In Trentino: dalla Piana Rotaliana alla Val di Fassa. E non solo.

Partiamo molto presto ed arriviamo a Nave San Rocco, nella piana rotaliana, nel “CamperStop Bed&Breakfast Navis”. Il posto è davvero accogliente: le piazzole sono grandi, su un prato curatissimo, i servizi (due) paragonabili a quelli di un’abitazione privata, è nel mezzo della piana Rotaliana ed adiacente alla pista ciclabile dell’Adige (il loro sito, che contiene anche un’interessante  spiegazione storica del nome “Navis” è: http://www.camperstopebnbnavis.com).

Ci sistemiamo (siamo gli unici) e, dopo un breve riposo, prendiamo le biciclette per visitare Egna.  Il tratto di pista ciclabile che percorriamo è facile, tutto su asfalto, con dei punti di ristoro, e ci permette di ammirare la piana Rotaliana: siamo nel cuore del Trentino, tra Trento e Bolzano, è contornata da dolci colline dove si coltivano viti che danno rinomati vini (soprattutto il Teroldego Rotaliano) e montagne dai ripidi pendii (per saperne di più perché la Piana è anche altro rinviamo al sito dell’area di sosta e a quello ufficiale: http://www.pianarotaliana.it).

Dopo una ventina di chilometri raggiungiamo Egna. Lasciamo le biciclette all’inizio della via principale del centro storico, che percorriamo tutto a piedi.  Egna fu un centro importante per il commercio nel Medioevo e di quel periodo conserva i portici che caratterizzano tutta la via principale, costruiti tra il 1300 ed il 1600, alcune case dalle belle facciate colorate e dall’architettura veneziana.  Per tutto questo, la cittadina è compresa nell’elenco dei borghi più belli d’Italia. 

Secondo giorn

Sempre in bicicletta e sempre seguendo la ciclabile dell’Adige, che in questo caso, per un tratto, segue anche un altro fiume – l’Avisio -,  raggiungiamo Trento. Lasciamo le biciclette nel parco antistante la stazione ferroviaria, e quando entriamo nel centro storico della città subito apprezziamo la sua eleganza, costituita da insigni monumenti, molte vie dai begli edifici, dal Castello del Buon Consiglio, racchiusi da tre colli (di qui il nome dato dai romani di Tridentum) e dalla sponda sinistra dell’Adige. Il vero gioiello è piazza del Duomo e quando la percorriamo (è praticamente quadrata) restiamo affascinati  dalla bella fontana del Nettuno, posta al centro e soprattutto dalla ricchezza e dalla varietà degli ambienti e delle decorazioni della facciata del Duomo (che sorge sul luogo del martirio di San Vigilio nel 400 d.C., a cui è dedicato, mentre la sua costruzione ebbe inizio nel 1212 e durò secoli). Da ricordare per noi: per la parte che dà sulla piazza il colonnato della galleria ad acrcatelle, il rilievo del Cristo Pantocratore, la Ruota della Fortuna; per la facciata su via Verdi, la torre campanaria, il grande rosone centrale e la copertura a bulbo del campanile; per il lato sud, che dà su una piazza, le tre figure, che con un leone, reggono il protiro; per la zona absidale a est, l’infinità di colonnine, di pilastri, di finestre ed il Campanile di San Romedio.

Ma la ricchezza della piazza non finisce con il Duomo ed i suoi esterni: c’è il Palazzo del Pretorio, con la Torre Civica, che ospita all’interno il Museo Diocesano, le case Cazzuffi Rella, del cinquecento, con i loro affreschi ed i porticati, ora occupati da bar e ristoranti. 

Purtroppo non abbiamo tempo per visita gli interni del Duomo (sono tante le cose da vedere rispetto al tempo a disposizione), percorriamo la via Belenzani, una delle vie che fanno da cornice alla piazza, con numerosi ed sinuosi palazzi nobiliari (univa il potere religioso a quello secolare), e raggiungiamo il Castello del Buon Consiglio, per la guida “Lonely Planet” “forse il monumento più rappresentativo di Trento”. Fu una postazione di guardia , residenza dei principi-vescovi dal XIII° al XVIII° secolo , e per noi che restiamo all’esterno sembra proprio incombere sulla città.

Il caldo della giornata si fa sentire e dato che la parte della pista che precede Trento ci ha lasciato un po’ indifferenti, decidiamo di ritornare all’area di sosta con il treno: la linea è quella che collega Trento a Malé e Mezzana e la stazione di partenza in Trento si trova in prossimità della stazione ferroviaria principale. Così dopo circa 20 minuti siamo alla stazione di Nave San Rocco e dopo un quanto d’ora circa stiamo facendo una refrigerante doccia.

Ci spostiamo a Feltre, nell’area di sosta camper in via Achille Gaggia. E’ vicina al tunnel che porta nel centro della cittadina e così, dopo poco tempo, iniziamo la visita. Siamo nella parte bassa quando raggiungiamo la porta Imperiale in largo Castaldi (Feltre è una città murata) e passato sotto il suo arco entriamo in via Mezzaterra, che ci porterà nella parte alta del centro storico e lungo la quale ci sono alcuni dei palazzi cinquecenteschi con le facciate affrescate, uno dei vanti della cittadina (non a caso chiamata “la città dipinta”).

In cima al Colle delle Capre, sul quale la parte antica di Feltre si sviluppa, c’è la piazza Maggiore. Restiamo colpiti dalla sua eleganza cinquecentesca e dal suo scenografico impianto composto, a nord,  dalla chiesa di Santi Rocco e Sebastiano, in posizione soprelevata rispetto all’intera area (e forse è il miglior punto di osservazione), dalla fontana del 1480 e dalle due statue di famosi personaggi locali nel centro, da una colonna bianca con in testa un leone che indica quale fu l’appartenenza territoriale di Feltre, dai Palazzi che la contornano (quello Pretorio ed il teatro della Sena), per finire, a destra della facciata della chiesa, dal castello di Alboino con la torre dell’Orologio con il Campanon, simbolo di Feltre.

Continuiamo la nostra visita senza una meta precisa: vediamo altri palazzi affrescati e decorati a graffito ed il pomeriggio sta finendo quando ritorniamo all’area camper.

Tra il restare per la notte o trovare una nuova destinazione, scegliamo questa opzione, anche perché vorremmo lasciare il caldo che ci ha accompagnato per tutta la giornata. La scelta cade sull’Area Camper Fiemme, in via Venezia, 44 lungo la statale 50, a Predazzo (www.areacamperfiemme.com), il comune più popolato della Val di Fiemme. E’ sera quando entriamo: è vicina al centro della cittadina, può accogliere molti camper (75), le piazzole sono grandi, ci sono le colonnine dell’elettricità, dei lavandini per lavare le stoviglie, è possibile il carico ed lo scarico delle acque, ma non ci sono i servizi igienici e le docce. 

Durante la notte ci troviamo nel mezzo di uno dei temporali che hanno caratterizzato questa estate: la pioggia è fortissima, un po’ di grandine colpisce il camper (senza, però, lasciare alcun bollo) ed il vento soffia così forte che dà degli scossoni al camper.

Visitiamo, con grande calma, Predazzo. Nella piazza centrale del centro storico ci fermiamo all’esterno della chiesa neo-gotica dedicata ai santi Filippo e Giacomo e quando camminiamo nelle vie vediamo case con pitture murali ed interessanti fontane/lavatoi (c’è un itinerario a loro dedicato ed accanto ad ogni fontana, ristrutturata ed abbellita, ci sono cartelli con informazioni storiche e fotografie).  Un vanto di Predazzo è il Museo Geologico delle Dolomiti, che raccoglie una ampia e preziosa collezione fossile che illustra la storia geologica delle Dolomiti (www.muse.it). Non ci facciamo mancare una tappa golosa: in via Don Lorenzo Felicetti al numero 9 c’è la sede del Pastificio Felicetti: da più di cent’anni producono pasta di eccellenza, anche  monograno con varietà pregiate (per saperne di più il sito è http://www.felicetti.it), e nell’annesso negozio acquistiamo tante confezioni che, per ritirarle,  saremo costretti a ritornarci con il camper la sera quando lasceremo Predazzo.

Un breve tragitto e raggiungiamo il Camping Catenaccio Rosengarten a Pozza di Fassa. L’abbiamo prenotato online (prenotazione che abbiamo allungato di due giorni sul posto): abbiamo una piazzola “superior”, abbastanza grande ma senza alcuna elemento di separazione con quella a fianco (e la macchina del vicino di piazzola è posta in maniera tale che solo parzialmente possiamo aprire la porta del garage del nostro camper), i servizi igienici sono tanti e ben tenuti, c’è un centro wellness (doccia, sauna e bagno turco per un numero contingentato di persone), la vista delle vette delle Dolomiti è impagabile, la pista ciclabile Val di Fiemme e Val di Fassa è appena fuori il campeggio, il centro di Pozza si raggiunge in cinque minuti, ma quando lo lasceremo i 60 euro al giorno che abbiamo pagato ci sono sembrati troppi (è il prezzo di alta stagione e la convinzione è maturata sulla base di quanto pagato in altri campeggi, anche nelle Dolomiti, e delle tariffe delle aree di sosta della zona).

Un giornata di assoluto riposo e di programmazione delle attività dei giorni che qui trascorreremo. Passeggiamo per Pozza di Fassa tutto il giorno: a noi sembra una elegante località di montagna, dove può essere piacevole trascorrere le ferie sia d’estate che d’inverno per le varie attività che qui si possono fare, con le vette delle Dolomiti che riempiono la vista.

Iniziano le nostre attività nella valle ed in bicicletta, lungo la pista ciclabile Val di Fiemme e Val di Fassa, raggiungiamo Canazei. La pista è asfaltata fino a Campitello di Fassa poi diventa sterrata, ha qualche saliscendi, ci sono fontane, aree picnic e parchi giochi per i bambini, corre lungo il fiume Avisio tra prati e boschi, con le meravigliose vette delle Dolomiti sullo sfondo.

Come Pozza di Fassa, anche Canazei è un luogo ideale per il turismo estivo ed invernale poiché, nelle sue vicinanze, ci sono i gruppi montuosi del Sella, Sassolungo, Pordoi e Marmolada. Nella nostra passeggiata vediamo tanti hotel e case per le vacanze, alcune delle quali che hanno conservato l’antico architettura sono state sapientemente ristrutturate.

Rientrati n campeggio, ci rilassiamo per circa un’ora nel centro benessere

E’ il giorno della nostra prima escursione nella valle. A piedi ci spostiamo alla stazione della Funivia Buffaure in Piazza de San Nicolò 4 (che è mezz’ora circa dal campeggio). Più che la Piana del Buffaure vogliamo raggiungere il Colle del Valvacin (a 2354 m.s.l) e per questo acquistiamo il biglietto cumulativo che ci permette di raggiungere la piana con la cabinovia ed il colle con lo skilift. Qui iniziamo l’escursione, non particolarmente impegnativa,  sulla cresta della montagna (attenzione: è sconsigliata a chi soffre di vertigini anche se io, un po’ sofferente di vertigini, non ho avuto alcun problema): il sentiero è il numero 613 e ci porta in cima al Sass d’Adam (2430 metri) con una meravigliosa vista sul Catinaccio, il Gruppo del Sella ed il Sassolungo e che noi percorriamo fino a Sella di Brunech a 2438 metri.

Per il ritorno non scegliamo di seguire il consiglio di ripetere lo stesso percorso: prendiamo il sentiero che scende a fondovalle, ma ad un certo punto scopriamo che per risalire al Colle del Valvacin dobbiamo seguire un ripidissimo sentiero. Dopo molte soste per recuperare fiato raggiungiamo il rifugio sul colle: si chiama “El Zedron“. E qui per ritemprarci prendiamo due abbondanti porzioni di Kaiserschmarren, tipico dolce della regione, di origine austriaca, che è una specie di frittata dolce, spezzettata, servita tiepida, ricoperta di zucchero a velo, ed accompagnata da marmellata di ribes rosso e panna montata.

Lo ski-lift e la cabinovia ci riportano a Pozza: una giornata impegnativa ma da incorniciare!

Vedute di Vigo dal sentiero

Oggi una passeggiata facile lungo il sentiero panoramico che collega Pozza a Vigo di Fassa. Le vedute dei due paesi dall’alto e le vette delle Dolomiti abbelliscono il tragitto.

Vigo è nell’elenco dei Borghi più Belli d’Italia per la sua identità ladina testimoniata dall’interessante Museo Ladin de Fascia che qui ha la sede centrale (la Val di Fassa è una delle valli dolomitiche in cui abitano i Ladini, i discendenti dei Reti che popolavano una zona compresa tra l’attuale Svizzera ed il Friuli Venezia Giulia e che furono sottomessi dai Romani nel 15 a.C.) e le bellezze naturali.

Rientriamo al campeggio un po’ camminando lungo la statale e poi seguendo il sentiero che ci porta lungo il fiume Avisio.

Riprendiamo le nostre biciclette per raggiungere Moena. Diversamente dall’altro giorno quando la  pista era quasi sempre in piano, oggi il dislivello si fa più evidente e, fortunati noi, perché per noi sono soprattutto lunghe discese. Visitiamo Moena a piedi: si vedono ancora le ferite dell’alluvione del 2018, ma come le altre località visitate è evidente la sua elegante vocazione turistica.

Al teatro Navalge, nell’omonima piazza, c’è una mostra evento dedicata alla Grande Guerra: “Un percorso nella storia tra trincee, uniformi originali, cimeli, immagini, suoni, voci e ricostruzioni che vi farà entrare nella Grande Guerra 1914-1918. A cent’anni dall’evento che ha sconvolto l’Europa e provocato un’incolmabile frattura tra il mondo antico e quello attuale. Un invito a conoscere i fatti compresi tra il 1914-18, come hanno vissuto gli uomini con addosso un’uniforme: italiani, austriaci, russi, ungheresi, bosniaci, tedeschi. Un fronte lontano: montanari mandati al macello, contadini divenuti alpinisti combattenti. In Galizia e Dolomiti.” (così recita la loro presentazione). Però è lunedì e la mostra è chiusa …

Ritorniamo sulla pista ciclabile, in direzione Predazzo, fino a Forno di Moena. Ci fermiamo ad una fermata del Bike Express, il bus con il rimorchio per trasportare le biciclette che avevamo prenotato e che, insieme ad altri ciclisti, ci riporta a Pozza.

Con la navetta (che prendiamo in piazza del Comune a Fassa) andiamo a Vigo, alla stazione della funivia, che ci porterà, in pochi minuti, al Ciampedie (1998 m.s.l.; il nome è in ladino e significa “campo di Dio”), che è un pianoro in mezzo al bosco con una bella vista sulle Dolomiti di Fassa. Tante sono le persone e, sul pianoro, numerose sono le possibilità di rilassarsi e ristorarsi. Ci indirizziamo verso il rifugio Ciampedie e, dopo una breve risalita, siamo al rifugio Negritella. E’ l’inizio del sentiero n. 540, chiamato della Foresta, che insieme agli altri seguiamo. E’ piuttosto facile (ci sono anche genitori che spingono carrozzine da trekking), attraversa il bosco soprattutto a pino cembro, è tematico (ci sono molti cartelli dedicati alla natura d’alta montagna), e ci regala delle meravigliose vedute sulle guglie frastagliate e le fratture rocciose delle pareti del Larséch e dell’imponente parete est del Catenaccio.

Quando arriviamo ai rifugi della conca di Gardeccia, ci riposiamo sui prati e ci riempiamo gli occhi con lo splendido panorama. Siamo a 1949 m. s.l.m. nel gruppo del Catinaccio, fa piuttosto caldo ed il sole batte forte. Così, dopo qualche tratto, abbandoniamo il sentiero che ci avrebbe portato al rifugio Vaiolet.

Ritorniamo sui nostri passi fino al Rifugio Ciampedie e qui, piuttosto di prendere la funivia, decidiamo di seguire il sentiero n. classificato come “escursione per famigliefacile”. In realtà facile non è: spesso stretto, sempre in forte pendenza, con massi sparsi ovunque (forse portati dai temporali di questi giorni) si dimostra davvero impegnativo. Quando poi seguiamo la segnaletica per Pozza le difficoltà per noi aumentano perché si fa ancora più stretto, alcune volte è a strapiombo sul fondovalle e quando, finalmente, raggiungiamo il sentiero panoramico dell’altro giorno, tiriamo un sospiro di sollievo perché qualche pericolo l’abbiamo davvero corso.

Percorriamo a piedi un tratto della pista ciclabile per fermare negli occhi la splendido panorama della zona. L’intenzione era quella di procedere fino a Campitello di Fassa per visionare l’area di sosta campeggio, ma la stanchezza di ieri si fa sentire nelle nostre gambe, così ci rinunciamo e ritorniamo a Pozza.

Le previsioni del tempo per i prossimi giorni sono piuttosto nefaste: i siti concordano nel prevedere pioggia e temporali. Allora  decidiamo di lasciare la Val di Fassa per andare in una località di mare (e questo cambiamento sta nelle molte opportunità che il camper ti permette). E un po’ perché la conosciamo e un po’ perché le previsioni sembrano essere clementi andiamo a Sottomarina di Chioggia, nell’area di sosta “Le due Palme”, dove resteremo, mangiando pesce camminando sulla spiaggia ed in Chioggia, fino a domenica.

Ma nelle Dolomiti ci ritorneremo ..

In Val Pusteria

L’estate scorsa abbiamo continuato le nostre escursioni alla conoscenza delle Dolomiti e questa volta la destinazione è stata la Val Pusteria, tra l’Alto Adige ed il Tirolo orientale: sono stati quattro giorni trascorsi in un bell’ambiente montano, di visita di località vocate al turismo sia invernale sia estivo, di piacevoli e facili passeggiate, a piedi ed in bicicletta.

Come base abbiamo scelto il campeggio “Olympia” di Dobbiaco: accogliente, dai comodi servizi, e con un ottimo ristorante/pizzeria al suo interno, dove insieme ad una buona pizza, abbiamo gustato alcuni piatti della cucina locale, sapientemente rielaborati dallo chef.

Primo giorno

L’abbiamo dedicato alla visita di Dobbiaco e di San Candido: le due località sono separate solo da qualche chilometro e li abbiamo raggiunte seguendo la pista ciclabile che attraversa la valle.  Dobbiaco, che è circondata dalle montagne ed è ad un’altitudine di 1241 metri, è una delle mete preferite per chi ama le scalate in montagne e lo sci di fondo.  Noi che la visitiamo nella seconda metà di settembre facciamo una passeggiata nel suo piccolo ed elegante centro, gustiamo una buona colazione da  Birgit Patisserie, nella piazza principale su cui domina la barocca chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, vediamo  dall’esterno il castello ed in parte seguiamo la Via Crucis più antica del Tirolo.

Riprese le nostre biciclette che avevamo parcheggiato nella piazza centrale e la pista ciclabile, dopo circa 5 chilometri, siamo a San Candido. Il centro, chiuso al traffico veicolare, è anche qui elegante, con ricchi negozi,  e racchiude due importanti edifici religiosi: la Collegiata, del XII° secolo, in stile romanico, e la chiesa Parrocchiale di San Michele, in origine romanica, ora, dopo i rimaneggiamenti della prima parte del XVIII° secolo, un piccolo gioiello barocco.

Prima di rientrare al campeggio c’è ancora tempo per la visita di un luogo di grande interesse, questa volta naturalistico, della valle: il lago di Dobbiaco. Che raggiungiamo una volta ritornati a Dobbiaco seguendo la pista ciclabile che si snoda sulla sinistra del paese (un possibile riferimento può essere il trampolino di salto con gli sci). Spingendo le biciclette mano facciamo la passeggiata di più di 4 chilometri che circonda il lago. Lungo il tragitto ci sono dei pannelli informativi relativi alla flora ed alla ricca fauna del luogo, delle passerelle in legno e percorriamo una sponda che intuiamo essere una zona umida (la siccità ha colpito duro ed  il fiume Rienza, che è l’immissario e l’emissario del lago, è in questa parte in secca), incontriamo qualche pescatore. Ma lo spettacolo più bello è dato dalle acque cristalline che fanno da specchio alle bianche nubi e alle montagne che lo circondano.

Secondo giorno

La meta è il lago di Braies, che si trova nell’omonima valle che si sviluppa lateralmente alla Val Pusteria. E’ a 1496 metri sul livello del mare, è il lago naturale più grande delle Dolomiti e si trova nel cuore del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies, un’area naturalistica dichiarata Patrimonio dell’Unesco. Ci arriviamo dopo circa 40 minuti con il bus che ferma all’entrata del campeggio e che ci lascia all’inizio del lago. E’ una bella giornata di sole e molti sono i turisti: il lago, infatti, è uno dei luoghi più frequentati di chi visita questa parte delle Dolomiti.

Più che noleggiare una barca, noi scegliamo di seguire il sentiero che circonda il lago, la cui lunghezza è poco meno di 4 chilometri, piuttosto facile (solo lungo la sponda meridionale sale un po’ e la discesa può presentare qualche piccolo problema). Lo spettacolo che si apre ai nostri occhi è davvero indimenticabile: le acque del lago sono di uno splendido turchese (ci sono delle leggende ladine legate a questa pietra preziosa ed il lago) e di un brillante verde smeraldo, e formano una tavolozza di colori in cui si riflettono i boschi di pino e le vette delle Dolomiti del Sasso del Signore, del Grande Apostolo e della Croda del Becco, che s’innalzano e chiudono il lago.

Al termine della passeggiata, per ritemprarci e per ammirare ancora lo spettacolo naturale che il lago offre, ci sediamo attorno ad uno dei tavoli del self-service che si trova all’inizio della passeggiata: così con il lago e le montagne difronte, ci gustiamo due piatti di polenta, uno con i funghi, l’altro con formaggio e speck.

Decidiamo di rientrare a piedi al campeggio seguendo il sentiero, facile e spesso in comoda discesa,  che inizia dal lago e che scende lungo la valle: passiamo attraverso il bosco, ci sono ancora piante di lampone con i loro frutti mentre qualche fungo spunta tra la vegetazione, la cima del Sasso del Signore si innalza maestosa alla nostra destra (e su un pannello informativo leggiamo chi è stato il primo alpinista a scalare la vetta e come era l’alpinismo degli inizi). Però quando arriviamo a Ferrara, una frazione del comune di Braies, dopo circa un’ora e mezza, un po’ perché affiora stanchezza, riprendiamo l’autobus per arrivare al campeggio.

Terzo giorno

E’ il giorno dell’escursione in bicicletta lungo il tratto della ciclabile della Drava (Drauradveg in austriaco, che prosegue in Carinzia e termina in Slovenia) con destinazione finale Lienz. E’ interamente asfaltata, con pochissimi tratti su strade secondarie (all’inizio a San Candido e quando si entra in Lienz), accessibile a tutti, della lunghezza di circa 42 chilometri tra San Candido e Lienz, e per chi non vuole ritornare in bicicletta c’è la possibilità del treno (come noi abbiamo fatto al costo di circa 38 euro per due persone e le biciclette). Il paesaggio è indubbiamente bello, tra prati, montagne ed il fiume che scorre di fianco, e quando si entra nel territorio austriaco a Heinfels, con una piccola deviazione, non ci si può non fermare alla fabbrica della Loacher. Per chi si ferma (ed i visitatori erano tanti) una sosta ritemprante perché ovviamente al bar si gustano i loro famosi prodotti, che poi possono essere acquistati nel negozio ed al contempo interessante perché in un piccolo museo viene presentata la storia della fabbrica, dalle origine ai giorni nostri.

Quando arriviamo a Lienz, dopo circa due ore e mezza e dopo aver gustato un’ottima trota affumicata e leggermente riscaldata nel bar-ristorante alla fine della pista ciclabile, lasciamo le nostre biciclette nelle rastrelliere all’inizio della grande piazza della cittadina (Huaptlatz). Sulla quale si affaccia il Liebburg, il simbolo della cittadina, un interessante edificio a due torri con cupole a bulbo, in passato castello-residenza di un casato molto importante del luogo (i baroni Wolkenstein- Rodenegg) ed ora sede del municipio.

Il centro storico (oltre alla piazza le vie che percorriamo sono la Rosengasse, Messinggasse e la Schweizer Gasse)  è quasi tutto pedonale, piuttosto elegante, ricco di negozi, c’è qualche edificio in tipico stile tirolese (Lienz è il capoluogo del Tirolo Orientale) ed alcune chiese (la St Antonius Kapelle alla fine della piazza principale, con il suo slanciato campanile, le antiche chiesa dei Francescani (del X secolo) e la parrocchiale St Andrae. Su un’altura ad ovest di Lienz c’è il castello di Bruck, sede del museo cittadino e di una cappella gotica che però, dato il tempo a disposizione, non visitiamo.

Terminata la visita e riprese le nostre biciclette, andiamo alla stazione, che è vicina alla Huaptlatz, per prendere il treno che ci porterà a Dobbiaco.

Quarto giorno

A piedi lasciamo il campeggio per Villabassa (la struttura si trova sul confine tra Dobbiaco e Villabassa)  e dopo circa mezz’ora siamo sul treno che ci porterà a Brunico, il capoluogo storico, culturale, economico  ed amministrativo della Val Pusteria.

Usciti dalla stazione ferroviaria, seguiamo la via pedonale lungo la Rienza ed in meno di mezz’ora raggiungiamo una delle antiche porte (Porta san Floriano) che ci introduce nella via Centrale (Stadtgasse). E’ la via principale del centro storico: Brunico è una città medievale ed infatti, mentre la percorriamo, oltre agli eleganti negozi, bar, ristoranti e le porte, vediamo case dalla bella architettura, colorate e con pitture murali che rinviano a quell’epoca. Ci sono anche due interessanti chiese (la neoromantica chiesa di Santa Maria Assunta ed il Convento delle Orsoline),  E sopra al centro storico c’è l’antico Castello (risale al XIII° secolo) che ora ora ospita un museo della montagna di Reinhold Messner.

Questo è il nostro ultimo giorno di questo breve soggiorno. Ma mentre lasciamo la Val Pusteria decidiamo che qui ritorneremo per i mercatini di Natale.

In montagna: Livigno

Il soggiorno dello scorso anno, di cui potete leggere il diario nell’articolo  “Una settimana a Livigno”, ci ha lasciato la voglia di ritornare in questa bella località montana (siamo a 1816). Tre sono state le volte che vi abbiamo soggiornato per alcuni giorni:  la prima ancora alla fine del mese di giugno, mentre le altre due nel mese di settembre. E, diversamente dallo scorso anno,  alle passeggiate si sono aggiunti dei bei giorni di pesca a mosca nel torrente Spool, che per un pescatore abituato ai laghi di pesca sportiva lombardi (sopra a tutti, per la qualità delle trote e l’ambiente, il ” Fialdini Fishing Area – Bellaria” a Mediglia) hanno rappresentato una appassionante novità vuoi per la bellezza del paesaggio vuoi perché le trote ed i temoli, anche se di recente semina, vivevano e sono stati insidiati, catturati e poi rilasciati in un ambiente naturale.

Nel primo soggiorno il campeggio scelto è stato “Aquafresca”, quello dello scorso anno. Negli altri due, invece, abbiamo scelto il campeggio “Pemont”, in via Pemont 521: è lungo il torrente Spool, sicuramente più vicino al centro, con piazzole grandi e servizi comodi e puliti.

Tre sono state le passeggiate del primo soggiorno: la prima ha avuto come destinazione la cascata della Val Nera; la seconda ha avuto inizio a Carosello 3000 (che abbiamo raggiunto con la cabinovia la cui stazione di partenza è in via Saroch 1242/G) e si è snodata lungo il sentiero sul costone sopra a Livigno e che, gradualmente, scende verso il paese; la terza, molto più agevole delle altre, al Rifugio Alpisella

La prima passeggiata è iniziata in bicicletta lungo la pista ciclo-pedonale che segue la strada che sale al passo della Forcola fino il parcheggio P8. Attraversata la strada,  abbiamo seguito la parallela fino al primo bivio, girato a sinistra, superato il torrente Spool  e raggiunto la malga Alpe Vago. Questa malga è uno dei posti che amiamo di Livigno: si trova all’imbocco dalla Val Nera,  producono quello che qui si può mangiare su grandi tavoli all’esterno, ovvero degli ottimi salumi, formaggi e dolci (per saperne di più si può visitare la loro pagina Facebook). Tra i loro piatti troviamo squisita la slinzega, certamente “sorella minore” della bresaola per le sue dimensioni, ma non per suo gusto, molto più pronunciato, ed indimenticabile la ricotta ricoperta da uno sciroppo a base di pino mugo.

Dopo aver lasciato le biciclette alla malga, abbiamo preso il sentiero (cartello n.114 Casc’chéda da Val Néira) che inizia a destra della malga e che si addentra nel bosco tra alcune placide mucche all’inizio, la ricca vegetazione, i fiori, le vedute delle montagne un po’ innevate in lontananza ed il torrente in fondo alle valle. Il sentiero è facile, c’è qualche tratto in cui sale ma la pendenza è abbastanza morbida e così giungiamo nel punto in cui siamo sopra alla cascata. Per arrivare alla sua base, dobbiamo scendere dei gradoni e lo spettacolo che abbiamo una volta scesi è davvero bello, con l’acqua, impetuosa e limpida, che compie un salto di una decina di metri. L’acqua della cascata si unisce a quella che scende dalla montagna e per superare il torrente che si forma superiamo un ponte tibetano. Risaliamo i gradoni che a questo punto ci portano sulla strada del ritorno (il sentiero si sviluppa ad anello). Ora il sentiero è pianeggiante ed in discesa, ci offre altre belle vedute della cascata e tra prati in fiore, mucche e cavalli ritorniamo alla malga e ci ritempriamo con i loro piatti.

E’ una bella giornata di sole quando raggiungiamo Carosello 3000. Seguiamo il cartello che indica il sentiero 162: siamo in vetta e lo spettacolo delle cime delle montagne attorno è davvero maestoso. All’inizio il sentiero è sassoso, qualche bel fiore spunta tra le rocce, Livigno con il suo lago (quest’anno molto in secca) sono sotto di noi, poi, dopo il rifugio Costaccia (2362 metri di altezza) ritorna prepotentemente la vegetazione, troviamo le prime case e Livigno è raggiunta.

La passeggiata al Rifugio Alpisella è lunga circa 3 chilometri, costeggia il torrente Spool (un riferimento può essere la Latteria di Livigno), all’inizio procede su strada asfaltata poi su un largo sentiero sterrato, che ha un leggera pendenza prima del Rifugio, con belle viste sul lago (o quel che era rimasto data la siccità di quest’anno). Dopo aver incontrato un gregge di pecore, siamo arrivati al Rifugio e, come ogni volta che lo raggiungiamo, ci siamo gustati dei piatti tipici  (polenta con ii funghi, salumi, formaggi).

Nei due lunghi fine settimana di settembre, la pesca ha invece avuto il sopravvento, e l’impavido pescatore non si è fermato anche quando la temperatura si è repentinamente abbassata e un po’ di neve ha imbiancato il paesaggio. Però, come sempre, a piedi ed in bicicletta, abbiamo percorso gran parte della pista ciclopedonale che costeggia lo Spool (è lunga complessivamente 17 chilometri perché attraversa tutta la valle), che è a corsie separate, una per i pedoni ed una per le biciclette e … gli sciatori di fondo in allenamento. Mentre la via centrale di Livigno è stata il luogo dove ci siamo fermati per qualche buon caffè, degli ottimi hamburger e squisite patatine da “Mauri’s Hamburgheria“, in via Ostaria 406, e qualche regalo.

Per concludere, la scoperta di un nuovo ristorante: si chiama “Dal Passero”, in via Rasia 300. In un ambiente accogliente, professionale e cortesemente informale al contempo, interpretano al meglio la cucina del territorio utilizzando ricercati prodotti freschi, stagionali e locali, che nobilitano con una attenta e sapiente innovazione. Noi abbiamo cenato tre volte e questi sono i piatti che ci hanno deliziato: i chiscioi, antico piatto valtellinese della zona di Tirano, il piccolo canederlo in brodo, i primi di pasta fatta in casa, con i loro sorprendenti sughi con erbe raccolte nei campi ed il ragù di anatra, gli gnocchi di patata ripieni di formaggio di capra, il bollito di pecora accompagnato da una speciale polenta (potol),  lo stracotto d’asino con un prelibato purè di rape o la polenta, (per saperne di più vi rinviamo alla loro pagina Facebook dove trovate illustrati i loro piatti). Ottimi il pane ed i grissini, sempre fatti in casa, così il vino, servito al calice, di piccoli produttori valtellinesi.

Un fine settimana nel Ponente ligure, tra Diano Marina, Sanremo e Cervo

La Liguria è una delle regioni italiane che più abbiamo visitato con il camper. Era l’inizio del mese di marzo e non ci siamo lasciati condizionare dai numerosi rallentamenti causati dai lavori sulla autostrada prima e dopo Genova e così abbiamo passato un lungo fine settimana con base a Diano Marina. Abbiamo sostato all’”Oasi Village & Camping” in via Sori 5: un’ampia ed accogliente area di sosta, che ha anche spazi per tende e qualche bungalow.

A noi piace fare passeggiate in bicicletta ed il nostro primo pensiero è stato di percorrere la pista ciclabile del Ponente ligure, che da Diano parte e che per più di 20 chilometri, tra vedute mozzafiato sul mare e sulle spiagge, costeggiando degli splendidi esemplari di pini marittimi, si sviluppa fino a Ospedaletti. Purtroppo è stata una delusione perché quando ci siamo avvicinati all’inizio della pista (il tratto che collega Diano ad Imperia) abbiamo notato delle transenne che ne impedivano l’accesso ed un cartello che comunicava che l’”Incompiuta”  era chiusa per lavori. Arrabbiati e sconsolati, abbiamo riportato le biciclette nell’Area.  Raggiunto poi a piedi il centro di Diano Marina ci siamo rilassati passeggiando sul lungomare, con belle vedute del Golfo Dianese e della lunga spiaggia di sabbia fine; camminando nell’ampia isola pedonale del centro storico e gustando del discreto pesce all’Osteria del Porto, in corso Garibaldi 5.

Sanremo è stata la meta del giorno dopo, raggiunta in quasi due ore con il bus che circa ogni mezz’ora transita da Diano. Da noi conosciuta molto bene, Sanremo ci regala sempre qualche piacevole momento: La Pigna, che è il suo nucleo originario, molto vivace, tutto “carruggi” e case; la storica e pedonale via Palazzo, tutta negozi, hotel e ristoranti; via Matteotti, quella dell’Ariston (nella laterale via Escoffier, al n. 42, c’è pure la statua di Mike Buongiorno e lungo il suo sviluppo, a terra, ci sono le targhe con i nomi di chi ha vinto il Festival), la via principale e la più chic di Sanremo; il corso degli Inglesi, lungo il quale si trovano il Casinò Municipale e la bella Chiesa Ortodossa Russa, di fine ottocento quando numerosi aristocratici iniziarono a trovare rifugio in questa bella località; la passeggiata dell’Imperatrice, ovvero tra un filare di belle palme, le macchine parcheggiate, e la vista della spiaggia e dell’insenatura in cui la città di trova, il lungomare di Sanremo; via Corradi, dove abbiamo fatto una bella scoperta al n. 64: Ipazia Cibi e Libri. Abbinamento che abbiamo trovato quanto mai intrigante per non parlare della scelta di rendere omaggio ad un simbolo della libertà di pensiero dell’antichità. E qui, tra qualche scaffale pieno di libri, stampe alle pareti, abbiamo apprezzato degli ottimi piatti della tradizione ligure: stoccafisso in brandacujun (dal loro menù: “mantecato con patate, EVO Taggiasca, prezzemolo e aglio), trofiette con olio, acciuga, broccoletto e focaccia secca sbriciolata, una porzione di cappone magro e dei carciofi ripieni, il tutto accompagnato da un ottimo vino bianco abruzzese della casa (a proposito se volete andarci: i tavoli sono pochi ed è consigliabile la prenotazione).

Noi non le abbiamo visitate, ma in Sanremo ci sono ville storiche ottocentesche di particolare interesse. Tra queste, tutte in corso Cavallotti e vicine tra loro: Villa Ormond, al n. 113, con il suo parco di piante esotiche; Villa Nobel, al n. 116, in cui visse Alfred Nobel, che ospita una raccolta delle invenzione dell’’800 e Villa Zirio, vicina al parco di villa Ormond,  in marmo bianco e pietra d’Arles.

L’ultimo giorno della nostra visita era domenica  e come tutte le prime domeniche di ogni mese, nel centro, in corso Roma e Piazza della Libertà, si è tenuto il Mercatino dell’Antiquariato. Così dopo aver fatto, come il giorno precedente, un’abbondante e deliziosa colazione ne Il Caffè del Caprice (indimenticabili le brioche) in Via Francesco Genala 13 ed acquistato dei succulenti piatti pronti della tradizione ligure nella Gastronomia e pasta fresca Il Cucchiaio e la Forchetta che si trova difronte alla caffetteria, con calma e molta attenzione abbiamo passato in rassegna le bancarelle di circa cinquanta espositori. Il mercatino è risultato interessante ed uno specchio acquistato da una coppia di signori francesi è ora nel nostro bagno, mentre altri oggetti hanno arricchito il nostro “magazzino”.

Il Lungomare di San Bartolomeo al Mare

Ed il nostro desiderio di percorrere qualche chilometro in bicicletta nella bella terra di Liguria? C’erano ancora tante ore prima del nostro rientro (i mercatini siamo soliti visitarli alla mattina presto e fortunatamente Il Caffè del Caprice apre in un momento imprecisato tra le 6,28 e 6,30 …) e allora: “perché no Cervo?”. Montati sulle nostre biciclette, un po’ sulla via Aurelia ed un po’ sul lungomare di San Bartolomeo al Mare, abbiamo raggiunto, in men che non si dica (sono circa cinque i chilometri che lo separano da Diano Marina),  il bello ed antico Cervo, uno dei “Borghi d’Italia” più belli.

Una volta arrivati, abbiamo lasciato le biciclette in uno dei parcheggi all’ingresso del paese ed a piedi abbiamo seguito gli stretti vicoli dell’impianto medievale del suo centro storico che dal mare salgono verso la chiesa barocca di San Giovanni Battista (o dei Corallini perché la sua costruzione fu finanziata grazie ai proventi della pesca del corallo) e piazza Santa Caterina con il Castello dei Clavesana, costruito nel XVII° secolo e ora sede del Museo Etnografico. E così vedute dell’azzurro mare da una parte, bellissimi scorci tra le vecchie case color pastello e qualche angolo per riflettere hanno reso molto bella la visita. Non poteva non mancare una piccola sosta per un veloce pranzo: al Caffè del Castello, nella suggestiva piazza Santa Caterina, con delle abbondanti, gustose e ben cucinate pinse romane.

Era tempo di rientrare. Una volta sul camper, acceso il navigatore, vediamo che il dispositivo, per il rientro a casa, ci indica come via più veloce la direttiva Savona-Torino-Milano. Lasciamo la Liguria e giuriamo che ritorneremo nella Riviera di Ponente a lavori autostradali (e non) finiti. Perché la Liguria è davvero bella!

In Toscana

In novembre ed in dicembre, come meta per i nostri viaggi con il camper, abbiamo scelto la Toscana.

La prima tappa è stata Arezzo. Per la sosta di due notti, ci siamo avvalsi del parcheggio in via Tarlati 42, con una centinaio di posti riservati ai camper, illuminato e molto comodo per la visita del centro perché si trova a qualche centinaio di metri dalle scale mobili che portano al Duomo della città. Per lo scarico invece abbiamo utilizzato il vicino camper service in Via Luigi da Palestrina (a circa 500m metri)  che si trova nell’Area Attrezzata Camper del Comune.

Più che la città, che abbiamo visitato altre volte, la visita ha avuto come momento centrale la famosa Fiera Antiquaria che si tiene la prima domenica di ogni mese ed il sabato precedente. Attiva da più di 50 anni, con circa 400 espositori (così nel sito  “fieraantiquaria.org) occupa la Piazza Grande e le vie adiacenti del centro storico. Sulle bancarelle noi abbiamo visto di tutto un po’: antiquariato di alto livello, modernariato, vintage e bric-a-brac, e qualche acquisto è stato fatto. Tra questi anche un vecchio vinile dei Bachelors, un “Best of … vol 1” del 1973, costato ben … 1 euro (il vinilomane non si smentisce mai …).

La facciata del Duomo

Visitare il mercato è anche visitare lo splendido centro storico, medioevale e rinascimentale, di Arezzo. Noi abbiamo iniziato dal Duomo dedicato ai santi Donato e Pietro, la cui costruzione ebbe inizio nel periodo di transizione tra il romanico ed il gotico (tutto questo è recuperabile nella sua architettura) e fu terminata solo agli inizi del XX° secolo quando l’incompiuta facciata fu completata in stile neogotico. Il Duomo è sul colle nella parte più antica di Arezzo e soprattutto per il suo slanciato campanile caratterizza la vista della città. Questa volta noi non abbiamo visitato gli interni, ma la Maddalena di Piero della Francesca, tipicamente rinascimentale, umana e divina nel contempo, la stupenda Arca di San Donato del Trecento in marmo, il coro ligneo ed il Battesimo di Cristo, opera del Vasari, e la Cappella della Madonna del Conforto rendono la visita dell’interno imprescindibile.

Nella vicina via Montetini, la nostra vista è stata attirata dal Palazzo dei Priori della prima metà del Trecento, ancora sede del Comune, con la sua Torre e nella piazza della Libertà il medievale e rinascimentale Palazzo della Provincia, mentre al ritorno, alla fine della giornata, sempre accanto al Duomo, abbiamo visitato il Prato di Arezzo, il parco rinascimentale, ovvero un anfiteatro verde perché incorniciato da pini marittimi ed imponenti tigli, voluto dai Medici per il passeggio dei nobili della loro epoca.

Dopo aver dato un’occhiata alle bancarelle della zona del Duomo, abbiamo iniziato la nostra discesa verso Piazza Grande. Ci perdiamo un po’ tra le vie del centro alla ricerca dell’affare del giorno, alla fine prendiamo corso Italia, camminiamo lungo la casa natale del Petrarca ed il Palazzo Pretorio con tutti i suoi stemmi araldici e superato l’abside di Santa Maria Assunta entriamo nella famosa piazza (ricordate anche il film?). Il rinascimentale Palazzo delle Logge di Giorgio Vasari che domina il lato più elevato della Piazza (e nel loggiato la qualità delle bancarelle è davvero molto alta), le torri merlate che risalgono al Medioevo, il Palazzo della Fraternità dei Laici con l’orologio astronomico, la pieve di Santa Maria Assunta con il suo campanile dalle “cento buche” e le bancarelle costituiscono per noi un insieme di grandissimo interesse ed emozione.

Un discreto cappuccino ed una brioche in un bar nel loggiato superpagati (va beh ma la vista …) e poi via lungo le altre strade del centro. Ed ora più che per altri grandi monumenti di Arezzo (Basilica di San Francesco, con il ciclo della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, Piazza della Badia con la basilica delle sante Flora e Lucilla, la casa del Vasari e l’anfiteatro romano) la nostra visita continua alla ricerca del giusto oggetto per il nostro banco.

Dopo Arezzo avevamo programmato un viaggio itinerante nella regione, ma il cattivo tempo ci ha obbligato a cambiare e così, raggiunta Firenze, qui  siamo rimasti per quattro giorni per poi spostarci, nel fine settimana, a Pisa.

Per la visita di Firenze abbiamo scelto di fermarci al “Camping in Town”, in via Generale C.A. dalla Chiesa 1/3, “firenze.humancompany.com“. E’ aperto tutto l’anno, si trova a circa tre chilometri dal centro, che può essere raggiunto  o tramite la navetta del campeggio (costo € 1,50 a corsa) o in bicicletta, è ben organizzato e dai grandi numeri, con servizi di ottima qualità e adeguate piazzole per i camper.

Nei giorni di permanenza abbiamo passeggiato nelle splendide vie del centro storico e visitato alcune delle chiese e dei musei che, per la loro ricchezza e bellezza, meritano assolutamente una visita e fanno di Firenze una delle città più belle al mondo. La prenotazione delle visite non è sempre stata agevole (tanti sono i siti online che offrono visite guidate e non) e l’aiuto del personale di uno dei Punti Informazioni Turistiche si è dimostrato opportuno (noi ci siamo avvalsi di quello vicino alla stazione centrale di Santa Maria Novella). In estrema sintesi, le nostre visite sono state: la Galleria degli Uffizi, Chiesa di Santa Maria Novella, il Duomo e la Piazza, Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti ed il Giardino di Boboli, le basiliche di Santa Croce e di San Lorenzo con i relativi quartieri, l’Oltrarno, quartiere sulla sponda sinistra dell’Arno.

Di queste, ci piace ricordare:

Giardino di Boboli che si estende dietro Palazzo Pitti, lungo la collina di Boboli, iscritto nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, è uno stupendo esempio di giardino all’italiana, voluto dai Medici e completato poi nell’arco dei secoli anche dai Lorena e dai Savoia. Superato l’ingresso, siamo stati colpiti dalla bellezza dell’Anfiteatro in muratura, con la platea che si presenta come un giardino formale, con al centro l’obelisco egizio ed una vasca di granito, e dalla zona terrazzamenti che sale fino alla Kaffehouas, una palazzina in stile baracco, un gioiello che risale alla seconda metà del XVIII° secolo,  alla Limonaia, ancora in uso, alla Palazzina e Bastione del Cavaliere. Molto belle sono anche le fontane, le statue, i vari giardini, le “Cerchiate”, che sono dei viali, piccoli e grandi, coperti a tunnel da alberature intervallate da arbusti sempreverdi che si aprono lungo il Viale dei Cipressi, le grotte tra cui la  Grotta del Buontalenti che vede tra i suoi direttori dei lavori il Vasari, che realizzò una facciata con colonne e lesene tuscaniche sostenenti un pronao architravato, la Grotta di Adamo ed Eva, e la grotta di Madama, il cui interno abbiamo solo intravisto perché chiusa;

Cappelle Mediceee che sono un museo statale, la cui storia è strettamente collegata alla basilica di San Lorenzo, a cui appartengono,  composto dalla Sagrestia Nuova, dalla Cappella dei Principi, un mausoleo,  dalla Cripta dove sono sepolti i Granduchi Medici e i loro famigliari e conserva inoltre una parte del prezioso Tesoro della Basilica di San Lorenzo, costituito da parati sacri e magnifici reliquiari;

Tomba di Lorenzo; il “Giorno” e la “Notte”

La Sagrestia Nuova è un capolavoro di Michelangelo per la sua architettura, le sculture e la decorazione in cui la luce indiretta o riflessa che entra dalle finestre e dal lanternino, “una costante l’altra cangiante con il trascorrere delle ore e delle stagioni,   svolge il ruolo di legame, commento, percorso simbolico, esaltazione del pathos”. (citato da: www.finestresuularte.info). Il tema della Sagrestia è “il Tempo che consuma il Tutto”. Di qui le quattro statue “Allegorie del Tempo” intese a simboleggiare il trionfo della famiglia dei Medici sul trascorrere del tempo poste sopra le tombe di Giuliano de’ Medici e di Lorenzo duca d’Urbino. Sulla prima ci sono il Giorno e la Notte, sulla seconda l’Aurora ed il Crepuscolo: di grande bellezza e suggestione sono gli allungamenti, le torsioni, l’incompletezza, l’enfasi dei tratti mascolini anche delle figure femminili che caratterizzano le statue. Le statue dei due duchi Medici sono poste sopra le tombe, entrambe hanno valenze simboliche e sono rivolte verso la parete dove è stata posta la scultura della Madonna con il Bambino (anche questa posizione ha una valenza simbolica in quanto è intesa ad indicare che la religione è l’unico elemento che può dare pace alle inquietudini umane);

Salone Donatello della Basilica di San Lorenzo per “Natura Collecta, Natura Exhibita”, un’esposizione temporanea  di oltre 150 pezzi provenienti dalle collezioni zoologiche e mineralogiche del  “Museo La Specola” (“temporaneamente chiuso” dal 2019) e parti delle cere anatomiche, dei veri e propri capolavori, che impressionano e sorprendono dato che riproducono, nei minimi dettagli e con stupefacente verosimiglianza l’interno del corpo umano. (la completa collezione delle cere anatomiche è unica al mondo per entità – circa 1400 – e antichità – gli studiosi e gli artigiani a cui si devono furono attivi tra la fine del XVIII° ed XIX° secolo);

Cupola del Brunelleschi. Abbiamo prenotato la salita che è contingentata, abbiamo fatto 463 scalini, alcune volte poco agevoli e piuttosto ripidi, ma la vista del Giudizio Universale del Vasari e di Federico Zuccari, capolavoro del manierismo e dai contenuti che discendono dal Concilio di Trento, dei costoloni e delle nervature tra la cupola interna e quella esterna (la costruzione del Brunelleschi è tecnologicamente geniale tanto che non tutti gli studiosi sono arrivati alla stessa conclusione circa la costruzione stessa) e la vista dall’alto del campanile del Duomo e della città è stato un momento indimenticabile (ed una voce del gruppo, mentre salivamo chi faticosamente chi un po’ più baldanzoso: “sembra di essere in un lavoro di Alberto Angela”: segno dei tempi …)

Per i pasti ci siamo avvalsi:

degli artigiani del Mercato Centrale, una recente istituzione in Firenze, aperto dal 2014 in tutti i giorni dalle 10 a mezzanotte. Si trova al primo piano dell’edificio storico del  Mercato Centrale, una costruzione in ferro e vetro, che risale al 1874 del quartiere di San Lorenzo, a pochi minuti dal Duomo, da piazza San Marco e dalla Fortezza da Basso. Qui abbiamo gustato degli ottimi hamburger fatti con carne chianina, una vera pizza napoletana e qualche buon cannolo siciliano.Al piano terra dell’edificio non ci sono “gli artigiani”, ma banchi del mercatino. Tra questi ce ne sono alcuni che servono piatti della tradizione: famoso e storico è “Nerbone” per il suo panino con il lampredotto;

Cibreo trattoria, ovvero il “Cibreino“, in via de’ Macci 122r, http://www.cibreo.com, per gustare i piatti della tradizione: il famoso paté del Cibreo con crostini, l’insalata di trippa, il lampredotto (l’abomaso del vitello) in umido con patate, il baccalà.

Per il fine settimana ci spostiamo a Pisa. Sostiamo nel  “Parcheggio Camper Via di Pratale. Il parcheggio è comodo, molti degli spazi hanno l’allaccio per l’elettricità ed è vicino al centro della città. Come ad Arezzo, l’interesse principale era il mercatino dell’antiquariato e dell’usato che si tiene, nel centro ddi Pisa,  la seconda domenica del mese ed il sabato precedente. Vuoi forse perché le festività natalizie erano vicine, in  realtà molte delle bancarelle che abbiamo trovato nella giornata di sabato avevano prodotti artigianali legati al Natale. Facevano eccezione quelle nella piazza antistante la Scuola Normale Superiore (piazza del Cavalieri): interessanti ma non abbiamo fatto acquisti.

La ricerca delle bancarelle ci ha inevitabilmente portato a rivedere i magnifici monumenti della città e a passeggiare nel centro storico. Dalla citata Piazza dei Cavalieri, all’edificio della Scuola Normale, al Palazzo dell’Orologio con le due torri (con la memoria che vola a Dante e al conte Ugolino), alla Piazza dei Miracoli, ai Lungarni e ai loro monumenti e luoghi di aggregazione, alle Logge dei Banchi, a Tuttomondo (All the world), il murale di Keith Haring del 1989, dipinto sul muro posteriore di Sant’Antonio Abate, una delle sue ultime opere prima della morte. Il murale è un inno alla vita di cui l’Autore così scrisse: “In questo murale ho disegnato tutto quello che riguarda l’umanità (…) è fatto di simboli delle differenti attività umane, è una sintesi delle problematiche della vita di oggi. Non mi sono dedicato unicamente alla vita degli uomini ma anche alla vita degli animali, ecco perché vedete delfini, scimmie e altro. È un affresco della Vita in generale”. (Su YouTube è recuperabile l’intervista in cui l’Artista parla dell’opera).

Mentre passeggiavamo, in piazza Martiri della Libertà, ci siamo imbattuti nella “vineria, panineria, cibo da strada L’ostellino de’ I Porci Comodi (2)”. Ci mettiamo in fila (tanta è la gente che, all’esterno in piedi o seduta su sgabelli e panchine sta mangiando invitanti panini, salumi e bevendo calici di vino), aspettiamo qualche minuto ed infine ci deliziamo con un ottimo panino con il lardo di colonnata e la finocchiona.

Un po’ delusi dal mercatino rispetto alle nostre aspettative, alla sera di sabato, decidiamo per l’indomani di spostarci a Vicopisano, a circa 20 chilometri, un piccolo centro ma con una certa importanza storica: testimonianza ne sono i notevoli monumenti medioevali: 12 torri, costruite tra il XI ed il XV secolo, due palazzi medievali del XII° secolo, una rocca medievale progettata dal Brunelleschi, una chiesa romanica anch’essa del XII secolo alla quale si deve aggiungerne un’altra, San Jacopo in Lupeta, posta nelle immediate vicinanze. Più che per questi monumenti la nostra visita sarà dedicata al “Mercatino del collezionismo” che nel centro della cittadina e nelle vie adiacenti viene generalmente organizzato nella seconda domenica del mese (gli espositori sono circa 150). Lasciamo il camper nell’area sosta camper comunale all’ingresso del paese e dopo una breve camminata iniziamo la visita del mercatino. Lo percorriamo in lungo ed in largo e compriamo qualche oggetto: sono libri, riviste, tazze con piattini  e sussidi didattici che entreranno a far parte dei beni che venderemo sul nostro banco.

E qui salutiamo la Toscana, con però la certezza di ritornarci.

Viaggio in Sicilia

E’ stato il nostro secondo viaggio con il camper in Sicilia e per questo non troverete nulla circa alcuni dei luoghi più belli dell’isola perché li abbiamo visitati nel precedente viaggio, fatto tanti anni fa e del quale, purtroppo, non troverete traccia in questo blog (eravamo “giovani camperisti”, abbiamo perso tutti gli appunti ed allora, piuttosto che scrivere, ad esempio, di Palermo Siracusa Segesta, con i soli dati da guida turistica, rinunciano a compilarne il diario).

Questa volta abbiamo deciso di raggiungere l’isola con la nave in partenza da Civitavecchia. In realtà  la nave è arrivata da Olbia ed ha lasciato il porto di Civitavecchia con 4 ore di ritardo (cosa non insolita considerate le testimonianza di altre passeggeri e presenti in YouTube) e, dopo circa 13 ore di viaggio (il ritardo non è stato recuperato), siamo arrivati al porto di Palermo solo nella tarda mattinata del giorno successivo.

Primo giorno

Usciti dal porto ci dirigiamo a Castellammare del Golfo dove resteremo per quattro notti nel campeggio “Nausicaa” (info@nausicaa-camping.it). In realtà accoglie prevalentemente camper, i servizi sono sicuramente adeguati, i negozi sono abbastanza vicini, così il centro storico, ha una bella posizione sopra la spiaggia di Castellare che regala a chi si trova (come noi) lungo la recinzione una bella vista di una parte del golfo.

Dopo aver sistemato il camper, in un’afosa serata di settembre, facciamo la nostra prima visita del centro storico di Castellammare: tutte viuzze e scalinate che portano alla punta del promontorio sui cui sorge il Castello e al porto turistico da cui si può cogliere la bella vista di case che, strette le une sulle altre, scendono al mare. Questa è anche la zona dei molti ristoranti ed in uno di questi, “La Cambusa”, ceniamo con buoni piatti di pesce, tra cui un cous cous, per terminare con un gustoso cannolo rovesciato.

Secondo giorno

Visitiamo Erice. Lasciamo il camper nel parcheggio prospiciente la funivia che ci porta, con una bella vista dall’alto della città di Trapani e delle sue saline, all’ingresso del borgo. Risaliamo la via centrale  e scopriamo che è incantevole nella sua dimensione medioevale. Ci perdiamo nelle piccole vie e raggiungiamo il castello di Venere: spettacolari sono le viste sui territori che circondano il borgo.

Erice è famosa per il centro di ricerca scientifica “Ettore Maiorana”, ma anche per i dolci che qui si producono, in particolare quelli di Maria Grammatico al n. 14 di via Vittorio Emanuele (attenzione il negozio è prima del loro albergo, non si nota facilmente anche perché è seguito da un altro bar con un abile cameriere che decanta, anche a ragion veduta, i dolci che nel suo bar si producono) che ripresenta le ricette delle monache ericine di cui lei è la grande interprete. Noi abbiamo comprato quasi tutte le loro specialità e siamo rimasti deliziati dalla loro bontà. L’acquisto è stato fatto velocemente (fuori c’è sempre la coda di clienti) e con cortesia. Ed abbiamo avuto la fortuna di incontrare la signora Grammatico!

Dopo Erice abbiamo visitato le saline di Trapani e Paceco che formano una Riserva Naturale Protetta gestita dal WWF, ma con gran parte della saline di proprietà privata. Le prime saline le ammiriamo lungo la SP21, la provinciale che poi lasciamo per indirizzarci verso Nubia (famosa per l’aglio rosso) e la Salina Calcara. E qui ci aspetta una bella disavventura: entriamo nel parcheggio, non vedo che il terreno al centro è molle e la conclusione è che ci ritroviamo con il camper affondato nel fango. Ovviamente siamo al centro dell’attenzione degli altri visitatori, che gettano sguardi e fanno commenti. Tra i quali però c’è una gentile coppia di camperisti di Torino che viene in nostro soccorso e dopo numerosi tentativi riusciamo ad uscire dal fango: non so se mai leggeranno queste righe, ma sappiamo che ora li vogliamo nuovamente ringraziare.

Rimesso tutto in ordine, ripuliti un po’ dal fango gli attrezzi, mentre ci stiamo per spostare verso l’unico posto libero ecco che un van tedesco decide di precederci così che a noi non rimane altro che portare il camper all’esterno del parcheggio e sostare lungo la via (fortunatamente abbastanza grande).

E’ tardi pomeriggio quando facciamo una bella passeggiata tra gli stagni con l’acqua dal colore cangiante, le montagne di sale, i mulini, l’edificio del Museo del Sale: un paesaggio davvero molto suggestivo.

Terzo giorno

E’ una giornata di assoluto riposo. Alla mattina una passeggiata nel centro storico alla ricerca di una buona colazione. Che alla fine troviamo in un bar dai tempi molto dilatati (alcuni clienti lo lasciano arrabbiati per la lunga attesa, mentre noi discettiamo sulla differenza della gestione del tempo tra nord e sud d’Italia – evviva i luoghi comuni!): alla fine un buon cannolo siciliano soddisfa la nostra voglia di dolci. Poi la spiaggia, un bagno, ed ancora alla sera, il ristorante “La Cambusa”. Sempre piatti di pesce: questa volta con qualche pecca nei primi (le busiate) con gli ingredienti della salsa che li accompagnano non ben amalgamati ed un servizio non sempre attento.

Quarto giorno

La Riserva dello Zingaro, da poco riaperta dopo il terribile incendio del 29 agosto del 2020, è la destinazione di questa giornata. Con il camper da Castellammare ci spostiamo a Scopello: la provinciale che seguiamo per raggiungere il parcheggio vicino all’ingresso della Riserva si restringe un po’ ma non è difficoltosa. Scorgiamo i faraglioni di Scopello e siamo arrivati al secondo parcheggio (quello all’ingresso è già pieno e sono le 10 circa). Paghiamo il biglietto del parcheggio (€ 10) e della “Riserva” (€ 6), entriamo e seguiamo il sentiero che corre lungo la costa e che per una lunghezza di circa 8 chilometri attraversa tutta la Riserva fino all’ingresso opposto di San Vito Lo Capo (ci sono altri due sentieri: di mezza costa e, per esperti, quello in costa). Un po’ è in pendenza ma, in genere, è pianeggiante: comunque bisogna percorrerlo con scarpe ed abbigliamento adeguati (abbiamo visto signore con scarpe con i tacchi, infradito e signori con jeans e camicia!), avere delle bottigliette di acqua (ci sono, comunque, delle fontanelle: tutte segnate sulla mappa che viene consegnata all’ingresso).

I ripidi pendii alla sinistra, la rinata macchia mediterranea nel mezzo della quale si snoda il sentiero, i colori dello splendido mare, le due cale (Marinella e Dell’Uzzo) nelle quali, tra i numerosi turisti, troviamo, non senza qualche difficoltà, un piccolo spazio per deliziarci dello splendido sole e bagnarci nelle cristalline acque, i numerosi pesci che ci fanno compagnia durante il bagno a Cala Marinella, il piccolo museo dedicato alla tonnara che fu, un gentile signore che in una abitazione-museo-negozio ci spiega che sta intrecciando delle foglie di una delle piante della macchia mediterranea per ricavarne una corda (ma che è possibile ottenere anche ciò che è esposto: borse, cesti ed attrezzi vari), fanno di questa giornata una di quelle che ti rimangono dentro e che ti fanno amare il viaggio.

Quinto giorno

Alla mattina lasciamo il campeggio “Nausicaa” e ci spostiamo a Nubia, Trapani, nel parcheggio Le Saline: è vicino al porto, ha un’area camper con gli attacchi per l’elettricità, una piccola zona con tavolini e sedie, è sorvegliato 24 ore ed è possibile la prenotazione.  Con la loro navetta (gratuita) raggiungiamo il porto di Trapani dove prendiamo l’aliscafo per la visita di Favignana (avevamo, in precedenza, acquistato i biglietti della compagnia Liberty Lines online).

Dopo circa mezz’ora raggiungiamo l’isola. Quando scendiamo dall’aliscafo e ci mettiamo alla ricerca di un noleggio biciclette notiamo tanta confusione, tanti noleggiatori, ed ovviamente, tante biciclette e motociclette. Oltre alle macchine, parcheggiate o sfreccianti lungo la strada del porto. Alla fine ci ritroviamo con due biciclette, non in buono stato, al costo di € 15 ognuna, per tutto il giorno (due giorni prima avevamo tentato una prenotazione online ma senza avere risposta).

La prima tappa sull’isola è di tipo storico. Andiamo agli antichi stabilimenti Florio dove fino a qualche decennio fa veniva lavorato il tonno pescato nella tonnara di Favignana. La visita è guidata: la brava guida ci dà informazioni sulla famiglia e la loro importanza per lo sviluppo dell’economia dell’isola, ci informa minuziosamente sulle varie fasi di lavorazione del pesce (dal momento della pesca nella tonnara all’inscatolamento) mentre ci accompagna nelle sale dello stabilimento, nel luogo dove sono riparate le navi usate per la pesca per concludere nel museo in cui possiamo ammirare interessanti rostri, fenici e romani.

Favignana ha un centro storico, fatto soprattutto di ristoranti, bar, case per vacanze. In un bar gustiamo delle buone tapas con polipo e sardine, più due sostanziose fette di “pane cunzato” (tipico pane siciliano con fette di pomodoro, pecorino grattugiato, acciughe, origano, sale e pepe nero).

Riprendiamo la bicicletta e percorriamo la pista ciclabile (spesso però da dividere con moto e automobili), bella per le vedute che ci regala del mare, delle cave di tufo, di una natura aspra e selvaggia, purtroppo rovinata dai resti della presenza umana (l’immondizia è un po’ dappertutto, per non parlare delle automobili). Seguiamo la pista e ci fermiamo in alcune tra le più famose cale dell’isola: Cala Rossa, Cala del Bue Marino, Cala Azzurra. Che dire: tanti turisti, in mare e non, le imbarcazioni sono un po’ ovunque, ma davvero l’acqua è trasparente, ha dei colori incantevoli e sdraiarsi sui sassi e godersi la vista è davvero una bella esperienza.

Rientriamo, non senza qualche difficoltà, nel centro storico di Favignana. E qui ci perdiamo ancora tra i negozi ed i bar. Mangiamo un’ottima genovese con crema di ricotta ed una squisita pasta ripiena di ricotta e cioccolato alla “Pasticceria FC” in via Garibaldi 28 e facciamo degli acquisti presso un negozio di specialità locali. Parliamo un po’ con il proprietario e veniamo sapere che nello scorso mese di agosto nell’isola erano presenti circa 70.000 persone al giorno e che, inevitabilmente Favignana è, nel periodo estivo, al collasso e deturpata dai tanti irrispettosi turisti. Per non parlare dei locali che sfruttano questa opportunità …

Una volta rientrati con l’aliscafo e ripresa la navetta, passiamo una tranquilla notte nel parcheggio “Le Saline”.

Sesto giorno

Ci spostiamo a Marsala. Parcheggiamo nell’Area Attrezzata “Villa Genna”, ovvero in un spazio sotto delle palme nel giardino della villa in quanto l’area non risulta in funzione. A pagamento ci viene offerto il servizio navetta per il centro di Marsala.

La nostra visita inizia dal Museo Archeologico Baglio Anselmi, sul lungomare Boeo.  Situato all’interno di un ex azienda vinicola, raccoglie la nave punica, unica al mondo, un’imbarcazione da guerra per circa 34 rematori da ogni lato, la nave Marausa, tardo-romana, altri reperti subacquei e relitti medievali del Lido Signorini (il lido di Marsala), nonché la statua in marmo greco che raffigura la Venere callipigia (non presente, però, quando visitiamo il museo). A destra del Museo, c’è una chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, bianca, dal portale barocco, e la grotta della Sibilla, in cui, ci dicono (per il COVID l’accesso è vietato) un mosaico pavimentale romano e tracce di affreschi alle pareti.

Dal cortile interno del Palazzo che ospita il museo si accede al Parco Archeologico. Che troviamo purtroppo in grande degrado: i cartelli informativi sono illeggibili o buttati per terra, le strutture che proteggono  una interessante sezione romana mostrano preoccupanti crepe, la vegetazione è lasciata a se stessa. Comunque il lastricato del decumano massimo, i pavimenti a mosaico con motivi geometrici ed animali dell’insula romana, vedere un gruppo di archeologi al lavoro e lo stabile che raccoglie moltissimi reperti raccolti rendono la visita davvero molto interessante, ma non cancellano la rabbia per le condizioni in cui il Parco si trova. 

Seguendo il decumano usciamo dal parco in piazza della Vittoria e sempre a piedi seguendo via XI Maggio entriamo nel centro storico di Marsala. La città ci appare elegante e curata. Arriviamo in Piazza della Repubblica, con il Palazzo Senatorio  e il Duomo, dall’imponente facciata con molte statue e due campanili. In prossimità del Duomo avremmo voluto visitare il Museo degli Arazzi, che contiene otto splendidi arazzi cinquecenteschi, ma quando arriviamo alla sede scopriamo che è chiuso, non ha alcun cartello informativo per i visitatori, ed una gentile signora, che nota il nostro disorientamento, ci dice che gli arazzi sono stati trasportati da qualche anno a Roma per il restauro e non si sa quando rientreranno a Marsala. Così continuiamo la nostra passeggiata senza una metà precisa nel centro. In Piazza dell’Addolorata, in un chiosco, con una piccola finestrella, da un “panellaro” che è un’istituzione per Marsala, gustiamo un ottimo panino con le panelle, le frittelle di farina di ceci, fritte in olio e tagliate a fettine. La passeggiata ci porta lungo il mare nella zona dove hanno sede i grandi produttori del Marsala, il vino liquoroso gloria della città (le cantine possono essere visitate su prenotazione e alla visita si unisce la degustazione).

Alla sera, una volta rientrati con la navetta al parcheggio, ci mettiamo in sella alle nostre biciclette e percorriamo la pista che corre lungo lo Stagnone, la laguna più grande della Sicilia, e le saline. Siamo davvero fortunati perché, quando raggiungiamo le saline, il sole che tramonta e l’acqua delle saline compongono una indimenticabile tavolozza di colori, caldi ed intensi, in cui il blu si unisce al giallo al rosso e all’arancione. Che maggiormente apprezziamo quando ci fermiamo in un bar con i tavoli praticamente nell’acqua mentre sorseggiamo un aperitivo e gustiamo una saporita e fragrante frittura.

Settimo giorno

Mazara del Vallo è la tappa successiva. Ci fermiamo all’Area Attrezzata “Il Giardino dell’Emiro”. L’area è davvero molto bella: le piazzole sono larghe, ben tenute, chi la gestisce è molto attento ed organizzato (offrono servizio navetta in molte delle località vicine), i servizi sono adeguati e la navetta è prevista anche per il centro della città.

Considerata la qualità del posto e forse perché siamo un po stanchi, passiamo il pomeriggio e la sera nell’Area.

Ottavo giorno

Con la navetta ci indirizziamo verso il centro di Mazara. Ci lasciano prima del porto-canale (avevamo chiesto un buon posto dove fare colazione), al di fuori della “Pasticceria Rocca”, in via Emanuele Sansone 53. E’ molto conosciuta e non solo per qualità dei dolci: mentre facciamo un’ottima la colazione con i cannoli, vediamo degli invitanti arancini e delle gustose focacce che saranno il nostro apprezzato pasto.

A piedi raggiungiamo il centro. Camminiamo piacevolmente un po’ sul bel lungomare, attraversiamo il giardino pubblico Jolanda, ci spostiamo in Piazza della Repubblica per entrare nel centro storico. La Piazza è un grande spazio barocco su cui si trovano il Palazzo vescovile, il Seminario dei Chierici, con portici e sovrastante loggiato, il Museo diocesano e la Cattedrale, con il massiccio campanile ed il portale sul quale compare la figura del conte Ruggero che, a cavallo, calpesta un saraceno (sintesi efficace di un periodo di storia della Sicilia).

Il Satiro danzante

Il giorno prima all’Area Attrezzata avevamo prenotato una visita serale e ,pertanto, dopo un po’ ci fermiamo. Però questa visita ci regala un prezioso dono: la vista del Satiro Danzante, conservato nell’omonimo Museo: una statua greca in bronzo che le reti di un peschereccio mazarese hanno raccolto nel mare tra Pantelleria e l’Africa. La datazione e l’attribuzione sono incerti, è alto più di due metri, è senza le braccia ed una gamba, ha orecchie equine e presenta un foro per la coda sul dorso (ritrae un partecipante al corteo orgiastico di Dioniso) e ciò che ci impressiona è l’espressività della torsione del busto e il capo reclinato che fissano, per l’eternità, un passo di danza, fatto con armonia, leggerezza, grazia, ma anche forza e voluttuosità.

Ritorniamo sui nostri passi, ci gustiamo l’ottimo (e molto conveniente) pasto e mentre ritorniamo a piedi all’Area Attrezzata scopriamo una zona con maioliche sulle case, sulle bordure di piccole aiuole e strutture in ferro che attirano la nostra attenzione.

Una volta arrivati, restiamo nell’Area fino al momento della visita serale.

Il luogo d’incontro è la vivace piazza Mokarta dove si trovano una porzione del portale d’ingresso del distrutto castello normanno, un tratto delle mura ed un arco ogivale in tufo giallo. Ripercorriamo il giardino pubblico per ritornare ai monumenti della mattina e raggiungere la kasbah, di antica fondazione (concomitante con l’arrivo degli Arabi a Mazara nell’867 d.C.) che, come la coinvolgente e brava guida tiene a precisare, è parte integrante del centro storico. Nella kasba, di impianto tipicamente arabo, tra vicoli molto stretti, che sembrano finire in una abitazione o serpeggiano fra le abitazioni stesse (per agevolare le fughe e per ripararsi dal vento), bassi archi per impedire l’accesso di cavalli dei gendarmi, serrande elegantemente dipinte, scopriamo un pezzo di storia di Mazara: della comunità tunisina che da decenni qui abita, ma anche di una amministrazione cittadina che ha voluto risanare questa parte della città che non è più rifugio di ladri e prostitute (così la nostra guida), ma luogo di incontro e di conoscenza.

La serata ha avuto poi la sua degna conclusione in un ristorante prenotato dal proprietario dell’Area (“L’Antica Sicilia,” in via Garibaldi 47): tutti piatti della cucina locale, in abbondanti porzioni, dai sapori forti e decisi, che abbiamo davvero gustato. E nel piatto dei crudi (molto buono) non potevano mancare i gamberi rossi, vanto di Marsala.

Nono giorno

Alla mattina visitiamo il Parco Archeologico di Selinunte. Selinunte, fondata attorno al 650 A.C, fu una colonia greca che, nel corso della sua storia, visse momenti di grande splendore ma anche di lotta distruzione e saccheggi da parte di Segesta e dei Cartaginesi (dopo la prima guerra punica, lasciata in balia dei Romani, non fu più ricostruita ed abitata).

Lasciato il camper nel grande parcheggio ed una volta entrati ci indirizziamo a piedi (ma per chi lo vuole ci sono dei veicoli elettrici) verso la Collina Orientale, dove si trovano i templi E, F, G. Il Tempio E è quello in miglior stato di conservazione di tutta l’area, mentre il Tempio G “pare sia stato il più grande di tutta l’archeologia ellenica”: un magnifico inizio di una visita indimenticabile. Sempre a piedi attraversiamo tutta l’area della collina (circa 3 chilometri) e raggiungiamo l’Acropoli. E’ il punto più alto di Selinunte e noi siamo sopraffatti dalla vista dei resti dei templi con il mare sullo sfondo. Ed è qui che si trovano i templi dei Dioscuri Castore e Polluce (Tempio A ed O), le rovine dei Templi C e D, intitolati rispettivamente ad Apollo e Atena, il Tempio C di cui è visibile il lato nord, con le 14 colonne ancora in piedi delle 17 totali ed il il Tempio R, a ridosso del Tempio C. 

Il Parco include altre aree (complessivamente sono 7), che però, dato il tempo a disposizione, non visitiamo: così appena fuori dalle mura che cingono l’Acropoli prendiamo il trenino che ci riporta al parcheggio.

La tappa successiva è Sambuca di Sicilia, classificata tra i “Borghi più belli d’Italia”. La cittadina è di origine araba (fino al 1921 il suo nome era Sambuca Zabut, nome dell’emiro che qui fece costruire il castello, ora in larga parte rovinato). Lasciamo il camper nell’area di sosta e ci spostiamo nella parte alta con la bella chiesa Matrice vecchia, dall’interessante portale, ed il terrazzo belvedere da cui si ha una bella vista della campagna sottostante. Discendiamo dal poggio e ci inoltriamo nel quartiere saraceno composto da un intricato dedalo di vicoli e piazzette, secondo la guida verde del Touring Club, “il più interessante esempio di urbanistica islamica in Sicilia”. Dopo il Municipio la nostra passeggiata continua nel corso Umberto I, risalente al XIX° secolo, fiancheggiato da edifici signorili dell’epoca e chiese, la più interessante delle quali è la chiesa del Carmine, costruita nella prima metà del XVI° secolo.

A seguire Sciacca. Lasciamo il camper in un parcheggio del porto prospiciente la Capitaneria di porto ed a piedi raggiungiamo il centro storico. La città sorge inclinata sul mare: la prima parte è composta da abitazioni legate alle attività del porto, poi seguono una serie di eleganti edifici, civili e religiosi, per finire con i vicoli d’impronta araba del quartiere Terravecchia. Troviamo la visita interessante, ma non di grande impatto (forse per il caldo afoso e l’immondizia che spesso troviamo lungo la strada e la scalinata che dal porto sale verso la strada principale, corso Vittorio Emanuele).

La giornata si conclude alla Scala dei Turchi, uno dei “luoghi del cuore” del Fai in Sicilia. Parcheggiamo al “Parking Scala dei Turchi”, a Realmonte, vicinissimo al sito. Arriviamo nel tardo pomeriggio e c’è ancora sole. Approfittiamo per scendere alla Scala dei Turchi. La navetta del parcheggio (un’Ape agghindata come quelle dei film degli anni ’50 ambientati a Capri o a Ischia) ci lascia sulla spiaggia (il parcheggio è lungo la strada che corre a picco sopra la spiaggia) e poi a piedi ci indirizziamo verso la Scala dei Turchi: una parete rocciosa, fatta di marna ovvero di roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, che scende al mare a gradoni, biancastri e dalla forma ondulata ed irregolare per l’azione del mare e del vento (di qui il nome “scala”, mentre l’altra parte del toponimo fa riferimento al fatto che qui trovavano riparo i pirati saraceni). Purtroppo nel passato è stata deturpata da un ecomostro di ferro e cemento abbattuto grazie all’azione di Legambiente e del FAI nel 2013 ed ora è chiusa perché c’è il pericolo di cedimenti e di atti di vandalismo e perché è sotto sequestro a seguito di una disputa giuridica tra il tribunale di Agrigento ed un cittadino di Realmonte che sostiene di esserne il proprietario. E così, tra bagnanti sdraiati sulla spiaggia, altri in mare, spuntoni di roccia che escono  dalla sabbia, con il sole che sta tramontando e la Scala che si avvicina sempre più, noi raggiungiamo la recinzione che blocca l’accesso: la poesia va un po’ in frantumi, ma la Scala è lì (o quasi) per essere ammirata.

Decimo giorno

Alla mattina ci spostiamo a Caltagirone. Per raggiungerla la strada si snoda in un territorio aspro, selvaggio e collinare. La città si trova a 608 metri sul livello del mare, è adagiata su tre colline, che formano un anfiteatro naturale che funge da spartiacque tra due valli (una in direzione Gela, l’altra verso la piana di Catania). La sua posizione ne condiziona il clima: generalmente umido, mentre famosa è la nebbia (“a paesana” o “a muddura“, in dialetto), sempre presente in autunno ed in inverno.

Caltagirone è famosa per le sue ceramiche smaltate e lo scopo principale della nostra visita è stato l’acquisto di due teste di moro siciliane. I negozi e le botteghe dei ceramisti sono tanti, ne visitiamo alcuni, ci informano circa la storia e l’evoluzione nel tempo delle teste (tipico articolo della tradizione siciliana, un vaso di ceramica usato come abbellimento per esterni – balcone – o interni, che raffigura un Moro ed una donna, variamente abbigliati) e alla fine troviamo la coppia che incontra il nostro gusto.

La parte della nostra visita relativa alla ceramica ci conduce al Museo Regionale della Ceramica, in via Giardini Pubblici e alla Scala di Santa Maria del Monte. Purtroppo la visita al Museo è una delusione per come è organizzato. Fuori dai giardini pubblici non c’è alcuna indicazione per raggiungere l’ingresso (è sulla sinistra dell’ingresso dei giardini: noi lo raggiungiamo grazie alla gentilezza di un venditore ambulante), non è possibile pagare con il POS, le vetrine in cui sono esposte le ceramiche sono spesso impolverate, scarsamente illuminate, con le targhette staccate o mancanti. I vasi nelle prime vetrine e poi le ceramiche, tutte di importanza storica, rendono comunque  la visita interessante. La Scala di Santa Maria del Monte è altamente scenografica: composta da 142 gradini,  è arricchita, nelle alzate, da maioliche decorate secondo il gusto di Caltagirone. Dal 1608 collega la parte bassa della città a quella alta ed è una meta turistica per eccellenza: e così anche noi, tra turisti e sposi con fotografo e parenti annessi che hanno fatto di tutto per ostacolare la salita e lo scatto di qualche fotografia, ne abbiamo percorso un tratto.

Ma Caltagirone non è soltanto ceramica: dal 2002 è inclusa nelle “Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale)”, patrimonio mondiale dell’Unesco. Tante sono le chiese ricostruite in questo stile architettonico dopo il terremoto del 1693: tra queste il Duomo nella centrale piazza Umberto I (ma di antica fondazione normanna e con una facciata del 1909), Santa Maria del Monte, in Largo Ex Matrice nella parte più antica dell’abitato, con la statua marmorea della Madonna con il Salterio, San Giorgio (che però ha subito altri rifacimenti) nell’omonimo largo, San Giacomo con il Portale delle Reliquie nel transetto sinistro e la teca con le reliquie del patrono della città in fondo a corso Vittorio Emanuele e San Francesco d’Assisi

Da ricordare, infine, anche la Piazza del Municipio, nel cuore della città, con il Palazzo dell’Aquila ed il Palazzo Gravina, il Carcere Borbonico in via Roma che accoglie il Museo Civico dedicato ad un grande caltagironese “Luigi Sturzo” (che però non visitiamo) edile bel Palazzo della Poste , in stile Liberty, in via Vittorio Emanuele.

Lasciamo Caltagirone per Sampieri: una frazione di Scicli, piccolo borgo di pescatori e balneare, che si sviluppa su uno sperone di roccia calcarea, che divide due spiagge di sabbia finissima e roccia. E nel bel campeggio del borgo passeremo tre notti: si chiama “La Spiaggetta”, http://www.la_spiaggetta.it, l’ingresso è al km 0,400 della SP65, da direttamente sulla spiaggia, ha ampie piazzole, i servizi sono essenziali e, rispetto al momento della nostra visita, meriterebbero un po’ di manutenzione.

Undicesimo giorno

Una giornata di riposo. Passeggiamo nel bel borgo di Sampieri, ci gustiamo dei buoni dolci ed una gustosa e dissetante granite alla mandorla (bianca e tostata, dal sapore delicato la prima, più spiccato la seconda, che preferisco), ci indirizziamo sulla spiaggia e, quando rientriamo al campeggio, decidiamo di continuare la nostra giornata di completo riposo sdraiati sulla spiaggia e nel refrigerante mare prospicienti il campeggio.

Dodicesimo giorno

E’ un giorno di mare: siamo a Scoglitti, in uno stabilimento balneare di un nostro amico che si chiama “La Capannina”, che è parte integrante dell’hotel sul mare “Al Gabbiano”, un quattro stelle che la famiglia ha fatto costruire e gestisce dalla fine degli anni ’60. La spiaggia è di sabbia fine e dei frangiflutti la proteggono. Un po’ ci crogioliamo al sole, un po’ ci rinfreschiamo nel (caldo) mare, un po’ passeggiamo con il nostro amico per il paese (c’è una grande area in costruzione lungo il mare che renderà la località ancora più appetibile per i turisti). E sempre attorno a noi la grande ospitalità siciliana.

E alla sera, sul nostro camper, nuovamente ci coccoliamo con il cibo e, soprattutto, i dolci che la giornata ci ha regalato.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ci godiamo il mare e la spiaggia davanti al campeggio. Poi nel pomeriggio visitiamo Ragusa Ibla, il nucleo antico di Ragusa. Il disastroso terremoto che nel 1693 devastò la Sicilia orientale colpì duramente anche questa zona. Ragusa venne tempestivamente ricostruita dalla nobiltà di allora sulla collina del Paro, mentre Ibla fu abbandonata e la sua sua ricostruzione iniziò con qualche decennio di ritardo e si sviluppò con estrema lentezza. La ricostruzione fu essenzialmente barocca, ma diversamente da Ragusa, quella di Ibla conservò la struttura medievale.

Lasciato il camper nel parcheggio gratuito posto sotto Ibla in via Avvocato Giovanni Ottaviano, iniziamo la visita seguendo dapprima la segnaletica presente, ma poi volutamente ci perdiamo nell’intrico dei vicoli dell’impianto medievale che ci portano sul corso XXV aprile, l’asse centrale del nucleo storico, che collega Piazza Pola a Piazza del Duomo. Ibla è abitata, le abitazioni non sono particolarmente attraenti, ma è l’insieme quello che ci colpisce. E poi sono le sue chiese: la Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio, in piazza della Repubblica o degli Archi, che uscì indenne dal terremoto, San Agnese, in via Tenente di Stefano, Santa Maria del Gesù, San Francesco all’immacolata con la torre campanaria, all’estremità nord-orientale, San Tommaso, San Giorgio Vecchio, dal bel portale in stile gotico-catalano in prossimità del Giardino Ibleo (uno spazio verde al margine orientale di Ibla), e San Giacomo, che si trova nel Giardino. Ma è soprattutto San Giorgio, il Duomo, nella scenografica piazza omonima, con la sua imponete facciata, la cupola neoclassica, l’interno e l’adiacente museo ad impreziosire questa parte della visita. Non di meno i palazzi: il Palazzo della Rocca, per i suoi balconi, il Palazzo del Circolo di Conversazione, in corso XXV Aprile, dove una volta i nobili si riunivano per, appunto, conversare e per allontanarsi dalla gente comune (ora è un po’ diverso …), il Palazzo Arezzo di Donnafugata nello stesso corso.

La visita non può non finire in un bar in prossimità del Duomo e con sullo fondo la facciata, facendo quattro chiacchiere ed osservando chi passeggia nel corso,  ci gustiamo l’ennesimo (e buono) cannolo.

Tredicesimo giorno

Lasciamo il campeggio e visitiamo Scicli, un gioiello barocco per i suoi palazzi nobiliari e le chiese, Patrimonio dell’Umanità Unesco, ed ora anche meta di un moderno pellegrinaggio sulle tracce del Commissario Montalbano.  Parcheggiare non è facile, ma alla fine troviamo una via vicina a Piazza Italia lungo la quale c’è un agevole parcheggio.

Dalla piazza inizia la nostra visita: è uno ampio spazio alberato, contornato da bei palazzi (c’è anche una scuola la cui costruzione risale agli anni ’60 al posto del convento dei Gesuiti che, a nostro parere, non arricchisce di certo la bellezza del luogo), che termina con la chiesa di San Ignazio, la chiesa Matrice, con la statua in cartapesta della Madonna delle Milizia, un’insolita Vergine guerriera, con veri capelli neri  e crespi,  su un cavallo bianco, con spada sguainata, in atto di attaccare i nemici saraceni. Usciti dal chiesa seguiamo la via San Bartolomeo che ci conduce all’omonima chiesa che ricordiamo per la sua posizione, la facciata slanciata ed il presepe in legno.

Ritorniamo sui nostri passi e lungo via Duca d’Aosta ammiriamo il palazzo Beneventano con le sue fantasiose decorazioni e le porte che in origine erano finestre perché, a seguito di alcuni lavori nell’ottocento, ci fu l’abbassamento del livello stradale. Quando raggiungiamo via Nazionale, a sinistra entriamo a in Via Mormino Penna, il cuore di Scicli ed il suo salotto buono. Pregevole è l’antica Farmacia Cartia (un piccolo spazio con gli arredi originale di inizio XX° secolo), mentre un cartello fuori dal Municipio informa che è la sede del “Commissariato di Vigata” e che sono previste visite guidate nelle stanze usate nella serie televisiva. C’è anche il il tempo per una particolarità: nella chiesa di San Giovanni Evangelista, una delle chiese della via, tra gli stucchi dell’interno, attira la nostra attenzione una seicentesca immagine di Cristo (il Cristo di Burgos) che indossa una femminile veste bianca da fianchi in giù.

Terminata la visita ci spostiamo a Marzamemi. La raggiungiamo passando per Portopalo di Capo Passero e Pachino (e vediamo i campi e molto serre in cui vengono coltivati i famosi pomodori). Quando arriviamo lasciamo il camper nel grande parcheggio all’ingresso della località: il centro è a pochi metri e, dopo aver gustato degli sfiziosi arancini, facciamo la nostra prima visita. La località, un tempo borgata marinara cresciuta attorno all’attività della tonnara e dello stabilimento di lavorazione del tonno, è a nostro parere  un elegante posto di villeggiatura, con negozi e tanti tanti ristoranti. Al suo centro c’è la suggestiva Balata, una piccola piazza aperta sul mare e chiusa da alcuni edifici rustici e piazza Regina Margherita, interamente occupata dai tavoli dei ristoranti e dalla sedie del cinema all’aperto, su cui si affacciano le due chiese (una vecchia medievale, sconsacrata, ed una nuova) dedicate a San Francesco, un palazzo nobiliare ed alcune case di pescatori, composte da un unico piano, in pietra arenaria (per gli appassionati di film qui Salvatores girò un suo film degli anni ’90).

Dopo la visita ci spostiamo nell’area attrezzata “Dragomar”: è lungo la strada che costeggia il mare e che collega Marzememi a Portopalo di Capo Passero, non è molto distante dal centro (raggiungibile in bicicletta o a piedi in circa 20 minuti), ha grandi piazzole, alcune coperte da grandi teli, e servizi essenziali.

Alla sera ci gustiamo una buona cena a base di pesce nel ristorante “A Lancitedda”. Consigliati abbiamo cenato con dei fuori menù: una leggera e saporita frittura di paranza come antipasto, busiate con cernia per primo, filetto di cernia alla griglia come secondo con aggiunta di una caponatina: tutto molto buono, servito con professionalità ed attenzione.

Quattordicesimo giorno

Una rilassata e rilassante giornata di mare. Prendiamo il camper e ci indirizziamo verso Portopalo. Tante sono le cale e le calette lungo la costa: alla fine troviamo uno spazio piuttosto largo lungo la strada dove parcheggiare il camper. Attraversiamo la strada, percorriamo un breve sentiero sulle dune e raggiungiamo una di quelle piccole cale viste dal camper. Per gran parte della giornata siamo soli, ci sdraiamo al sole e facciamo dei bagni: l’acqua è cristallina, quando siamo in acqua piccoli pesci ci mordicchiano i piedi, un po’ di brezza tiene l’afa lontana: insomma una splendida giornata. Che si chiude, alla sera, in un ristorante nel centro di Marzamemi: è  il ristorante “Campisi”, la cui famiglia da più di cent’anni è collegata alla storia del paese per la lavorazione, produzione e conservazione dei prodotti ittici del posto (sopra a tutti il tonno). Il locale è piuttosto conosciuto, dà direttamente sul mare, ha molti tavoli ma è sapientemente organizzato. Il menù è basato sui prodotti locali e così nella nostra cena non poteva non mancare l’antipasto a base di tonno (nel negozio annesso è possibile fare acquisti). Ma molto buoni sono anche il polipo croccante con crema di patate affumicata (l’altro antipasto), le abbondanti paste (quella con la bottarga forse un po’ troppo … turistica con quella leggera spruzzata di cioccolato di Modica) ed i dolci (il cannolo scomposto).

Quindicesimo giorno

Lasciamo Marzamemi per l’Area Attrezzata “Lagani” , dove trascorreremo cinque notti. L’area è davvero molto bella: si trova a Recanati, una zona dei Giardini di Naxos, di fronte al parco archeologico ed in prossimità della spiaggia (raggiungibile a piedi in circa un quarto d’ora), ha due tipi di piazzole (più grandi, con ombrellone, tavolo e sedie per chi intende fermarsi per più notti), ottimi servizi.

Quando arriviamo è pomeriggio , una volta sistemati, facciamo una breve passeggiata a piedi per conoscere la zona (tutta hotel e negozi), la spiaggia, con stabilimenti balneari ma anche libera, ed in bicicletta per la parte dei Giardini di Naxos che si affaccia sul mare. E’  una lunga via con tanti ristoranti, piccoli negozi e case che ci lascia però un po’ perplessi per il traffico (macchine ovunque) e la qualità della spiaggia, un po’ trasandata.

Sedicesimo giorno

Con il bus che parte dal centro di Recanati e ci porta verso l’interno al Parco Botanico e Geologico Gole di Alcantara (www.golealcantara.it). Tra le varie possibilità di visita scegliamo il “trekking fluviale”: siamo un gruppo di circa 20 persone che, come viene riportato nel sito ufficiale del Parco, in circa “un’ora e mezza”, “con assistenti fluviali”, indossando “le salopettes fornite in dotazione”,  risaliamo “il Fiume tra rocce laviche e cascatelle all’interno delle Gole per poi ritornare al punto di partenza” (la discesa al fiume e la risalita avviene tramite ascensori). Una volta concluso il trekking, la nostra visita continua con le “Gole Alcantara Walking” (il biglietto del trekking comprende anche quest’altra attività), e seguendo il facile sentiero, che tra cactus e grandi piante di fico d’India, ci permette di ammirare le gole dall’altro. 

Siamo venuti in questa zona perché volevamo fare una vista dell’Etna, ma quando siamo arrivati ci aveva preoccupato il fumo che usciva da uno dei crateri del vulcano. Purtroppo la situazione è andata peggiorando nel corso di questa giornata: una nube molto scura e sempre più ampia è andata oscurando il cielo. Quando raggiungiamo il parking Lagani ci consigliano di chiudere tutte le finestre del nostro camper perché dicono che ci potrebbe essere una intensa pioggia di cenere. 

Iniziamo a temere che anche questa volta il trekking sul vulcano rimarrà nelle nostre intenzioni (nel precedente viaggio, sempre per un’eruzione, non potemmo andare oltre Zafferana).

Diciassettesimo giorno

La situazione dell’Etnea non cambia (e siamo sempre più preoccupati quando vediamo la nube scura in cielo). Così decidiamo per la visita a Taormina, che raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati. E’ la seconda volta che la visitiamo: così tralasciamo uno dei luoghi che la rendono famosa nel mondo (il Teatro Greco, con la sua splendida vista), ci muoviamo senza una meta precisa lungo Corso Umberto I, il corso principale che attraversa il centro da Porta Messina a Porta Catania, e le vie laterali. L’insieme è davvero molto suggestivo e, nonostante la presenza dei molti turisti, i negozi ed i ristoranti, passeggiare in Taormina è davvero molto bello e richiama il passato quando “la perla della Sicilia” fu luogo di soggiorno di personalità di cultura e del “bel mondo internazionale”  (la vita culturale della cittadina è però tuttora molto attiva).

Nella visita ci sono state tre tappe gastronomiche: la “Pasticceria Etnea”, attiva dal 1963, in Corso Umberto I al n. 112, http://www.pasticceria etnea.com, dove abbiamo gustato due cannoli tra i migliori di questo viaggio, il “Bam Bar”, un’istituzione in Taormina per le granite, in via Di Giovanni 45, per, appunto, due ottime granite al limone, il “Wine Bar Enofood and Lounge”, arrivati per caso, in corso Umberto 76, molto stiloso, dall’arredamento moderno, dove abbiamo gustato due ottimi taglieri di salumi e formaggi locali.

Diciottesimo giorno

Mentre l’Etnea continua a preoccuparci, oggi è il giorno della visita a Catania, che, come per le altre località di questi giorni, raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati.

Il bus ci lascia vicino al centro e quella che segue è la nostra visita, interessante e quasi sempre bella: Piazza del Duomo, tradizionalmente il cuore della città, con il Duomo, completamente ricostruito dopo il terribile terremoto del 1693,  la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, ed i suoi palazzi; Via Etnea, una lunga arteria della Catania barocca, che ora ha un’aspetto prevalentemente ottocentesco, che ci ha condotto all’Orto Botanico, di fine ottocento e parte dell’Università,  con la sua ricca collezione di piante succulenti (una delle più ricche in Italia); Via dei Crociferi, la scenografica via per eccellenza dell’architettura settecentesca catanese, che però ci ha procurato molto delusione per lo stato in cui versano gli edifici, chiusi e quasi tutti imbrattati da graffiti; il mercato della Pescheria, che inizia alle spalle della Fontana dell’Amenano, e A Fera ‘o luni, in piazza Carlo Alberto, un bazar mediterraneo all’aperto; la Piazza dell’Università.

Non potevano non mancare alcune tappe gastronomiche: il famoso e storico (è attivo dal 1936) caffè Spinella in via Etnea al n. 292, per la colazione con un discreto (ma nulla più …) cannolo; “Pizza and Waffle”, in via dei Crociferi al 37, una piacevole scoperta, dove le pizze ed i panini sono fatti al momento, con lievito madre e giusti tempi di lievitazione, gli impasti sono classici o integrali, e con un ottimo rapporto qualità/prezzo (per saperne di più è possibile visitare la loro pagina Facebook); un “ciospo” nel pressi della piazza dl Duomo, uno dei tanti chioschi sparsi in Catania che forniscono dissetanti bevande analcoliche tra cui, caratteristico, è il seltz limone e sale (noi, più tradizionalmente, ci siamo bevuti una spremuta di arancia e pompelmo); la pasticceria Prestipino, in piazza del Duomo, per le deliziose paste di mandorle.

Diciannovesimo giorno

Ormai abbiamo abbandonato l’intenzione del trekking sull’Etnea (sarà così anche per la terza volta? Eh sì: perché, accidenti, ci ritorneremo) e destiniamo la giornata ancora alla visita di Taormina. O per meglio all’Isola Bella, anche se una passeggiata nel centro di Taormina non possiamo non farla: è perché vogliamo gustarci le paste di mandorla prodotte in una famosa pasticceria: il “Minotauro”, in via Di Giovanni.

Arriviamo all’Isola Bella con la funicolare che parte in via L. Pirandello a Taormina e che termina a Mazzarò e da qui, con una breve passeggiate a piedi (circa 200 metri). Una lunga scalinata ci porta alla spiaggia di ghiaia e alla stretta lingua di ghiaia e sabbia che collega l’isola alla terraferma (al ritorno è interamente coperta dal mare e l’attraversiamo a piedi nudi). Isola Bella, così chiamata dal barone Wilhelm von Gloeden, grande fotografo a cui si deve la diffusione della bellezza di Taormina tra l’ottocento ed il novecento, è in realtà dal 1998 una “Riserva Naturale”, con numerose piante della vegetazione mediterranea mischiate ad altre esotiche che compongono un’affascinante combinazione  voluta dall’antica proprietaria Lady Trevelyn che qui visse nei primi anni del novecento. Un altro elemento che ci colpisce sono le diverse unità abitative fatta costruire dalla famiglia Bosurgi (gli ultimi proprietari, negli anni ’60 del secolo scorso): sono stanze e belvederi sovrapposti ed uniti da passaggi nascosti e scalinate, interne ed esterne, che sono perfettamente inserite nella roccia calcarea e nella vegetazione dell’isolotto e che regalano ora al visitatore delle vedute mozzafiato sul  bel mare.

Alla sera, per la seconda volta in due giorni, ceniamo al ristorante “La Cambusa”, in via Lungomare Schisò 3. La sera precedente con piatti di pesce, oggi con pizza. Tutto molto buono. Dai tavoli si ha una meravigliosa vista su Taormina, l’ambiente è molto elegante, il personale attento e molto professionale.

Ventesimo giorno

Inizia il viaggio di ritorno. Ci spostiamo a Messina per il traghetto.  II paesaggio dell’autostrada che ci riporta a casa, nel tratto calabro, è davvero molto bello: da un parte ci regala splendide vedute sul mare dall’altra sulle montagne che attraversiamo. Mentre ci gustiamo le vedute, decidiamo di fermarci lungo il tragitto: la tappa sarà la Reggia di Caserta, dal 1997 entrata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Riusciamo a fare la prenotazione online per il giorno successivo mentre vediamo che per la visita è consigliata la sosta nell’Area Sosta Camper situata in via Feudo di San Martino 5 di Caserta a circa un chilometro dall’ingresso della Reggia. Arriviamo all’Area che è quasi sera: è un parcheggio per auto e con degli spazi per i camper (è anche rimessaggio), è sorvegliato e provvisto di sbarra all’ingresso, i servizi sono molto spartani. E per la notte qui ci fermiamo.

Ventunesimo giorno

Entriamo nella Reggia con il gruppo delle 8.30. La sua costruzione, iniziata da Luigi Vanvitelli nel gennaio del 1752 e terminata dopo la sua morte nei primi decenni dell’ottocento,  fu legata al Regno di Napoli, liberato dall’egida della Spagna: del regno doveva essere il centro ideale. E non è un caso che noi, come crediamo ogni visitatore, siamo colpiti dalla grandiosità, opulenza e sfarzosità del sito. Nel sito ufficiale della Reggia (reggiadicaserta.cultura.gov.it) si può leggere: “Ia Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari”.

La Reggia di Caserta (vista dal Parco Reale)

La nostra visita ha inizio con il Palazzo Reale. Al piano terreno c’è la prima meraviglia: una galleria centrale,  costruita  per permettere l’ingesso alle carrozze, che forma un cannocchiale prospettico che inquadra la piazza esterna alla Reggia (purtroppo non ben tenuta) con la parte del Parco Reale chiamata la “Via dell’Acqua” ovvero una scenografica successione di fontane cascate vasche. Al Piano terra le meraviglie continuano il Vestibolo Inferiore, un punto si snodo dal quale si possono cogliere vedute scenografiche dei quattro cortili interni e dello scalone d’onore. Lo scalone è un altro capolavoro della Reggia conduce al Piano Superiore, il “Piano Nobile” della Reggia, che con i suoi leoni le due rampe e le sculture rappresenta una sintesi perfetta di classicismo e sfarzosità barocca. Anche su questo piano c’è un Vestibolo, speculare rispetto a quello inferiore, con quattro vetrate che danno luce e che permettono al visitatore di cogliere belle vedute dei quattro cortili interni. Di questo piano, che Vanvitelli volle dedicare agli appartamenti reali, ricordiamo la Stanza del Trono, la più ampia del palazzo (lunga circa 40 metri),per la suaabbondanza di oro usato per le decorazioni, la Sala di Astrae, la Sala delle Quattro Stagioni, la biblioteca, il Presepe (di cui i  Borboni  erano grandi appassionati).

Tutto questo (ma non solo!) ha fatto del Palazzo un elemento fondamentale per il riconoscimento dell’Unesco, ma noi, mentre saliamo lo scalone, visitiamo le sale, siamo attenti a non perderci nessun aspetto della grandezza del Palazzo, persi nella classicità, nel barocco e ci ricordiamo dei Borboni e del Vanvitelli, sentiamo che qualche cosa ci manca e che qualche cartonato sparso qua e là non ci aiuta più di tanto: ma sono i personaggi di “Star Wars”, che noi immaginiamo di incontrare!

Il Parco Reale è un’altra meraviglia che fa parte del progetto iniziale del Vanvitelli e si ispira, da un parte,  alle grandi residenze europee del periodo (il riferimento a Versailles è molto evidente); dall’altra, ai grandi giardini rinascimentali italiani.  Usciti dal Palazzo noi abbiamo seguito il viale centrale per poi prendere la seconda diramazione sulla destra per la visita della Castelluccia,  che si presenta come un piccolo castello fortificato, con tanto di ponte levatoio e fossato, usato come luogo di svago e di divertimento dalla la famiglia reale. L’edificio si trova nel Bosco Vecchio, la parte più vecchia del parco ed in prossimità della Peschiera, un grande bacino artificiale, altro luogo di svago in cui venivano simulate battaglie navali (purtroppo durante la nostra visita abbiamo potuto coglierne solo una piccola porzione perché in fase di restauro).

Il capolavoro assoluto del parco è la “Via d’Acqua”: è in leggera pendenza (per chi non se la sente di camminare c’è anche una servizio navetta) ed è un susseguirsi di belle fontane, ispirate alla mitologia classica, vasche e cascate. E’ l’insieme della via a meravigliarci, ma la Fontana dei Delfini, la Fontana di Eolo, la Fontana di Cerere, la Fontana di Diana e Atteone, l’ultima alimentata dalla cascata che scende dal monte che sorge alle spalle del parco, sono una delizia per i nostri occhi.

La nostra visita ha termine con il Giardino all’inglese (o meglio una porzione perché non tutto è aperto al pubblico), il cui ingresso è vicino all’ultima fontana. Venne costruito sui modelli inglesi alla fine del settecento: è piuttosto suggestivo perché tra scorci in cui la natura risulta apparentemente selvaggia, tra ruscelli ed avvallamenti compaiono delle rovine archeologiche e statue che rimandano a Pompei e all’antica Roma.

Quando usciamo dalla Reggia è quasi mezzogiorno: purtroppo è tempo di rientrare. Non solo all’Area di Sosta, ma a casa. E così un altro viaggio in camper finisce. Ma come potete nella nostra presentazione “ Briciole di noi”, ad ogni fine corrisponde un inizio. Che magari è il diario che avete finito di leggere oppure un altro viaggio oppure …

In Trentino tra la Val Rendena e la Val di Sole

Come lo scorso anno, abbiamo deciso di trascorrere qualche giorno in Trentino (il diario del precedente soggiorno in Val di Non lo potete nella sezione “Viaggi in Italia”). Questa volta le mete sono due: la Val Rendena e la Val di Sole.

PRIMO GIORNO

Arriviamo al campeggio Val Rendena, in via Civico 117, a Daré. Il campeggio è ordinato, con 96 piazzole,  alcune “superior” (noi occupiamo una di queste), con servizi puliti e non privi di una certa eleganza nel nuovo blocco, ha un parco giochi per i piccoli, una piscina, si trova sulla pista ciclabile che attraversa la valle e sul fiume Sarca.

Subito dopo aver scaricato le biciclette dal garage del camper, prendiamo la pista ciclopedonale in direzione Pinzolo. Siamo nel Parco Naturale Adamello-Brenta, in quanto la valle è inclusa tra la Presanella, con i suoi ghiacciai perenni, e l’Adamello ad ovest, e le Dolomiti di Brenta ad est. La pista si snoda tra campi, lambisce i i piccoli centri di questa parte della valle (a Strembo c’è la sede del Parco), costeggia spesso il fiume Sarca, è tutta asfaltata e non presenta particolari difficoltà. Davvero un bell’inizio!

SECONDO GIORNO

Riprendiamo la pista ciclabile, ma questa volta in direzione opposta verso Tione di Trento, che, all’andata, all’altezza del Centro sportivo,  lasciamo alla nostra destra per proseguire per circa 8 chilometri in direzione Preore, Ragoli, con tappa finale nella zona riservata al barbecue del Lago di Ponte Pià, un bacino artificiale costruito negli anni ’50 del secolo scorso. Siamo  nelle valli Giudicarie centrali, il percorso è facile, con qualche leggero saliscendi, in larga parte su asfalto e dal basso ci regala qualche bella vista dei borghi della zona.

Per ritornare decidiamo di abbandonare la pista ciclopedonale e percorrere, per avere un altro punto di vista, la strada provinciale (SP 34), quasi tutta in discesa, che da Stenico, uno dei comuni del lago da cui si scende verso il lago stesso, ci porta a Tione. Qui facciamo una breve sosta in un ristorante/bar/gelateria del centro dove gustiamo un ottimo gelato con fragole e frutti di bosco.

Riprendiamo la strada verso Daré: alla fine del paese troviamo un’indicazione per la pista ciclabile: la seguiamo e dopo una corta ma ripida discesa (c’è l’obbligo di portare la bicicletta a mano), ci ritroviamo su un ponte che attraversa il fiume Sarca e che ci collega alla pista ciclopedonale della Val Rendera, nel tratto già percorso in precedenza.

Al rientro tolgo dal fodero la nuova canna per la pesca alla mosca che ho appositamente comprato per questo viaggio (il Trentino è un paradiso per i pescatori, soprattutto a mosca). Inizio gli allenamenti al lancio (ho qualche rudimento ma nulla più) e dopo qualche minuto ho il privilegio di un incontro con un maestro di pesca alla mosca. Proveniente dalla Polonia però, alla ricerca di un suo ragazzo, forse impegnato nella gara in corso lungo il fiume. E così, parlando in inglese, mi regala una lezione sul lancio che migliora di un po’ i miei tentativi (verificherò i progressi qualche giorno dopo).

TERZO GIORNO

Mi alzo molto presto e, tradendo la pesca a mosca, vado lungo il fiume Sarca con la mia canna da spinning e qualche artificiale (il permesso per una giornata di pesca “no kill” l’ho acquistato presso la reception del campeggio al costo di € 23).  Aggancio qualche trota: tutte iridee e, purtroppo, molto piccole.

Dopo circa due ore rientro al campeggio e ci prepariamo per una visita a Madonna di Campiglio.  Che raggiungiamo con il bus che ferma a Daré come in tutti i borghi della valle. La strada che sale è molto bella e regala delle belle vedute sulle montagne attorno.  Madonna di Campiglio non ci lascia una grande impressione forse perché siamo in estate e forse perché non abbiamo tempo per le numerose passeggiate in quota che si possono fare. Il luogo è sicuramente elegante, prati abetaie e le cime delle Dolomiti di Brenta la circondano, ma tanti sono  anche gli alberghi i ristoranti e i negozi, le macchine sono un po’ ovunque, c’è un laghetto artificiale per la pesca sportiva: chissà cosa avrebbe detto Giovan Battista Righi che la fondò alla fine dell’800?

Rientrati al campeggio, Cri si rilassa leggendo e andando in piscina, mentre io continuo la pesca sul fiume (c’è anche un laghetto di pesca sportiva nelle vicinanze che però ignoro perché non voglio riprodurre situazioni che trovo dove abito). Si ripete la situazione della mattina: qualche iridea fuori o appena in misura. Forse vale la spiegazione di due pescatori conoscitori del luogo incontrati alla mattina: sono trote di recente immissione (nel fine settimana precedente si è svolta una gara di pesca alla mosca), mentre la piena dello scorso anno che ha profondamente modificato il letto del fiume, unendosi alla presenza di  un consistente  stormo di cormorani che soggiornano in questa parte di fiume (anche da me notati durante le ore di pesca), ha allontanato le trote fario  e marmorate di cui questo tratto di fiume era pieno.

Quarto giorno

Siamo nuovamente sulla bella pista ciclabile in direzione Pinzolo e raggiungiamo Carisolo. Breve visita del paese e ritorniamo a Pinzolo. Ci fermiamo al cimitero per vedere la chiesa di “San Vigilio”: con elementi gotici, è particolarmente interessante per gli affreschi a tre livelli presenti sulla facciata rivolta a settentrione. Di questi assai pregevole è la “danza macabra” a cura dal pittore Simone Baschenis datata 1539 (Simone è un esponente di una famiglia itinerante di frescanti originaria del bergamasco a cui si devono anche altri affreschi presenti nelle chiese della zona).

Una volta  terminata la visita, raggiungiamo il centro e gustiamo un ottimo gelato nella gelateria artigianale “Dolom’Ice” in piazza Carrera 11. Ha sia gusti tradizionali che ricercati: noi scegliamo ed apprezziamo  lo yogurt, il lampone, con birra e miele e “Sicilia”, con arancia e mango.

Rientriamo in campeggio e prepariamo il camper per la partenza di domani per la Val di Sole.

QUINTO GIORNO

Percorriamo la SS 239 che da Daré sale, lambendo Madonna di Campiglio, al valico alpino di Campo Carlo Magno, per scendere a Dimaro ed innestarsi sulla SS 42 del Tonale e della Mendola che percorre la Val di Sole (per tutta la strada il paesaggio alpino è davvero molto bello).

Arriviamo al Camping Cevedale, in via di Sotto Pila, 4, Ossana (“campingcevedale.it“). E’ grande, ha un’area barbecue, accoglie anche tende ed ha molti chalet, è sotto al centro di Ossana, è ben gestito, con attività serali. E’ attraversato dal torrente Vermigliana (un ponte collega le due parti del campeggio), e si trova vicino all’inizio di interessanti sentieri e lungo la pista ciclabile che attraversa la Val di Sole.

Noi ne approfittiamo subito e così, con qualche chilometro in direzione Malé, concludiamo il nostro primo pomeriggio in Val di Sole sulle nostre e-bike.

SESTO GIORNO

Come nel precedente campeggio, alla reception facciamo la Trentino Guest Card (scaricabile comunque anche da Internet): è gratuita e permette di viaggiare liberamente con i mezzi pubblici in Trentino, “accedere in più di 60 musei, 20 castelli e più di 40 attrazioni, compresa l’Arena di Verona, degustare prodotti enogastronomici del territorio e acquistarli a prezzi scontati fruire di oltre 60 attività in tutto il Trentino” (citato dal sito della Carta).

Con il treno raggiungiamo Daolosa per prendere la cabinovia che ci porta in Val Mastellina  a 1376 metri sul livello del mare. Dalla stazione di arrivo seguiamo il facile sentiero che ci conduce  al rifugio “Orso Bruno”: siamo in cima alle piste da sci di Folgarida/Marilleva/M.di Campiglio, a 2180 metri sul livello del mare. Decidiamo di pranzare all’esterno: mentre mangiamo un buon piatto di polenta con funghi, continuiamo ad ammirare il bel panorama che ci accompagna da quando siamo scesi dalla cabinovia: a nord le vette del Cevedale e a sud il Gruppo di Brenta.

Iniziamo la discesa a piedi perché vogliamo arrivare alla stazione intermedia della cabinovia. Però manchiamo il cartello, un funzionario della cabinovia che incontriamo lungo il sentiero ci dà un’indicazione sbagliata, noi non ci fidiamo di percorrere un sentiero dove compare l’indicazione “zona di presenza dell’orso bruno”. Conclusione: per più di sei chilometri camminiamo in discesa sulla strada provinciale che ci conduce a Marilleva 900, da dove prendiamo il treno per ritornare al campeggio.

Alla sera ci attende una attività del campeggio. Il titolo è “We taste”: il proprietario di un negozio della zona (“Maso dei Sapori”a Mezzana) ci intrattiene piacevolmente parlando di speck, salumi, formaggi e grappe. Ci offre dei piccoli assaggi: una serata interessante, che trabocca di passione per il territorio, delle sue genti e dei suoi prodotti,  che ci permette di conoscere ed assaggiare grappe per noi insolite (ma buone: indimenticabile quella ai fiori di sambuco, da servire fredda con una foglia di menta), di apprendere la differenza tra speck artigianale e industriale, di gustare la mortandela, “tipico salume del Trentino che non viene insaccato ma bensì stagionato sotto cumuli di farina di polenta e affumicato”.

SETTIMO GIORNO

Dal centro di Ossana seguiamo il Sentiero de la Lec, che sale seguendo il corso di un torrente e  al’’interno di una incantevole e rigogliosa abetaia che ci porta nella conca di Valpiana ,a m. 1221. Dopo una breve sosta per ammirare l’incantevole paesaggio, in prossimità del Rifugio Valpiana imbocchiamo la strada forestale che attraversa il fitto bosco di abeti del costone del Monte Salvat per raggiungere il lago di Fazzon o, come è meglio conosciuto, dei Caprioli (1321 m.s.l.). Molte sono le persone che o camminando sul sentiero che circonda il lago o sedute sulle rive si gustano il bel panorama e la bella giornata (e le canzoni della tradizione montanara cantate da un coro anche lui sulle rive del lago).

Il lago infiamma la mia passione per la pesca. Mi sono portato la canna per la pesca alla mosca: i turisti mi condizionano e raffreddano un po’ l’entusiasmo, ma alla fine sono pronto. Certo dovrò ancora di molto migliorare il mio lancio, capire con quale mosca pescare, però riesco a prendere la mia prima trota con questo tipo di pesca: c’è sempre una prima volta …

Il pomeriggio sta finendo e anche se le trote hanno da poco iniziato a bollare (situazione ideale per la pesca) lasciamo il lago seguendo il facile “Sentiero degli Gnomi”  (il nome deriva dalle opere in legno che ritraggono streghe, spiriti del bosco, animali e gnomi che si incontrano lungo il percorso) che ci porta a Pellizzano. Da qui, sempre a piedi, lungo la pista ciclabile, raggiungiamo il campeggio.

OTTAVO GIORNO

Lo trascorriamo in bicicletta perché percorriamo la parte centrale o “valle bassa” della pista ciclabile che attraversa la Val di Sole che si sviluppa da Ossana a Malé. Dal depliant dell’Azienda per il Turismo della Val di Sole che abbiamo trovato alla reception del campeggio: “Pisa ciclabile easy … si sviluppa quasi per intero lungo il percorso del fiume Noce per 35 km da Cogolo di Pejo fino a Mostizzolo ricalcando il tracciato di antiche strade di collegamento o di strade arginali e di campagna. Il percorso non è impegnativo e copre un dislivello complessivo di 565 metri. Si possono scegliere vari percorsi, utilizzare il treno Dolomiti Express (servizio Bike Train/Bus) organizzato per il trasporto delle bici per integrare più itinerari o risalire comodamente dal fondovalle.” La parte che noi abbiamo fatto, tutta asfaltata, è composta da tratti pianeggianti a lievi discese, offre belle vedute sul fiume Noce (spesso percorso da canoe e gommoni impegnati in gare e/o spericolate discese lungo le rapide del fiume) e dei prati attorno, e da Daolana (a proposito: questo comune come tutta la valle sono un grande territorio per gli amanti della mountain bike)  a Malé “è probabilmente il tratto più semplice di tutta la ciclabile” (citato dal depliant).

Arrivati a Malé, che è il capoluogo della Comunità della Val di Sole e si trova in ottima posizione rispetto al Parco Naturale Adamello Brenta, Madonna di Campiglio ed il Parco dello Stelvio, facciamo una breve visita del paese (per chi fosse interessato, interessante è la visita al Museo etnografico della civiltà solandra in via Trento nel Palazzo della ex Pretura).

Alla sera, ceniamo in un ristorante Michelin “Antica Osteria”, che si trova nel centro di Ossana.  Per la guida: “piacevole ristorante ricco di fascino montano ed antico al tempo stesso. Tutta la famiglia è dedita all’attività, con risultati proverbiali: sapori regionali in ricette sfiziose, nelle quali si utilizza il meglio degli ingredienti stagionali della zona. In primis, carne e cacciagione”. Non possiamo che confermare questo giudizio. Il ristorante è composto da piccole ed accoglienti sale, che ricordano gli interni di case montane, tutte arredate con gusto, il titolare ed il personale sono cortesi e professionali e la nostra eccellente cena è consistita in piatti che hanno valorizzato alcuni prodotti del territorio come la battuta di carne di cervo, le erbe selvatiche di campo poste sopra alla battuta di cervo (in agrodolce) o contenute nel pesto del risotto (più noci, nocciole tritate finemente e formaggio grattugiato), la consistente e saporita fetta di formaggio prodotto dal locale caseificio cotta alla brace. Crostoni con lardo locale dal sapore delicato e che si scioglieva in bocca, fiori di zucchina ripieni di ricotta, due ottimi calici di vino hanno completato la cena, che, tra l’altro, ha avuto un ottimo rapporto qualità/prezzo.

Una bella conclusione di una settimana che ci ha confermato che il Trentino è davvero una bella ed accogliente regione, in cui sicuramente ritorneremo.

Una settimana a Livigno

E’ la prima volta che raggiungiamo Livigno in camper: per non passare dalla Confederazione elvetica percorriamo le statali 36, 38 e 331,  superiamo il passo del Foscagno che collega la valle di Livigno alla Valdidentro e la Valtellina e tra i campeggi scegliamo “Aquafresca” in via Palibert 374, http://www.aquafresca.info. E’ un po’ defilato rispetto al centro di Livigno: la distanza è di circa 5 chilometri facilmente colmabile però con il servizio navetta gratuito gestito dal Comune o con la pista ciclabile che corre lungo il torrente Spoel. Accoglie una sessantina di camper e qualche tenda: tranquillità, pulizia ed ordine sono le tre caratteristiche che troviamo e che apprezziamo.

Non siamo soli: ci accompagnano alcuni parenti (loro soggiornano in una pensione) con cui trascorriamo i giorni facendo gruppo (noi siamo gli zii e … come tali ci comportiamo), tra passeggiate a piedi e in bicicletta,  e, chi scrive, anche pescando: un soggiorno stimolante, in un bell’ambiente naturale, rilassato e rilassante, sicuramente da ripetere in futuro. Sia in estate che in inverno perché Livigno offre grandi possibilità in entrambi le stagioni (per chi ne vuol sapere di più, consigliamo di visitare il sito livigno.eu)

PRIMO GIORNO

Partiamo con il camper molto presto da casa ed arriviamo a Livigno nella tarda mattinata. Subito saliamo in bicicletta e percorriamo la parte della pista ciclopedonale che dal campeggio va in centro Livigno.

Nel pomeriggio rifacciamo questo tratto a piedi: il torrente Spoel (Acqua Granda in italiano), con le sue acque impetuose, la lunga valle in cui si trova adagiata Livigno (c’è chi, un po’ enfaticamente, la definisce il “Piccolo Tibet”), le alte montagne che la circondano (Livigno è a 1816 metri sul livello del mare) ci regalano un’impressionante e meravigliosa vista.

In Livigno ci sono numerosi negozi, oltre a ristoranti hotel e pensioni di vario genere: infatti gode dello status di zona extradoganale (le origini risalgono a circa 500 anni fa, mentre è una legge dell’inizio del XX° secolo a stabilire lo status di porto franco) che ai visitatori permette di avere, ai giorni nostri, merci senza l’IVA nel rispetto di una spesa massima a persona di € 300 (risultano davvero molto convenienti i carburanti: abbiamo pagato il gasolio meno di 1 euro al litro).

SECONDO GIORNO

Ancora una passeggiata a piedi: prima sulla pista ciclopedonale, poi, una volta raggiunta la Latteria di Livigno,  in via Pemont 911, seguendo il sentiero n. 138, “un percorso breve, senza alcun dislivello”, che “costeggia, …, la riva destra del lago di Livigno fino a raggiungere, nell’amenita’ del Bosc’ch dal Re’ste’l, il Pont da li Ca’bra (Ponte delle Capre), raggiungiamo “dopo aver percorso 50 metri di leggera salita, il ristoro da l’Alpasge’la” ovvero “Apisella” (citazioni dal sito di Livigno). Il ristoro è molto frequentato, la vista sul lago molto bella, c’è uno spazio dedicato ai giochi dei bambini, mentre i piatti sono quelli che ti aspetti in luoghi come questi: affettati misti con formaggio, polenta e funghi, calici di vini valtellinesi, birra sono stati il nostro pranzo.

TERZO GIORNO

Per chi scrive, è pesca nel lago, che è un bacino artificiale tra Italia e Svizzera, costruito per scopi energetici. Per pescare bisogna far riferimento al “Regolamento per l’Esercizio della pesca nelle acque a salmonidi della provincia di Sondrio”: e così con l’acquisto di un permesso giornaliero No-kill di € 20 fatto presso il negozio “PB Pesca” in via Dala Gesa, 563, trascorro qualche ora dedicata ad una delle mie passioni. L’avevamo notato ieri: c’è poca acqua ed il lago è di molto rientrato rispetto alle sue rive.

Mi tengono  compagnia pochi altri pescatori: loro sono dediti con canna e galleggiante alla pesca del salmerino (ed ottengono qualche buona cattura), io invece a spinnning con piccoli ondulanti. Quando mi posiziono nella parte del lago dove entra lo Spoel ed un altro torrente che scende dal lato in cui c’è il Ponte delle Capre, riesco a catturare una bella fario ed alcune iridee di taglia media (nel lago vengono fatte delle semine nel corso del periodo estivo).

Mentre io pesco, il resto della compagnia cerca di riposarsi sdraiandosi nella parte in secca del lago (resisteranno meno di  un’ora) o intraprendere una passeggiata sul sentiero n. 138 che lambisce il Ristoro Val Apisella.

A mezzogiorno ci ritroviamo tutti al Ristoro e ai piatti di ieri si aggiunge anche una buona salamella alla piastra con polenta.

Nel pomeriggio io continuo la mia attività alieutica, mentre è tempo di shopping per gli altri.

QUARTO GIORNO

E’ giunto il momento di fare una bella camminata in montagna. Decidiamo di seguire il sentiero n. 167 della Val Federia che inizia dal parcheggio n. 3 di Livigno Pont de la Calchéira a m. 1850 (in realtà noi lasciamo l’auto in uno spazio in prossimità del lago e così allunghiamo un po’ il percorso con la parte che segue il torrente Federia).

Il sentiero non presenta particolari difficoltà (all’inizio coincide con un tratto di un Percorso Vita che dopo un ponte di legno prosegue a sinistra del sentiero): la chiesetta di Federia, gli alberi, il ruscello, un piccolo ghiacciaio, la verde spianata di Plan de l’Isoleta (m. 2050), la vista delle vette innevate davanti a noi ci riempiono gli occhi.

Dal Plan dell’Isoleta il sentiero sale un po’, mezzogiorno è passato ed in un prato in cui c’è un tavolo e delle panche ci fermiamo per il pranzo (e lì vicino una struttura conica in legno funge da toilette!). Terminato il pranzo noi continuiamo a salire un po’ lungo il sentiero: al margine ci sono molte tane di marmotte che purtroppo non vediamo. Però ci fermiamo: le successive mete Cheseira da Fedaria, il rifugio Casciana ed il Rifugio Carosello 3000 (il belvedere più alto di Livigno) saranno raggiunte nella nostra prossima visita a Livigno che sicuramente ci sarà (a proposito: per il rifugio Carosello c’è anche la funivia che parte in via Saroch 1242/G a Livigno).

Rientriamo per lo stesso sentiero a Livigno ed un meritato riposo serale ci aspetta.

QUINTO GIORNO

Per quanto mi riguarda, è dedicato interamente alla pesca (fruttuosa), mentre per gli altri è tempo di altro shopping (ah Livigno porto franco … che, poi, “molto franco” non sempre è…)

SESTO GIORNO

E’ giorno di un’altra passeggiata in quota. Decidiamo di salire con la telecabina che parte da via Bondi 43 al Mottolino (m. 2349). Da qui scendiamo lungo un sentiero, largo ed in parte in costruzione che, come camminatori,  ci lascia un po’ perplessi (è da ricordare però che Mottolino è soprattutto uno splendido snowpark e territorio per MTB). Perplessità che proviamo anche quando incontriamo un cacciabombardiere G9: nessuno scenario di Prima o Seconda guerra Mondiale, ma lì messo per “scatenare la fantasia di chi scende con gli sci o in mountain bike” (così nei depliant: !?).

Raggiungiamo Trepalle ed il passo Eira (m. 2210) e qui seguiamo il sentiero n 134, abbastanza facile,  che sale fino al Crap de la Paré, a m. 2393.  All’inizio ci sono delle stazioni della Via Crucis; poi, dopo aver svoltato a sinistra al cartello “Crap de la Paré“,  ci godiamo un altro spettacolo naturale: i fiori e la vegetazione che cambiamo con l’altezza, la meraviglia della vista del lago di Livigno dell’alto, le vette delle montagne innevate e no del vallone che racchiude Livigno, Livigno stessa vista dall’alto fanno di questa giornata un’altra giornata particolare del nostro soggiorno.

Al rientro noi scegliamo si ritornare sui nostri passi verso il Passo Eira e da qui scendere a Livigno per un comodo sentiero che ci conduce alla stazione di partenza della telecabina, a fianco del quale corre la pista per le MTB.

SETTIMO GIORNO

Un giorno in bicicletta. Dal campeggio ci muoviamo, lungo la pista ciclopedonale, in direzione opposta rispetto al centro di Livigno. Oltrepassiamo il parcheggio n.8 sulla strada che sale al passo della Forcola per prendere, a sinistra, la strada sterrata che ci porta, dopo aver attraversato il primo ponticello sul fiume Spoel, alla “Malga Alpe Vago”. La valle in cui ci troviamo  è la Val Nera ed  il sentiero prosegue fino alle cascate (dal parcheggio sono circa 6 chilometri per un dislivello di 255 metri).

Noi questa volta ci fermiamo alla malga. Si possono degustare prodotti tipici (per chi fosse interessato il loro sito è alpelivigno.it), ma noi preferiamo qualcosa di dolce (avevamo acquistato i salumi nel loro negozio in centro Livigno, Via Plan 93h) e  ci deliziamo con una piccola forma di ricotta ricoperta con sciroppo al pino mugo (con la ragazza che ci serve che racconta, tutta contenta, la sua raccolta delle pigne e la preparazione dello sciroppo).

Ritorniamo al campeggio percorrendo qualche chilometro della strada che scende dal Passo della Forcola, che d’estate, arrivando dal territorio svizzero, è una delle tre strade attraverso le quali Livigno può essere raggiunta (le altre due sono quella del Passo del Foscagno e la galleria stradale, a pedaggio e a senso unico alternato, “Munt La Schera”, che la collega all’Engadina). E’ ovviamente tutta in discesa  e senza mai toccare i pedali ritorniamo al campeggio.

La settimana è ormai finita ed il giorno successivo ritorniamo a casa.

Un fine settimana a Bene Lario

Questo soggiorno è per noi insolito perché siamo senza il nostro camper, con alcuni dei nostri parenti e, dopo tantissimi anni, ospiti in un “bed and breakfast” o, per meglio dire, in un “airbnb”. Siamo a Bene Lario, in un piccolo comune  della comunità montane Valli del Lario e del Ceresio, posto sopra a Menaggio,  sulla sponda comasca del lago di Como, nella val Menaggio.

L’”airbnb” è il casale “La Selva” e quello che segue è il giudizio che abbiamo condiviso al termine della nostra permanenza: “A Casa di Marco (un “superhost” per il portale) verrete accolti da un ambiente rurale immerso nella natura delle colline. Marco è la simpatia fatta a persona, è disponibilissimo e non vi farà mancare nulla. La Casa è un rustico “fatto a mano” da Marco stesso, questo lo rende unico, affascinante e con qualche difetto con cui convivere. Un’esperienza da provare”.

Arriviamo di venerdì e ci sistemiamo nei vari appartamenti. Mentre i cuccioli della compagnia si tuffano subito nella piccola piscina, noi adulti ci siamo rilassati nel bel giardino della casa ed abbiamo ammirato la bella vista sui verdi monti circostanti e su una porzione di  un piccolo lago – Lago di Piano – che è una bella “Area protetta italiana, una ZSC (Zona Speciale di Conservazione) e un SIC (Sito di Importanza Comunitaria Europeo)” incastonata tra quei monti.

Raccogliendo qualche suggerimento di Marco, alla sera decidiamo che il giorno dopo avremmo fatto una bella camminata verso e attorno al lago per ritornare nel tardo pomeriggio al casale. La camminata  di circa 10 chilometri è stata piuttosto interessante:  attraversato il comune di Bene Lario (la cartina del percorso segnala la presenza di alcuni lavatoi degni di osservazione), il sentiero si snoda in mezzo ad una fiorente vegetazione, costeggia un piccolo ruscello e qualche diroccato mulino, e ci accompagna lungo tutto il perimetro del lago, regalandoci qualche bello scorcio di vegetazione acquatica.

Durante il percorso non poteva non mancare una ritemprante sosta culinaria in un crotto in prossimità del lago (Ristorante Pizzeria Crotto Bottari, in via Artigiani, 19 Carlazzo). E qui, mentre i piccoli della compagnia mangiavano una pizza, noi adulti ci siamo lasciati tentare da alcuni piatti tipici di questo tipo di ristorazione: stracotto di asino con polenta, polenta e funghi e gli immancabili, data la zona, e saporitissimi missoltit (gli agoni del lago di Como fatti essiccare al sole), sempre accompagnati da una buona porzione di polenta.

L’esperienza culinaria si è ripetuta alla sera presso un altro crotto: il Mirabel, in via Mirabel, località Monti di Grotto, Carlazzo. Tra affettati, tagliatelle al sugo (?!), una gustosissima polenta concia, un buon stufato di cervo, ed una bella vista del lago di Porlezza di sera, ha così avuto termine la nostra prima giornata.

C’è ancora tempo per una breve visita e dopo circa mezz’ora parcheggiamo l’auto sul lungolago di Menaggio. C’incamminiamo nel borgo antico, bello e ben curato come tutto il lungolago, di impronta medioevale nella parte alta e moderna (tra ottocento e novecento) sul lungolago con l’elegante passeggiata alberata e gli hotel, ammiriamo la vista sul lago e sulle montagne circostanti (non a caso la cittadina è nell’elenco delle Bandiere Arancioni del Toiring Club) e, nell’insieme, capiamo che è un bel posto di villeggiatura.

La domenica mattina ci siamo alzati di buonora e con la “guida” Marco  abbiamo fatto una camminata nel bosco sopra il casale fino in prossimità delle sorgenti del torrente Civagno (qualche anno fa il Comune di Bene Lario ha istituito il Geosito del Torrente Civagno). La camminata è stata spettacolare, non sempre agevole, e ci ha permesso di percorrere anche un pezzo di sentiero acciottolato che, a detta della nostra “guida”, risale ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Una volta rientrati, abbiamo velocemente pranzato, pensato ad altre visite nella zona (il lago di Piano è sul percorso ciclabile che collega Menaggio a Porlezza) e gustato ancora qualche attimo di tranquillità nel giardino del casale con la bella vista sul territorio circostante. Una degna conclusione di un ritemprante fine settimana.

Si riparte: una settimana in Friuli Venezia Giulia

E’ stata la nostra prima uscita dopo il difficile tempo dei lockdown: siamo stati tanto contenti di essere risaliti sul nostro camper e di riassaporare il senso del viaggio: tanta voglia di lasciare il tran tran quotidiano di questo periodo limitato e limitante per andare là dove non siamo mai stati, per nuove conoscenze ed incontri. 

PRIMO GIORNO

Abbiamo raggiunto il campeggio “Al Bosco” di Grado: è abbastanza vicino al centro, raggiungibile a piedi in circa mezz’ora (ma è anche fiancheggiato dalla pista ciclabile), non è certamente un “camping village”, i camper di oltre i 7 metri possono avere seri problemi di spostamento al suo interno, è però accogliente e soprattutto molto comodo se si vuole passare qualche giorno in spiaggia o fare gite in bicicletta.

SECONDO GIORNO

In bicicletta lungo il percorso FVG 2, nella parte che costeggia la Laguna di Grado, la Riserva Naturale della Valle Cavanata fino al villaggio di pescatori di Punta Sdobba (avremmo voluto raggiungere anche l’isola della Cona ma, ad un certo punto, quando la pista ciclabile è diventata un piccolo sentiero nei campi, ci siamo trovati immersi nel fango, che ci ha impedito di proseguire). Il tratto che noi abbiamo fatto è facile, quasi sempre la pista è asfaltata, e permette di cogliere pienamente le caratteristiche del luogo: una zona umida (di valore internazionale), con  bacini salmastri, i canali, i terreni che periodicamente vengono sommerse dall’acqua, la vegetazione lagunare, i filari di vigneti, gli uccelli (nel sito, vallecavanata.it, ne dichiarano 260, tra migratori e rapaci, con l’oca selvatica, scelta a simbolo) e i mammiferi. A noi è capitato di vedere delle garzette, degli aironi, delle oche selvatiche, udire il gradevole canto di uccelli a noi sconosciuti e, per due volte, fermare la bicicletta per vedere, nel vicino prato, un capriolo.

Quando rientriamo al campeggio c’è ancora tempo per una visita di Grado. Con la bicicletta, superata la parte turistica degli hotel, ci spostiamo nel centro storico: tante sono le calli ed i campielli, bella è l’antica Cattedrale di S. Eufemia, con il suo campanile quattrocentesco, l’insieme è davvero suggestivo (anche se, per i nostri gusti, un po’ troppo turistico).

TERZO GIORNO

Ci spostiamo a Trieste. Scegliamo come base l’area attrezzata “Mamaca Park”, in via del Pane bianco 16, (45°37’31.6″N 13°47’12.2”E): una bella area, ben gestita, all’esterno della quale c’è la fermata del bus che in circa 10 minuti vi porta nel centro della città (e qualche negozio dove fare la spesa). Prima di arrivare è consigliabile telefonare per avere il codice di accesso e qualche indicazione stradale (il loro sito è: www. mamaca.org).

Dedichiamo il giorno alla visita della città. Due gli aspetti che ci colpiscono e che vediamo costantemente presenti nel nostro percorso a piedi nelle vie e nelle piazze: la sua dimensione di crocevia culturale e la presenza del mare. Iniziamo da Piazza della Borsa, nel borgo teresiano (da Maria Teresa d’Austria che fece grande Trieste) con il Palazzo della Borsa vecchia e raggiungiamo Piazza dell’Unità d’Italia, il cuore della città antica, con la sua apertura verso il mare ed i suoi eleganti ed imponenti palazzi, di cui ci colpisce l’eclettico Palazzo comunale. Dopo di che ritorniamo nel borgo teresiano e qui il Canal Grande con i palazzi che lo fiancheggiano attirano la nostra attenzione. Così le targhe che ricordano i luoghi della vita di due grandi letterati legati a Trieste, James Joyce e Italo Svevo.

E’ mezzogiorno e non ci lasciamo scappare una tappa culinaria in un famoso ristorante: è il “locale storico” Buffet da Bepi, attivo da più di cento anni, con radici culinarie della tradizione austro-ungarica. Così nel loro sito, “buffetdapepi.it“: “…la tecnica originale della cottura in caldaia delle carni di maiale, variante locale del bollito in brodo. Potrete dunque essere deliziati dall’ineguagliabile piatto misto, che vi darà la possibilità di assaggiare insieme tutte le nostre specialità. Oppure, se siete di fretta, un rapido e gustoso panino di “porzina” (porcina, coppa di maiale aromatizzata), condito e profumato con senape e kren (rafano fresco grattugiato).” Noi optiamo per una porzione di jota triestina,  antica zuppa composta da listarelle di cavolo cappuccio fermentato fagioli patate salsiccia pancetta brodo vegetale erbe e spezie, due piatti misti accompagnati da una porzione di patate in tecia: del piatto di carne ci stupisce la leggerezza e tutti e tre sono davvero una grande delizia per i nostri palati.

Dopo il pranzo, tralasciamo la visita dei musei (il tempo è tiranno) e saliamo sul colle di San Giusto. Alle pendici, profondamente trasformate da interventi di demolizione all’inizio del XX° secolo, ci sono due interessanti chiese: S. Maria Maggiore, con una bella facciata barocca e la piccola basilica di S. Silvestro, antica, dal bel rosone gotico che arricchisce la semplice facciata. Prendiamo la scalinata che termina nella Piazza della Cattedrale, lungo la quale trova posto l’Orto lapidario (con un pregevole elemento architettonico: un piccolo edificio classicheggiante dell’archeologo Winckelmann). Il primo settore della piazza è occupato da S. Giusto, che è il massimo monumento e simbolo della città, unione di due chiese risalente al trecento, e al suo fianco dalla piccola chiesetta gotica di San Michele al Canale. Sullo sfondo della piazza  sorge il Castello, con i suoi bastioni, ai piedi del quale c’è la platea romana con i resti della basilica forense romana.

Ritorniamo in Piazza dell’Unità d’Italia e gustiamo un ottimo caffè nel famoso Caffè degli specchi, altro locale storico di Trieste. E concludiamo la nostra giornata passeggiando lungo il Molo Audace, dove il ricordo della Prima Guerra Mondiale si unisce ad una contemporanea passeggiata rilassante, e Le Rive, ovvero gli ampi viali sui quali si prospettano altri imponenti e begli edifici.

QUARTO GIORNO

La prima tappa del giorno è il Sacrario di Redipuglia. Purtroppo è “temporaneamente chiuso”: vedere  l’imponente scalinata e le croci alla sua sommità, sapere che conserva le salme di 100.000 caduti e che sui gradini sono incisi i nomi di chi ha perso la vita nelle violentissime e sanguinose battaglie che si sono combattute in queste zone, ti fa pensare alla Patria (o, per meglio dire, alla “Madre Patria”), a chi è morto per la sua difesa, ma anche a qualche poesia, a qualche pagina di romanzo, a qualche  scena di film e, perché no, a qualche canzone, e allora non sai più che cosa prevale tra tristezza, amarezza e rabbia.

Gradisca di Isonzo, un “borgo d’Italia”, è stata la successiva tappa. Abbiamo lasciato il camper nel parcheggio in Via Trieste, la via che conduce verso il centro,  tra un supermercato ed un distributore di benzina (GPS 45°53’08”N; 13°29’44.9”E). Una breve passeggiata di circa un quarto d’ora e ci troviamo sulla grande piazza che precede il centro della cittadina con il bell’edificio del teatro comunale.

Superata la porta entriamo nel centro storico. La sua peculiarità ed importanza è data da vie parallele collegate da minuscole vie e dai tratti di mura, bastioni, porte e torri che è tutto ciò che rimane del “luogo fortificato” (di qui il nome gradisca di derivazione slovena) fatto costruire dai Veneziani nel quattrocento. Qualche bella casa, il Municipio di impronta palladiana, il Duomo completano la nostra visita.

Altra tappa della giornata è Gorizia. Lasciamo il camper nell’ Area Attrezzata in Viale Oriani, GPS 45,945936N; 13,616056E; GPS 45° 56′ 45″N; 13° 36′ 58”E.  Dopo una breve camminata, sotto un tunnel, la nostra visita ha inizio dalla grande Piazza Vittoria,  nel passato luogo di mercati e di cerimonie pubbliche, con la chiesa barocca di S. Ignazio e a fontana di Nettuno. Continuiamo in Via Rastello, la prima via (risale al trecento) della città, ora pedonale, con tanti edifici interessanti, di epoche diverse. Saliamo al Borgo Castello, per noi la parte più suggestiva di Gorizia. Sovrasta il centro storico, è cinto da bastioni eretti dai Veneziani agli inizi del XVI° secolo e rappresenta il nucleo primigenio di Gorizia. Entriamo dalla porta leopoldina degli inizi del XVII° secolo, passeggiamo nelle vie, notiamo quel che resta degli edifici medioevali (purtroppo la zona fu ampiamente distrutta nel corso della Prima Guerra Mondiale), soprattutto la gotica chiesetta di S. Spirito, con il suo campanile a vela, il  rosone e il protiro pensile, ed il Castello.

Alla sera ci siamo spostati a Capriva del Friuli, nell’Area Attrezzata in via degli Alpini, GPS 45° 56’47.8”N; 13°30’42.8”E. E’ immersa nel verde, di fianco alla pista ciclabile che attraversa il Collio, peccato però che le colonnine dell’elettricità non sono funzionanti.

QUINTO GIORNO

Alla mattina, quando ci svegliamo, decidiamo di cambiare programma: abbandoniamo l’idea di percorrere una parte della  ciclabile del Collio (“Slow Collio”) per visitare Cividale del Friuli, l’Abbazia di Rosazzo e per ritornare a Grado.

Cividale ci sorprende per la sua bellezza. Passeggiamo nel centro storico medievale. C’è tanto rispetto ed amore per il passato: in molte vie notiamo delle targhe che ricordano le attività, le botteghe ed i proprietari che si sono succeduti nel corso del tempo (XX° secolo): un pezzo di storia della città, che ricorda ai giovani da dove veniamo. Interessante il Duomo, in forme gotico-venete, con la Piazza dove si trovano una copia della statua di Giulio Cesare in Campidoglio ed il Palazzo Comunale. Splendide sono le viste sul Natisone, il fiume che l’attraversa: dal Ponte del Diavolo, la cui origine risale alla metà del ‘400, oltre che del fiume, si ha un bel colpo d’occhio su tutto il centro storico. Ma dei monumenti è soprattutto il Tempietto longobardo, nel Borgo Brossana, uno dei più antichi di Cividale, che ci colpisce: fa parte del sito “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”, iscritto alla Lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel giugno 2011. E’ un grande esempio di arte altomedioevale, inserito in un convento di religiose (fu costruito come una cappella palatina): si presenta come un’aula quadrata, con volta a crociera, con una parte absidale tripartita da due file di colonne. L’aula contiene degli stalli lignei (durante la nostra visita, per un’opera di ristrutturazione, portati nella Sagrestia), ha degli affreschi bizantineggianti, ma sono soprattutto gli stucchi figurati della parete di fondo che danno ulteriore e grande valore alla visita.

Più che per la visita dell’Abbazia, di Rosazzo ci ricorderemo del roseto (d’altro canto il nome deriva appunto dal fiore): tante sono le rose, dalle molte varietà e quasi tutte in fiore, coltivate sul crinale dove l’abbazia venne costruita e la vista che dalle rose sale verso l’Abbazia o scende verso la valle è davvero molto bella.

Alla sera ci ritroviamo nel campeggio “Al Bosco” di Grado.

SESTO GIORNO

Un’altra bella passeggiata in bicicletta su una pianeggiante pista ciclabile, in larga parte asfaltata,  di circa 60 chilometri (andata e ritorno dal campeggio), una sezione della Ciclovia Alpe-Adria.

La prima tappa è Aquileia. Ed ovviamente restiamo incantati dalla Basilica, “tra i più grandiosi e importanti monumenti religiosi del periodo romanico, nonostante i successivi rifacimenti intervenuti mantiene le forme della sistemazione voluta dal patriarca Popone nel secolo XI°” (così la guida del “Touring Club”), dal  suo pavimento a mosaico dei primi del IV° secolo, diviso in 9 grandi riquadri con varie figurazioni, “è la più vasta testimonianza di mosaico paleocristiano dell’Occidente” (così ancora la guida del “Touring Club”).

Abbiamo una giornata piuttosto piena e ciò ci obbliga ad accorciare la visita: tralasciamo la Cripta degli Scavi nella basilica, il Cimitero dei Caduti, il Museo Archeologico Nazionale, le rovine del porto che avremmo voluto visitare: una ragione per ritornarci!

Così lasciata la Basilica, raggiungiamo Strassoldo, uno dei “Borghi più belli d’Italia” nel Friuli Venezia Giulia, “con i suoi due castelli costituisce un raro esempio di antico borgo medievale, estremamente ben conservato e di raro fascino”, anche se il complesso che appare oggi è il frutto del rimaneggiamento settecentesco. E’ tuttora abitato dai discendenti della famiglia germanica dei Strassoldo-Graffemberg, importane famiglia patrizia che ha dato molti funzionari all’impero austro-ungarico. Lasciata la bicicletta alla Porta Cistigna, entriamo nel Borgo vecchio che è quello del Castello di sopra per poi arrivare al Castello di sotto: la via in acciottolato, gli edifici in pietra, gli esterni del Palazzo principale del Castello di Sopra,  la chiesa di San Nicolò, l’imponente edificio in pietra del Castello di sotto, un ponticello superato il quale si entra nel Borgo Nuovo, forse del XIII° secolo: ci sentiamo in un’altra dimensione temporale, molto lontana dalla vita dei giorni nostri.

Continuiamo la nostra passeggiata e raggiungiamo Palmanova, dichiarato nel 2017  dall’Unesco uno dei siti italiani Patrimonio Universale dell’Umanità. Una volta passata la cinta muraria ed entrati da una delle porte, ci spostiamo nella grande piazza centrale dalla quale risulta chiaramente la sua struttura di borgo fortezza a pianta poligonale a stella con 9 punte pianificato dai veneziani nel 1593 che gli è valsa la classificazione dell’Unesco e la designazione di monumento nazionale dal 1960.

E Palmanova è la tappa finale della nostra passeggiata.

SETTIMO GIORNO

Restiamo a Grado e facciamo una lunga passeggiata sulla spiaggia. Il mare è di molto rientrato e la spiaggia è molto estesa (il toponimo Grado deriva dal latino “ad aquas gradatas” che forse allude al declivio della spiaggia), gli stabilimenti balneari con i bar le cabine e le sdraio, che hanno fatto da sempre la fortuna della cittadina anche all’estero nelle terre della Mitteleuropa, sono solo a ridosso del centro ed il luogo ha un che di “selvaggio” che a noi piace tanto: una bella passeggiata che conclude la nostra prima e tanto attesa uscita.