, con viali settecenteschi e straordinari edifici civili e religiosi, è con Orléans, la principale città della valle della Loira. Il suo cuore pulsante è rappresentato dalla città vecchia e dalla place Plumereau, contornata da case a graticcio, palazzi signorili e molti ristoranti e caffè. Il simbolo religioso della città è la cattedrale di Saint-Gatien, in place de la Cathédrale, la cui facciata in puro stile gotico fiammeggiante lascia sbalorditi per la ricchezza di decorazioni, arcate, archi e doccioni. Non di meno grandioso è l’interno per le elaborate vetrate policrome e per il rosone posto sopra l’organo. La completano due torri gemelle rinascimentali, costruite nel Rinascimento ed un bel chiostro (Cloitre de la Psalette) con elementi rinascimentali e di gotico fiammeggiante.
Tours è rinomata anche per il culto di San Martino sin dal medioevo. Sulla sua tomba venne eretta una basilica di cui ora si conserva solo la Tour Charlemagne in Rue des Halles, mentre le reliquie del santo ora si trovano nella cripta della vicina collegiale di San Martino, costruita nella seconda metà del XIX° secolo.
Numerosi sono i musei: segnaliamo, perché insolito e molto “francese”, il Musée du Compagnonnage, in Rue Nationale 8, che raccoglie moltissimi manufatti degli artigiani francesi, da sempre orgoglio della nazione.
Cattedrale di Saint-Gatien
Place Plumerau
Alcune case a graticcio
Verso sera ci spostiamo a Villandry e passiamo la notte nella confortevole area di sosta in Rue Nationale 14, vicinissima al castello.
Sesto giorno
E’ domenica e ricerchiamo qualche mercatino dell’usato. Ne troviamo uno in un quartiere di Joue-Les-Tour: gli acquisti che comunque facciamo sono però ostacolati dall’intensità della pioggia.
Nel pomeriggio visitiamo l’abbazia reale di Fontevraud. Fino alla sua chiusura voluta da Napoleone nel 1793, è stato uno dei più grandi centri ecclesiastici d’Europa, a capo del quale c’era una badessa (fatto piuttosto insolito). La visita si snoda lungo tutto il complesso, ma quello che più colpisce è la semplicità unita però all’imponenza della chiesa abbaziale, con le sue colonne svettanti, le cupole e le tombe policrome dei quattro illustri esponenti della dinastia dei Plantgeneti (Enrico II, re d’Inghilterra, sua moglie Eleonora d’Aquitania, che qui si ritirò dopo l morte del marito, il loro figlio, il leggendario Riccardo Cuor di Leone e sua moglie Isabelle d’Angouléme) del periodo in cui la storia inglese e francese erano strettamente collegate.
Veduta del complesso dal cortile interno
La chiesa abbaziale
Le tombe dei monarchi
Merita anche una visita il villaggio Fontevraud-l’Abbaye all’interno del quale si trova il complesso.
La tappa successiva è il castello di Montsoreau, che richiama un romanzo di A. Dumas padre e che ora ospita un interessante museo dedicato al trasporto fluviale. Con il castello visitiamo anche il vicino villaggio di Candes-su-Martin, in bella posizione alla confluenza di due fiumi, la Vienne e la Loira
Il castello di Montsoreau
Una sala del Museo
La confluenza dei due fiumi
Trascorriamo la notte nell’area di sosta di Villandry.
Settimo giorno
Visitiamo il castello di Villandry. O, per meglio dire, i giardini, perché sono appunto il motivo principale della visita (anche se non tralasciamo gli interni del castello). Girovagando lungo i vialetti di ciottoli, si incontrano i giardini acquatici formali, un labirinto, diversi vigneti, un “Jardin d’Ornament” in cui siepi potate in forme geometriche e aiuole in fiore rappresentano vari aspetti dell’amore ed un cinquecentesco “potager” (orto), in cui le verdure sono disposte in file ordinate secondo i loro colori.
Il Castello visto dai giardini
Il Potager
Jardin d’Ornament
Con i colori e le geometrie dei giardini ancora negli occhi, lasciamo Villandry per dirigerci verso la costa atlantica. Alla sera raggiungiamo Niort e trascorriamo la notte nella bella area di sosta in Rue de Bessac 26, GPS:N 46.32905, W 0.46546; N 46°19’45”, W 0°27’56”
Ottavo giorno
Il Castello di Niort
Visitiamo Niort. Scopriamo un bel centro storico, con un’ampia area pedonale, un grande mercate coperto, un interessante castello composto da due torri a base quadrata unite da un corpo centrale che è ciò che resta della fortezza costruita da Enrico II e Riccardo Cuor di Leone.
Nel pomeriggio ci spostiamo a La Rochelle, nel Parc-relais Jean Moulin, in avenue Jean Moulin,GPS W 1.1398, N 46.1525, con navetta per il centro storico. Un’altra area che consigliamo è l’Aire de Camping-Car de Port-Neuf Boulevard Aristide Rondeau 6, GPS: N 46.16033, W 1.18432; N 46°09’37”, W 1°11’04”, che si trova vicina al mare, mentre il centro della città è a circa tre chilometri.
Nella nostra passeggiata a piedi ci siedi diretti sia verso il mare nel quartiere moderno di Les Minimes, con il suo grande porto turistico, che il centro. La Rochelle si è sviluppata attorno al vecchio porto con le sue caratteristiche tre torri costruite a scopo difensivo. A nord del porto, c’è il centro storico al quale si accede attraverso la Tour de la Grosse Horloge. Due sono le vie principali: la rue du Palais, porticata, con i suoi negozi e i sontuosi case degli armatori cittadini del XVII° e XVIII° secolo e la rue des Merciers, anch’essa fiancheggiata da portici.
Particolare del porto vecchio
Porta di accesso al centro storico
I portici e le case
Nono giorno
Raggiungiamo con il camper l’Ile de Ré, che si trova di fronte a La Rochelle: suggestiva la vista del ponte che la unisce alla terra ferma. Scegliamo di fermarci nel campeggio municipale “Les Remparts” di St-Martin-de-Ré nell’omonima via (per chi lo desidera c’è anche un’accogliente area di sosta fuori dal campeggio). Noleggiamo le biciclette e, seguendo i percorsi molto ben tracciati, facciamo una bella gita nell’isola tra saline, dune di sabbia ricoperte di sparto, spiagge sabbiose e villaggi dalle case bianche e gelosie e porte in legno dal colore verde. L’isola è anche famosa per l’allevamento delle ostriche: così, nel bar di un allevatore, con un tavolo su un muretto che si affaccia sulla spiaggia, con una vista mozzafiato del mare, gustiamo un delizioso piatto di ostriche e di gamberetti.
Il ristorante
Il piatto di ostriche
Una salina
La spiaggia
La pista ciclabile
Una casa
Il porticciolo
Rientrati in campeggio, visitiamo Saint-Martin-de-Ré. La grande attrattiva del borgo sono le possenti fortificazioni che lo circondano, costruite nel XVII° secolo dal grande ingegnere militare Vauban e che gli sono valse il riconoscimento di Patrimonio dell’umanità da parte dll’Unesco. Sui bastioni come pure nel parco della Barbette, dove pascolano graziosi asini, è possibile fare delle belle passeggiate. Il centro storico, sempre molto affollato dai turisti e vacanzieri (il borgo ha un grazioso porticciolo), si sviluppa dopo la porta Torais e la Porta dei Campani, tra vicoli con case in legno, qualche residenza rinascimentale, la cittadella che nel passato era una prigione.
Decimo giorno
Lasciamo il campeggio e, con il camper, ci dirigiamo al faro delle balene (phare des Baleines), situato alla punta ovest dell’isola, nel comune di Saint-Clément-des-Baleines. Il suo nome è dovuto al fatto che un buon numero di balene venivano nel passato ad arenarsi in questo posto. Spettacolare la vista dell’oceano. Rientrano sulla terraferma il paesaggio cambia rispetto a quello della gita in bicicletta: ora incontriamo vigneti e pinete.
Particolare dell’Arsenale
Lasciata l’isola, ci fermiamo a Rochefort. Dal passato nobile, ha case eleganti costruite tra fine otto ed inizio novecento ed è stata costruita attorno ad un arsenale ai tempi di Luigi XIV ed il cardinale Richelieu. Interessante la visita della Corderie royale, una nave lunga 374 metri posta al centro di un giardino.
A seguire Saintes, con l’interessante centro storico con vestigia romane, l’”Abbaye aux Dames” e la chiesa di St-Europe medioevali.
Trascorriamo la notte nell’area di sosta in Avenue de Saintonge 19, GPS: N 45.74049, W 0.62743; N 45°44’26”, W 0°37’39″.
Undicesimo giorno
Lasciamo Saintes e sotto la pioggia ci dirigiamo a Cognac. La città vecchia si estende tra l’Eglise Saint-Leger in rue Aristid Briand ed il fiume (la Charente) ed è caratterizzata da suggestive case a graticcio, con al centro la piazza Francois 1er con i suoi caffè. Nella visita non può mancare il “Musèe de Cognac”, per la storia della cittadina e “Le Musée des Art du Cognac”, riguardanti le fasi della produzione del cognac, entrambi in boulevard Denfert Rochereau 48 (biglietto cumulativo).
Veduta di Cognac
Le case a graticcio
Ingresso del Museo
E’ il primo di maggio e a Cognac scopriamo che il mughetto è il fiore per la celebrazione della giornata.
Alla sera arriviamo a Chatel-Guyon dopo aver fatto una breve sosta a Saint Laurent. L’area di sosta è in Avenue Charles de Gaulle, GPS: E 3.06584, N 45.92316.S
Dodicesimo giorno
Alla mattina visitiamo la cittadina. E’ una località termale, con alberghi un po’ rétro, alcuni dei quali chiusi.
La Torre dell’Orologio e e case di Riom
Il viaggio continua attraverso le montagne ed i prati del Massiccio centrale. Facciamo tappa a Riom: è la vecchia capitale dell’Auvergne, con viali perpendicolari che l’attraversano, contornati da alti palazzi a suo tempi nobiliari, alcuni dei quali colorati. Interessanti il municipio del XVI secolo, con il magnifico cortile interno, la Sainte-Chapelle in stile gotico fiammeggiante e le sue vetrate del XV secolo, palazzo Guymoneau e la sua scala finemente scolpita, la torre dell’Orologio e il suo bel panorama sui tetti della città, la chiesa di Notre-Dame-du-Marthuret e la sua bella statua della Vergine con uccello.
A pranzo abbiamo mangiato galette auvergnat: una con fette di patate e formaggio fuso tipo toma, l’altra con filetto di anatra e funghi champignon.
Arriviamo a Le Puy-en-Velay, considerata “una dei luoghi più scenografici di tutta la Francia” (citato dalla guida della Lonely Planet, “Francia Meridionale”). In effetti, la città è dominata da tre pinnacoli vulcanici coronati dai tre capolavori d’arte sacra: la Cattedrale Notre-Dame (XI° secolo), la statua in bronzo dal colore rosso intenso che raffigura Notre-Dame de France e la Chapelle Saint-Michel d’Aiguile al di sotto dei quali si sviluppa la città vecchia.
Le Puy-en-Velay ha sempre avuto una grande importanza religiosa: segnava infatti l’inizio della via podiensis, uno degli itinerari del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. E come accade ai giorni nostri, i pellegrini che qui vi giungevano non potevano che ammirare la cattedrale, posta in cima ad una stradina acciottolata, con la sua facciata a cinque livelli policromi, le arcate romaniche, le cupole bizantine, l’affrescato portale, gli archi del chiostro, splendidamente decorati a mosaico policromo. O anche la Cappella, per raggiungere la quale bisogna salire ben 268 gradini (la statua è del XIX° secolo).
Veduta della Cattedrale
La Cappella
La statua di bronzo
Unitamente alle meraviglie religiose, passeggiando nelle anguste stradine della città vecchia e attorno al Municipio, noi siamo riusciti a trovare due specialità di Le Puy-en-Velay: le lenticchie verdi ed il liquore verde brillante “la Verveine”, un distillato a base di verbena, la cui ricetta risale al 1859.
er la visita di Le Puy-en-Velay, che ci ha occupato un pomeriggio ed una mattina, noi ci siamo avvalsi del campeggio accreditato da ACSI Eurocampings “Le Bouthezard”, in Chemin de Bouthezard, camping.puyenvelay@aquadis-loisirs.com, GPS :E 45.050437, N 3.880861. E con Le Puy-en-Velay si chiude questo viaggio.