Un’estate tutta italiana. Parte quarta: Puglia

Settembre è un gran bel mese per visitare la nostra penisola: non fa eccessivamente caldo, le persone in vacanza sono, per la maggior parte, rientrate nelle loro città e si spende un po’ meno rispetto a luglio ed agosto. Alla fine di questo mese, con la visita di molte zone della Puglia, abbiamo terminato la nostra estate tutta italiana. Un viaggio del quale ricorderemo la bellezza delle coste, i siti Unesco, i borghi antichi, la simpatia e l’accoglienza delle persone incontrate, i sapori della cucina, sia di mare che di terra, ma anche la nostra tristezza nel vedere gli ulivi, i più vecchi soprattutto con i loro tronchi che si torcono in senso orario dal basso verso l’alto che li rendono delle vere e proprie opere d’arte, uccisi dalla xylella.

Primo giorno

Era il primo pomeriggio quando abbiamo raggiunto la sosta camper “Isola bella” in località Contrada Pantanello, Lido del Sole, la frazione turistica di Rodi Garganico: come dice il nome è una bella area con grandi piazzole, molta ombra, e dista pochi chilometri da Rodi Garganico, che può essere raggiunta con navetta privata (€ 5 a persona) o, in stagione, con il trasposto locale (possibile comunque anche il percorso a piedi).

Per arrivare all’area abbiamo percorso la strada litoranea lungo i due laghi di Lesina e Varano: tanta vegetazione mediterranea, numerosi sono gli accessi al mare che si sviluppano al suo interno, ci sono molti alberghi e qualche campeggio, che sono però chiusi o abbandonati. E purtroppo la chiusura sarà anche una caratteristica di altri luoghi che abbiamo visitato (purtroppo è l’altra faccia della medaglia considerati il periodo e la parte dell’Italia nella quale ci troviamo).

La località Lido del sole può essere raggiunta a piedi dall’area camper. Così noi abbiamo fatto camminando lungo la strada che costeggia la spiaggia, un po’ lasciata a se stessa e per questo, ai nostri occhi, con un suo (relativo) fascino, un po’ organizzata dagli stabilimenti balneari. Quando raggiungiamo il Lido scopriamo che è un centro di vacanze, piuttosto anonimo, con molte case chiuse.

Secondo giorno

Ci spostiamo a Peschici. Attraversiamo Rodi, borgo di antiche tradizioni marinare situato su una collina: c’è traffico locale, nel centro la strada è piuttosto stretta, e non riusciamo a trovare un parcheggio. Così continuiamo lungo la strada nazionale 89 che ci regala dei begli scorci sul mare e sulla Foresta Umbra, sito Unesco, un’area naturale sita all’interno del Parco Nazionale del Gargano e così chiamata per quanto la vegetazione è fitta.

Delle aree di sosta camper a Peschici, noi abbiamo scelto “Marina Piccola”, al n. 84 della SS89: le piazzole sono comode, è ombreggiata, da direttamente sulla spiaggia e Peschici, la cui veduta è lì sullo sfondo, può essere raggiunta a piedi dalla spiaggia e salendo una scalinata (il paese è arroccato su un promontorio).

C’è tempo per una visita: il centro storico è caratteristico: lungo i vicoli ci sono case colorate di bianco, qualcuna con i tetti a cupola come le case arabe, c’è la chiesa madre, un tratto di mura (la nascita di Peschici risale all’anno 1000), ed un castello.

Alla sera pranziamo alla trattoria “Costamarina”, in viale Kennedy, scalinata principale per il porto, e troviamo una cucina come piace a noi: senza fronzoli e di sostanza con un giusto rapporto qualità e prezzo. I nostri piatti sono: orecchiette cozze e vongole, cicatelli alla scoglio e, per secondo, cozze ripiene. Gustati avendo una bella veduta sulla baia di Peschici.

Dopo aver cenato, durante una breve passeggiata nel centro storico, facciamo una scoperta “molto dolce”: è la pasticcerie tipica “Dolce Peschici”: pasticciotti, paste, cornetti, taralli, tutti fatti sul posto, sono una prelibatezza!

Terzo giorno

E’ di completo riposo sulla spiaggia. Pur essendo domenica, non è particolarmente affollata dai locali e dai turisti stranieri (soprattutto tedeschi) che, come noi, stanno visitando la Puglia. Il sole, l’acqua trasparente, due buone letture e la visione di Peschici rendono speciale la giornata. Che si conclude degnamente con una passeggiata nei vicoli di Peschici ed in un ristorante – “Borgo Antico”, in via Castello 73 – con una cena in cui abbiamo gustato, come antipasto,  un’insalata di polipo con cime di rapa e pomodorini secchi e, come primo, orecchiette con tonno rosso, burrata e pomodorini, troccoli al sugo con seppia ripiena (specialità della casa), il tutto accompagnato da un buon rosato locale. Insomma bontà e tradizione, a giusto prezzo. Suggestiva la posizione del nostro tavolo, come di molti altri: all’esterno, nel vicolo.

Quarto giorno

Ci rimettiamo in moto per raggiungere Vieste. Continuiamo a percorrere la N 89 che però, ad un certi punto,  lasciamo per spostarci sulla litoranea fino a Vieste. E così ci regaliamo altri scorci della bella costa e del mare del Gargano. 

A Vieste usiamo il parcheggio del porto: ci sono altri camper, ci viene detto di spostarci lungo i grandi blocchi di cemento che proteggono la sponda perché intendiamo passare la notte che lì, da soli, infatti trascorreremo in assoluta tranquillità (con la cena e colazione con vista sul porto o sulle transitanti barche).

Vieste è il centro principale del Gargano ed il suo punto più orientale. Nella parte storica, il borgo evidenzia la sua origine medioevale ed il suo aspetto mediterraneo:  stretti vicoli, piazzette, archi, scalinate, le case bianche, il castello normanno-svevo, la cattedrale romanica. Un curiosità che val la pena di visitare: il Museo malacologico, in via Pola 2, che raccoglie conchiglie da tutto il mondo (è privato e gratuito). Vieste ha anche una bella e lunga spiaggia, con campeggi e aree di sosta (che abbiamo trovato in parte chiusi), sulla quale c’è un monolito – il Pizzomunno (secondo la leggenda è la trasformazione di un innamorato morto suicida).

Quinto giorno

Lasciamo Vieste seguendo la litoranea che ci regala splendidi panorami delle baie e delle cale che rendono famoso il Gargano. Giungiamo a Mattinata e qui seguiamo la N. 89 dir/b  in direzione Monte Sant’Angelo. Il primo tratto della strada è in salita: la vegetazione si fa man mano sempre più scarsa, prevale la roccia ed i terreni sono delimitati dai muretti a secco. Il paesaggio è aspro, duro e, per noi molto suggestivo. Quando raggiungiamo il territorio di Monte Sant’Angelo, una volta superata la parte moderna,  ci colpisce la fila di case bianche lungo la strada: fanno parte dell’abitato che si è espanso lungo le pendici del colle.

Lasciamo il camper nel grande parcheggio nella parte alta del paese e dopo aver dato un’occhiata al vicino castello con la torre pentagonale dei Giganti di età normanna, ci dirigiamo verso il santuario per cui il paese è famoso: dedicato al culto dell’arcangelo Michele,  dal 2011 uno dei siti dichiarati dal’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ha un ingresso ad arcate posto di fianco ad un campanile ottagonale che ricorda i torrioni di Castel del Monte. Una scalinata con 86 gradini e cinque rampe, risalente al periodo  angioino (XIII° secolo) scende nella mistica grotta dove l’arcangelo apparve tre volte (490, 492, 493). E qui più che le porte di bronzo, la Cappella del SS. Sacramento, l’altare della Madonna, quello che più ci colpisce è l’altare di san Michele, costruito al fondo della grotta, per la bella statua in marmo di Carrara del Santo, attribuita al Sansovino.

Usciti dal santuario c’incamminiamo lungo il dedalo di vicoli del centro storico: così intravediamo, perché chiusa,  la romanica Santa Maria Maggiore, mentre visitiamo l’abside di San Pietro (la chiesa più antica) e la Tomba di Rotari del XII° secolo, in realtà un battistero con cupola emisferica ed interessanti bassorilievi (il vero nome è: Battistero di San Giovanni in Tumba). Ci sono caratteristici angoli e pittoreschi scorci nei vicoli scalinati e nel nostro percorso entriamo  in un negozio di cose usate e, oltre a queste, troviamo tanti tanti animali (gatti, pappagalli, tartarughe tra questi, tutti accolti perché abbandonati, con grande amore, da una signora) e ci fermiamo in un famoso ristorante, il “Medioevo”, dove assaporiamo una buona cucina del territorio. Come antipasto scegliamo il misto di verdure ed affettati e il piatto di buonissimi formaggi. Come primo, delle succulenti orecchiette Medioevo, in cui alla pasta vengono uniti pomodorini, rucola, pecorino e pezzi di agnello (!), e pancotto contadino con verza, patata, fave secche e finocchietto.

Una volta terminata la visita, riprendiamo il viaggio. Ci indirizziamo verso Margherita di Savoia e quando percorriamo la nazionale 141, che costeggia la Riserva Naturale Saline di Margherita di Savoia, negli stagni dove si raccoglie il sale vediamo degli aironi rosa. Raggiungiamo Margherita nel tardo pomeriggio: i campeggi e le aree sosta per i camper sono tutti chiusi e così decidiamo di trascorrere la notte in un parcheggio difronte agli stabilimenti balneari, appena fuori dal viale centrale della località.

Sesto giorno

In mattinata giungiamo a Barletta. Dapprima ci indirizziamo all’area di sosta sul lungomare Mennea che però troviamo chiusa. Così dobbiamo attraversare la città per raggiungere quella in via Leonardo da Vinci: il traffico è piuttosto intenso e caotico. Questa area è in realtà un parcheggio asfaltato all’aperto, con uno spazio per i camper, con possibilità di allaccio elettrico, con personale cortese, assolutamente comodo per visitare la città (in 15 minuti circa a piedi si raggiunge il centro).

Nel centro abbiamo piacevolmente passeggiato ed ammirato la Cattedrale, dallo stile architettonico composito, dedicata a Santa Maria Maggiore, il castello svevo costruito in prossimità del porto, la romanica chiesa di Sant’Andrea, con al suo fianco una alta  statua in bronzo del Colosso, comunemente chiamato Eraclito e i palazzi nobiliari. In uno di questi, in via Cialdini, c’è la Pinacoteca con numerose tele di De Pisis; sempre nella stessa via è possibile visitare la Cantina della Disfida, la ricostruzione del luogo in cui è avvenuta l’offesa che ha dato origine alla famosa (e letteraria) Disfida tra un gruppo di valenti cavalieri francesi ed italiani alla guida di Ettore Fieramosca.

Terminata la visita di Barletta ci muoviamo in direzione Trani. Pesanti nubi grigie si affacciano all’orizzonte: scoppia un fortissimo temporale, la pioggia è così intensa ed il vento così forte che all’uscita di Manfredonia, ci obbligano, insieme alla maggior parte degli automobilisti, a fermarci lungo la strada. Ma il peggio deve ancora avvenire: ripresa la strada e, appena dopo aver superato la splendida basilica di Santa Maria di Siponto, ci troviamo bloccati perché la strada è praticamente  un fiume piena (in più la forza dell’acqua ha rotto un muretto in pietra di una villa, i cui sassi si trovano ora sparsi lungo la strada). Purtroppo passano gli anni ma la situazione di questa terra non cambia: era il 1999, stavamo percorrendo la Puglia in macchina, un forte temporale si riversò su Manfredonia ed anche allora la strada diventò un fiume che ci bloccò (l’unica differenza è che riuscimmo a visitare la splendida basilica).

Alla fine giungiamo a Trani e ci sistemiamo nell’area di sosta “Camper Park”, in via Finanzieri 7: può ospitare una quindicina di camper, la superficie è in brecciolino, ha attacchi per la corrente elettrica, CS, è illuminata, recintata e custodita sia di giorno che di notte ed il wifi gratuito. E’ vicina al centro storico e, data l’ora, ne approfittiamo: è l’imbrunire e la la vista della Cattedrale, che si staglia solitaria in riva al mare a ridosso del porto,  è davvero suggestiva.

Settimo giorno

Alla mattina completiamo la visita di Trani con un percorso nella città vecchia o “Borgo Antico”. Il punto d’inizio è la Cattedrale, una delle chiese più famose di Puglia, completata a metà del XII° secolo. Ha splendide facciate: quella anteriore, con doppia scalinatala, portale maggiore ornato da figurazioni di animali mostri e arabeschi e chiuso da una porta in bronzo composta da 32 formelle a bassorilievo, rosone e monofore, quelle posteriore con le forme semicilindriche delle tre grandi absidi. All’interno ci sono tre chiese sovrapposte; al suo fianco destro s’innalza il romanico campanile del XIV° secolo, caratterizzato dalla successione, dal basso verso l’alto,  di monofore, bifore, trifore e quadrifonie.

Vicino alla Cattedrale, direttamente sul mare, c’è il castello svevo: più volte modificato, colpisce per la sua austerità. La nostra visita prosegue nelle vie del Borgo che si trovano a ridosso del porto ed ammiriamo eleganti palazzi signorili, pittoresche chiese (tra queste: la romanica di Ognissanti, la chiesa di San Francesco con la copertura a cupole in asse e e la caratteristica chiesa dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme). Giungiamo fino al bel giardino della Villa Comunale, che ci offre belle vedute sul mare. Il Borgo antico è però anche il porto, con le barche ormeggiate ed i numerosi pescatori che vendono il loro pescato.

Al pomeriggio visitiamo Monte Sant’Angelo. Lasciamo il camper nell’area riservata del parcheggio CAT – Centro di accoglienza turistica: l’area è provvista di carico e scarico acqua e c’è la possibilità di allacciamento all’energia elettrica.

Una navetta ci porta all’ingresso del sito: ignoriamo le offerte di accompagnamento di guide turistiche non autorizzate e ci incamminiamo verso castello: poiché è alla sommità di un colle, l’agevole e breve salita ci regala delle viste mozzafiato. Di un anonimo architetto ma progettato da Federico II, costruito tra il 1229 ed il 1249,  ha come elemento caratteristico il numero 8: la forma è ottagonale, è scandito negli angoli da otto torri, anch’esse ottagonali. Lo stile rinvia agli inizi del gotico nel meridione d’Italia, ma ci sono elementi romanici, normanni ed arabi. Forse è stato una residenza di caccia (agli inizi, ma gli storici non sono concordi), visse un momento di grande splendore sotto gli Svevi, poi con la loro caduta, divenne una prigione, fu lasciato incustodito e per questo spogliato dei marmi  e delle sculture e divenne residenza di pastori e briganti. Poi con il riscatto dello stato italiano nel 1876 inizio l’opera di restauro e nel 1996 entrò a far parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Molti sono i misteri che lo circondano: il motivo della sua costruzione, la simbologia del numero 8 (a proposito: anche la biblioteca de “Il Nome della Rosa” ha una strutture ottagonale …), le sue misure che possono essere associate alla piramide di Cheope e ai megaliti di Stonehenge.

Terminata la visita ci spostiamo a Bari. Troviamo una sistemazione in via G. Gentile al n. 8: è un rimessaggio parcheggio autofficina con qualche posto per i camper. E’ piuttosto distante dal centro ma è vicino alla fermata del bus che, in circa mezz’ora, raggiunge il centro.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e decidiamo di visitare la Bari del “borgo murattiano”, quella parte cioè iniziata durante la parentesi napoleonica (la prima pietra è del 1813), dalla vie ampie ed ortogonali: tra queste, corso Vittorio Emanuele II, via Sparano, corso Cavour: sono le vie dello struscio serale, piene di negozi e bar alla moda.

Ottavo giorno

Visitiamo la Bari vecchia. Questa parte di Bari si sviluppa su una piccola penisola e quando siamo entrati da piazza del Ferrarese abbiamo subito colto la sua peculiarità: è il vero cuore popolare della città. Presenta la tipica struttura medioevale contornate da mura, con vicoli piazzette corti dove ci sono abitazioni, all’esterno delle quali non è insolito trovare una signora che vende le sue orecchiette fatte a mano, ma anche negozi e ristoranti. Ed è qui che si trovano le due grandi chiese di Bari: la Cattedrale dedicata a san Sabino e la Basilica di San Nicola. La Cattedrale, in piazza Odegitra, è in stile romanico, ha subito molti rifacimenti nel corso della sua esistenza (anche distrutta e ricostruita nell’XI° e XII° secolo), ha una mirabile facciata anteriore ed un bel finestrone in quella posteriore, mentre nell’interno si apprezzano i finti matronei, i leoni all’ingresso, la cattedra episcopale, il ciborio, l’antico battistero trasformato in sagrestia. La vita di Bari venne profondamente trasformata quando nel 1087 vi giunsero le reliquie di San Nicola: la città divenne uno dei punti di riferimento della cristianità ed in onore al Santo venne edificata la basilica, uno dei capolavori dello stile romanico pugliese. Noi siamo rimasti affascinati dall’imponente facciata in bianca pietra calcarea, con le lesene che la suddividono in tre parti, dal portale  dai due monchi torrioni e, per quanto riguarda l’interno, dalle decorazione del soffitto, dall’altare di San Nicola, in argento sbalzato, dall’antico ciborio, dalla cattedra di Elia (intravista più che vista) e dalla cripta.

Nella nostra passeggiata senza una meta precisa abbiamo anche apprezzato: San Gregorio (nei pressi di San Nicola), la chiesa di san Marco, il Complesso di Santa Scolastica, Piazza Mercantile, Piazza del Ferrarese ed il castello svevo, ai margini della città vecchia e, fuori da essa, il lungomare di Crollalanza ed il teatro Petruzzelli.

E non potevamo non assaggiare un’abbondante porzione di focaccia barese (indicazione dalle guide gastronomiche: panificio Fiore, in Strada Palazzo di città 38 e panificio Santa Rita, in strada Bianchi Dottula 8).

Rientrati al parcheggio, decidiamo di lasciare Bari in direzione Polignano a mare. Scegliamo l’area sosta in via Conversano 448: è su sterrato, spartana ma con tutto l’occorrente. I bagni sono puliti e le docce calde a pagamento, con gestori gentili e disponibili a dare indicazioni (il paese è raggiungibile a piedi in circa 10 minuti).

Nono giorno

Visitiamo Polignano a mare: il borgo è una perfetta sintesi di bellezza paesaggistica e storica: i vicoli, le piazzette, le corti  e le bianche case del centro storico si sviluppano infatti sopra una scogliera caratterizzata dalla presenza di ampie grotte che sono opera dell’azione di erosione compiuta dal mare. Questa sintesi la si può cogliere nel punto panoramico “Lama Monachile”, in via S. Vito, che è anche una incantevole baia con una spiaggia fatta di sassi,  o al termine della scalinata che scende dalla piazza con la statua di D. Modugno, nativo di Polignano. Del suo passato, conserva l’antica piazza dell’Orologio con la Chiesa Matrice, alcuni tratti della mura medievali attorno a Piazza Garibaldi, l’Arco Marchesale di accesso al borgo e i due ponti della Lama Monachile (uno di epoca romano, l’altro dell’800).

Al pomeriggio di spostiamo a Egnazia, “luogo del cuore” del FAI. Raggiungerla non è stato facile: molto scarse sono le indicazioni e così ci perdiamo in strade strette, fiancheggiate da muretti a secco che delimitano terreni in cui crescono splendidi ulivi. E così, guardando la perfezione di questi muretti a secco e ricordando quelli del Gargano e di altre parti d’Italia, capiamo perché sono fra i cinquantaquattro siti materiali diventati patrimonio culturale dell’Unesco: “È uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese … le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione concreta alle particolari condizioni di ogni luogo in cui viene utilizzata … svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura” (citato dalla motivazione dell’Unesco).

Egnazia, che si trova lungo la costa di Fasano, è un interessante centro archeologico, in un contesto ambientale suggestivo, per una parte in riva al mare. Abitato sin dall’età del bronzo, l’area presenta ai visitatori resti appartenenti a tre periodi diversi: del periodo messapico, precedente l’insediamento romano, conserva delle necropoli e dei resti d’un tempio dell’antica acropoli; del periodo romano i resti del Foro, del Porto, dell’Anfiteatro o di una piazza sussidiaria, delle Terme, delle abitazioni e delle botteghe, ed un tratto della via Traiana a lastroni con i solchi del passaggio dei carri; del periodo paleocristiano una basilica. Il sito ha anche un museo.

Quando terminiamo la visita è sera: ci spostiamo nel vicino paese di Savelletri e parcheggiamo il camper lungo la scogliera. C’è tempo per una breve visita: nel paese troviamo case di vacanza, un porticciolo turistico con qualche barca di pescatori e dei ristoranti. Vediamo che nei loro menù sono presenti dei piatti con i ricci di mare. In uno di questi  – “Saporedisale” in piazza del Porto 15  – gustiamo moscardini fritti sul un letto di purea di patate allo zafferano e, per primo, spaghettoni ai ricci di mare. Buono il Verdeca servito al calice.

Decimo giorno

E’ la volta di Ostuni. Scegliamo il parcheggio “Stella”, in C. da S. Stefano, 3: è sotto le mura, vicino al centro storico, custodito, a conduzione familiare, con autolavaggio e lavanderia self-service (che utilizziamo).

Come in molte altre località pugliesi, il suo centro storico medioevale, che qui si chiama “Rione Terra”, sorge su di un colle. Cinto da mura, è composto da vicoli scalinate ed archi, dove si affacciano bar e ristoranti (tutti pieni essendo domenica), case bianche con muri a calce, palazzi signorili con elementi barocchi e due grandi chiese: la Concattedrale quattrocentesca dalla splendida facciata e la chiesa delle Monacelle,  barocca e con cupola a disegni geometrici. Fuori dal rione, interessanti sono la piazza della Libertà con la guglia di San Lorenzo, l’ex convento francescano ora sede del Municipio, la chiesa conventuale di San Francesco e la chiesa del Carmine.

Undicesimo giorno

Dopo aver passato la notte ad Ostuni, entriamo nel Salento, e raggiungiamo Lecce. Lasciamo il camper nel grande parcheggio in p.zza Carmelo Bene (ex foro Boario): è a pagamento (noi prendiamo due biglietti perché il nostro camper occupa due posti) ed abbastanza vicino al centro (circa 15 minuti a piedi; c’è però la possibilità della navetta).

Nella sua storia, ci fu un momento in cui Lecce venne chiamata la Firenze del sud: ed infatti è una splendida città con un centro storico che conserva capolavori quali la piazza del Duomo, Santa Croce, la sua più bella chiesa barocca, conventi chiese palazzi che sono un’esplosione dello stile barocco, in cui agli schemi italiani si unisce il gusto, un po’ esagerato, di impronta spagnola (fu sotto Carlo V che Lecce diventò capoluogo della Puglia e visse un periodo di grande fulgore), tutti costruiti grazie all’abilità dei suoi maestri ed artigiani che seppero al meglio lavorare la pietra locale, duttile e dal colore dorato. Senza però scordare che in Piazza Sant’Oronzo, che rappresenta il cuore della città, tra banche uffici bar, si trova un anfiteatro romano scavato nella roccia.

Nel tardo pomeriggio lasciamo Lecce in direzione San Cataldo (N. 364) per seguire la litoranea (N 366) fino a Otranto. La costa è prevalentemente rocciosa e frastagliata,  ci sono però piccole baie come pure spiagge sabbiose (Area protetta Laghi Alimini), località turistiche rinomate (i laghi Alimini, Torre dell’Orso). Vediamo però, ed è la prima volta nel viaggio, gli ulivi uccisi dalla xylella: e purtroppo non è che l’inizio.

Ad Otranto scegliamo il parcheggio in via Renis: è misto camper e auto, pianeggiante, video-sorvegliato e con sbarra d’accesso (che viene abbassata di notte), si può caricare acqua ma non scaricare ed è vicino al centro storico.

E’ sera e, su indicazione del proprietario del parcheggio, ceniamo al ristorante “Retro Gusto”, in via Luigi Eula 7, una “cucina di qualità” secondo la guida Michelin. E’ stata una cena sopraffina della quale ci ricorderemo a lungo. In un ambiente classico, dall’arredo semplice ma di qualità, siamo stati accolti con un piccolo e delizioso assaggio di benvenuto: polpettina di pesce su una base di purea di zucca. Gli antipasti sono stati polpo in pignatta e crostini di pane di Altamura, purea di fave bianche e cicorie cotte in pignatta con crostino durati all’olio di oliva; i primi cappellacci con sfoglia all’aloe vera ripieni di aguglia imperiale, ricotta e meloncella su pesto di erbe e gambero viola di Gallipoli ed un fuori menù: spaghetti alla chitarra con capocollo, fichi caramellati e scampi. Il pane e la pasta sono fatti in casa. La cena si è conclusa con un ottimo sorbetto ed un conto davvero contenuto considerata l’ottima qualità del cibo e del vino.

L’uscita per il  ristorante ci ha permesso di apprezzare Otranto di sera: soprattutto il suo centro storico proteso verso il mare e chiuso dai torrioni e dalle mura. I vicoli sono lastricati e regalano qualche angolo suggestivo; i negozi, che vendono di tutto, sono tanti.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ripercorriamo tutto il centro storico di Otranto e passeggiamo sui bastioni che danno sul porto: e qui la veduta è davvero molto bella. Ci fermiamo al Castello, ammiriamo la bella chiesa bizantina dedicata a San Pietro e raggiungiamo la Cattedrale che visitiamo per lo splendido mosaico del XII°, originale e ben conservato: ha come figura centrale l’Albero della Vita, si sviluppa come un percorso in un labirinto teologico di cui, a volte, sfugge la vera interpretazione iconologica ed offre uno spaccato della cultura del Medioevo.

Otranto è anche famoso per il mare cristallino: una breve passeggiata e siamo sulla spiaggia libera: l’acqua è bassa, una specie di piscina e la bella temperatura fa sì che numerosi siano i bagnanti: noi ci sediamo su una banchina, rivediamo tutta Otranto mangiando dei buoni taralli casalinghi comprati in un vicino panificio. 

Lasciamo Otranto per Santa Maria di Leuca. La strada lungo la costa (N 363) è, come nel tratto precedente, rocciosa, frastagliata, incontaminata, ed in cui si aprono alcune delle più famose grotte della regione (Cervi, Romanelli, Zinzulusa). Noi ci siamo fermati a Santa Cesarea Terme, una piccola località che ci ha stupito per alcune splendide ville in stile moresco.

A Santa Maria di Leuca si sistemiamo nell’area “Alexander park”, al n. 6 lungo la SP 124 (nelle guide è riportato il nome “La Cornula”): è molto grande, comoda, abbastanza ombreggiata, con allacci elettrici, con servizi (però non in uso quando noi l’abbiamo visitata).

Facciamo una passeggiata sul lungomare: in prossimità del porto c‘è una piccola cala di sabbia, poi la costa diventa rocciosa e frastagliata, sopra la quale, su apposite impalcature, sono stati costruiti dei ristoranti. Mentre passeggiamo e quando siamo seduti in un bar che da sul mare ed assaporiamo una corroborante bevanda ci colpisce l’intensità dell’azzurro del mare. Ci spostiamo all’interno e vediamo delle ville costruite tra la fine dll’800 e gli inizi del XX° secolo: alcune sono abbandonate, altre in decadenza, altre invece sono state ristrutturate ma profondamente modificate rispetto all’originale anche se conservano un po’ del loro lascino del tempo che fu.

Santa Maria di Leuca è famosa anche per il Santuario, con la sua lunga scalinata e la grande cascata d’acqua (quasi mai in funzione), situato in alto sulla costa da cui si hanno dei bei panorami, l’alto faro ed i suoi fasci di luce bianchi e rossi, le grotte presenti sia sul versante adriatico sia su quello ionico della costa.

Risaliamo verso il centro e troviamo la sistemazione per la notte nell’agriturismo “Arangea” a Lequile, via Vecchia Lecce Copertino 70: ha piazzole con le colonnine per l’energia elettrica, carico e scarico, e ristorante. La notte passa in tutta tranquillità.

Tredicesimo giorno

L’inizio della giornata non è molto fortunato: vogliamo visitare Martina Franca, ma vuoi perché ci sono dei lavori stradali vuoi perché il traffico è tanto, non riusciamo a trovare un parcheggio per il nostro camper. Ci spostiamo allora a Locorotondo e qui invece troviamo un comodo parcheggio, vicino al centro, in viale Olimpia.

Il nome del paese evidenzia la sua particolarità: è su un’altura e le vie si sviluppano in modo concentrico verso la sua sommità. Su di esse si affacciano le tipiche case: bianche, alte, con i tetti spioventi e ricoperti da lastre in pietra calcarea. Andiamo in via Nardelli che corre lungo la circonferenza del paese: splendida la vista delle case e della campagna circostante, con le sue vite da cui si ottiene un buon vino bianco. Dopo la visita della Chiesa Madre, con elementi neoclassici nella facciata e barocchi al suo interno, che sembra dominare il paese, ci fermiamo a “La taverna del Duca”, in via Papatodero 3. E’ una cucina casalinga e che sapientemente valorizza le risorse del territorio, con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Ordiniamo delle gustose strascinate con cime di rape ed un’indimenticabile pecora in pignata, delicata e saporita dopo ore di lenta e attenta preparazione.

Lasciamo Locorotondo per Alberobello: sono circa 8 chilometri tra muri a secco, rigogliosi ulivi e trulli: indimenticabile! Ad Alberobello ci fermiamo al “Camping dei Trulli”, al km 1,5 di Via Castellana – Putignano. Ha piazzole per camper, un ristorante/pizzeria/sala giochi all’interno di un ambiente che ricorda le discoteche di qualche decennio fa, una piscina, però dei servizi, almeno nel nostro breve soggiorno, non adeguati. Offrono un servizio navetta per raggiungere, in circa 10 minuti, il centro storico di Alberobello.

Qui trascorriamo il resto della giornata. Due sono i rioni in cui i trulli (a proposito: Alberobello è dichiarata Patrimonio Mondiale dell’umanità dal 1996) sono concentrati: “Aia Piccola” e “Monti”. Nel primo i trulli sono circa 400 e sono abitazioni private o da affittare per le vacanze, nel secondo, che ne conta circa 100, sono negozi, bar e ristoranti. Ci sono trulli che più degli altri colpiscono perché hanno delle caratteristiche loro proprie: il trullo Sovrano, fuori dai due rioni in piazza Sacramento, uno dei più grandi, alto 14 metri, i trulli Siamese  nel rione “Monti per la caratteristica cupola a due coni”. E anche la “Casa d’Amore”, dal nome del proprietario, sede dell’Ufficio informazioni turistiche, perché  è stata la prima casa ad essere costruita con la malta  alla fine del XVIII° secolo e segnò il passaggio da una città “illegale” (quella dei trulli a secco così costruiti in modo da poterli rapidamente demolire in caso d’ispezione del viceré spagnolo che imponeva autorizzazioni e tasse per ogni abitazione) e ad una “legale”. Ed una particolare malta, rossastra, venne utilizzata anche per i trulli; malta che è ancora visibile su alcuni tra i più vecchi.

Tra i negozi abbiamo apprezzato “La Bottega dei Fischietti”, in via Monte Pertica al n. 11 per i fischietti che sono dei veri e propri oggetti d’arte fatti da valenti artigiani ed artisti del luogo.

Quattordicesimo giorno

Raggiungiamo Altamura e sostiamo nel parcheggio del Frantoio Oleario Perniola, in via Santeramo in Colle al n. 101: gli spazi sono sull’erba, ci sono degli allacciamenti elettrici, ha un piccolo spaccio, è di fronte alle mura megalitiche e a circa 10 minuti dal centro.

Altamura ha un centro storico piuttosto interessante: ha l’aspetto di un borgo a se stante, di forma circolare, attraversato da un lungo corso (corso Federico II di Svevia, che rese grande Altamura), a metà del quale c’è la piazza del Duomo con la bella Cattedrale (splendida la facciata) e la vicina chiesa di san Nicola di Greci (che ricorda una delle comunità presenti ai tempi di Federico II) )e con numerosi claustri (dal latino claustrum – spazio chiuso) ovvero piazzette-cortili si cui si affacciano le abitazioni raggiungibili solo grazie a stretti vicoli.

In via G. Luciani troviamo una trattoria: si chiama “Federico II di Svevia”: l’ambiente è famigliare, la cucina casalinga, ottimo il rapporto tra la qualità del cibo ed il prezzo.  Iniziamo con un grande antipasto misto della casa (due grandi piatti dove c’è davvero di tutto) e per primo delle buone orecchiette alle cime di rapa. Dopo il pranzo vorremmo visitare il museo del pane in via Onorato Candiota (siamo ad Altamura!), ma che però troviamo chiuso (è aperto sino alle ore 13,00).

Altamura è famosa per il ritrovamento presso la grotta di Lamalunga del cosiddetto “Uomo di Altamura”, uno scheletro umano integro di circa 200.000 ani fa. Attorno a questa grande scoperta si sviluppa la Rete Museale di Altamura, www.uomodialtamura.it, ma in questo viaggio che sta volgendo al termine noi non abbiamo tempo di visitare.

Ritorniamo al parcheggio, compriamo una lattina d’olio, e ci indirizziamo per strade secondarie a Gravina in Puglia. I terreni lungo la strada sono rocciosi, quasi senza vegetazione e ci preparano alla visita di Gravina. Che però non riusciamo a fare perché il parcheggio dei camper vicino allo stadio è in rifacimento e non riusciamo a trovare uno spazio libero lungo le strade del paese. Sarà per un’altra volta.

E così decidiamo di spostarci a Troia, cittadina “Bandiera arancione” del Touring club. Sostiamo nella bella area in via Campo Fiera: è attrezzata, a due passi dal centro, con 30 posti, su asfalto, in piano e in parte con ombra. E giustamente una targa riporta che Troia  “una città amica del turismo itinerante”.

E’ sera ed è tempo per una breve passeggiata lungo via regina Margherita che attraverso il centro storico e sulla quale si affacciano dei begli antichi palazzi. Ci fermiamo nella  pasticceria Casoli ai nn. 121/123 del viale e compriamo la loro specialità: la “passionata”: una delicatezza e squisitezza di “crema di ricotta (mucca, pecora e bufala)”, una al gusto di pistacchio e l’altra della “passione”, “su base biscuit ricoperte di pasta di mandorle pugliese e senza conservanti” (citazioni  dal loro sito dolcepassionata.com).

Quindicesimo giorno

Continuiamo la visita di Troia. Andiamo all’ufficio Informazione ed Accoglienza Turistica: in piazza Giovanni XXIII° e due cortesi e ben informati volontari ci danno depliant e informazioni sul paese e la zona circostante (i monti Dauni) a conferma che Troia è davvero amica del turismo. La nostra visita s’incentra sulla Concattedrale della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, capolavoro dello stile romanico dell’XI° secolo. E’ soprattutto la sua facciata che attira la nostra attenzione: l’insolito e particolare rosone a 11 raggi, le numerose sculture allegoriche, le due porte bronzee. Altra chiesa importante è quella di San Basilio Magno: ha origini protoromaniche, una facciata sobria e severa, all’interno presenta antiche colonne con bei capitelli.

Altra tappa della giornata è Lucera. Parcheggiamo il camper nell’area comunale in prossimità della Stazione, in piazza Giuseppe Papa. Dal parcheggio, una strada in leggera salita ci porta alla porta d’ingresso del centro storico (Porta Troia). Purtroppo le macchine sono ovunque e la visita diventa difficile. Ci sono palazzi nobiliari ed una bella cattedrale di impianto gotico-angioino (per la nostra guida ricorda certe chiese provenzali). Proseguiamo in direzione ovest ed incontriamo la chiesa di San Francesco, ma poi soprattutto per il traffico rinunciamo a proseguire verso il castello svevo, del quale ci accontentiamo di una parziale veduta.

Ripartiamo per Pietramontecorvino, nella lista dei “Borghi più belli d’Italia” e “Bandiera arancione” del Touring Club. Parcheggiamo il camper in una strada all’ingresso del comune e dopo una decina di minuti raggiungiamo il borgo storico dominato dall’alta torre normanna. Collegato alla torre c’è il Palazzo ducale che si sviluppa su tre piani. Ai loro piedi si sviluppa il quartiere detto della Terravecchia, che si inerpica lungo i fianchi della collina con una struttura a lisca di pesce, con vicoli stretti e contro ed alcune abitazioni incluse nelle antiche mura di difesa del borgo.

Ormai siamo sulla strada del ritorno. Per la notte raggiungiamo l’Area Camper “Villaggio la Torre” a Petacciato, al km 535 della SS16. E’ una bella scoperta soprattutto per la vista che ci regala perché i camper sono sistemati sopra la spiaggia di sabbia.

Sedicesimo giorno

Un po’ sulla nazionale ed un po’ in autostrada raggiungiamo Cesenatico. Qui sostiamo nella parte libera del parcheggio della “Rocca” (c’è anche una parte a pagamento –  € 5 – gestita da una cooperativa sociale), all’ingresso principale del paese, a pochi passi dal Porto Canale. Quella libera può ospitare circa 30 camper, la seconda circa 70. Entrambe hanno carico/scarico acqua gratuito; nessun tempo limite alla sosta.

E naturalmente, alla sera, ci ritroviamo davanti a dei gustosi piatti di pesce a parlare del nostro viaggio in Puglia.

Un’estate tutta italiana. Parte terza: Marche

Non è stata la prima volta nelle Marche: negli anni, grazie soprattutto ad un amico, grande camperista, l’abbiamo percorsa tutta. Un po’ perché volevamo rivedere i suoi borghi medioevali, le sue piacevoli colline e gustarci qualche giorno di mare, questa volta le nostre destinazioni sono state alcune località della costa e dei borghi dell’interno.

Abbiamo iniziato con la bella Gradara nella provincia di Pesaro Urbino, inserita negli elenchi dei borghi più belli d’Italia e delle Bandiere Arancioni del Touring Club e proclamata  “Borgo dei Borghi 2018”. Sorge su una collina e la Rocca (a proposito: Paolo e Francesca di Dante nulla hanno a che vedere con la Rocca: pura leggenda!), il borgo fortificato, le due cinta murarie sono tra le  strutture medievali meglio conservate non solo delle Marche ma di tutta l’Italia. Il parcheggio per i camper è appena fuori il borgo: è segnalato e comodo (con scarico).  Purtroppo quando arriviamo è lunedì e la Rocca è chiusa al pubblico. Passeggiare tra le strette vie del borgo è non di meno affascinante: dalla via centrale, che sale, alle vie laterali è tutto un susseguirsi di edifici medievali, ora abitazioni private, ristoranti e negozi, ma l’atmosfera c’è e tutta.   Per il pranzo scegliamo la pizzeria “Da Berto”: un locale storico, aperto negli anni ’60, che presta grande attenzione alla scelta delle farine (sul sito – pizzeriadabertogradara.com – e sul menù si può leggere, in dettaglio, le nove da loro usate) e che delizia i palati dei clienti con ottime pizze, piadine, crescioni e dolci rigorosamente fatti in casa.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Fano. Ci fermiamo nell’area “Sassonia” in viale Ruggeri: spartana, è difronte al mare, con un po’ d’erba e sassi, non è ombreggiata ed è lungo il viale. Per raggiungere il centro di Fano, percorriamo a piedi il lungomare: la spiaggia è tutta di sassi, ci sono stabilimenti balneari ed un po’ di spiaggia libera (vicino all’area di sosta), un’infilata di bar e ristoranti. Fano era importante ai tempi dell’antica Roma e di quel periodo, nel suo centro storico, si possono ammirare importanti vestigia: l’arco di Augusto, l’allora porta di accesso, con i giardini, le Mure Augustee, i resti dell’Augusteum, edificio per il culto imperiale (visitabili nella mediateca Montanari). Oltre che visitare il Museo della via Flaminia, ospitato all ex chiesa di San Michele, di fianco all’Arco Augusto. Nella nostra passeggiata abbiamo incontrato un luogo molto suggestivo: l’ex chiesa di San Francesco: di origine medievale (ma rifatta nell’800), è priva del tetto caduto durante il terremoto del 1930, decisamente “romantica” nell’impressione che comunica all’osservatore e contiene nel sottoportici della loggia delle belle tombe malatestiane. Fano ha due litorali: la Sassonia, quello dove si trova l’area, il Lido (e qui la sabbia prende il posto dei sassi) ed un porto, con qualche pittoresca via, la bella passeggiata del Lisippo (1 km circa, che inizia sulla destra, in fondo al litorale Sassonia) ed il molo dei trabucchi.

L’indomani è la volta di Corinaldo, “Bandiera arancione” del Touring Club e tra i “Borghi d’Italia”, che offre a noi camperisti un bel parcheggio fuori dalle mura. Il borgo si trova sopra ad un colle, è di origine medievale e rinascimentale e conserva una possente ed intatta cinta muraria: lunga circa un chilometro, è  intervallata da portoni, bastioni, torri ed uno sperone merlato. Ha vie strette che, alle volte,  si allargano per diventare delle piccole piazze e scalinate: da cartolina quella con il Pozzo della Polenta. Per i credenti Corinaldo ha un significato particolare in quanto è la città natale di Maria Goretti (si può visitare la sua casa) a cui è dedicato il santuario dall’imponente facciata sito nel pieno centro del borgo.

La seconda tappa della giornata è Ostra. Anche questo borgo conserva una lunga cinta muraria medievale (1200 metri), con torrioni a pianta quadrata (se ne può osservare nove): in uno spiazzo, in prossimità di una delle porte, lasciamo il camper. La nostra passeggiata ci porta in Piazza dei Martiri, con il palazzo neoclassico del Comune ed il teatro Vittoria: è il punto in cui si uniscono le due parti del borgo: quella alta, fatta di via strette e circolari tipiche del medioevo e quella bassa, rinascimentale, con vie simmetriche.

Alla sera raggiungiamo l’area attrezzata di Recanati, in via Campo Boario: è alla base del centro storico, ha carico e scarico e elettricità, con tariffa per 12 o 24 ore (€ 7 o € 12), non è sorvegliata. Abbiamo già visitato Recanati e tutti i suoi luoghi legati a Leopardi, così la mattina del giorno dopo ci perdiamo nei suoi vicoli ed in qualche caffè e negozio per noi interessante. Tra i primi ci è particolarmente piaciuto il  “Passepartout Libreria Caffè”, in p.le Mariano Patrizi, dove si può trovare una  intelligente ed insolita scelta di  libri nuovi ed usati ed un bell’ambiente dal gusto retro, con arredamento vintage. Mentre tra i secondi ha attirato la nostra attenzione per la qualità degli oggetti di antiquariato “Harmattan”, in via Roma 19. Comunque per chi non conosce Recanati, i punti di interesse che meritano una visita sono: la casa ove Leopardi abitò bambino, il colle dell’Infinito, la piazza Leopardi con il Palazzo comunale, la Torre del Borgo, il Complesso di Sant’Agostino con la Torre del Passero Solitario. Ed i musei: quello dedicato a Beneamino Gigli, alla Emigrazione marchigiana, a Silvia (ricordate la poesia?).

La successiva tappa è Montelupone,  “Bandiera arancione” del Touring Club. Ha un piccolo parcheggio per camper in via A. Manzoni (dichiarati 8 posti, con carico e scarico) e lì lasciamo il nostro Travel Van. A noi è piaciuto molto e per prepararvi alla eventuale visita così il Touring  Club  lo descrive: “un paese incantevole in cui si fondono armonicamente storia, arte e tradizione di un paesaggio naturale immerso tra le dolci colline che sfumano verso il mare (…) Il centro storico è posto sulla cima di un rotondeggiante colle e conserva ancora intatte le antiche mura cittadine, che racchiudono all’interno affascinanti zone d’interesse storico, culturale e turistico. Nelle vie e nelle piazze principali sono radunati numerosi e rinomati monumenti, tra i quali il Palazzo del Podestà, che ospita la pinacoteca civica, il Teatro Storico “Nicola Degli Angeli”, risalente al XIX sec., la Chiesa Monumentale di San Francesco, il Museo Storico Fotografico, il Museo di arti e mestieri e la romanica Abazia di San Firmano, datata 1200 … (estratto dalla pagina dedicata a Montelupone nel sito “bandierearancioni.it“).

Noi Montelupone ce lo ricorderemo anche per l’ottimo gelato gustato al “Caffè del Teatro, storico locale nella Piazza del Comune, seduti ad un tavolino con una bella vista sulle colline circostanti e gli edifici della piazza.

Dopo due giorni di borghi è ora la volta del mare: così ci dirigiamo verso il Conero e troviamo, non senza qualche problema a causa dell’affollamento di turisti, un posto nel campeggio “Riviera Village” a Numana (www. campingriviera.it).

Dedichiamo il giorno dopo alla conoscenza di Numana e Sirolo. Il campeggio ha due uscite pedonali che conducono a Numana bassa. Numana infatti si divide in due parti: una bassa che si sviluppa lungo il porto ed il litorale ed una alta che si sviluppa sul pendio della collina. Le due parti sono unite dalla “Costarella”, tra i luoghi più fotografati, una scalinata lungo la quale ci sono soprattutto abitazioni, un tempo appartenute ai pescatori. Numana ha origini antichissime (VI secolo a.c.) e per chi è interessato c’è l’Antiquarium  statale in via la Fenice. Il centro storico si sviluppa nella parte alta: al termine della Costarella, prendendo a sinistra per via Roma, si giunge nella piazza principale (piazza del Santuario) con il bel palazzo comunale ed il Santuario del Crocefisso, a pianta bizantina del 1500 circa, che conserva un bel crocifisso ligneo. Un altro punto importante per la storia di Numana si trova al termine di via della Torre (a destra, in questo caso, della Costarella). Nella piazzetta si trova la statua del pescatore che ricorda il tempo passato in cui si usava la sciabica, una particolare rete verticale per la pesca di sussistenza sotto riva,  e la Torre di Numana, in realtà ora un arco, resti di un campanile o di una torre di avvistamento. Camminare per Numana alta è sicuramente piacevole e le vedute mozzafiato che si possono avere su tutta la riviera e del Monte Conero riempiono gli occhi. Per non parlare di qualche buon ristorante dove gustare la specialità del posto, presidio Slow Food: i moscioli selvatici, un saporito mollusco, da gustare come sugo con tagliolini (a noi è capitato “da Franca”) o alla tarantina (da “Marta Street Food”, che consigliano anche per tutto il suo menù).

Sempre a piedi raggiungiamo Sirolo. La passeggiata ha inizio nella via che si trova sul lato sinistro del Santuario del Crocefisso. Al termine abbiamo preso a destra per via San Francesco che conduce all’ingresso dell’abitato medioevale di Sirolo. Lungo la via  c’è la bella Villa Vetta Marina, in origine convento francescano (si dice che ci sia un legame con la vita di San Francesco) poi, dopo vari interventi di demolizione e ricostruzione, divenuta abitazione.  Di Sirolo abbiamo apprezzato il suo impianto medievale (un tempo Sirolo era un vero e proprio castello fortificato) e ci siamo persi nel dedalo dei suoi “vigoli”. E anche qui di grande impatto sono stati gli scorci sulla riviera del Conero e delle sue spiagge.

Ha fatto seguito una giornata di assoluto riposo, con sole lettino ombrellone libro, nella “Spiaggiola” di Numana alta.

La “Spiaggiola”

A proposito, come il borgo, anche la conformazione del litorale è duplice: da una parte, a nord del piccolo porto, la costa è a falesia, molto suggestiva, con spiagge nascoste tra le insenature (come la “Spiaggiola”), talvolta difficili da raggiungere (ci sono ripidi sentieri oppure battelli in partenza dal porto); a sud, invece, presenta una larga e lunga spiaggia di ghiaia.

Gran parte del giorno dopo l’abbiamo trascorsa camminando lungo questa parte del litorale: dal porto di Numana abbiamo raggiunto la spiaggia, ma poiché camminare sulla ghiaia è risultato difficile ci siamo quasi subito spostati sul marciapiede. E così siamo arrivati in fondo (quasi cinque chilometri) alla spiaggia di Marcelli dove la spiaggia libera prende il posto degli stabilimenti. Che dire di questa parte del litorale? A noi è sembrato il posto ideale per un turismo famigliare organizzato con stabilimenti balneari, appartamenti estivi in affitto, alberghi ristoranti e negozi. Con purtroppo anche qualche scempio urbanistico come un grande villaggio (?) costruito per metà ed in abbandono. Però sopra a tutto ci sono il bel mare e sempre sullo sfondo il Conero.

E questo è stato l’ultimo giorno del viaggio.

La “Spiaggiola” di Numana al tramonto

Un’estate tutta italiana. Parte seconda: Val di Non

Conosciamo poco le Dolomiti ed allora quest’anno ci è parso la volta buona per una visita. L’indecisione iniziale relativa a quale settore visitare si è risolta nella scelta delle Dolomiti di Brenta e, più in particolare, la Val di Non.

Per tutti gli otto giorni del soggiorno ci siamo fermati nel “Camping Park Baita Dolomiti” a Sarnonico: un bel campeggio, con grandi piazzole tutte con erba ed ombreggiate, area giochi per bambini, due piscine con vista sulle montagne e pulitissimi servizi.

In ricordo di Depero, nato a Fondo, e degli antichi mestieri della valle (nella piazza del paese)

Primo giorno.  A piedi ci spostiamo a Fondo, il paese principale dell’alta Val di Non. Una breve visita del centro e ci indirizziamo verso il lago Smeraldo, un piccolo bacino artificiale, balneabile, a circa 1000 metri di altitudine, inserito in un bell’ambiente montano.

C’è un ristorante che si affaccia su lago: qui abbiamo gustato dei buoni tagliolini alla trota affumicata e un secondo a base di finferli. Come dolce, ovviamente, non poteva mancare una fetta di un casalingo strudel di mele accompagnato dalla panna montata.

Ritemprati dal buon pranzo abbiamo camminato lungo il sentiero che circonda il lago: in un quarto d’ora tutto il sentiero è percorso. Mentre camminavo ho notato dei piccoli spazi tra la vegetazione della riva che mi hanno fatto ricordare che siamo venuti in Val di Non anche per qualche seduta di pesca e decido che il giorno dopo mi sarei dedicato a questa attività.

Terminato il sentiero lungo la riva abbiamo seguito quello che si snoda nello spettacolare canyon (profondo circa 60 metri) che collega il lago al centro del paese di Fondo. Il sentiero, nella parte iniziale, è piuttosto stretto e ricavato nella roccia in quanto segue il rio Sass,  poi, sempre seguendo il rio,  si apre ed è comodo da percorrere (nella parte alta ci sono comunque delle passerelle che aiutano nella discesa: noi abbiamo visto famiglie con carrozzine; inoltre è illuminato). Da notare, lungo il percorso, il vecchio mulino. Il sentiero termina in prossimità de “La Casa dell’Acqua” con il Mulino Bertagnoli: un piccolo museo, interattivo, dedicato all’acqua e al territorio di Fondo. Per chi vuole è possibile fare una visita guidata di circa due ore in un altro canyon della zona: per informazioni e prenotazioni: Cooperativa Smeraldo, in piazza San Giovanni, 9 a Fondo, tel. 0463/850000.

Per il ritorno al campeggio non seguiamo la strada della mattina: ci spostiamo nei prati al confine del comune di Fondo per raggiungere il sentiero n. 16 denominato “Passeggiata tra le Praterie de i Pradiei”. Il sentiero, che è anche pista ciclabile perché è parte della pista ciclopedonale dell’Alta Val di Non (un anello di 25 chilometri), è rilassante e molto panoramico perché si sviluppa nelle “distese praterie” dove i contadini ricavano il foraggio per il loro bestiame. Ed infatti raggiungiamo Sarnonico fiancheggiando campi con qualche mucca e cavallo (le coltivazioni di mele non sono presenti in questa parte della valle), ammirando il gruppo delle Dolomiti Adamello Brenta sullo sfondo ed ascoltando (forse) il verso di alcuni re di quaglie che, dai cartelli informativi lungo il percorso, veniamo a sapere essere un uccello per il quale è in atto un’azione di salvaguardia in quanto “specie di di interesse comunitario legata agli ambienti di parato pingue di media e bassa montagna“ (citato dal progetto).

Secondo giorno

Canna ed esca con il lago

Quando ci svegliamo, il tempo è un po’ incerto: ho qualche dubbio però alla fine decido di pescare nel lago Smeraldo. Compro il permesso giornaliero nella pizzeria alla fine del laghetto ed inizio in uno dei pochi accessibili posti lungo la riva. La pesca è un insuccesso: solo una piccola trota insegue l’esca artificiale fin sotto alla riva. Anche gli altri pescatori non sono fortunati. Rimane la bellezza del posto, il piacere di aver lanciato le mie esche in un lago alpino, il buon piatto di funghi mangiato a mezzogiorno e la passeggiata da e per il campeggio, come ieri, lungo il canyon ed in mezzo ai prati.

Terzo giorno. Con il camper saliamo agevolmente (percorriamo il versante trentino) al Passo della Mendola (1363 m.), tra fine ottocento ed inizi novecento una delle più note località turistiche dell’arco alpino. Nel grande parcheggio comunale del passo non è possibile lasciare il camper e all’Ufficio Turistico ci viene detto di spostarci nel parcheggio della seggiovia per il monte Roer (c’è una segnalazione sulla via principale). Poiché abbiamo deciso di raggiungere Caldaro con la funicolare che parte dal passo, per ritornare facciamo una bella passeggiata di circa mezz’ora nel bosco e così cogliamo l’occasione di fermarci al rifugio “Genzianella” per un caffè ed una fetta di strudel e di ammirare alcune belle residenze in legno. Arrivati nel piazzale antistante la stazione della funicolare, grazie alla bella giornata di sole, apprezziamo la vista panoramica che si apre sul versante altoatesino della strada  (molto meno agevole rispetto a quello da noi fatto), l’Oltradige, il lago di Caldaro e la città di Bolzano.

La funicolare venne inaugurato durante il periodo di splendore turistico del passo: era il 1903 ed in quell’epoca rappresentò un vero e proprio capolavoro ingegneristico: era la più lunga e ripida del mondo! E’ stata rimodernata negli anni ’80: in soli 12 minuti supera un tracciato di 2.374 metri, un dislivello di 854 metri  (dai 510 m di altitudine di S. Antonio, la frazione di Caldaro, ai 1363 m. del passo) e una pendenza del 64%; è in funzione tutto l’anno, con partenza ca. tre volte all’ora.

Dalla frazione di S. Antonio, ci siamo incamminati verso il lago di Caldaro. La discesa al lago non è stata facile: con un po’ di difficoltà abbiamo trovato una stretta strada asfaltata destinata essenzialmente al transito di mezzi agricoli con vedute sul lago e che, in maniera molto suggestiva, costeggiando alberi di mele e filari di viti, ci ha portato però sulla strada provinciale n. 14. Siamo così stati costretti a camminare lungo questa strada in contromano rispetto al traffico veicolare per qualche centinaio di metri fino a quando abbiamo trovato un strada asfaltata che  ci ha condotti al lago. Vuoi per il gran caldo vuoi perché l’ambiente del lago è molto bello (è definito, tra l’altro, come il più caldo dell’arco alpino), molti erano i villeggianti sulla spiaggia o che facevano un giro sul lago in barca o in pedalò.

Dopo un leggero pranzo e qualche fotografia del lago, abbiamo raggiunto Caldaro a piedi lungo una parte del “Sentiero del vino” (segnavia n. 12), un percorso pedonale e ciclabile lungo le piantagioni di mele ed i famosi vigneti (Caldaro è un paese vinicolo di fama mondiale). C’è stato il tempo per una breve visita del centro: una bella piazza del mercato, in posizione centrale, con una fontana barocca ed una chiesa con un interessante interno, e qualche case dalla tipica architettura alpina.

In un bar della piazza, abbiamo sorseggiato degli sciroppi: di ribes rosso, di bacche di sambuco e di fiori di sambuco. Quest’ultimo è stato una gradevolissima scoperta: servito in un grande bicchiere (40 ml), con l’aggiunta di acqua molto fredda (può essere frizzante e non a seconda del gusto) e di una fetta di limone è davvero molto rinfrescante e gradevolissimo nel suo gusto non troppo dolce e floreale.

Affaticati dai chilometri percorsi a piedi e, soprattutto,  dal molto caldo della giornata, decidiamo di ritornare alla stazione della funicolare con il bus navetta che parte dalla piazza sopra a quella del mercato. Ritornati al Passo rifacciamo la camminata nel bosco: non vediamo l’ora di arrivare in campeggio per tuffarci nella piscina.

Quarto giorno. Lo dedichiamo al lago Tovel, un gioiello naturalistico del parco Adamello Brenta, a quota 1.178 metri, a circa 30 chilometri dal campeggio. Il lago si trova nella valle omonima percorsa dal torrente Tresenica: all’inizio è piuttosto stretta e boscosa poi si apre e prende quota nei pressi della località Glare ed il paesaggio cambia radicalmente e diventa quasi un ambiente lunare.

Per accedere al parco ci sono alcuni parcheggi e, in una situazione di normalità, una navetta. Il parcheggio per i camper è il numero 4: in realtà uno spiazzo non asfaltato ai margini della strada per una trentina di mezzi. Noi abbiamo fatto la prenotazione online il giorno prima e dopo aver lasciato il camper nel parcheggio, abbiamo preso il sentiero, in alcune parti piuttosto ripido,  che porta al lago.

E’ una bella giornata e ci indirizziamo, seguendo il sentiero che costeggia il lago, all’albergo “Lago Rosso” per l’acquisto del permesso di pesca giornaliero. Lo so che non prenderò alcun esemplare di salmerino che popola queste acque (la pesca dalla riva è fruttuosa solo per un breve periodo dopo il disgelo), ma il vecchio adagio circa la speranza e l’incantevole posto mi spingono a tentare: ed una grossa trota iridea abbocca alla mia esca siliconica.

Mentre pesco e quando passeggiamo sul sentiero che corre lungo il lago (è lungo circa tre chilometri, quasi sempre è molto agevole, ha un minimo di dislivello ed un tempo di percorrenza di circa un’ora) restiamo affascinati dalla bellezza del posto: il lago, di un verde smeraldo (a proposito non si colora più di rosso dagli anni ’60 ed una cartello lungo la sponda ne spiega dettagliatamente i motivi), è incastonato nelle Dolomiti di Brenta, le cui vette sfiorano i 3000 metri, con boschi di conifere lungo le pareti, in cui si possono trovare molte specie di animali. A proposito, nella valle sono stati reintrodotti grazie al progetto “Life Ursus” gli orsi bruni (cartelli circa il comportamento da tenere in caso di presenza dell’orso li abbiamo trovati sul sentiero tra il parcheggio ed il lago). Per chi fosse interessato ai diversi aspetti naturalistici è consigliabile una sosta al centro visitatori “Casa del Parco Lago Rosso”, che s’incontra percorrendo il sentiero che corre lungo la riva del lago.

Quinto giorno. Visitiamo il castello di Thun, il secondo della regione dopo quello del Buonconsiglio a Trento, costruito, in bella posizione panoramica su una collina contornata dai meleti, nella metà del XIII° secolo. Fu la sede della potente famiglia dei Thun ed è stato riaperto al pubblico 10 anni fa dopo un’impegnativa ed accurata opera di restauro, studio e recupero ed acquisizione di  beni.

Nel sito del castello, castelthun.com, si può leggere che “… è un esempio tra i più interessanti di architettura castellana trentina, la struttura civile-militare è tipicamente gotica ed è circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossato e cammino di ronda; imponente la “porta spagnola” (1566) … Oltrepassata la porta del ponte levatoio (1541) e superato il primo cortile, a sua volta percorso sul lato settentrionale da un lungo colonnato, formato da diciotto poderose colonne di pietra, si incontra l’ingresso del palazzo comitale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche, mentre al primo piano si trovavano le stanze dei signori. Fra le numerose sale, ancora riccamente arredate, la più pregevole è la “stanza del vescovo”, interamente rivestita di legno di cirmolo, con il soffitto a cassettoni e una porta monumentale (1574), abitata dal principe-vescovo Sigismondo Alfonso Thun…”. Nelle sale ci sono molti dipinti di pregevole fattura; interessante la visita nelle cucine come pure quella nei giardini meridionali, da ci si può godere una bella vista della valle.

Al rientro facciamo una sosta a Cles, il centro amministrativo della Val di Non, con un passato importante sin dai tempi dei romani. Nella breve camminata ammiriamo la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta ed il Palazzo Assessorile e troviamo un centro arredato con composizioni di fiori e piante con poltrone e sedie in legno che rendono piacevole sorseggiare una bevanda e la conversazione.

Sesto giorno. In ogni nostro viaggio, non è mai mancata almeno una visita a dei giardini: in questo è stata la volta dei Giardini di Castel Trauttmansdorff a Merano, in via S. Valentino 51a, www.trauttmansdorff.it.

E’ stata indubbiamente una bella visita e gli scenari molti vari ci hanno regalato forti emozioni. I giardini infatti constano di 4 settori e 3 sentieri panoramici, con oltre 80 diversi ambienti botanici su un’area di 12 ettari, con 100 metri di dislivello, 7 km di rete sentieristica, con 3 ore di permanenza consigliata, e sono stati eletti il “Parco più bello d’Italia” e “Giardino Internazionale dell’anno 2013” (dati raccolti dal depliant in distribuzione all’ingresso). I 4 settori sono: “Boschi nel mondo. Boschi in miniatura dell’America e dell’Asia”, “I Giardini del sole. Atmosfera mediterranea”, “I Giardini acquatici e terrazzati. L’arte del giardinaggio in Europa”, “Paesaggi dell’Alto Adige. Tradizione & avventura per i più piccoli”, mentre i sentieri, tutti panoramici, conducono alla “Spiaggia delle Palme”, alla voliera (con molti pappagalli), al binocolo di Matteo Thun, una spettacolare piattaforma panoramica con binocolo tridimensionale che regala una vista mozzafiato sulla piana dell’Adige, la conca di Merano e lo sfondo dei rilievi circostanti.

Nel pomeriggio, con lo stesso biglietto dei giardini, la visita è continuata nel castello, dove un tempo ha alloggiato la principessa Elisabetta d’Austria, e che ora ospita il Museo provinciale del Turismo (“Touriseum”). Il percorso del museo si snoda in venti sale interattive nelle quali il visitatore viene accompagnato attraverso i 250 anni di storia del turismo alpino, da quando le montagne incutevano timore, alla scoperta del Tirolo e del viaggio in ferrovia con l’arrivo dell’imperatrice ed i primi forestieri, alla conquista della montagna e al “prodotto” Alto Adige/Sudtirol”. Si termina con delle composizioni in legno  che ironizzano sui luoghi comuni del turista italiano e tedesco, sulle signore che gestiscono le pensioni della zona alpina, e con un grande flipper, lungo 10 metri circa, intagliato nel legno di cirmolo da uno scultore della Val Gardena, ed in questo caso l’ironia è rivolta all’Alto Adige.

I giardini ed il castello si trovano a circa 40 chilometri dal campeggio. La strada principale che abbiamo seguito è stata la statale 238 del Passo delle Palade (Gampenpass o Gampenjoch in tedesco, 1.518 m), che abbiamo percorso tranquillamente e che ci ha regalato dei bei scorci montani. Noi non abbiamo avuto tempo però al passo può essere visitato il “Gampen Bunker”, un bunker  a scopo difensivo che Mussolini fece costruire nel 1940 per prevenire un’eventuale invasione tedesca a dispetto del “Patto di Acciaio” firmato pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, ora sede di mostre temporanee.

Settimo giorno. Alla mattina visitiamo uno dei simboli religiosi della Val di Non: il santuario di San Romedio. Sono quasi le 9 quando lasciamo il camper nel parcheggio del Museo Retico nel comune di Sanzeno (via Rezia 87) perché vogliamo raggiungere il santuario con il sentiero che inizia difronte al museo: un affascinante percorso di circa 2,5 chilometri, in larga parte scavato nella roccia e per questo in alcuni tratti stretto e basso (all’inizio, un cartello consiglia di indossare un casco protettivo), realizzato sul percorso di un vecchio acquedotto costruito per scopi irrigui. Il sentiero termina sulla strada asfaltata che sale da Sanzeno e al termine della quale c’è un ampio parcheggio e che può essere un’alternativa al sentiero da noi scelto o agli altri che portano al santuario. Al santuario di arriva a piedi o sulla strada asfaltata oppure prendendo un breve sentiero che inizia sulla destra dopo il cartello di divieto di acceso. Noi abbiamo seguito il sentiero che ci ha regalato degli ottimi scorci del santuario.

Il santuario sorge su di uno sperone roccioso dove, secondo la leggenda, visse da eremita il nobile Romedio in compagnia di un orso, ed è composto da cinque cappelle e chiesette, che possono essere tutte raggiunte mediante una ripida ma spettacolare scalinata, costruite a partire dall’anno 1000 e terminate nel 1918. Lungo tutte le pareti del santuario i numerosi pellegrini e visitatori possono ammirare degli interessanti e curiosi ex voto offerti al Santo (all’ingresso c’è anche un piccolo museo).

Dagli anni ’50, in ricordo della leggenda, il santuario ospita anche un’area faunistica all’interno della quale vive in semilibertà un orso. L’attuale, che abbiamo avuto modo di vedere, è un esemplare anziano, di circa trenta anni, dal pelo molto scuro e dai lenti movimenti.

Quando rientriamo al camper decidiamo di visitare il Museo:  è un interessante centro di storia antica della valle, che conserva tanti reperti archeologici che vanno dall’era glaciale  alla tarda antichità.

Nel pomeriggio ci spostiamo ad Andalo con l’intenzione di fare una puntata al lago di Molveno. La strada statale 421 che ci porta ad Andalo è molto bella perché offre degli scorci spettacolari sulla Val di Non e le Dolomiti di Brenta. Ad Andalo parcheggiamo nell’area di sosta “Rindole” in via Rindole 6: è molto grande, tutta asfaltata, con carico e scarico, ha possibilità di alcuni attacchi luce ed è vicina al centro.

Della località ci colpisce la quantità di alberghi che formano una fila continua lungo le vie del centro e che ospitano i numerosi turisti che qui vengono, d’inverno, per  le piste da sci e, d’estate, per le numerose passeggiate ed il vicino lago di Molveno.

Purtroppo quando raggiungiamo il lago non riusciamo a trovare un parcheggio per il camper: ci rimane negli occhi l’immagine del lago, della sua bellezza incontaminata, nonché della sua cornice naturale, il gruppo del Brenta ad ovest ed il massiccio del monte Gazza e della Paganella a sud est, ed il desiderio di ritornarci.

Ottavo giorno. L’ultimo giorno di questo viaggio lo vogliamo dedicare ad una passeggiata in montagna. Lasciamo il camper nel parcheggio della seggiovia del Monte Roen al Passo della Mendola. La seggiovia ci porta a quota 1596 metri da dove iniziamo a seguire il sentiero 500 fino alla malga Romeno (1771 m.) e da qui alla cima del monte Roen a 2116 m. La lunghezza è di circa 5 chilometri, il tratto più impegnativo,  perché tutto in salita ed il più ripido, è quello che va della malga alla vetta, ed il tempo di percorrenza di più di due ore. La passeggiata è stata faticosa, ma ci ha regalato anche grande piacere per la vista della vegetazione ed il suo variare durante il percorso, degli animali e quella spettacolare che si può avere dal monte Lira (con una piccola deviazione dal sentiero) e a 360 gradi dalla cima del monte Roen sulla piana dell’Adige e sulle cime delle Dolomiti e del gruppo di Brenta.  E per il riposo, una volta raggiunta la vetta,  in un campo di stelle alpine (facendo però attenzione a non calpestarle).

Durante la discesa ci siamo fermati, prima, alla malga dove abbiamo pranzato con un buon piatto di affettati e formaggio ed uno di polenta taragna con i funghi, poi, al rifugio Mezzavia, in prossimità della stazione di arrivo della  seggiovia. E per completare la discesa non abbiamo preso la seggiovia perché, sempre seguendo il sentiero 500, siamo tornati a piedi al punto di partenza.

E questa giornata, con quello che ci ha regalato, è stata la giusta conclusione della settimana trascorsa in Val di Non.

Un’estate tutta italiana. Parte prima: Cesenatico

Erano molti anni che non facevamo viaggi, più o meno lunghi, in Italia nella stagione estiva, ma quest’anno vuoi perché la nostra nazione è davvero uno dei più bei paesi del mondo, vuoi per il Coronavirus, vuoi perché il nuovo camper è arrivato in ritardo, abbiamo deciso che non ci muoveremo dalla nostra nazione.

Agli inizi di luglio il camper è arrivato in Italia (il produttore è tedesco): alcuni giorni sono trascorsi per installare gli accessori che abbiamo richiesto ed il momento della consegna è coinciso con la partenza per la prima destinazione di questa estate: Cesenatico.

Cesenatico non è per noi una novità: ci sono un’ampia area di sosta e vari campeggi; per qualche giorno (non siamo amanti del sole) troviamo un po’ di riposo sulla lunga spiaggia o sdraiati sotto gli ombrelloni oppure passeggiando per qualche chilometro sulla battigia; ci piace molto il porto canale leonardesco soprattutto alla sera; amiamo percorrere le facili piste ciclabili; ci piace gustare degli ottimi piatti di pesce in modo particolare in uno dei molti ristoranti come pure passeggiare tra le vie del centro storico con i negozi, i bar,  le gelaterie e, nelle ore serali, qualche mercatino dell’artigianato piuttosto interessante.

In questo soggiorno non  ci siamo avvalsi della bella area di sosta camper in via Cavour, ma tra i campeggi abbiamo scelto l’”Adriatico”. E’ grande (d’altro canto siamo sulla riviera romagnola …), con piazzole per i camper di varia metratura, con delle spiagge convenzionate e servizi adeguati. E’ a circa mezz’ora/quaranta minuti dal centro a piedi ma appena fuori dall’ingresso passa la pista ciclabile ed  in circa dieci minuti si raggiunge il porto canale.

Come abbiamo passato i (pochi) giorni del soggiorno? Beh forse l’avete capito: prendendo sole, camminando sulla spiaggia, andando in bicicletta, gustando ottimi piatti di pesce.

A proposito di ristoranti, nelle numerose volte che siamo stati a Cesenatico, tre sono stati quelli che abbiamo visitato: “Capo Nord”, difronte all’area di sosta, “Pippo” in via G. Bruno (all’inizio del porto canale) e l’”Osteria del Grand Fritto” o, come si chiama adesso, “Osteria Bartolini”, in via Garibaldi ovvero sul  porto canale.  Siamo sempre stati soddisfatti, ma è quest’ultima che preferiamo in assoluto: il suo è uno tra i migliori fritti che si possono trovare, squisiti però anche tutti gli altri piatti: il freschissimo pesce azzurro cucinato nella maniera più semplice possibile e secondo ricette che ne esaltano i sapori (per completezza di informazione devo però dire che non è possibile la prenotazione: c’è il ristorante con una stella Michelin per questo). E anche questa volta, nelle due cene che abbiamo fatto, le aspettative sono state ampiamente confermate.

La pista ciclabile all’esterno del campeggio conduce, in direzione opposta rispetto al centro di Cesenatico, a Cervia. E la passeggiata in bicicletta, che si sviluppa soprattutto attraverso la pineta tra le due località, non è mancata anche questa volta. Per noi la cittadina merita indubbiamente una visita: da non perdere il centro storico con la piazza Garibaldi su cui si affacciano la Cattedrale, il Municipio, la torre San Michele; il Museo del sale; la salina con il suo panorama di rara bellezza (obbligatorio l’acquisto di qualche vasetto del sale dolce che qui viene raccolto).

Come Cesenatico, Cervia ha un porto canale, molti negozi, ristoranti, osterie. Noi preferiamo “L’Osteria La Ciurma”, in via Nazario Sauro 23: cucina casalinga, onesta, con un ottimo rapporto tra qualità e prezzo. In questa ed in altre visite abbiamo pranzato con un buon risotto di mare, il panino del pescatore composto da un panino per hamburger, sardoncini fritti e cipolle caramellate, una ricca grigliata mista ed un fritto misto. 

Tra sole, bicicletta e piatti di pesce c’è stato anche tempo per il nostro camper perché abbiamo iniziato a prendere confidenza con tutte le sue dotazioni: il costruttore, da parte sua, ci ha sostenuto con un manuale informativo di più di un centinaio di pagine (!). E così ci siamo preparati per i futuri viaggi. 

Tra laghi, “mostri” e mare nell’Italia centrale

Era l’inizio del mese di maggio quando siamo partiti, ma era come se fossimo in inverno: la temperatura era prossima allo zero, la neve ci ha accompagnato per buona parte del viaggio e, alla solita fermata al negozio/ristorante all’uscita di Fidenza, “Parma Menù Autobar”, un piatto di tortellini fumanti ha accompagnato quello solito di culatello e prosciutto (oltre all’acquisto di un pezzo di parmigiano reggiano, ovviamente delle vacche rosse).
Alla sera del primo giorno arriviamo a Castiglione del lago, nella bella area di sosta sul lago Trasimeno. Notte tranquilla e l’indomani mattina visita del paese, con una interessante passeggiata nel centro storico con vedute sull’isola Maggiore, raggiungibile in traghetto.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Bolsena. Troviamo un’accogliente area di sosta, “Il Guadetto”, in viale Luigi Cadorna 131,  con larghe piazzole sull’erba ombreggiate dagli ulivi, prospiciente il lago, che vi consigliamo se decidete di passare qualche giorno sul lago ed intendete visitare i dintorni.

Bolsena rientra tra i comuni considerati “bandiera arancione” dal Touring Club (https://www.bandierearancioni.it) ed il suo centro storico è  facilmente raggiungibile dall’area di sosta o a piedi o in bicicletta grazie alla pista ciclabile che corre lungo la riva del lago.

Di origini etrusche, fatta oggetto di conquista da parte dei Romani, rinomata tappa della Via Francigena, Bolsena presenta un interessante centro storico medioevale, dominato dall’alto dal Castello Monaldeschi, sede del Museo Territoriale del lago. Nella passeggiata che vi consigliamo avrete modo di visitare il complesso monumentale della basilica di Santa Cristina, eretta nel secolo XI su antiche e in parte inesplorate catacombe Cristiane, luogo di culto per il sepolcro della santa, che include la Cappella Nuova del Miracolo (1693 ) in ricordo del miracolo eucaristico avvenuto in Bolsena nel 1263 dal quale è discesa, per volontà papale, la festa del Corpus Domini e di ammirare il rinascimentale palazzo del Drago.

Bolsena è anche una storica e rinomata località turistica grazie al lago, il più grande di origine vulcanica in Europa,  e ai venti che favoriscono il windsurf e la vela. I numerosi ristoranti offrono le specialità dei numerosi pesci che vivono nel lago: assolutamente da non perdere il pregiato coregone e l’anguilla.  Unitamente a questi due pesci, squisitamente cucinati, noi abbiamo trovato anche una buona frittura di lattarini ed una pasta con la tinca affumicata alla Trattoria del Moro, in piazza Dante Alighieri 5, con bella vista sul lago.

Nelle vicinanze abbiamo visitato Montefiascone che, con i suoi 600 metri circa di altezza, è considerata il belvedere della Tuscia, dal quale si può ammirare tutto il territorio circostante ed il lago di Bolsena. Da non mancare nella visita del centro storico la porta Aldrovandi, che introduce al vecchio borgo; la Chiesa di San Flaviano costituita da una particolare facciata dove spiccano tre archi gotici e costruita su due piani in epoche diverse; il Duomo (Cattedrale di Santa Margherita) simbolo possente di Montefiascone con la sua imponente cupola seconda solo a San Pietro; la Rocca di Montefiascone o Rocca dei Papi del XII° secolo (solo in parte visitabile),  edificato nel punto più alto del paese. Tutti questi edifici rendono conto dell’importanza storica del comune.

Noi ci siamo spostati anche alla cantina di Montefiascone, in via Grilli 2,  per l’acquisto del vino tipico della zona Est!Est!!Est!!! (abbiamo preferito il cru La Commenda e il Caveau).  A proposito del particolare nome di questo vino, una studiosa della cucina medioevale così ne spiega l’origine: “Nel 1111 Enrico V di Franconia, allora re Germania, si stava recando a Roma per ricevere da Pasquale II la corona di imperatore del Sacro Romano Impero. Al suo seguito si trovava anche il vescovo tedesco di Augusta, Johannes Defuk (o forse Deuc, De Fugger, Fugger). Appassionato del buon vino, il prelato aveva ordinato al servo Martino di precederlo lungo la strada, in modo da individuare le taverne con il vino migliore e segnarle con la scritta “est” (ossia: “c’è”, sottinteso “il vino buono”). Così il servo si comportò, anticipando il suo signore sul percorso; arrivato nella cittadina di Montefiascone, nel Lazio settentrionale, trovò del vino talmente buono che ripeté per tre volte il segnale convenuto con l’aggiunta di sei punti esclamativi. Così, accanto alla porta dell’osteria, scrisse a grandi lettere: “Est! Est!! Est!!!”. Il cardinale apprezzò così tanto questo vino che rimase a Montefiascone per tre giorni, prima di riprendere il suo viaggio verso Roma. Lungo la via di ritorno, però, non resistette alla voglia di assaggiare nuovamente quel vino meraviglioso; questa volta, probabilmente, esagerò con le bevute poiché si ammalò e morì. Venne seppellito a Montefiascone, nella chiesa di San Flaviano, dove è possibile ancora visitare la sua tomba …” (citato da “Mangiare medievale. Alimentazione e cucina medievale tra storia, ricette e curiosità” di Rosella Omicciolo Valenti).

La cantina ha anche un ampio parcheggio per i camper, con carico, scarico ed elettricità.

Un’intera giornata abbiamo riservato alla visita di Viterbo.

Onde evitare difficoltà nella ricerca del parcheggio per il camper, anche su indicazione dei gestori dell’area di sosta, abbiamo raggiunto il capoluogo della Tuscia con l’autobus (le fermate distano circa 15 minuti a piedi dall’area di sosta e si trovano sulla via Roma/Cassia, mentre il capolinea a Viterbo è vicino al centro storico).

Come spesso facciamo, abbiamo camminato lasciandoci guidare, più che dalla cartina con l’indicazione dei siti da visitare, dalle impressioni e dalle suggestioni che ricevevamo guardandoci attorno. Comunque, nella visita del centro storico di Viterbo (a proposito: spesso set cinematografico e di serie televisive come evidenziano alcuni cartelli segnaletici) non si può prescindere da: Palazzo dei Papi con la sua splendida Loggia, la vicina Cattedrale di San Lorenzo che è il Duomo di Viterbo, le antiche chiese di Santa Maria Nuova e di San Silvestro, il vecchio quartiere medioevale di San pellegrino, intatto e poco distante dal Duomo, con le sue case con la scala esterna che termina in una piccola loggia antistante la porta di ingresso,  la piazza del Plebiscito (o Piazza del Comune) con i suoi leoni, emblemi di Viterbo, e le fontane.

Alcune volte i nostri viaggi si costruiscono da soli. Alla fermata dell’autobus per Viterbo, una gentile signora vede che siamo sfogliando la guida turistica del Touring Club e,  sentendo che stiamo parlando di Viterbo, si rivolge a noi suggerendoci la visita di due località che noi non avevamo previsto:  Villa Lante ed i suoi bei giardini a Bagnara ed il Parco dei Mostri a Bomarzo.

Così il giorno dopo la visita di Viterbo, con il camper ci spostiamo nelle due località. Costruita nella seconda metà del ‘500, più che per i suoi due edifici (interessante, però il soffitto a cassettoni della palazzina Montalto), la visita di Villa Lante si incentra sullo splendido  giardino all’italiana ed il suo percorso d’acqua, che grazie al lavoro comune degli architetti Tommaso Ghinucci e Pirro Lagorio (l’ideazione della villa è invece attribuita a Jacopo Barozzi da Vignola) rappresenta una forte affermazione della supremazia dell’uomo sulla natura. Gli architetti intervennero sul pendio su cui si sviluppa il giardino con la costruzione di terrazze e fontane attraversate ed alimentare da un ruscello che longitudinalmente scende dal pendio stesso. Il percorso è stato costruito in modo che si vengono a creare spettacolari giochi d’acqua. Una curiosità è certamente la “Mensa del Cardinale”, ovvero una tavola di peperino attraversata nel mezzo da un fresco ruscello realizzata per tenere freschi frutta e verdura durante i pasti degli antichi proprietari.

Il ruscello termina la sua corsa in quel capolavoro che è la Fontana del quadrato o dei Mori: uno specchio d’acqua suddiviso in quattro sezioni da eleganti balaustre su cui galleggia una barca con un putto zampillante e al centro un triplice cerchio di vasche culminanti nel gruppo dei quattro mori che reggono lo stemma di Papa Sisto V.

Facciamo una breve visita del paese di Bagnara, riprendiamo il camper che abbiamo lasciato in un parcheggio prima del ponte che precede il paese e ci dirigiamo a Bomarzo. La Villa delle Meraviglie, chiamata anche Sacro Bosco, spesso definito Parco dei Mostri (così nel profilo storico del sito web del parco, http://www.sacrobosco.it), è un posto unico, tutto da apprezzare per le enigmatiche figure che il conte Pierfrancesco, detto Vicino,  Orsini (1525-1585) pensò, disegno, realizzò e fece realizzare da artisti ed artigiani. Per lui il posto era il “Sacro Bosco”, luogo intellettuale, altamente simbolico (ma non sempre i simboli sono di facile comprensione),  di tensione spirituale,  lontanissimo dai canoni architettonici del secolo di appartenenza. Non è un caso, infatti, che all’ingresso sono state poste due sfingi, con una iscrizione nella quale si richiama la necessità di intraprendere la visita con l’adatta disposizione della mente, che deve essere pronta ad abbandonare i convincimenti ed essere predisposta ad una nuova visione delle cose. Sulla spalliera di un sedile di pietra nella radura davanti ad una delle figure più conosciute del parco, la bocca dell’Orco, si può leggere la seguente iscrizione

VOI CHE PEL MONDO GITE ERRANDO, VAGHI

DI VEDER MARAVIGLIE ALTE ET STUPENDE

VENITE QVA DOVE SON FACCIE HORRENDE

ELEFANTI LEONI ORSI ORCHI ET DRAGHI.

Ed è proprio quello che ogni visitatore incontra nella sua visita. E se ciò non bastasse, lungo il percorso si incontra una casetta pendente che fa sembrare storto il mondo esterno (ricordate l’iscrizione delle sfingi?), un tempietto funerario dedicato all’amata Giulia Farnese, fontane, sedili e obelischi su cui, il conte, fece incidere motti e iscrizioni.

C’è chi definì le figure “mostruose escrescenze “ (il grande anglista e uomo di cultura, Mario Praz), chi invece li apprezzò profondamente (Salvator Dalì, tra gli altri). Il fatto certo è che il Bosco, nel corso dei secoli, andò in rovina e solo nel XX° secolo è ritornato ad essere oggetto di studio, ammirazione e recupero. 

Bomarzo non è solo il “Sacro Bosco. Dopo aver lasciato il camper in un comodo parcheggio posto alla base del paese lungo la strada che porta al Bosco, visitiamo il borgo che è un gioiello medievale ben conservato, con elementi archeologici e architettonici di notevole bellezza, tra cui Palazzo Orsini, edificio rinascimentale costruito nel XVI secolo, e il Duomo che conserva il corpo del patrono Sant’Anselmo. Non a caso è bandiera arancione del Touring Club.

Alla sera ci dirigiamo all’Argentario. Come in passato scegliamo il campeggio “Feniglia”, in località Feniglia, Porto Ercole,  a 500 metri dalla Riserva Naturale Duna Feniglia, e-mail info@campingfeniglia.it

Il primo giorno, seguendo la pista ciclabile asfaltata, che offre delle belle vedute sulla laguna, visitiamo Porto Ercole ed Orbetello.

Il centro storico di Porto Ercole si sviluppa dentro le mura ai piedi della Rocca Spagnola. I possibili percorsi sono segnalati da cartelli e così percorrendo vicoli e piazzette, salendo scalette, avrete la possibilità di visitare la chiesetta, la Rocca e di ammirare il mare.

Il Mulino

Per arrivare ad Orbetello si deve percorrere la diga, costruita nel 1842, che attraversa tutta la laguna. Prima di entrare nella cittadina, alla sinistra, si può ammirare l’ultimo dei mulini rimasti dal tempo della presenza degli spagnoli (dal 1557 all’unità d’Italia).

Una volta lasciate le biciclette all’ingresso del paese, nella nostra passeggiata abbiamo modo di vedere le mura etrusche a grandi blocchi poligonali del IV secolo a.C. (le migliori si possono vedere subito dopo il mulino), il palazzo del Governatore spagnolo in piazza Plebiscito, la chiesetta di Santa Maria delle Grazie in piazza iV Novembre ed il Duomo in piazza della Repubblica e la curiosa polveriera Guzman, ora sede del Museo Archeologico, in via Mura di Levante n. 7, con i suoi obelischi davanti alle finestre costruiti per proteggere l’edificio, costruita dagli spagnoli e presso cui si approvvigionò di munizioni Garibaldi per la spedizione dei Mille.

Il secondo giorno lo dedichiamo alla visita di Porto Santo Stefano, che raggiungiamo con l’autobus. Apprezziamo il lungomare e ci inoltriamo nelle vie del paese per salire alla fortezza spagnola.

Ritorniamo in bicicletta ad Orbetello per cenare, come alla sera precedente,  al ristorante “I Pescatori”, in via Giacomo Leopardi 9. Di questo ristorante, conosciuto per la sua buona cucina casalinga in un precedente viaggio, avevamo un ricordo diverso perché, purtroppo, questa volta i piatti cucinati sono qualitativamente mediocri ed i tempi di attesa, soprattutto la seconda sera, troppo lunghi.

Sia il primo che il secondo giorno, una volta rientrati in campeggio, destiniamo del tempo per camminare lungo la spiaggia della Feniglia in prossimità del campeggio. Poiché inserita nella Riserva Naturale Duna Feniglia, è il mare che a noi piace: libero, selvaggio, con tronchi conchiglie alghe depositati dal mare, con pini domestici, sughere, lecci, gigli marini, ginepri ed arbusti della macchia mediterranea che fanno da cornice alla spiaggia. E’ anche popolata di animali (daino, cinghiali, volpi, tassi, donnole ed altri roditori, testuggine d’acqua) che però non vediamo, mentre abbiamo la fortuna di sentire il verso di qualche uccello (cuculo, upupa, ghiandaia). Romantico il paesaggio del giorno della partenza: e con il grigio, il vento, le onde ed il freddo lasciamo l’Argentario.