Un fine settimana nel Ponente ligure, tra Diano Marina, Sanremo e Cervo

La Liguria è una delle regioni italiane che più abbiamo visitato con il camper. Era l’inizio del mese di marzo e non ci siamo lasciati condizionare dai numerosi rallentamenti causati dai lavori sulla autostrada prima e dopo Genova e così abbiamo passato un lungo fine settimana con base a Diano Marina. Abbiamo sostato all’”Oasi Village & Camping” in via Sori 5: un’ampia ed accogliente area di sosta, che ha anche spazi per tende e qualche bungalow.

A noi piace fare passeggiate in bicicletta ed il nostro primo pensiero è stato di percorrere la pista ciclabile del Ponente ligure, che da Diano parte e che per più di 20 chilometri, tra vedute mozzafiato sul mare e sulle spiagge, costeggiando degli splendidi esemplari di pini marittimi, si sviluppa fino a Ospedaletti. Purtroppo è stata una delusione perché quando ci siamo avvicinati all’inizio della pista (il tratto che collega Diano ad Imperia) abbiamo notato delle transenne che ne impedivano l’accesso ed un cartello che comunicava che l’”Incompiuta”  era chiusa per lavori. Arrabbiati e sconsolati, abbiamo riportato le biciclette nell’Area.  Raggiunto poi a piedi il centro di Diano Marina ci siamo rilassati passeggiando sul lungomare, con belle vedute del Golfo Dianese e della lunga spiaggia di sabbia fine; camminando nell’ampia isola pedonale del centro storico e gustando del discreto pesce all’Osteria del Porto, in corso Garibaldi 5.

Sanremo è stata la meta del giorno dopo, raggiunta in quasi due ore con il bus che circa ogni mezz’ora transita da Diano. Da noi conosciuta molto bene, Sanremo ci regala sempre qualche piacevole momento: La Pigna, che è il suo nucleo originario, molto vivace, tutto “carruggi” e case; la storica e pedonale via Palazzo, tutta negozi, hotel e ristoranti; via Matteotti, quella dell’Ariston (nella laterale via Escoffier, al n. 42, c’è pure la statua di Mike Buongiorno e lungo il suo sviluppo, a terra, ci sono le targhe con i nomi di chi ha vinto il Festival), la via principale e la più chic di Sanremo; il corso degli Inglesi, lungo il quale si trovano il Casinò Municipale e la bella Chiesa Ortodossa Russa, di fine ottocento quando numerosi aristocratici iniziarono a trovare rifugio in questa bella località; la passeggiata dell’Imperatrice, ovvero tra un filare di belle palme, le macchine parcheggiate, e la vista della spiaggia e dell’insenatura in cui la città di trova, il lungomare di Sanremo; via Corradi, dove abbiamo fatto una bella scoperta al n. 64: Ipazia Cibi e Libri. Abbinamento che abbiamo trovato quanto mai intrigante per non parlare della scelta di rendere omaggio ad un simbolo della libertà di pensiero dell’antichità. E qui, tra qualche scaffale pieno di libri, stampe alle pareti, abbiamo apprezzato degli ottimi piatti della tradizione ligure: stoccafisso in brandacujun (dal loro menù: “mantecato con patate, EVO Taggiasca, prezzemolo e aglio), trofiette con olio, acciuga, broccoletto e focaccia secca sbriciolata, una porzione di cappone magro e dei carciofi ripieni, il tutto accompagnato da un ottimo vino bianco abruzzese della casa (a proposito se volete andarci: i tavoli sono pochi ed è consigliabile la prenotazione).

Noi non le abbiamo visitate, ma in Sanremo ci sono ville storiche ottocentesche di particolare interesse. Tra queste, tutte in corso Cavallotti e vicine tra loro: Villa Ormond, al n. 113, con il suo parco di piante esotiche; Villa Nobel, al n. 116, in cui visse Alfred Nobel, che ospita una raccolta delle invenzione dell’’800 e Villa Zirio, vicina al parco di villa Ormond,  in marmo bianco e pietra d’Arles.

L’ultimo giorno della nostra visita era domenica  e come tutte le prime domeniche di ogni mese, nel centro, in corso Roma e Piazza della Libertà, si è tenuto il Mercatino dell’Antiquariato. Così dopo aver fatto, come il giorno precedente, un’abbondante e deliziosa colazione ne Il Caffè del Caprice (indimenticabili le brioche) in Via Francesco Genala 13 ed acquistato dei succulenti piatti pronti della tradizione ligure nella Gastronomia e pasta fresca Il Cucchiaio e la Forchetta che si trova difronte alla caffetteria, con calma e molta attenzione abbiamo passato in rassegna le bancarelle di circa cinquanta espositori. Il mercatino è risultato interessante ed uno specchio acquistato da una coppia di signori francesi è ora nel nostro bagno, mentre altri oggetti hanno arricchito il nostro “magazzino”.

Il Lungomare di San Bartolomeo al Mare

Ed il nostro desiderio di percorrere qualche chilometro in bicicletta nella bella terra di Liguria? C’erano ancora tante ore prima del nostro rientro (i mercatini siamo soliti visitarli alla mattina presto e fortunatamente Il Caffè del Caprice apre in un momento imprecisato tra le 6,28 e 6,30 …) e allora: “perché no Cervo?”. Montati sulle nostre biciclette, un po’ sulla via Aurelia ed un po’ sul lungomare di San Bartolomeo al Mare, abbiamo raggiunto, in men che non si dica (sono circa cinque i chilometri che lo separano da Diano Marina),  il bello ed antico Cervo, uno dei “Borghi d’Italia” più belli.

Una volta arrivati, abbiamo lasciato le biciclette in uno dei parcheggi all’ingresso del paese ed a piedi abbiamo seguito gli stretti vicoli dell’impianto medievale del suo centro storico che dal mare salgono verso la chiesa barocca di San Giovanni Battista (o dei Corallini perché la sua costruzione fu finanziata grazie ai proventi della pesca del corallo) e piazza Santa Caterina con il Castello dei Clavesana, costruito nel XVII° secolo e ora sede del Museo Etnografico. E così vedute dell’azzurro mare da una parte, bellissimi scorci tra le vecchie case color pastello e qualche angolo per riflettere hanno reso molto bella la visita. Non poteva non mancare una piccola sosta per un veloce pranzo: al Caffè del Castello, nella suggestiva piazza Santa Caterina, con delle abbondanti, gustose e ben cucinate pinse romane.

Era tempo di rientrare. Una volta sul camper, acceso il navigatore, vediamo che il dispositivo, per il rientro a casa, ci indica come via più veloce la direttiva Savona-Torino-Milano. Lasciamo la Liguria e giuriamo che ritorneremo nella Riviera di Ponente a lavori autostradali (e non) finiti. Perché la Liguria è davvero bella!

In Bourgogne

Chi legge il nostro blog sa che amiamo la Francia e che, appena possiamo, programmiamo un viaggio in questa nazione. Questa volta avevamo una decina di giorni (il Covid sarebbe arrivato di lì a poco) e ci è sembrato il tempo giusto per visitare un po’ la Bourgogne (ma non solo).

Primo giorno

In viaggio per circa 500 chilometri e alla sera siamo arrivati a Chatillon-sur-Chalaronne (dipartimento dell’Ain, Regione “Rhone-Alpes”), nell’Area in Av. Raymond-Sarbach, in prossimità della posta, GPS E 4.96018 N 46.11941.

Secondo giorno

Alla mattina abbiamo visitato la cittadina, davvero un piccolo gioiello medievale. Come dice il toponimo, è adagiata lungo le rive del fiume Chalaronne (non le manca la denominazione di “petite Venise”), è classificata tra le “Ville  & Villages Fleuris”  e nel 2018 è risultata “1ère ville fleurs d’Or dans l’Ain”. I fiori presenti un po’ dovunque hanno colorato la nostra passeggiata tra i ponti e lungo gli argini e le numerose e pittoresche case a graticcio. Di particolare interesse storico sono stati la medievale Porte de Villars (in quel periodo la cittadina era una città fortificata) costruita in mattoni rossi noti come “carrons savoyarde”, la struttura in legno del mercato coperto del XVII° secolo, la chiesa di Saint-André in stile gotico fiammeggiante,  le vestigia del vecchio castello.

E’ attorno all’una del pomeriggio che raggiungiamo, dopo circa 25 chilometri, la nostra seconda meta della giornata: Bourg-en-Bresse. Siamo in una regione (la Bresse) che è famosa per l’allevamento del pollo (poulet de Bresse) fatto secondo un rigoroso protocollo e che vanta dal 1957 la denominazione di origine controllata (Appellation d’Origine Controlleé (AOC) e dal 1996 l’europea l’Appellation d’Origine Protégée (AOP). E così la nostra prima tappa non poteva che essere culinaria. Una volta lasciato il camper nel parcheggio del Monastère Royal de Brou, scegliamo uno dei ristoranti lungo l’omonimo boulevard per gustarci la specialità in versione arrostita: la carne soda, profumata, con una buona quantità di grasso e con una croccante pelle fine di mezzo pollo per ognuno di noi, accompagnata da insalata e patate al forno, è la delizia del nostro pranzo.

La nostra visita della cittadina inizia dal Monastère Royal. Venne costruito agli inizi del XVI° secolo in stile gotico fiammeggiante, con un tetto di tegole smaltate policrome,  ed è famoso per le numerose e belle tombe di reali, tutte finemente e dettagliatamente scolpite da artigiani locali e fiamminghi e la cappella di Margherita d’Austria, la duchessa di Savoia che volle costruire il monastero per ricordare l’amore che la legava al defunto marito, Filiberto il Bello. Non meno importanti sono però le vetrate e gli stalli lignei del coro, la tribuna di pietra ed i tre chiostri.

Tralasciamo il Museo civico annesso al Monastero e dopo una breve passeggiata raggiungiamo il centro storico della cittadina. Indubbiamente interessante e del quale ricordiamo le numerose case antiche, molte della quali a graticcio del XV° e XVI° secolo, palazzi settecenteschi,  la chiesa di Notre-Dame, rinascimentale all’esterno ma gotico fiammeggiante all’interno.

Terminata la visita ritorniamo a Chatillon-sur-Chalaronne per trascorrere la notte.

Terzo giorno

Alla mattina raggiungiamo Tournus. In origine un castrum romano, la cittadina è adagiata lungo le rive della  Saone (ed in un parcheggio lungo il fiume abbiamo lasciato il camper). Dopo una breve camminata abbiamo raggiunto il centro e ci siamo persi nelle pittoresche stradine su cui si affacciano antiche case, molte occupate da antiquari, che si sviluppano attorno alla abbazia di Saint-Philibert. L’abbazia è un capolavoro dell’arte romanica in Borgogna, che per noi vale assolutamente una attenta visita: costruita, non senza qualche problema (incendi) a partire dal IX° secoli da monaci benedettini in fuga dal monastero di Noirmoutier a causa delle invasione vichinghe, si presenta praticamente intatta. Restiamo colpiti dalla facciata, dal campanile rosa che ne ammorbidisce l’aspetto, dall’altezza del nartece, dalla lunga e ben illuminata navata e dalla bellezza degli altri ambienti abbaziali (cripta, chiostro, sala capitolare, refettorio, recinto con le torri difensive), che segnalano la passata opulenza dell’abbazia. Nella nostra passeggiata abbiamo incontrato anche un’altra chiesa: l’Eglise Saint-Valérien, in  rue Alexis Bessard, trasformata in una interessante galleria d’arte contemporanea.

La seconda tappa della giornata è stata la vicina (30 chilometri circa) Chalon-sur-Saône. Parcheggiamo il camper nell’Area di sosta nella “Prom. Sainte-Marie” (dove passeremo anche la notte) a due passi dal fiume e dal centro storico. Dove apprezziamo la place Saint-Vincent, con la Cattedrale e su cui prospettano pittoresche case a graticcio. Dedicata a san Vincenzo di Saragozza, la costruzione dell’attuale chiesa venne realizzata nel corso di circa cinquecento anni (il primo cantiere risale al 1090) ed ora si presenta come un compendio dell’architettura religiosa della regione, con elementi che risalgono al periodo romanico e gotico.

Dopo aver prestato la giusta attenzione ai numerosi negozi che popolano il centro (eh va beh: ci sta anche questo …), la tappa successiva della visita è stato il Museo Nicéphore Niépce, dedicato al mondo della fotografia, con circa seimila tra macchine fotografiche e strumenti ottici e più di tre milioni di immagini (Niépce, nacque a Chalon-sur-Saone nel 1765, fu fotografo e ricercatore, ed è passato alla storia per essere stato l’autore del primo scatto fotografico della storia).

La nostra passeggiata si è conclusa sull’isola di Saint-Laurent, proprio difronte al Museo, con la visita dell’antica farmacia  e la salita alla sommità della torre Doyenné, da cui si può godere una bella vista della cittadina.

Quarto giorno

Eccoci nella bella e molto interessante Beaune. Dopo aver lasciato il camper nell’Aire de Beaune, in Av. Charles-de-Gaulle, raggiungiamo il vicino centro storico. Ci dedichiamo innanzitutto all’arte. Iniziamo da un capolavoro gotico-borgognone: l’Hotel-Dieu des Hospices de Beaune, un ospedale fondato nel 1443 e funzionante fino al 1971. Una volta entrati nel cortile il nostro sguardo viene colpito dalle numerose ed elaborate torrette che sormontano il tetto dalle multicolori tegole. L’interno non è da meno. Di grandissimo interesse sono: la Grand-Salle, o “chambre des povres”, di “50 metri di lunghezza, 14 di larghezza e 16 metri di altezza” (così la fedele guida Michelin), destinata ad accogliere i malati, dal soffitto con la volta a botte e dalle molte raffigurazioni di draghi per ricordare l’inferno, il perfetto allineamento di 28 letti a colonna, i mobili di ispirazione medioevale e, alla sua fine, il pregevole Christ aux liens, della fine del XV° secolo, ottenuto da un unico pezzo di quercia; la Cappella, divisa dalla Grand-Salle da una paratia in stile flamboyant, posizionata in modo che i malati potessero seguire i servizi religiosi senza alzarsi dal loro letto ed in questo sintesi perfetta dei due aspetti dell’Hospice; la Farmacia settecentesca con le numerose boccette che nel corso dei secoli hanno contenuto unguenti, oli, pillole o sciroppi; la Cucina con lo spettacolare spiedo azionato da un automa; le varie Corsie, ognuna con una precisa destinazione d’uso. Per finire con il pedagogico Polittico del Giudizio Universale, di Roger van der Weyden (ora visibile alla fine della visita, ma in origine, e non a caso, posto nella Cappella).

Completiamo questa parte della visita con la Basilique Collégiale Notre-Dame, in stile romanico e dal bel portico, e con la piacevole passeggiata sui possenti bastioni di pietra.

Beaune si trova nella parte meridionale della Cote d’Or (che qui prende il nome appunto di Cote de Beaune, mentre l’altra a settentrione si chiama Cote de Nuits), una stretta fascia di vigneti coltivati sul versante occidentale di una una catena di colline che si sviluppa per circa 60 chilometri a sud di Digione ed in cui si producono i migliori vini, sia rossi che bianchi, di Borgogna (numerosi materiali informativi si trovano negli Uffici del Turismo della zona). Per questo, e non poteva essere altrimenti, l’altra parte della visita è stata dedicata al vino, con degustazioni ed acquisti in alcune enoteche che abbiamo incontrato in città.

A seguire Chateneuf-en-Auxois, un borgo d’origine medievale della Cote d’Or, ora classificato come uno tra i “plus beaux villages de France“, che fu crocevia di tre zone (la regione Beaune per il vino, quella di montagna per il legno e il carbone e quella di Auxois per l’allevamento degli animali ed il grano), nonché tappa di molti pellegrini sulla strada di San Juan de Compostela. Di quel passato conserva vestigia importanti che abbiamo ammirato nella nostra passeggiata:  il castello, una delle ultime testimonianza dell’architettura militare borgognona, le numerose e belle case d’epoca in pietra, costruite tra la fine del Medioevo ed il Rinascimento, con le loro torrette, sculture ed ornamenti vari che si protendono sulle strade e che furono le case dei ricchi mercanti, le tre porte d’accesso e quel che rimane dell’ Hôtel de Mépartistes, che accoglieva i pellegrini.

Terniamo la giornata a Semur-en-Auxois. Parcheggiamo il camper nell’Area di in Av. Pasteur, parking complexe sporti, GPS: E 4.3494 N. 47.49486. E’ tardi pomeriggio, ma c’è tempo per una visita della città vecchia. Dei quattro bastioni di granito rosa risalenti al Medioevo che la proteggono, restiamo particolarmente colpiti dalla Tour de la Orle d’Or, con le sue antiche crepe, che sembra debba crollare da un momento all’altro. Superiamo le due porte medioevali e ci incamminiamo lungo rue Buffon, pedonale e con molte case del seicento. Al n. 14 troviamo una pasticceria che produce le semurettes, che sono dei deliziosi cioccolatini fondenti: assolutamente da provare.

E’ buio e così interrompiamo la visita anche perché abbiamo deciso di ritornare a Semur-en-Auxois la domenica perché ci sarà un mercatino dell’usato, che ci lascerà sicuramente tempo per completare la visita di questa bella cittadina.

Quinto giorno

La prima tappa è l’affascinante (e turistica) Vezelay, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il borgo è arroccato sopra uno sperone roccioso al vertice del quale si trova la Basilique Sainte-Madeleine e attorno al quale ci sono vigneti e campi di girasoli. I turisti sono tanti e con molti di loro  ci incamminiamo verso la Basilica lungo le vie principali (Rue Saint-Pierre e rue Saint-Etienne) sulle quali si affacciano antiche case dalle belle facciate, ora principalmente occupate da gallerie d’arte, botteghe, bar e ristoranti. La Basilica, di grande importanza religiosa e storica (fu ed è meta di pellegrinaggio per le reliquie di Santa Maddalena e perché è una delle tappe dell’itinerario verso San Juan de Compostela, mentre qui San Bernardo predicò la Seconda Crociata e Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto si incontrarono prima di partire per le Terza Crociata) non ebbe una vita facile: la fondazione risale alla fine del IX° secolo, ma nel corso dei secoli fu più volte distrutta e ricostruita e quella che ammiriamo oggi è il risultato dei restauri compiuti nel corso del XIX° secolo. Anche noi non possiamo che restare affascinati dalla sua architettura caratterizzata da elementi romanici e gotici: splendido è il timpano del XII° secolo del portale centrale, in stile romanico, che presenta Gesù Cristo in gloria tra gli Apostoli, mentre la navata, molto luminosa, ha archi rotondi e piccole finestre tipiche dello stile romanico, diversamente gli archi del coro e del transetto, con finestre più grandi, sono gotici. Sotto il transetto c’è la Cripta del XII° secolo con un reliquiario che contiene un frammento osseo che, si dice, della Maddalena.

Lasciata la Basilica ci spostiamo nel parco da cui si hanno delle belle vedute della valle (Vallée de Cure) e dei paesi vicini. Ritorniamo sui nostri passi, riprendiamo il camper per Auxerre.

Parcheggiamo il camper nell’Area sul Quai de l’Ancien-Abbaye, parc Roscoff, sulla riva destra del fiume Yonne che attraversa la città, non a caso porto fluviale che risale ai Romani. Dall’area di sosta ci spostiamo sul vicino ponte pedonale ad archi archi dal quale si ha un’ottima e bella veduta della città, abbarbicata sul fianco di una collina. Su tutto svetta l’imponente mole della Cattedrale Saint-Etienne, con il suo alto campanile. Dal ponte ci dirigiamo nella Città Vecchia. Visitiamo la Cattedrale: la facciata occidentale è in stile gotico e fu pesantemente colpita dagli Ugonotti durante le Guerre di Religione, l’interno conserva alcune stupende vetrate istoriate (nella cappella absidale e nel deambulatorio) e tra gli affreschi della romanica cripta dell’XI° apprezziamo quello del Cristo a cavallo. Usciti dalla Cattedrale ci indirizziamo verso l’antica Abbazia di St. Germain che si trova nella parte nord della città. Soprattutto per la sua Cripta con la tomba di San Germano, un capolavoro dell’architettura e dell’arte carolingia (solo visite guidate in francese, ma con opuscoli nelle varie lingue). Ci spostiamo poi verso il  Municipio: è il centro commerciale della città, in parte risalente al medioevo. Interessanti sono la Tour de l’Horloge, del 1483, ma con seicenteschi quadranti e la statua policroma di Marie Noel, poetessa di Auxerre.

E’ sera ormai e ritorniamo a Semur-en-Auxois.

Sesto giorno

Ci alziamo di buon’ora per il mercato: tante sono le bancarelle, facciamo qualche buon affare e, tra questi, un doppio vinile di un concerto dal vivo di Alan Stivell. Dopo il mercatino completiamo la visita di Semur-en-Auxios. Visitiamo la Collégiale Notre-Dame e seguiamo la Promenade du Rempart che ci regala delle belle vedute.

La tappa successiva della giornata è la cistercense abbazia di Fontenay, dichiarata patrimonio universale dall’Unesco. Il posto è idilliaco: l’Abbazia sorge in una valle tra boschi ed un ruscello. La visita ci regala l’opportunità di rivivere la vita dei monaci che la fondarono e che qui vissero, tra contemplazione, preghiera e lavoro manuale (c’è anche la “prima fabbrica metallurgica d’Europa”).

Alla sera raggiungiamo il “Camping du lac Kir”, al numero 3 di Bd. Chanoine-kir: ci resteremo i due giorni che dedicheremo alla visita di Digione e aut po’ di riposo.

Settimo giorno

Digione ha un passato importante (fu grandissima nei secoli XIV° e XV°) come testimoniano i molti eleganti edifici medioevali e rinascimentali, è sede di importanti musei e possiede un animato centro che dà al visitatore la possibilità di grandi acquisti (vino, cibo).

La nostra prima tappa è stata il grandioso Palais des Ducs e des Etats de Bourgogne: è nel cuore del centro storico e con la sua facciata neoclassica si affaccia sulla semicircolare e spettacolare place de la Libération, progettata alla fine del ‘600 da uno degli architetti di Versailles. Dopo aver dedicato delle fotografia alla facciata e alla piazza, andiamo nell’ala occidentale del palazzo dove, all’interno dell’arco che si trova di fronte al n. 92 di Rue de la Liberté, si trova una sfarzosa scala marmorea con una ringhiera dorata. Ci spostiamo a pochi passi dalla Cour d’Honneur, il cortile delimitato dalla cancellata, per salire sulla Tour Philippe le Bon: è alta 46 metri, venne costruita nella metà del XV° secolo e dalla sua sommità riusciamo ad avere un’ottima veduta di tutta la città.

Una volta scesi ci spostiamo nella zona a nord del Palazzo e passeggiamo lungo rue Verrerie, rue Vannerie, rue de Forges e le vie limitrofe per ammirare le più belle residenze aristocratiche (hotels particuliers, in francese): la Maison des Cariatides, dalla ricca facciata che oltre alle figure femminili presenta corni e piante rampicanti; l’Hotel Aubriot, la cui facciata è decorata di ghirlande, leoni e strani volti umani; la Maison Maillard, rinascimentale; l’Hotel Chambelles, seicentesco, dal bel cortile con una elegante scala a chiocciola, l’Hotel de Vogue, con l’armonico cortile rinascimentale; la Maison Millière, sul cui tetto si possono vedere un gatto ed un gufo.

La giornata continua con il Musée des Beaux-Arts, situato nell’area orientale del Palazzo dei Duchi. E’ tra i più prestigiosi di Francia: nella sala comunemente nota come Salle des Garden  si trovano tre retabli gotici dorati e i pregevoli sepolcri dei duchi di Borgogna, Filippo l’Ardito e di Giovanni senza Paura (con la moglie). Molti sono gli oggetti d’arte e i dipinti di grandi pittori, dal Medioevo al Rinascimento (e le sale dedicate sono sicuramente, per la quantità e la quantità delle opere, le più importanti di tutto il Museo) e ai giorni nostri.

Una volta usciti, senza una meta precisa, passeggiamo nel centro della città: facciamo acquisti di formaggi (soprattutto di capra. E si rinnova la diatriba: meglio quelli italiani o quelli francesi?) e una buona bottiglia di vino per la cena in camper.

Ottavo giorno

Eglise Saint-Michel

Iniziamo con la visita di alcune chiese: l’Eglise de Notre Dame, a nord del Palazzo dei Duchi, nella cui facciata si trova il trecentesco Horloge a Jacquemart, trecentesco, un trofeo di guerra portato qui dalle Fiandre da Filippo l’Ardito, l’Eglise Saint-Michel, nell’omonima piazza, un po’ gotica ed un po’ rinascimentale, che vanta una bella facciata decorata, per la nostra guida, “considerata una delle più belle di Francia”; la Cathedrale Saint-Benigne, in place Saint-Philibert, in stile gotico-borgognone.

Il Musèe de la Vie Bourguignonne, in rue Saint-Anne, l’altra tappa della giornata. E’ allestito in un convento cistercense del XVII° secolo. E’ per noi di grande interesse perché con i molti oggetti che raccoglie e le ricostruzioni degli ambienti illustra la vita quotidiana della popolazione rurale ed urbana della Borgogna.

E la giornata si chiude con la celebre moutarde de Dijon: entriamo nel  negozio di Maille, in rue de la Liberté 32: il pungente aroma che ci colpisce quando entriamo, la vista che cade sui barattoli dei 36 (così troviamo scritto:?!) tipi di senape, il fatto che non si può lasciare Digione senza uno dei suoi prodotti tipici ci convince ad acquistare alcuni (piccoli) barattoli che faranno bella mostra di sé (ma che verranno poco consumati) nella nostra casa.

In Toscana

In novembre ed in dicembre, come meta per i nostri viaggi con il camper, abbiamo scelto la Toscana.

La prima tappa è stata Arezzo. Per la sosta di due notti, ci siamo avvalsi del parcheggio in via Tarlati 42, con una centinaio di posti riservati ai camper, illuminato e molto comodo per la visita del centro perché si trova a qualche centinaio di metri dalle scale mobili che portano al Duomo della città. Per lo scarico invece abbiamo utilizzato il vicino camper service in Via Luigi da Palestrina (a circa 500m metri)  che si trova nell’Area Attrezzata Camper del Comune.

Più che la città, che abbiamo visitato altre volte, la visita ha avuto come momento centrale la famosa Fiera Antiquaria che si tiene la prima domenica di ogni mese ed il sabato precedente. Attiva da più di 50 anni, con circa 400 espositori (così nel sito  “fieraantiquaria.org) occupa la Piazza Grande e le vie adiacenti del centro storico. Sulle bancarelle noi abbiamo visto di tutto un po’: antiquariato di alto livello, modernariato, vintage e bric-a-brac, e qualche acquisto è stato fatto. Tra questi anche un vecchio vinile dei Bachelors, un “Best of … vol 1” del 1973, costato ben … 1 euro (il vinilomane non si smentisce mai …).

La facciata del Duomo

Visitare il mercato è anche visitare lo splendido centro storico, medioevale e rinascimentale, di Arezzo. Noi abbiamo iniziato dal Duomo dedicato ai santi Donato e Pietro, la cui costruzione ebbe inizio nel periodo di transizione tra il romanico ed il gotico (tutto questo è recuperabile nella sua architettura) e fu terminata solo agli inizi del XX° secolo quando l’incompiuta facciata fu completata in stile neogotico. Il Duomo è sul colle nella parte più antica di Arezzo e soprattutto per il suo slanciato campanile caratterizza la vista della città. Questa volta noi non abbiamo visitato gli interni, ma la Maddalena di Piero della Francesca, tipicamente rinascimentale, umana e divina nel contempo, la stupenda Arca di San Donato del Trecento in marmo, il coro ligneo ed il Battesimo di Cristo, opera del Vasari, e la Cappella della Madonna del Conforto rendono la visita dell’interno imprescindibile.

Nella vicina via Montetini, la nostra vista è stata attirata dal Palazzo dei Priori della prima metà del Trecento, ancora sede del Comune, con la sua Torre e nella piazza della Libertà il medievale e rinascimentale Palazzo della Provincia, mentre al ritorno, alla fine della giornata, sempre accanto al Duomo, abbiamo visitato il Prato di Arezzo, il parco rinascimentale, ovvero un anfiteatro verde perché incorniciato da pini marittimi ed imponenti tigli, voluto dai Medici per il passeggio dei nobili della loro epoca.

Dopo aver dato un’occhiata alle bancarelle della zona del Duomo, abbiamo iniziato la nostra discesa verso Piazza Grande. Ci perdiamo un po’ tra le vie del centro alla ricerca dell’affare del giorno, alla fine prendiamo corso Italia, camminiamo lungo la casa natale del Petrarca ed il Palazzo Pretorio con tutti i suoi stemmi araldici e superato l’abside di Santa Maria Assunta entriamo nella famosa piazza (ricordate anche il film?). Il rinascimentale Palazzo delle Logge di Giorgio Vasari che domina il lato più elevato della Piazza (e nel loggiato la qualità delle bancarelle è davvero molto alta), le torri merlate che risalgono al Medioevo, il Palazzo della Fraternità dei Laici con l’orologio astronomico, la pieve di Santa Maria Assunta con il suo campanile dalle “cento buche” e le bancarelle costituiscono per noi un insieme di grandissimo interesse ed emozione.

Un discreto cappuccino ed una brioche in un bar nel loggiato superpagati (va beh ma la vista …) e poi via lungo le altre strade del centro. Ed ora più che per altri grandi monumenti di Arezzo (Basilica di San Francesco, con il ciclo della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, Piazza della Badia con la basilica delle sante Flora e Lucilla, la casa del Vasari e l’anfiteatro romano) la nostra visita continua alla ricerca del giusto oggetto per il nostro banco.

Dopo Arezzo avevamo programmato un viaggio itinerante nella regione, ma il cattivo tempo ci ha obbligato a cambiare e così, raggiunta Firenze, qui  siamo rimasti per quattro giorni per poi spostarci, nel fine settimana, a Pisa.

Per la visita di Firenze abbiamo scelto di fermarci al “Camping in Town”, in via Generale C.A. dalla Chiesa 1/3, “firenze.humancompany.com“. E’ aperto tutto l’anno, si trova a circa tre chilometri dal centro, che può essere raggiunto  o tramite la navetta del campeggio (costo € 1,50 a corsa) o in bicicletta, è ben organizzato e dai grandi numeri, con servizi di ottima qualità e adeguate piazzole per i camper.

Nei giorni di permanenza abbiamo passeggiato nelle splendide vie del centro storico e visitato alcune delle chiese e dei musei che, per la loro ricchezza e bellezza, meritano assolutamente una visita e fanno di Firenze una delle città più belle al mondo. La prenotazione delle visite non è sempre stata agevole (tanti sono i siti online che offrono visite guidate e non) e l’aiuto del personale di uno dei Punti Informazioni Turistiche si è dimostrato opportuno (noi ci siamo avvalsi di quello vicino alla stazione centrale di Santa Maria Novella). In estrema sintesi, le nostre visite sono state: la Galleria degli Uffizi, Chiesa di Santa Maria Novella, il Duomo e la Piazza, Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti ed il Giardino di Boboli, le basiliche di Santa Croce e di San Lorenzo con i relativi quartieri, l’Oltrarno, quartiere sulla sponda sinistra dell’Arno.

Di queste, ci piace ricordare:

Giardino di Boboli che si estende dietro Palazzo Pitti, lungo la collina di Boboli, iscritto nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, è uno stupendo esempio di giardino all’italiana, voluto dai Medici e completato poi nell’arco dei secoli anche dai Lorena e dai Savoia. Superato l’ingresso, siamo stati colpiti dalla bellezza dell’Anfiteatro in muratura, con la platea che si presenta come un giardino formale, con al centro l’obelisco egizio ed una vasca di granito, e dalla zona terrazzamenti che sale fino alla Kaffehouas, una palazzina in stile baracco, un gioiello che risale alla seconda metà del XVIII° secolo,  alla Limonaia, ancora in uso, alla Palazzina e Bastione del Cavaliere. Molto belle sono anche le fontane, le statue, i vari giardini, le “Cerchiate”, che sono dei viali, piccoli e grandi, coperti a tunnel da alberature intervallate da arbusti sempreverdi che si aprono lungo il Viale dei Cipressi, le grotte tra cui la  Grotta del Buontalenti che vede tra i suoi direttori dei lavori il Vasari, che realizzò una facciata con colonne e lesene tuscaniche sostenenti un pronao architravato, la Grotta di Adamo ed Eva, e la grotta di Madama, il cui interno abbiamo solo intravisto perché chiusa;

Cappelle Mediceee che sono un museo statale, la cui storia è strettamente collegata alla basilica di San Lorenzo, a cui appartengono,  composto dalla Sagrestia Nuova, dalla Cappella dei Principi, un mausoleo,  dalla Cripta dove sono sepolti i Granduchi Medici e i loro famigliari e conserva inoltre una parte del prezioso Tesoro della Basilica di San Lorenzo, costituito da parati sacri e magnifici reliquiari;

Tomba di Lorenzo; il “Giorno” e la “Notte”

La Sagrestia Nuova è un capolavoro di Michelangelo per la sua architettura, le sculture e la decorazione in cui la luce indiretta o riflessa che entra dalle finestre e dal lanternino, “una costante l’altra cangiante con il trascorrere delle ore e delle stagioni,   svolge il ruolo di legame, commento, percorso simbolico, esaltazione del pathos”. (citato da: www.finestresuularte.info). Il tema della Sagrestia è “il Tempo che consuma il Tutto”. Di qui le quattro statue “Allegorie del Tempo” intese a simboleggiare il trionfo della famiglia dei Medici sul trascorrere del tempo poste sopra le tombe di Giuliano de’ Medici e di Lorenzo duca d’Urbino. Sulla prima ci sono il Giorno e la Notte, sulla seconda l’Aurora ed il Crepuscolo: di grande bellezza e suggestione sono gli allungamenti, le torsioni, l’incompletezza, l’enfasi dei tratti mascolini anche delle figure femminili che caratterizzano le statue. Le statue dei due duchi Medici sono poste sopra le tombe, entrambe hanno valenze simboliche e sono rivolte verso la parete dove è stata posta la scultura della Madonna con il Bambino (anche questa posizione ha una valenza simbolica in quanto è intesa ad indicare che la religione è l’unico elemento che può dare pace alle inquietudini umane);

Salone Donatello della Basilica di San Lorenzo per “Natura Collecta, Natura Exhibita”, un’esposizione temporanea  di oltre 150 pezzi provenienti dalle collezioni zoologiche e mineralogiche del  “Museo La Specola” (“temporaneamente chiuso” dal 2019) e parti delle cere anatomiche, dei veri e propri capolavori, che impressionano e sorprendono dato che riproducono, nei minimi dettagli e con stupefacente verosimiglianza l’interno del corpo umano. (la completa collezione delle cere anatomiche è unica al mondo per entità – circa 1400 – e antichità – gli studiosi e gli artigiani a cui si devono furono attivi tra la fine del XVIII° ed XIX° secolo);

Cupola del Brunelleschi. Abbiamo prenotato la salita che è contingentata, abbiamo fatto 463 scalini, alcune volte poco agevoli e piuttosto ripidi, ma la vista del Giudizio Universale del Vasari e di Federico Zuccari, capolavoro del manierismo e dai contenuti che discendono dal Concilio di Trento, dei costoloni e delle nervature tra la cupola interna e quella esterna (la costruzione del Brunelleschi è tecnologicamente geniale tanto che non tutti gli studiosi sono arrivati alla stessa conclusione circa la costruzione stessa) e la vista dall’alto del campanile del Duomo e della città è stato un momento indimenticabile (ed una voce del gruppo, mentre salivamo chi faticosamente chi un po’ più baldanzoso: “sembra di essere in un lavoro di Alberto Angela”: segno dei tempi …)

Per i pasti ci siamo avvalsi:

degli artigiani del Mercato Centrale, una recente istituzione in Firenze, aperto dal 2014 in tutti i giorni dalle 10 a mezzanotte. Si trova al primo piano dell’edificio storico del  Mercato Centrale, una costruzione in ferro e vetro, che risale al 1874 del quartiere di San Lorenzo, a pochi minuti dal Duomo, da piazza San Marco e dalla Fortezza da Basso. Qui abbiamo gustato degli ottimi hamburger fatti con carne chianina, una vera pizza napoletana e qualche buon cannolo siciliano.Al piano terra dell’edificio non ci sono “gli artigiani”, ma banchi del mercatino. Tra questi ce ne sono alcuni che servono piatti della tradizione: famoso e storico è “Nerbone” per il suo panino con il lampredotto;

Cibreo trattoria, ovvero il “Cibreino“, in via de’ Macci 122r, http://www.cibreo.com, per gustare i piatti della tradizione: il famoso paté del Cibreo con crostini, l’insalata di trippa, il lampredotto (l’abomaso del vitello) in umido con patate, il baccalà.

Per il fine settimana ci spostiamo a Pisa. Sostiamo nel  “Parcheggio Camper Via di Pratale. Il parcheggio è comodo, molti degli spazi hanno l’allaccio per l’elettricità ed è vicino al centro della città. Come ad Arezzo, l’interesse principale era il mercatino dell’antiquariato e dell’usato che si tiene, nel centro ddi Pisa,  la seconda domenica del mese ed il sabato precedente. Vuoi forse perché le festività natalizie erano vicine, in  realtà molte delle bancarelle che abbiamo trovato nella giornata di sabato avevano prodotti artigianali legati al Natale. Facevano eccezione quelle nella piazza antistante la Scuola Normale Superiore (piazza del Cavalieri): interessanti ma non abbiamo fatto acquisti.

La ricerca delle bancarelle ci ha inevitabilmente portato a rivedere i magnifici monumenti della città e a passeggiare nel centro storico. Dalla citata Piazza dei Cavalieri, all’edificio della Scuola Normale, al Palazzo dell’Orologio con le due torri (con la memoria che vola a Dante e al conte Ugolino), alla Piazza dei Miracoli, ai Lungarni e ai loro monumenti e luoghi di aggregazione, alle Logge dei Banchi, a Tuttomondo (All the world), il murale di Keith Haring del 1989, dipinto sul muro posteriore di Sant’Antonio Abate, una delle sue ultime opere prima della morte. Il murale è un inno alla vita di cui l’Autore così scrisse: “In questo murale ho disegnato tutto quello che riguarda l’umanità (…) è fatto di simboli delle differenti attività umane, è una sintesi delle problematiche della vita di oggi. Non mi sono dedicato unicamente alla vita degli uomini ma anche alla vita degli animali, ecco perché vedete delfini, scimmie e altro. È un affresco della Vita in generale”. (Su YouTube è recuperabile l’intervista in cui l’Artista parla dell’opera).

Mentre passeggiavamo, in piazza Martiri della Libertà, ci siamo imbattuti nella “vineria, panineria, cibo da strada L’ostellino de’ I Porci Comodi (2)”. Ci mettiamo in fila (tanta è la gente che, all’esterno in piedi o seduta su sgabelli e panchine sta mangiando invitanti panini, salumi e bevendo calici di vino), aspettiamo qualche minuto ed infine ci deliziamo con un ottimo panino con il lardo di colonnata e la finocchiona.

Un po’ delusi dal mercatino rispetto alle nostre aspettative, alla sera di sabato, decidiamo per l’indomani di spostarci a Vicopisano, a circa 20 chilometri, un piccolo centro ma con una certa importanza storica: testimonianza ne sono i notevoli monumenti medioevali: 12 torri, costruite tra il XI ed il XV secolo, due palazzi medievali del XII° secolo, una rocca medievale progettata dal Brunelleschi, una chiesa romanica anch’essa del XII secolo alla quale si deve aggiungerne un’altra, San Jacopo in Lupeta, posta nelle immediate vicinanze. Più che per questi monumenti la nostra visita sarà dedicata al “Mercatino del collezionismo” che nel centro della cittadina e nelle vie adiacenti viene generalmente organizzato nella seconda domenica del mese (gli espositori sono circa 150). Lasciamo il camper nell’area sosta camper comunale all’ingresso del paese e dopo una breve camminata iniziamo la visita del mercatino. Lo percorriamo in lungo ed in largo e compriamo qualche oggetto: sono libri, riviste, tazze con piattini  e sussidi didattici che entreranno a far parte dei beni che venderemo sul nostro banco.

E qui salutiamo la Toscana, con però la certezza di ritornarci.

Viaggiando a Cuba

Non abbiamo spesso superato i confini dell’Europa. Con il camper, in uno dei nostri viaggi nella Federazione Russa, siamo, seppur di poco,  entrati nella parte asiatica di quel grande paese, mentre tanti anni fa, grazie all’organizzazione di una agenzia, abbiamo fatto un viaggio in Tunisia, per sette giorni itinerante nel deserto e per altri sette a crogiolarsi nelle bellezze della turistica Jerba. Da qualche anno a questa parte, invece, i viaggi senza camper oltre il confino europeo si sono intensificati:  Cuba, Vietnam e Perù sono state mete fantastiche, ma maledetta sia l’attuale situazione della pandemia perché ci obbliga a ritardare altri viaggi che da tempo sognano di fare. Quello che state per leggere e vedere nelle testimonianze fotografiche è stato il primo: grazie all’organizzazione sopraffina di Viaggi Solidali (www.viaggisolidali.it), una agenzia di Torino, abbiamo attraversato l’isola caraibica da occidente ad oriente volutamente tralasciando i grandi alberghi ed il mare di zone come Varadero ad uso e consumo dei turisti amanti del sole e del divertimento, per immergersi nelle realtà del territorio e delle persone che lì abitano. Non vi presenteremo il viaggio tappa per tappa, ma vi racconteremo le nostre impressioni e vi illustreremo i ricordi che gelosamente conserviamo di questa meravigliosa terra e dei suoi abitanti. E sarà così anche quando vi scriveremo le note degli altri viaggi extraeuropei.

I colori

Ci hanno profondamente colpiti sin dal nostro primo giorno nella capitale e così è stato fino alla fine del nostro viaggio a Baracoa. Sono i colori degli esterni di edifici importanti ma anche, seppur spesso fatiscenti, delle case civili: tinte pastello molto calde, una delizia per gli occhi.

Per non parlare delle famose automobili: quelle americane dalle grosse dimensioni degli anni ’50 del secolo scorso, sopravvissute grazie alla paziente e sapiente opera di manutenzione dei cubani. E qui le tinte sono molto sgargianti.

La natura

Non siamo stati molto al mare. Ma il giorno di assoluto riposo a Cayo Jutia, in prossimità di Vinales, e l’escursione in catamarano con lunga sosta a Cayo Blanco (non quello vicino a Varadero ma a Trinidad) con la finissima sabbia bianca, le palme, il mare caraibico cristallino, turchese e blu cobalto, gli animali che, a Cayo Blanco, ci hanno fatto, con qualche apprensione, compagnia, i fiori, la passeggiata sulle rocce della spiaggia di Cayo Blanco con i resti di coralli morti, hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria.

E poi le piante. Per chi scrive, con una grande predilezione per il cioccolato, il primo posto è occupato dalla  “Theobroma cacao” che è quella quella delle fave di cioccolato contenute, in varia quantità, nella sua bacca che noi abbiamo visto soprattutto con una colorazione rossastra. La “Roystonea regia”, la palma reale, simbolo della nazione, molto alta, dal bel tronco chiaro, quasi bianco, che è larga alla base ma che si restringe salendo e che poi si allarga prima della chioma delle foglie. La canna da zucchero, dalla cui melassa, si distilla il rum ma dalla quale si può ottenere, mediante spremitura,  il “guarapo”, molto buono e salutare. Il tabacco per i famosi sigari. Le numerose pianta da frutta di cui ci ricordiamo, anche per la grande quantità bevuta sotto forma di succo soprattutto alla mattina, il mango e la papaya.

Nella parte occidentale dell’isola, la visita a Vinales, ci ha regalato la vista dei mogotes, classificati dall’Unesco come “Paesaggio Culturale dell’Umanità”, che sono delle colline arrotondate ed isolate, con ripide pareti, che si innalzano su terreno pianeggiante e con lussureggiante vegetazione, soggette al fenomeno del carsismo che crea al loro interno delle grotte (ed in una di queste abbiamo fatto una piccola gita in barca).

Durante l’ultima tappa del viaggio, Baracoa, ci siamo trovati immersi in una regione selvaggia ed intatta, tipicamente caraibica:  l’area rappresenta, infatti,  la principale risorsa forestale del paese ed è una riserva della biosfera riconosciuta dall’Unesco in quanto presenta la più alta biodiversità dell’area caraibica e la più alta percentuale di fauna e flora endemiche. Dalla famosa strada La Farola, che dagli anni ’60 collega la città al resto dell’isola, che si dipana per 60 chilometri circa zigando su precipizi e con ardite soluzioni ingegneristiche, all’escursione al Parque National de Humboldt, anch’esso designato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, ci hanno fatto compagnia cactus, agave, aloe, alberi di mango, di banane, di platano,  del pane, di cacao, palme reali, felci, conifere.

Le persone

I cubani che abbiamo incontrato ci hanno colpito per la loro voglia di fare gruppo e di relazionarsi con noi, per il loro amore della musica e del ballo, per la loro situazione di grave difficoltà economica, affrontata però con relativa serenità e spirito di intraprendenza. Quella grande voglia  di fare che noi abbiamo visto manifestarsi nella porzione di proprietà privata e di mercato libero riconosciuti dalla stato. E’ stato il caso del coltivatore di tabacco, di cui abbiamo visitato i locali di essiccazione all’aria e presso cui abbiamo fumato e comprati i sigari; del coltivatore della pianta di fave di cioccolato, che ci ha regalato, dopo la visita alla piantagione, una piccola lezione sulla coltivazione del cacao e la produzione del cioccolato (e noi che amiamo il cioccolato abbiamo molto gradito e ce ne siamo andati con borse ripiene di vari formati di cioccolato); dei gestori/proprietari, soprattutto signore, delle “casas particulares” dove abbiamo sempre soggiornato – case essenziali ma comode – che ci hanno sempre deliziato con ampie e sostanziose colazioni e, talvolta, con succulenti piatti di pesce (indimenticabili i piatti di gamberetti cucinati con latte di cocco a Baracoa e le aragoste a L’Avana).

Mentre passeggiavamo per Santiago de Cuba ci siamo fermati per un salutare ristoro in un caffè. E’ stato un momento fortunato perché nel tavolo vicino vediamo seduti dei signori, con chitarra, tromba, congas e claves  più qualche bottiglia di rum bianco, marca “Mulata”, e lattine di birra. Di lì a pochi minuti ci regalano un concerto di musica cubana, che viene nobilitato anche da una bella voce femminile ed accompagnato da inviti a noi rivolti a partecipare alla bevuta (fortunatamente non al canto). Siamo piacevolmente sorpresi, incantati, la musica è bella, spontanea, tipicamente cubana (e forse un po’ per l’effetto del rum la mente va al “Buena Vista Social Club” e al film di Wim Wenders). Ma poi uno di loro si avvicina con una borsa tipo quella del supermercato, ne estrae un CD, “se vuoi costo di 8 euro” e l’incanto svanisce un po’…

A Trinidad mentre apprezzavamo i colori, la gente e la bella architettura della città vediamo in una residenza un gruppo di persone: c’è chi suona e canta musica tradizionale, c’è chi balla, c’è chi piacevolmente conversa. Noi ci fermiamo e guardiamo il gruppo, alcuni di loro guardano noi. In men che non si dica ci invitano ad entrare ed a unirsi a loro: è la festa di compleanno di una anziana signora. Partecipiamo con grande gioia, ma peccato che al gruppo si unisce, lo scrivente, un elefante danzante!

Per gli abitanti di Cuba il passato rivoluzionario è costantemente presente nella loro vita: noi abbiamo incontrato chi vive di ricordi e continua, ad occhi chiusi,  a celebrarne i miti e chi invece, pur vivendo in nome di quegli ideali,  si pone il problema di come attualizzarne il significato. Certo che la presenza fisica del potere è ovunque: per noi turisti (magari di una certa età) può essere motivo di ricordi giovanili, di discussioni ed arrabbiature, comunque parte importante della dimensione culturale del viaggio, ma per chi ci abita può essere una presenza soffocante e generatrice di proteste.

Il passato coloniale

Certo la rivoluzione, con i suoi miti ed i luoghi, ma Cuba è anche questo (gli insediamenti spagnoli iniziarono nei primi anni del XVI° secolo, mentre le guerre di indipendenza risalgono alla fine del XIX° secolo). Nel nostro cuore sono rimaste le grandi città storiche di Baracoa, Camaguey, Trinidad, Santiago de Cuba, Remedios. Qui il tempo sembra che si sia fermato ed in ottimo stato di conservazione ci sono le cattedrali, da sempre frequentate dai cubani, i palazzi dei grandi proprietari terrieri, i monumenti agli esploratori che per primi arrivarono in questa isola.

Baracoa ovvero la Città Primada, la prima ad essere fondata dagli Spagnoli nel lembo più estremo della parte orientale dell’isola e fino agli anni ’50 del secolo scorso isolata dal resto dell’isola, è un gioiello dalla lunga storia. Passeggiare nel centro è sì fare un tuffo nel passato: bella la Iglesia de Nuestra Señora de la Asunción , nel centro della città, appartenente alla Chiesa Cattolica, costruita nel 1803 anche se l’attuale chiesa risale al 1905. Ma anche constatare che il presente ha modellato il passato perché quelle che erano le tre fortezze di Baracoa ora ospitano il museo coloniale, un hotel e un ristorante, mentre un ricco palazzo coloniale è diventata la sede del Comune (la ristrutturazione, che era in corso durante la nostra permanenza, gli ha conferito un caldo color giallo). La città è impegnata anche a preservare la forte tradizione musicale della zona nella piccola, affollata e meritatamente rinomata Casa de La Trova Victorino Rodriguez (tradizione che anche noi abbiamo avuto modo di apprezzare con qualche bicchiere di mojito e cuba libre).

Il centro storico Camaguey è dal 2008 nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità perché la città è uno dei primi sette villaggi fondati a Cuba dagli spagnoli. La città, ora la terza più grande della nazione, ha una forte tradizione cattolica (e tante sono le chiese) e presenta un centro (uno dei tanti quadrati che urbanisticamente la caratterizzano) caratterizzato da uno stile architettonico eterogeneo, con edifici neoclassici, eclettici, art decò, neocoloniale, Art Noveau e razionalista. Noi l’abbiamo apprezzato durante una passeggiata, in parte a piedi ed in parte in risciò, lungo strade sinuose, stretti e nascosti vicoli che, nel passato, vennero costruiti per proteggere la città dagli assalti dei pirati.

Anche la fondazione di Trinidad risale agli spagnoli ed è dal 1988 Patrimonio dell’Umanità. Delle tre, è stata per noi la più bella ed autentica scoperta in un’indimenticabile, tranquilla e “coloniale” passeggiata tra le strette vie in selciato, fiancheggiate da palazzi, ricchi restaurati e dai magnifici colori, imponenti chiese neoclassiche, lussureggianti giardini. Però ci sono tratti, un po’ fuori dal centro, in cui al posto delle lastre di pietra ci sono buche ed il fango è dappertutto, l’esterno delle case è piuttosto fatiscente, le persone sono sedute fuori dalle abitazioni, alcuni cavalli passeggiano liberamente ed anziani sono impegnati in silenziose ed impegnative partite di domino.

Nondimeno Santiago de Cuba: fondata dagli spagnoli e purtroppo distrutta da due violenti terremoti nella seconda metà del diciassettesimo secolo, ma che ancora conserva, del periodo spagnolo, la cattedrale, i palazzi dell’amministrazione statale (per qualche decennio nel XVI° secolo fu il centro più importante dell’isola) e soprattutto il Castello di San Pedro de la Roca, una fortezza, che dal 1997 è negli elenchi dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, costruiti nel passato per difendere la città dalle incursioni dei pirati. La città è legata alla rivoluzione cubana perché qui si trova il Cuartel Moncada (Quartier Generale Moncad), dove nel 1953 ebbe inizio l’insurrezione (che allora fallì) contro il regime di Batista (ora è museo ed istituto scolastico). Altro sito importante (e meta di pellegrinaggio) è il suo cimitero che si chiama il Cementerio di Santa Ifigenia dove riposano le spoglie di alcune tra le persone più importanti per la storia e la vita del paese. Tra queste: il padre dell’indipendenza cubana Carlos Manuel de Cespedes, l’eroe nazionale José Martì, che riposa in una tomba avvolta nella bandiera nazionale e sempre inondata dalla luce (la posizione richiama un verso di una sua poesia) posta in solenne mausoleo con l’immancabile cambio della guardia, ed il compositore e cantante Compay Segundo del famoso “Buena Vista Social Club” (Due note in aggiunta a proposito del Cimitero. La prima: durante la visita Fidel Castro era in fin di vita e sarebbe morto dopo qualche mese: ora anche le sue ceneri riposano nel cimitero, interrate all’interno di una grande pietra, tra il mausoleo di José Martì. La seconda: per chi ama la musica – ed intendo non solo quella cubana – è da poco uscito, in occasione del venticinquesimo anniversario,  la versione rimasterizzata e in diversi formati del famoso disco: assolutamente da ascoltare e da consumare per i tanti ascolti.)

La nostra visita della città, che ci ha occupato quasi due giorni, ha toccato i grandi luoghi elencati in precedenza, ma si è anche svolta lungo vie piene di vita e colori e traboccanti di cultura e tradizione (interessante anche la visita del museo del rum): davvero un bel momento del viaggio!

Nella provincia di Villa Clara, nel centro dell’isola (ah i ricordi ah: e ovviamente la visita al mausoleo del Che, ai luoghi e ai monumenti della rivoluzione qui presenti non poteva non mancare) c’è un’altra antica città fondata nella prima metà del XVI° secolo: Remedios. Durante la nostra passeggiata siamo stati colpiti dalla bellezza dall’eleganza di alcune residenze (anche qui nobilitate dai bellissimi colori), dalla piazza centrale con le sue due chiese: la Iglesia de Nuestra Señora del Buen Viaje, che costituisce un vero e proprio gioiello dell’architettura coloniale, fondata nel 1600 e la Iglesia Parroquial de San Juan Bautista della fine del XVIII secolo, considerata uno degli edifici ecclesiastici più belli dell’isola, con un campanile eretto tra gli anni 1848 e 1858, ed un prezioso altare dorato, e con tetto in mogano.

Altra tappa nel passato dell’isola è stata la visita della Manaca Iznaga, nella Valle de los Ingenios, vicino a Trinidad, un’alta torre all’interno di un vecchia proprietà zuccheriera che veniva usata per controllare il lavoro e la vita degli schiavi della piantagione.

La Habana

Tante sono state le passeggiate, alcune organizzate altre in cui come al solito abbiamo amato girare senza una meta precisa. E questi sono i nostri ricordi:

i) il centro storico, La Habana Vieja, Patrimonio Universale Unesco dal 1982, con le sue quattro piazze, tutte luoghi di grande interessa storico e culturale: la Plaza de la Catedral, con la Catedral de San Cristóbal, uno dei monumenti architettonici più imponenti di Cuba e uno dei migliori esempi del barocco cubano, il Palacio de los Marqueses de Aguas Claras, il Palacio del Conde de Lombillo, il Museo de Arte Colonial; la Plaza de Armas, che fu il centro militare e difensivo come testimonia il castello e l’ampio cortile, un perfetto esempio d’architettura militare coloniale (fu costruito dagli spagnoli) l; la Plaza Vieja, con il suo mercato (e quasi ci scappa l’acquisto l’edizione russa di “Choba B CCCP” di Paul McCartney – mania da collezionista, che però rinuncia perché il vinile è rotto e la copertina tutta ammuffita); la Plaza de San Francisco de Asis, che fu il il principale punto d’esportazione e importazione merci per la presenza del porto dove attraccavano le navi spagnole. Non meno interessanti sono le vie che l’attraversano. Tra queste: Calle Opispo, un’isola pedonale, su cui si affacciano antiche farmacie, vecchi palazzi, negozi d’artigianato e ristoranti; Calle Mercaderes, restaurata ed ora una replica perfetta della via che risale al XVIII° secolo, con i suoi musei, la Casa del Cioccolato, la casa museo di Simon Bolivar, il Museo Maqueta, con la sua perfetta riproduzione del centro storico (scala 1:500).

E mentre passeggiamo incontriamo sempre tanta gente, molte indaffarate altre un po’ meno, sedute attorno a tavolini ed impegnate nelle partite a domino, tante automobili che scaricano i loro gas tossici, povertà, tanti turisti, e … tanti cani, ben tenuti, che sanno riposarsi anche nel mezzo delle zone pedonali, dotati di tesserino di riconoscimento;

ii) La Plaza della Revolucion. Costruita negli anni ‘20 del secolo scorso dall’urbanista francese Jean Claude Ferestier sul modello della francese piazza dell’Etoile con grandi viali che si dipartano dal suo centro, è un grandissimo spazio parte integrante del municipio de L’Avana e teatro di numerosi eventi e celebrazioni politiche (concerti musicali inclusi). Sulla piazza prospettano gli edifici, grigi e un po’ orwelliani, del Ministero degli Interni  e delle Telecomunicazioni, il primo con una grande effigie di Che Guevara ed il secondo di Camilo Cienguegos, un altro eroe della rivoluzione,  mentre al suo centro c’è la statua di un altro eroe nazionale, il leader del movimento dell’indipendenza cubana dalla Spagna, José Marti. E, per i numerosi turisti, la piazza è anche un luogo dove ammirare le sgargianti automobili americane degli anni ’50 e, magari, trovare qualche passaggio su quelle che fanno servizio di taxi;

iii) El Malecon, ufficialmente Avenida de Maceo, una strada di grande scorrimento a 6 corsie situata difronte al mare, in tutto lunga 8 chilometri (noi ne abbiamo percorso solo una parte), iniziata agli inizi del XX° secolo per proteggere la città dal mare. Nonostante il traffico e qualche grande cartello pubblicitario che annunciava la costruzione di un grande centro commerciale nel centro storico (sarà stato costruito?), il luogo è stato per noi di grande suggestione, perché il pensiero è andato alla Cuba precedente la rivoluzione (ancora ci sono grandi alberghi) ma anche alle difficoltà economiche dell’isola mentre guardavamo i vecchi palazzi in disfacimento o in faticosa ricostruzione, con le onde del mare che si frangevano sul muro, incuranti della leggera pioggia come i numerosi cubani impegnati a pescare o a passeggiare come noi, e un po’ rattristati dal cielo grigio;

iv) il Barrio Pogolotti, che non è un’attrazione turistica ma ha una significativa importanza storica perché venne fondato da un italiano emigrato a Cuba, Dino Pogolotti, proveniente da un piccolo centro del Piemonte (Giaveno), che realizzò opere di urbanizzazione, le strade, l’acquedotto, un cinema così da dar vita, agli inizi del XX° secolo, al primo quartiere operaio nell’America latina. Ora molte delle case necessitano di interventi di ristrutturazione, la vita è piuttosto difficile, ma un’associazione, di cui abbiamo incontrato delle rappresentanti, è molto attiva nell’opera di recupero del luogo e di sostegno degli abitanti;

v) il sacro ed il profano della collina “La Cabana”. Qui, oltre alla bella vista su tutta L’Avana, si trovano la statua del Cristo benedicente, opera in marmo di Carrara della scultrice cubana Jilma Madera, alta 20 metri, scolpita in Italia, benedetta da Papa Pio XII° inaugurata nel 1958, e la casa-museo di Che Guevara;

vi) il quartiere Miramar a Playa, un po’ defilato rispetto al centro storico, con il suo parco, Amendares, ricco di piante tropicali e con i grandi viali e gli imponenti palazzi del periodo che precede la rivoluzione che ora sono sedi di ambasciate e consolati, hotel ristoranti club esclusivi, nonché ricche residenze private.

Il viaggio fu fatto nel mese di febbraio, di poco più di due settimane, con un piccolo gruppo di italiani e due brave guide cubane, ed il fascino di questa terra, tra passato e presente, agisce ancora su di noi.  E per concludere, insieme ad una miscellanea di foto, il ricordo di una specialità della zona di Baracoa che, grazie alla nostra guida, abbiamo avuto la fortuna di assaggiare in una sosta mentre percorrevamo La Farola: il cucurucho, composto da cocco grattugiato, miele, mandorle tostate a pezzettini,  papaya (ma altri frutti possono essere impiegati) avvolto in una foglia di palma a forma di cono: semplice ma delizioso.

Miscellanea

Viaggio in Sicilia

E’ stato il nostro secondo viaggio con il camper in Sicilia e per questo non troverete nulla circa alcuni dei luoghi più belli dell’isola perché li abbiamo visitati nel precedente viaggio, fatto tanti anni fa e del quale, purtroppo, non troverete traccia in questo blog (eravamo “giovani camperisti”, abbiamo perso tutti gli appunti ed allora, piuttosto che scrivere, ad esempio, di Palermo Siracusa Segesta, con i soli dati da guida turistica, rinunciano a compilarne il diario).

Questa volta abbiamo deciso di raggiungere l’isola con la nave in partenza da Civitavecchia. In realtà  la nave è arrivata da Olbia ed ha lasciato il porto di Civitavecchia con 4 ore di ritardo (cosa non insolita considerate le testimonianza di altre passeggeri e presenti in YouTube) e, dopo circa 13 ore di viaggio (il ritardo non è stato recuperato), siamo arrivati al porto di Palermo solo nella tarda mattinata del giorno successivo.

Primo giorno

Usciti dal porto ci dirigiamo a Castellammare del Golfo dove resteremo per quattro notti nel campeggio “Nausicaa” (info@nausicaa-camping.it). In realtà accoglie prevalentemente camper, i servizi sono sicuramente adeguati, i negozi sono abbastanza vicini, così il centro storico, ha una bella posizione sopra la spiaggia di Castellare che regala a chi si trova (come noi) lungo la recinzione una bella vista di una parte del golfo.

Dopo aver sistemato il camper, in un’afosa serata di settembre, facciamo la nostra prima visita del centro storico di Castellammare: tutte viuzze e scalinate che portano alla punta del promontorio sui cui sorge il Castello e al porto turistico da cui si può cogliere la bella vista di case che, strette le une sulle altre, scendono al mare. Questa è anche la zona dei molti ristoranti ed in uno di questi, “La Cambusa”, ceniamo con buoni piatti di pesce, tra cui un cous cous, per terminare con un gustoso cannolo rovesciato.

Secondo giorno

Visitiamo Erice. Lasciamo il camper nel parcheggio prospiciente la funivia che ci porta, con una bella vista dall’alto della città di Trapani e delle sue saline, all’ingresso del borgo. Risaliamo la via centrale  e scopriamo che è incantevole nella sua dimensione medioevale. Ci perdiamo nelle piccole vie e raggiungiamo il castello di Venere: spettacolari sono le viste sui territori che circondano il borgo.

Erice è famosa per il centro di ricerca scientifica “Ettore Maiorana”, ma anche per i dolci che qui si producono, in particolare quelli di Maria Grammatico al n. 14 di via Vittorio Emanuele (attenzione il negozio è prima del loro albergo, non si nota facilmente anche perché è seguito da un altro bar con un abile cameriere che decanta, anche a ragion veduta, i dolci che nel suo bar si producono) che ripresenta le ricette delle monache ericine di cui lei è la grande interprete. Noi abbiamo comprato quasi tutte le loro specialità e siamo rimasti deliziati dalla loro bontà. L’acquisto è stato fatto velocemente (fuori c’è sempre la coda di clienti) e con cortesia. Ed abbiamo avuto la fortuna di incontrare la signora Grammatico!

Dopo Erice abbiamo visitato le saline di Trapani e Paceco che formano una Riserva Naturale Protetta gestita dal WWF, ma con gran parte della saline di proprietà privata. Le prime saline le ammiriamo lungo la SP21, la provinciale che poi lasciamo per indirizzarci verso Nubia (famosa per l’aglio rosso) e la Salina Calcara. E qui ci aspetta una bella disavventura: entriamo nel parcheggio, non vedo che il terreno al centro è molle e la conclusione è che ci ritroviamo con il camper affondato nel fango. Ovviamente siamo al centro dell’attenzione degli altri visitatori, che gettano sguardi e fanno commenti. Tra i quali però c’è una gentile coppia di camperisti di Torino che viene in nostro soccorso e dopo numerosi tentativi riusciamo ad uscire dal fango: non so se mai leggeranno queste righe, ma sappiamo che ora li vogliamo nuovamente ringraziare.

Rimesso tutto in ordine, ripuliti un po’ dal fango gli attrezzi, mentre ci stiamo per spostare verso l’unico posto libero ecco che un van tedesco decide di precederci così che a noi non rimane altro che portare il camper all’esterno del parcheggio e sostare lungo la via (fortunatamente abbastanza grande).

E’ tardi pomeriggio quando facciamo una bella passeggiata tra gli stagni con l’acqua dal colore cangiante, le montagne di sale, i mulini, l’edificio del Museo del Sale: un paesaggio davvero molto suggestivo.

Terzo giorno

E’ una giornata di assoluto riposo. Alla mattina una passeggiata nel centro storico alla ricerca di una buona colazione. Che alla fine troviamo in un bar dai tempi molto dilatati (alcuni clienti lo lasciano arrabbiati per la lunga attesa, mentre noi discettiamo sulla differenza della gestione del tempo tra nord e sud d’Italia – evviva i luoghi comuni!): alla fine un buon cannolo siciliano soddisfa la nostra voglia di dolci. Poi la spiaggia, un bagno, ed ancora alla sera, il ristorante “La Cambusa”. Sempre piatti di pesce: questa volta con qualche pecca nei primi (le busiate) con gli ingredienti della salsa che li accompagnano non ben amalgamati ed un servizio non sempre attento.

Quarto giorno

La Riserva dello Zingaro, da poco riaperta dopo il terribile incendio del 29 agosto del 2020, è la destinazione di questa giornata. Con il camper da Castellammare ci spostiamo a Scopello: la provinciale che seguiamo per raggiungere il parcheggio vicino all’ingresso della Riserva si restringe un po’ ma non è difficoltosa. Scorgiamo i faraglioni di Scopello e siamo arrivati al secondo parcheggio (quello all’ingresso è già pieno e sono le 10 circa). Paghiamo il biglietto del parcheggio (€ 10) e della “Riserva” (€ 6), entriamo e seguiamo il sentiero che corre lungo la costa e che per una lunghezza di circa 8 chilometri attraversa tutta la Riserva fino all’ingresso opposto di San Vito Lo Capo (ci sono altri due sentieri: di mezza costa e, per esperti, quello in costa). Un po’ è in pendenza ma, in genere, è pianeggiante: comunque bisogna percorrerlo con scarpe ed abbigliamento adeguati (abbiamo visto signore con scarpe con i tacchi, infradito e signori con jeans e camicia!), avere delle bottigliette di acqua (ci sono, comunque, delle fontanelle: tutte segnate sulla mappa che viene consegnata all’ingresso).

I ripidi pendii alla sinistra, la rinata macchia mediterranea nel mezzo della quale si snoda il sentiero, i colori dello splendido mare, le due cale (Marinella e Dell’Uzzo) nelle quali, tra i numerosi turisti, troviamo, non senza qualche difficoltà, un piccolo spazio per deliziarci dello splendido sole e bagnarci nelle cristalline acque, i numerosi pesci che ci fanno compagnia durante il bagno a Cala Marinella, il piccolo museo dedicato alla tonnara che fu, un gentile signore che in una abitazione-museo-negozio ci spiega che sta intrecciando delle foglie di una delle piante della macchia mediterranea per ricavarne una corda (ma che è possibile ottenere anche ciò che è esposto: borse, cesti ed attrezzi vari), fanno di questa giornata una di quelle che ti rimangono dentro e che ti fanno amare il viaggio.

Quinto giorno

Alla mattina lasciamo il campeggio “Nausicaa” e ci spostiamo a Nubia, Trapani, nel parcheggio Le Saline: è vicino al porto, ha un’area camper con gli attacchi per l’elettricità, una piccola zona con tavolini e sedie, è sorvegliato 24 ore ed è possibile la prenotazione.  Con la loro navetta (gratuita) raggiungiamo il porto di Trapani dove prendiamo l’aliscafo per la visita di Favignana (avevamo, in precedenza, acquistato i biglietti della compagnia Liberty Lines online).

Dopo circa mezz’ora raggiungiamo l’isola. Quando scendiamo dall’aliscafo e ci mettiamo alla ricerca di un noleggio biciclette notiamo tanta confusione, tanti noleggiatori, ed ovviamente, tante biciclette e motociclette. Oltre alle macchine, parcheggiate o sfreccianti lungo la strada del porto. Alla fine ci ritroviamo con due biciclette, non in buono stato, al costo di € 15 ognuna, per tutto il giorno (due giorni prima avevamo tentato una prenotazione online ma senza avere risposta).

La prima tappa sull’isola è di tipo storico. Andiamo agli antichi stabilimenti Florio dove fino a qualche decennio fa veniva lavorato il tonno pescato nella tonnara di Favignana. La visita è guidata: la brava guida ci dà informazioni sulla famiglia e la loro importanza per lo sviluppo dell’economia dell’isola, ci informa minuziosamente sulle varie fasi di lavorazione del pesce (dal momento della pesca nella tonnara all’inscatolamento) mentre ci accompagna nelle sale dello stabilimento, nel luogo dove sono riparate le navi usate per la pesca per concludere nel museo in cui possiamo ammirare interessanti rostri, fenici e romani.

Favignana ha un centro storico, fatto soprattutto di ristoranti, bar, case per vacanze. In un bar gustiamo delle buone tapas con polipo e sardine, più due sostanziose fette di “pane cunzato” (tipico pane siciliano con fette di pomodoro, pecorino grattugiato, acciughe, origano, sale e pepe nero).

Riprendiamo la bicicletta e percorriamo la pista ciclabile (spesso però da dividere con moto e automobili), bella per le vedute che ci regala del mare, delle cave di tufo, di una natura aspra e selvaggia, purtroppo rovinata dai resti della presenza umana (l’immondizia è un po’ dappertutto, per non parlare delle automobili). Seguiamo la pista e ci fermiamo in alcune tra le più famose cale dell’isola: Cala Rossa, Cala del Bue Marino, Cala Azzurra. Che dire: tanti turisti, in mare e non, le imbarcazioni sono un po’ ovunque, ma davvero l’acqua è trasparente, ha dei colori incantevoli e sdraiarsi sui sassi e godersi la vista è davvero una bella esperienza.

Rientriamo, non senza qualche difficoltà, nel centro storico di Favignana. E qui ci perdiamo ancora tra i negozi ed i bar. Mangiamo un’ottima genovese con crema di ricotta ed una squisita pasta ripiena di ricotta e cioccolato alla “Pasticceria FC” in via Garibaldi 28 e facciamo degli acquisti presso un negozio di specialità locali. Parliamo un po’ con il proprietario e veniamo sapere che nello scorso mese di agosto nell’isola erano presenti circa 70.000 persone al giorno e che, inevitabilmente Favignana è, nel periodo estivo, al collasso e deturpata dai tanti irrispettosi turisti. Per non parlare dei locali che sfruttano questa opportunità …

Una volta rientrati con l’aliscafo e ripresa la navetta, passiamo una tranquilla notte nel parcheggio “Le Saline”.

Sesto giorno

Ci spostiamo a Marsala. Parcheggiamo nell’Area Attrezzata “Villa Genna”, ovvero in un spazio sotto delle palme nel giardino della villa in quanto l’area non risulta in funzione. A pagamento ci viene offerto il servizio navetta per il centro di Marsala.

La nostra visita inizia dal Museo Archeologico Baglio Anselmi, sul lungomare Boeo.  Situato all’interno di un ex azienda vinicola, raccoglie la nave punica, unica al mondo, un’imbarcazione da guerra per circa 34 rematori da ogni lato, la nave Marausa, tardo-romana, altri reperti subacquei e relitti medievali del Lido Signorini (il lido di Marsala), nonché la statua in marmo greco che raffigura la Venere callipigia (non presente, però, quando visitiamo il museo). A destra del Museo, c’è una chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, bianca, dal portale barocco, e la grotta della Sibilla, in cui, ci dicono (per il COVID l’accesso è vietato) un mosaico pavimentale romano e tracce di affreschi alle pareti.

Dal cortile interno del Palazzo che ospita il museo si accede al Parco Archeologico. Che troviamo purtroppo in grande degrado: i cartelli informativi sono illeggibili o buttati per terra, le strutture che proteggono  una interessante sezione romana mostrano preoccupanti crepe, la vegetazione è lasciata a se stessa. Comunque il lastricato del decumano massimo, i pavimenti a mosaico con motivi geometrici ed animali dell’insula romana, vedere un gruppo di archeologi al lavoro e lo stabile che raccoglie moltissimi reperti raccolti rendono la visita davvero molto interessante, ma non cancellano la rabbia per le condizioni in cui il Parco si trova. 

Seguendo il decumano usciamo dal parco in piazza della Vittoria e sempre a piedi seguendo via XI Maggio entriamo nel centro storico di Marsala. La città ci appare elegante e curata. Arriviamo in Piazza della Repubblica, con il Palazzo Senatorio  e il Duomo, dall’imponente facciata con molte statue e due campanili. In prossimità del Duomo avremmo voluto visitare il Museo degli Arazzi, che contiene otto splendidi arazzi cinquecenteschi, ma quando arriviamo alla sede scopriamo che è chiuso, non ha alcun cartello informativo per i visitatori, ed una gentile signora, che nota il nostro disorientamento, ci dice che gli arazzi sono stati trasportati da qualche anno a Roma per il restauro e non si sa quando rientreranno a Marsala. Così continuiamo la nostra passeggiata senza una metà precisa nel centro. In Piazza dell’Addolorata, in un chiosco, con una piccola finestrella, da un “panellaro” che è un’istituzione per Marsala, gustiamo un ottimo panino con le panelle, le frittelle di farina di ceci, fritte in olio e tagliate a fettine. La passeggiata ci porta lungo il mare nella zona dove hanno sede i grandi produttori del Marsala, il vino liquoroso gloria della città (le cantine possono essere visitate su prenotazione e alla visita si unisce la degustazione).

Alla sera, una volta rientrati con la navetta al parcheggio, ci mettiamo in sella alle nostre biciclette e percorriamo la pista che corre lungo lo Stagnone, la laguna più grande della Sicilia, e le saline. Siamo davvero fortunati perché, quando raggiungiamo le saline, il sole che tramonta e l’acqua delle saline compongono una indimenticabile tavolozza di colori, caldi ed intensi, in cui il blu si unisce al giallo al rosso e all’arancione. Che maggiormente apprezziamo quando ci fermiamo in un bar con i tavoli praticamente nell’acqua mentre sorseggiamo un aperitivo e gustiamo una saporita e fragrante frittura.

Settimo giorno

Mazara del Vallo è la tappa successiva. Ci fermiamo all’Area Attrezzata “Il Giardino dell’Emiro”. L’area è davvero molto bella: le piazzole sono larghe, ben tenute, chi la gestisce è molto attento ed organizzato (offrono servizio navetta in molte delle località vicine), i servizi sono adeguati e la navetta è prevista anche per il centro della città.

Considerata la qualità del posto e forse perché siamo un po stanchi, passiamo il pomeriggio e la sera nell’Area.

Ottavo giorno

Con la navetta ci indirizziamo verso il centro di Mazara. Ci lasciano prima del porto-canale (avevamo chiesto un buon posto dove fare colazione), al di fuori della “Pasticceria Rocca”, in via Emanuele Sansone 53. E’ molto conosciuta e non solo per qualità dei dolci: mentre facciamo un’ottima la colazione con i cannoli, vediamo degli invitanti arancini e delle gustose focacce che saranno il nostro apprezzato pasto.

A piedi raggiungiamo il centro. Camminiamo piacevolmente un po’ sul bel lungomare, attraversiamo il giardino pubblico Jolanda, ci spostiamo in Piazza della Repubblica per entrare nel centro storico. La Piazza è un grande spazio barocco su cui si trovano il Palazzo vescovile, il Seminario dei Chierici, con portici e sovrastante loggiato, il Museo diocesano e la Cattedrale, con il massiccio campanile ed il portale sul quale compare la figura del conte Ruggero che, a cavallo, calpesta un saraceno (sintesi efficace di un periodo di storia della Sicilia).

Il Satiro danzante

Il giorno prima all’Area Attrezzata avevamo prenotato una visita serale e ,pertanto, dopo un po’ ci fermiamo. Però questa visita ci regala un prezioso dono: la vista del Satiro Danzante, conservato nell’omonimo Museo: una statua greca in bronzo che le reti di un peschereccio mazarese hanno raccolto nel mare tra Pantelleria e l’Africa. La datazione e l’attribuzione sono incerti, è alto più di due metri, è senza le braccia ed una gamba, ha orecchie equine e presenta un foro per la coda sul dorso (ritrae un partecipante al corteo orgiastico di Dioniso) e ciò che ci impressiona è l’espressività della torsione del busto e il capo reclinato che fissano, per l’eternità, un passo di danza, fatto con armonia, leggerezza, grazia, ma anche forza e voluttuosità.

Ritorniamo sui nostri passi, ci gustiamo l’ottimo (e molto conveniente) pasto e mentre ritorniamo a piedi all’Area Attrezzata scopriamo una zona con maioliche sulle case, sulle bordure di piccole aiuole e strutture in ferro che attirano la nostra attenzione.

Una volta arrivati, restiamo nell’Area fino al momento della visita serale.

Il luogo d’incontro è la vivace piazza Mokarta dove si trovano una porzione del portale d’ingresso del distrutto castello normanno, un tratto delle mura ed un arco ogivale in tufo giallo. Ripercorriamo il giardino pubblico per ritornare ai monumenti della mattina e raggiungere la kasbah, di antica fondazione (concomitante con l’arrivo degli Arabi a Mazara nell’867 d.C.) che, come la coinvolgente e brava guida tiene a precisare, è parte integrante del centro storico. Nella kasba, di impianto tipicamente arabo, tra vicoli molto stretti, che sembrano finire in una abitazione o serpeggiano fra le abitazioni stesse (per agevolare le fughe e per ripararsi dal vento), bassi archi per impedire l’accesso di cavalli dei gendarmi, serrande elegantemente dipinte, scopriamo un pezzo di storia di Mazara: della comunità tunisina che da decenni qui abita, ma anche di una amministrazione cittadina che ha voluto risanare questa parte della città che non è più rifugio di ladri e prostitute (così la nostra guida), ma luogo di incontro e di conoscenza.

La serata ha avuto poi la sua degna conclusione in un ristorante prenotato dal proprietario dell’Area (“L’Antica Sicilia,” in via Garibaldi 47): tutti piatti della cucina locale, in abbondanti porzioni, dai sapori forti e decisi, che abbiamo davvero gustato. E nel piatto dei crudi (molto buono) non potevano mancare i gamberi rossi, vanto di Marsala.

Nono giorno

Alla mattina visitiamo il Parco Archeologico di Selinunte. Selinunte, fondata attorno al 650 A.C, fu una colonia greca che, nel corso della sua storia, visse momenti di grande splendore ma anche di lotta distruzione e saccheggi da parte di Segesta e dei Cartaginesi (dopo la prima guerra punica, lasciata in balia dei Romani, non fu più ricostruita ed abitata).

Lasciato il camper nel grande parcheggio ed una volta entrati ci indirizziamo a piedi (ma per chi lo vuole ci sono dei veicoli elettrici) verso la Collina Orientale, dove si trovano i templi E, F, G. Il Tempio E è quello in miglior stato di conservazione di tutta l’area, mentre il Tempio G “pare sia stato il più grande di tutta l’archeologia ellenica”: un magnifico inizio di una visita indimenticabile. Sempre a piedi attraversiamo tutta l’area della collina (circa 3 chilometri) e raggiungiamo l’Acropoli. E’ il punto più alto di Selinunte e noi siamo sopraffatti dalla vista dei resti dei templi con il mare sullo sfondo. Ed è qui che si trovano i templi dei Dioscuri Castore e Polluce (Tempio A ed O), le rovine dei Templi C e D, intitolati rispettivamente ad Apollo e Atena, il Tempio C di cui è visibile il lato nord, con le 14 colonne ancora in piedi delle 17 totali ed il il Tempio R, a ridosso del Tempio C. 

Il Parco include altre aree (complessivamente sono 7), che però, dato il tempo a disposizione, non visitiamo: così appena fuori dalle mura che cingono l’Acropoli prendiamo il trenino che ci riporta al parcheggio.

La tappa successiva è Sambuca di Sicilia, classificata tra i “Borghi più belli d’Italia”. La cittadina è di origine araba (fino al 1921 il suo nome era Sambuca Zabut, nome dell’emiro che qui fece costruire il castello, ora in larga parte rovinato). Lasciamo il camper nell’area di sosta e ci spostiamo nella parte alta con la bella chiesa Matrice vecchia, dall’interessante portale, ed il terrazzo belvedere da cui si ha una bella vista della campagna sottostante. Discendiamo dal poggio e ci inoltriamo nel quartiere saraceno composto da un intricato dedalo di vicoli e piazzette, secondo la guida verde del Touring Club, “il più interessante esempio di urbanistica islamica in Sicilia”. Dopo il Municipio la nostra passeggiata continua nel corso Umberto I, risalente al XIX° secolo, fiancheggiato da edifici signorili dell’epoca e chiese, la più interessante delle quali è la chiesa del Carmine, costruita nella prima metà del XVI° secolo.

A seguire Sciacca. Lasciamo il camper in un parcheggio del porto prospiciente la Capitaneria di porto ed a piedi raggiungiamo il centro storico. La città sorge inclinata sul mare: la prima parte è composta da abitazioni legate alle attività del porto, poi seguono una serie di eleganti edifici, civili e religiosi, per finire con i vicoli d’impronta araba del quartiere Terravecchia. Troviamo la visita interessante, ma non di grande impatto (forse per il caldo afoso e l’immondizia che spesso troviamo lungo la strada e la scalinata che dal porto sale verso la strada principale, corso Vittorio Emanuele).

La giornata si conclude alla Scala dei Turchi, uno dei “luoghi del cuore” del Fai in Sicilia. Parcheggiamo al “Parking Scala dei Turchi”, a Realmonte, vicinissimo al sito. Arriviamo nel tardo pomeriggio e c’è ancora sole. Approfittiamo per scendere alla Scala dei Turchi. La navetta del parcheggio (un’Ape agghindata come quelle dei film degli anni ’50 ambientati a Capri o a Ischia) ci lascia sulla spiaggia (il parcheggio è lungo la strada che corre a picco sopra la spiaggia) e poi a piedi ci indirizziamo verso la Scala dei Turchi: una parete rocciosa, fatta di marna ovvero di roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, che scende al mare a gradoni, biancastri e dalla forma ondulata ed irregolare per l’azione del mare e del vento (di qui il nome “scala”, mentre l’altra parte del toponimo fa riferimento al fatto che qui trovavano riparo i pirati saraceni). Purtroppo nel passato è stata deturpata da un ecomostro di ferro e cemento abbattuto grazie all’azione di Legambiente e del FAI nel 2013 ed ora è chiusa perché c’è il pericolo di cedimenti e di atti di vandalismo e perché è sotto sequestro a seguito di una disputa giuridica tra il tribunale di Agrigento ed un cittadino di Realmonte che sostiene di esserne il proprietario. E così, tra bagnanti sdraiati sulla spiaggia, altri in mare, spuntoni di roccia che escono  dalla sabbia, con il sole che sta tramontando e la Scala che si avvicina sempre più, noi raggiungiamo la recinzione che blocca l’accesso: la poesia va un po’ in frantumi, ma la Scala è lì (o quasi) per essere ammirata.

Decimo giorno

Alla mattina ci spostiamo a Caltagirone. Per raggiungerla la strada si snoda in un territorio aspro, selvaggio e collinare. La città si trova a 608 metri sul livello del mare, è adagiata su tre colline, che formano un anfiteatro naturale che funge da spartiacque tra due valli (una in direzione Gela, l’altra verso la piana di Catania). La sua posizione ne condiziona il clima: generalmente umido, mentre famosa è la nebbia (“a paesana” o “a muddura“, in dialetto), sempre presente in autunno ed in inverno.

Caltagirone è famosa per le sue ceramiche smaltate e lo scopo principale della nostra visita è stato l’acquisto di due teste di moro siciliane. I negozi e le botteghe dei ceramisti sono tanti, ne visitiamo alcuni, ci informano circa la storia e l’evoluzione nel tempo delle teste (tipico articolo della tradizione siciliana, un vaso di ceramica usato come abbellimento per esterni – balcone – o interni, che raffigura un Moro ed una donna, variamente abbigliati) e alla fine troviamo la coppia che incontra il nostro gusto.

La parte della nostra visita relativa alla ceramica ci conduce al Museo Regionale della Ceramica, in via Giardini Pubblici e alla Scala di Santa Maria del Monte. Purtroppo la visita al Museo è una delusione per come è organizzato. Fuori dai giardini pubblici non c’è alcuna indicazione per raggiungere l’ingresso (è sulla sinistra dell’ingresso dei giardini: noi lo raggiungiamo grazie alla gentilezza di un venditore ambulante), non è possibile pagare con il POS, le vetrine in cui sono esposte le ceramiche sono spesso impolverate, scarsamente illuminate, con le targhette staccate o mancanti. I vasi nelle prime vetrine e poi le ceramiche, tutte di importanza storica, rendono comunque  la visita interessante. La Scala di Santa Maria del Monte è altamente scenografica: composta da 142 gradini,  è arricchita, nelle alzate, da maioliche decorate secondo il gusto di Caltagirone. Dal 1608 collega la parte bassa della città a quella alta ed è una meta turistica per eccellenza: e così anche noi, tra turisti e sposi con fotografo e parenti annessi che hanno fatto di tutto per ostacolare la salita e lo scatto di qualche fotografia, ne abbiamo percorso un tratto.

Ma Caltagirone non è soltanto ceramica: dal 2002 è inclusa nelle “Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale)”, patrimonio mondiale dell’Unesco. Tante sono le chiese ricostruite in questo stile architettonico dopo il terremoto del 1693: tra queste il Duomo nella centrale piazza Umberto I (ma di antica fondazione normanna e con una facciata del 1909), Santa Maria del Monte, in Largo Ex Matrice nella parte più antica dell’abitato, con la statua marmorea della Madonna con il Salterio, San Giorgio (che però ha subito altri rifacimenti) nell’omonimo largo, San Giacomo con il Portale delle Reliquie nel transetto sinistro e la teca con le reliquie del patrono della città in fondo a corso Vittorio Emanuele e San Francesco d’Assisi

Da ricordare, infine, anche la Piazza del Municipio, nel cuore della città, con il Palazzo dell’Aquila ed il Palazzo Gravina, il Carcere Borbonico in via Roma che accoglie il Museo Civico dedicato ad un grande caltagironese “Luigi Sturzo” (che però non visitiamo) edile bel Palazzo della Poste , in stile Liberty, in via Vittorio Emanuele.

Lasciamo Caltagirone per Sampieri: una frazione di Scicli, piccolo borgo di pescatori e balneare, che si sviluppa su uno sperone di roccia calcarea, che divide due spiagge di sabbia finissima e roccia. E nel bel campeggio del borgo passeremo tre notti: si chiama “La Spiaggetta”, http://www.la_spiaggetta.it, l’ingresso è al km 0,400 della SP65, da direttamente sulla spiaggia, ha ampie piazzole, i servizi sono essenziali e, rispetto al momento della nostra visita, meriterebbero un po’ di manutenzione.

Undicesimo giorno

Una giornata di riposo. Passeggiamo nel bel borgo di Sampieri, ci gustiamo dei buoni dolci ed una gustosa e dissetante granite alla mandorla (bianca e tostata, dal sapore delicato la prima, più spiccato la seconda, che preferisco), ci indirizziamo sulla spiaggia e, quando rientriamo al campeggio, decidiamo di continuare la nostra giornata di completo riposo sdraiati sulla spiaggia e nel refrigerante mare prospicienti il campeggio.

Dodicesimo giorno

E’ un giorno di mare: siamo a Scoglitti, in uno stabilimento balneare di un nostro amico che si chiama “La Capannina”, che è parte integrante dell’hotel sul mare “Al Gabbiano”, un quattro stelle che la famiglia ha fatto costruire e gestisce dalla fine degli anni ’60. La spiaggia è di sabbia fine e dei frangiflutti la proteggono. Un po’ ci crogioliamo al sole, un po’ ci rinfreschiamo nel (caldo) mare, un po’ passeggiamo con il nostro amico per il paese (c’è una grande area in costruzione lungo il mare che renderà la località ancora più appetibile per i turisti). E sempre attorno a noi la grande ospitalità siciliana.

E alla sera, sul nostro camper, nuovamente ci coccoliamo con il cibo e, soprattutto, i dolci che la giornata ci ha regalato.

Dodicesimo giorno

Alla mattina ci godiamo il mare e la spiaggia davanti al campeggio. Poi nel pomeriggio visitiamo Ragusa Ibla, il nucleo antico di Ragusa. Il disastroso terremoto che nel 1693 devastò la Sicilia orientale colpì duramente anche questa zona. Ragusa venne tempestivamente ricostruita dalla nobiltà di allora sulla collina del Paro, mentre Ibla fu abbandonata e la sua sua ricostruzione iniziò con qualche decennio di ritardo e si sviluppò con estrema lentezza. La ricostruzione fu essenzialmente barocca, ma diversamente da Ragusa, quella di Ibla conservò la struttura medievale.

Lasciato il camper nel parcheggio gratuito posto sotto Ibla in via Avvocato Giovanni Ottaviano, iniziamo la visita seguendo dapprima la segnaletica presente, ma poi volutamente ci perdiamo nell’intrico dei vicoli dell’impianto medievale che ci portano sul corso XXV aprile, l’asse centrale del nucleo storico, che collega Piazza Pola a Piazza del Duomo. Ibla è abitata, le abitazioni non sono particolarmente attraenti, ma è l’insieme quello che ci colpisce. E poi sono le sue chiese: la Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio, in piazza della Repubblica o degli Archi, che uscì indenne dal terremoto, San Agnese, in via Tenente di Stefano, Santa Maria del Gesù, San Francesco all’immacolata con la torre campanaria, all’estremità nord-orientale, San Tommaso, San Giorgio Vecchio, dal bel portale in stile gotico-catalano in prossimità del Giardino Ibleo (uno spazio verde al margine orientale di Ibla), e San Giacomo, che si trova nel Giardino. Ma è soprattutto San Giorgio, il Duomo, nella scenografica piazza omonima, con la sua imponete facciata, la cupola neoclassica, l’interno e l’adiacente museo ad impreziosire questa parte della visita. Non di meno i palazzi: il Palazzo della Rocca, per i suoi balconi, il Palazzo del Circolo di Conversazione, in corso XXV Aprile, dove una volta i nobili si riunivano per, appunto, conversare e per allontanarsi dalla gente comune (ora è un po’ diverso …), il Palazzo Arezzo di Donnafugata nello stesso corso.

La visita non può non finire in un bar in prossimità del Duomo e con sullo fondo la facciata, facendo quattro chiacchiere ed osservando chi passeggia nel corso,  ci gustiamo l’ennesimo (e buono) cannolo.

Tredicesimo giorno

Lasciamo il campeggio e visitiamo Scicli, un gioiello barocco per i suoi palazzi nobiliari e le chiese, Patrimonio dell’Umanità Unesco, ed ora anche meta di un moderno pellegrinaggio sulle tracce del Commissario Montalbano.  Parcheggiare non è facile, ma alla fine troviamo una via vicina a Piazza Italia lungo la quale c’è un agevole parcheggio.

Dalla piazza inizia la nostra visita: è uno ampio spazio alberato, contornato da bei palazzi (c’è anche una scuola la cui costruzione risale agli anni ’60 al posto del convento dei Gesuiti che, a nostro parere, non arricchisce di certo la bellezza del luogo), che termina con la chiesa di San Ignazio, la chiesa Matrice, con la statua in cartapesta della Madonna delle Milizia, un’insolita Vergine guerriera, con veri capelli neri  e crespi,  su un cavallo bianco, con spada sguainata, in atto di attaccare i nemici saraceni. Usciti dal chiesa seguiamo la via San Bartolomeo che ci conduce all’omonima chiesa che ricordiamo per la sua posizione, la facciata slanciata ed il presepe in legno.

Ritorniamo sui nostri passi e lungo via Duca d’Aosta ammiriamo il palazzo Beneventano con le sue fantasiose decorazioni e le porte che in origine erano finestre perché, a seguito di alcuni lavori nell’ottocento, ci fu l’abbassamento del livello stradale. Quando raggiungiamo via Nazionale, a sinistra entriamo a in Via Mormino Penna, il cuore di Scicli ed il suo salotto buono. Pregevole è l’antica Farmacia Cartia (un piccolo spazio con gli arredi originale di inizio XX° secolo), mentre un cartello fuori dal Municipio informa che è la sede del “Commissariato di Vigata” e che sono previste visite guidate nelle stanze usate nella serie televisiva. C’è anche il il tempo per una particolarità: nella chiesa di San Giovanni Evangelista, una delle chiese della via, tra gli stucchi dell’interno, attira la nostra attenzione una seicentesca immagine di Cristo (il Cristo di Burgos) che indossa una femminile veste bianca da fianchi in giù.

Terminata la visita ci spostiamo a Marzamemi. La raggiungiamo passando per Portopalo di Capo Passero e Pachino (e vediamo i campi e molto serre in cui vengono coltivati i famosi pomodori). Quando arriviamo lasciamo il camper nel grande parcheggio all’ingresso della località: il centro è a pochi metri e, dopo aver gustato degli sfiziosi arancini, facciamo la nostra prima visita. La località, un tempo borgata marinara cresciuta attorno all’attività della tonnara e dello stabilimento di lavorazione del tonno, è a nostro parere  un elegante posto di villeggiatura, con negozi e tanti tanti ristoranti. Al suo centro c’è la suggestiva Balata, una piccola piazza aperta sul mare e chiusa da alcuni edifici rustici e piazza Regina Margherita, interamente occupata dai tavoli dei ristoranti e dalla sedie del cinema all’aperto, su cui si affacciano le due chiese (una vecchia medievale, sconsacrata, ed una nuova) dedicate a San Francesco, un palazzo nobiliare ed alcune case di pescatori, composte da un unico piano, in pietra arenaria (per gli appassionati di film qui Salvatores girò un suo film degli anni ’90).

Dopo la visita ci spostiamo nell’area attrezzata “Dragomar”: è lungo la strada che costeggia il mare e che collega Marzememi a Portopalo di Capo Passero, non è molto distante dal centro (raggiungibile in bicicletta o a piedi in circa 20 minuti), ha grandi piazzole, alcune coperte da grandi teli, e servizi essenziali.

Alla sera ci gustiamo una buona cena a base di pesce nel ristorante “A Lancitedda”. Consigliati abbiamo cenato con dei fuori menù: una leggera e saporita frittura di paranza come antipasto, busiate con cernia per primo, filetto di cernia alla griglia come secondo con aggiunta di una caponatina: tutto molto buono, servito con professionalità ed attenzione.

Quattordicesimo giorno

Una rilassata e rilassante giornata di mare. Prendiamo il camper e ci indirizziamo verso Portopalo. Tante sono le cale e le calette lungo la costa: alla fine troviamo uno spazio piuttosto largo lungo la strada dove parcheggiare il camper. Attraversiamo la strada, percorriamo un breve sentiero sulle dune e raggiungiamo una di quelle piccole cale viste dal camper. Per gran parte della giornata siamo soli, ci sdraiamo al sole e facciamo dei bagni: l’acqua è cristallina, quando siamo in acqua piccoli pesci ci mordicchiano i piedi, un po’ di brezza tiene l’afa lontana: insomma una splendida giornata. Che si chiude, alla sera, in un ristorante nel centro di Marzamemi: è  il ristorante “Campisi”, la cui famiglia da più di cent’anni è collegata alla storia del paese per la lavorazione, produzione e conservazione dei prodotti ittici del posto (sopra a tutti il tonno). Il locale è piuttosto conosciuto, dà direttamente sul mare, ha molti tavoli ma è sapientemente organizzato. Il menù è basato sui prodotti locali e così nella nostra cena non poteva non mancare l’antipasto a base di tonno (nel negozio annesso è possibile fare acquisti). Ma molto buoni sono anche il polipo croccante con crema di patate affumicata (l’altro antipasto), le abbondanti paste (quella con la bottarga forse un po’ troppo … turistica con quella leggera spruzzata di cioccolato di Modica) ed i dolci (il cannolo scomposto).

Quindicesimo giorno

Lasciamo Marzamemi per l’Area Attrezzata “Lagani” , dove trascorreremo cinque notti. L’area è davvero molto bella: si trova a Recanati, una zona dei Giardini di Naxos, di fronte al parco archeologico ed in prossimità della spiaggia (raggiungibile a piedi in circa un quarto d’ora), ha due tipi di piazzole (più grandi, con ombrellone, tavolo e sedie per chi intende fermarsi per più notti), ottimi servizi.

Quando arriviamo è pomeriggio , una volta sistemati, facciamo una breve passeggiata a piedi per conoscere la zona (tutta hotel e negozi), la spiaggia, con stabilimenti balneari ma anche libera, ed in bicicletta per la parte dei Giardini di Naxos che si affaccia sul mare. E’  una lunga via con tanti ristoranti, piccoli negozi e case che ci lascia però un po’ perplessi per il traffico (macchine ovunque) e la qualità della spiaggia, un po’ trasandata.

Sedicesimo giorno

Con il bus che parte dal centro di Recanati e ci porta verso l’interno al Parco Botanico e Geologico Gole di Alcantara (www.golealcantara.it). Tra le varie possibilità di visita scegliamo il “trekking fluviale”: siamo un gruppo di circa 20 persone che, come viene riportato nel sito ufficiale del Parco, in circa “un’ora e mezza”, “con assistenti fluviali”, indossando “le salopettes fornite in dotazione”,  risaliamo “il Fiume tra rocce laviche e cascatelle all’interno delle Gole per poi ritornare al punto di partenza” (la discesa al fiume e la risalita avviene tramite ascensori). Una volta concluso il trekking, la nostra visita continua con le “Gole Alcantara Walking” (il biglietto del trekking comprende anche quest’altra attività), e seguendo il facile sentiero, che tra cactus e grandi piante di fico d’India, ci permette di ammirare le gole dall’altro. 

Siamo venuti in questa zona perché volevamo fare una vista dell’Etna, ma quando siamo arrivati ci aveva preoccupato il fumo che usciva da uno dei crateri del vulcano. Purtroppo la situazione è andata peggiorando nel corso di questa giornata: una nube molto scura e sempre più ampia è andata oscurando il cielo. Quando raggiungiamo il parking Lagani ci consigliano di chiudere tutte le finestre del nostro camper perché dicono che ci potrebbe essere una intensa pioggia di cenere. 

Iniziamo a temere che anche questa volta il trekking sul vulcano rimarrà nelle nostre intenzioni (nel precedente viaggio, sempre per un’eruzione, non potemmo andare oltre Zafferana).

Diciassettesimo giorno

La situazione dell’Etnea non cambia (e siamo sempre più preoccupati quando vediamo la nube scura in cielo). Così decidiamo per la visita a Taormina, che raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati. E’ la seconda volta che la visitiamo: così tralasciamo uno dei luoghi che la rendono famosa nel mondo (il Teatro Greco, con la sua splendida vista), ci muoviamo senza una meta precisa lungo Corso Umberto I, il corso principale che attraversa il centro da Porta Messina a Porta Catania, e le vie laterali. L’insieme è davvero molto suggestivo e, nonostante la presenza dei molti turisti, i negozi ed i ristoranti, passeggiare in Taormina è davvero molto bello e richiama il passato quando “la perla della Sicilia” fu luogo di soggiorno di personalità di cultura e del “bel mondo internazionale”  (la vita culturale della cittadina è però tuttora molto attiva).

Nella visita ci sono state tre tappe gastronomiche: la “Pasticceria Etnea”, attiva dal 1963, in Corso Umberto I al n. 112, http://www.pasticceria etnea.com, dove abbiamo gustato due cannoli tra i migliori di questo viaggio, il “Bam Bar”, un’istituzione in Taormina per le granite, in via Di Giovanni 45, per, appunto, due ottime granite al limone, il “Wine Bar Enofood and Lounge”, arrivati per caso, in corso Umberto 76, molto stiloso, dall’arredamento moderno, dove abbiamo gustato due ottimi taglieri di salumi e formaggi locali.

Diciottesimo giorno

Mentre l’Etnea continua a preoccuparci, oggi è il giorno della visita a Catania, che, come per le altre località di questi giorni, raggiungiamo con il bus in partenza da Recanati.

Il bus ci lascia vicino al centro e quella che segue è la nostra visita, interessante e quasi sempre bella: Piazza del Duomo, tradizionalmente il cuore della città, con il Duomo, completamente ricostruito dopo il terribile terremoto del 1693,  la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, ed i suoi palazzi; Via Etnea, una lunga arteria della Catania barocca, che ora ha un’aspetto prevalentemente ottocentesco, che ci ha condotto all’Orto Botanico, di fine ottocento e parte dell’Università,  con la sua ricca collezione di piante succulenti (una delle più ricche in Italia); Via dei Crociferi, la scenografica via per eccellenza dell’architettura settecentesca catanese, che però ci ha procurato molto delusione per lo stato in cui versano gli edifici, chiusi e quasi tutti imbrattati da graffiti; il mercato della Pescheria, che inizia alle spalle della Fontana dell’Amenano, e A Fera ‘o luni, in piazza Carlo Alberto, un bazar mediterraneo all’aperto; la Piazza dell’Università.

Non potevano non mancare alcune tappe gastronomiche: il famoso e storico (è attivo dal 1936) caffè Spinella in via Etnea al n. 292, per la colazione con un discreto (ma nulla più …) cannolo; “Pizza and Waffle”, in via dei Crociferi al 37, una piacevole scoperta, dove le pizze ed i panini sono fatti al momento, con lievito madre e giusti tempi di lievitazione, gli impasti sono classici o integrali, e con un ottimo rapporto qualità/prezzo (per saperne di più è possibile visitare la loro pagina Facebook); un “ciospo” nel pressi della piazza dl Duomo, uno dei tanti chioschi sparsi in Catania che forniscono dissetanti bevande analcoliche tra cui, caratteristico, è il seltz limone e sale (noi, più tradizionalmente, ci siamo bevuti una spremuta di arancia e pompelmo); la pasticceria Prestipino, in piazza del Duomo, per le deliziose paste di mandorle.

Diciannovesimo giorno

Ormai abbiamo abbandonato l’intenzione del trekking sull’Etnea (sarà così anche per la terza volta? Eh sì: perché, accidenti, ci ritorneremo) e destiniamo la giornata ancora alla visita di Taormina. O per meglio all’Isola Bella, anche se una passeggiata nel centro di Taormina non possiamo non farla: è perché vogliamo gustarci le paste di mandorla prodotte in una famosa pasticceria: il “Minotauro”, in via Di Giovanni.

Arriviamo all’Isola Bella con la funicolare che parte in via L. Pirandello a Taormina e che termina a Mazzarò e da qui, con una breve passeggiate a piedi (circa 200 metri). Una lunga scalinata ci porta alla spiaggia di ghiaia e alla stretta lingua di ghiaia e sabbia che collega l’isola alla terraferma (al ritorno è interamente coperta dal mare e l’attraversiamo a piedi nudi). Isola Bella, così chiamata dal barone Wilhelm von Gloeden, grande fotografo a cui si deve la diffusione della bellezza di Taormina tra l’ottocento ed il novecento, è in realtà dal 1998 una “Riserva Naturale”, con numerose piante della vegetazione mediterranea mischiate ad altre esotiche che compongono un’affascinante combinazione  voluta dall’antica proprietaria Lady Trevelyn che qui visse nei primi anni del novecento. Un altro elemento che ci colpisce sono le diverse unità abitative fatta costruire dalla famiglia Bosurgi (gli ultimi proprietari, negli anni ’60 del secolo scorso): sono stanze e belvederi sovrapposti ed uniti da passaggi nascosti e scalinate, interne ed esterne, che sono perfettamente inserite nella roccia calcarea e nella vegetazione dell’isolotto e che regalano ora al visitatore delle vedute mozzafiato sul  bel mare.

Alla sera, per la seconda volta in due giorni, ceniamo al ristorante “La Cambusa”, in via Lungomare Schisò 3. La sera precedente con piatti di pesce, oggi con pizza. Tutto molto buono. Dai tavoli si ha una meravigliosa vista su Taormina, l’ambiente è molto elegante, il personale attento e molto professionale.

Ventesimo giorno

Inizia il viaggio di ritorno. Ci spostiamo a Messina per il traghetto.  II paesaggio dell’autostrada che ci riporta a casa, nel tratto calabro, è davvero molto bello: da un parte ci regala splendide vedute sul mare dall’altra sulle montagne che attraversiamo. Mentre ci gustiamo le vedute, decidiamo di fermarci lungo il tragitto: la tappa sarà la Reggia di Caserta, dal 1997 entrata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Riusciamo a fare la prenotazione online per il giorno successivo mentre vediamo che per la visita è consigliata la sosta nell’Area Sosta Camper situata in via Feudo di San Martino 5 di Caserta a circa un chilometro dall’ingresso della Reggia. Arriviamo all’Area che è quasi sera: è un parcheggio per auto e con degli spazi per i camper (è anche rimessaggio), è sorvegliato e provvisto di sbarra all’ingresso, i servizi sono molto spartani. E per la notte qui ci fermiamo.

Ventunesimo giorno

Entriamo nella Reggia con il gruppo delle 8.30. La sua costruzione, iniziata da Luigi Vanvitelli nel gennaio del 1752 e terminata dopo la sua morte nei primi decenni dell’ottocento,  fu legata al Regno di Napoli, liberato dall’egida della Spagna: del regno doveva essere il centro ideale. E non è un caso che noi, come crediamo ogni visitatore, siamo colpiti dalla grandiosità, opulenza e sfarzosità del sito. Nel sito ufficiale della Reggia (reggiadicaserta.cultura.gov.it) si può leggere: “Ia Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari”.

La Reggia di Caserta (vista dal Parco Reale)

La nostra visita ha inizio con il Palazzo Reale. Al piano terreno c’è la prima meraviglia: una galleria centrale,  costruita  per permettere l’ingesso alle carrozze, che forma un cannocchiale prospettico che inquadra la piazza esterna alla Reggia (purtroppo non ben tenuta) con la parte del Parco Reale chiamata la “Via dell’Acqua” ovvero una scenografica successione di fontane cascate vasche. Al Piano terra le meraviglie continuano il Vestibolo Inferiore, un punto si snodo dal quale si possono cogliere vedute scenografiche dei quattro cortili interni e dello scalone d’onore. Lo scalone è un altro capolavoro della Reggia conduce al Piano Superiore, il “Piano Nobile” della Reggia, che con i suoi leoni le due rampe e le sculture rappresenta una sintesi perfetta di classicismo e sfarzosità barocca. Anche su questo piano c’è un Vestibolo, speculare rispetto a quello inferiore, con quattro vetrate che danno luce e che permettono al visitatore di cogliere belle vedute dei quattro cortili interni. Di questo piano, che Vanvitelli volle dedicare agli appartamenti reali, ricordiamo la Stanza del Trono, la più ampia del palazzo (lunga circa 40 metri),per la suaabbondanza di oro usato per le decorazioni, la Sala di Astrae, la Sala delle Quattro Stagioni, la biblioteca, il Presepe (di cui i  Borboni  erano grandi appassionati).

Tutto questo (ma non solo!) ha fatto del Palazzo un elemento fondamentale per il riconoscimento dell’Unesco, ma noi, mentre saliamo lo scalone, visitiamo le sale, siamo attenti a non perderci nessun aspetto della grandezza del Palazzo, persi nella classicità, nel barocco e ci ricordiamo dei Borboni e del Vanvitelli, sentiamo che qualche cosa ci manca e che qualche cartonato sparso qua e là non ci aiuta più di tanto: ma sono i personaggi di “Star Wars”, che noi immaginiamo di incontrare!

Il Parco Reale è un’altra meraviglia che fa parte del progetto iniziale del Vanvitelli e si ispira, da un parte,  alle grandi residenze europee del periodo (il riferimento a Versailles è molto evidente); dall’altra, ai grandi giardini rinascimentali italiani.  Usciti dal Palazzo noi abbiamo seguito il viale centrale per poi prendere la seconda diramazione sulla destra per la visita della Castelluccia,  che si presenta come un piccolo castello fortificato, con tanto di ponte levatoio e fossato, usato come luogo di svago e di divertimento dalla la famiglia reale. L’edificio si trova nel Bosco Vecchio, la parte più vecchia del parco ed in prossimità della Peschiera, un grande bacino artificiale, altro luogo di svago in cui venivano simulate battaglie navali (purtroppo durante la nostra visita abbiamo potuto coglierne solo una piccola porzione perché in fase di restauro).

Il capolavoro assoluto del parco è la “Via d’Acqua”: è in leggera pendenza (per chi non se la sente di camminare c’è anche una servizio navetta) ed è un susseguirsi di belle fontane, ispirate alla mitologia classica, vasche e cascate. E’ l’insieme della via a meravigliarci, ma la Fontana dei Delfini, la Fontana di Eolo, la Fontana di Cerere, la Fontana di Diana e Atteone, l’ultima alimentata dalla cascata che scende dal monte che sorge alle spalle del parco, sono una delizia per i nostri occhi.

La nostra visita ha termine con il Giardino all’inglese (o meglio una porzione perché non tutto è aperto al pubblico), il cui ingresso è vicino all’ultima fontana. Venne costruito sui modelli inglesi alla fine del settecento: è piuttosto suggestivo perché tra scorci in cui la natura risulta apparentemente selvaggia, tra ruscelli ed avvallamenti compaiono delle rovine archeologiche e statue che rimandano a Pompei e all’antica Roma.

Quando usciamo dalla Reggia è quasi mezzogiorno: purtroppo è tempo di rientrare. Non solo all’Area di Sosta, ma a casa. E così un altro viaggio in camper finisce. Ma come potete nella nostra presentazione “ Briciole di noi”, ad ogni fine corrisponde un inizio. Che magari è il diario che avete finito di leggere oppure un altro viaggio oppure …

In Trentino tra la Val Rendena e la Val di Sole

Come lo scorso anno, abbiamo deciso di trascorrere qualche giorno in Trentino (il diario del precedente soggiorno in Val di Non lo potete nella sezione “Viaggi in Italia”). Questa volta le mete sono due: la Val Rendena e la Val di Sole.

PRIMO GIORNO

Arriviamo al campeggio Val Rendena, in via Civico 117, a Daré. Il campeggio è ordinato, con 96 piazzole,  alcune “superior” (noi occupiamo una di queste), con servizi puliti e non privi di una certa eleganza nel nuovo blocco, ha un parco giochi per i piccoli, una piscina, si trova sulla pista ciclabile che attraversa la valle e sul fiume Sarca.

Subito dopo aver scaricato le biciclette dal garage del camper, prendiamo la pista ciclopedonale in direzione Pinzolo. Siamo nel Parco Naturale Adamello-Brenta, in quanto la valle è inclusa tra la Presanella, con i suoi ghiacciai perenni, e l’Adamello ad ovest, e le Dolomiti di Brenta ad est. La pista si snoda tra campi, lambisce i i piccoli centri di questa parte della valle (a Strembo c’è la sede del Parco), costeggia spesso il fiume Sarca, è tutta asfaltata e non presenta particolari difficoltà. Davvero un bell’inizio!

SECONDO GIORNO

Riprendiamo la pista ciclabile, ma questa volta in direzione opposta verso Tione di Trento, che, all’andata, all’altezza del Centro sportivo,  lasciamo alla nostra destra per proseguire per circa 8 chilometri in direzione Preore, Ragoli, con tappa finale nella zona riservata al barbecue del Lago di Ponte Pià, un bacino artificiale costruito negli anni ’50 del secolo scorso. Siamo  nelle valli Giudicarie centrali, il percorso è facile, con qualche leggero saliscendi, in larga parte su asfalto e dal basso ci regala qualche bella vista dei borghi della zona.

Per ritornare decidiamo di abbandonare la pista ciclopedonale e percorrere, per avere un altro punto di vista, la strada provinciale (SP 34), quasi tutta in discesa, che da Stenico, uno dei comuni del lago da cui si scende verso il lago stesso, ci porta a Tione. Qui facciamo una breve sosta in un ristorante/bar/gelateria del centro dove gustiamo un ottimo gelato con fragole e frutti di bosco.

Riprendiamo la strada verso Daré: alla fine del paese troviamo un’indicazione per la pista ciclabile: la seguiamo e dopo una corta ma ripida discesa (c’è l’obbligo di portare la bicicletta a mano), ci ritroviamo su un ponte che attraversa il fiume Sarca e che ci collega alla pista ciclopedonale della Val Rendera, nel tratto già percorso in precedenza.

Al rientro tolgo dal fodero la nuova canna per la pesca alla mosca che ho appositamente comprato per questo viaggio (il Trentino è un paradiso per i pescatori, soprattutto a mosca). Inizio gli allenamenti al lancio (ho qualche rudimento ma nulla più) e dopo qualche minuto ho il privilegio di un incontro con un maestro di pesca alla mosca. Proveniente dalla Polonia però, alla ricerca di un suo ragazzo, forse impegnato nella gara in corso lungo il fiume. E così, parlando in inglese, mi regala una lezione sul lancio che migliora di un po’ i miei tentativi (verificherò i progressi qualche giorno dopo).

TERZO GIORNO

Mi alzo molto presto e, tradendo la pesca a mosca, vado lungo il fiume Sarca con la mia canna da spinning e qualche artificiale (il permesso per una giornata di pesca “no kill” l’ho acquistato presso la reception del campeggio al costo di € 23).  Aggancio qualche trota: tutte iridee e, purtroppo, molto piccole.

Dopo circa due ore rientro al campeggio e ci prepariamo per una visita a Madonna di Campiglio.  Che raggiungiamo con il bus che ferma a Daré come in tutti i borghi della valle. La strada che sale è molto bella e regala delle belle vedute sulle montagne attorno.  Madonna di Campiglio non ci lascia una grande impressione forse perché siamo in estate e forse perché non abbiamo tempo per le numerose passeggiate in quota che si possono fare. Il luogo è sicuramente elegante, prati abetaie e le cime delle Dolomiti di Brenta la circondano, ma tanti sono  anche gli alberghi i ristoranti e i negozi, le macchine sono un po’ ovunque, c’è un laghetto artificiale per la pesca sportiva: chissà cosa avrebbe detto Giovan Battista Righi che la fondò alla fine dell’800?

Rientrati al campeggio, Cri si rilassa leggendo e andando in piscina, mentre io continuo la pesca sul fiume (c’è anche un laghetto di pesca sportiva nelle vicinanze che però ignoro perché non voglio riprodurre situazioni che trovo dove abito). Si ripete la situazione della mattina: qualche iridea fuori o appena in misura. Forse vale la spiegazione di due pescatori conoscitori del luogo incontrati alla mattina: sono trote di recente immissione (nel fine settimana precedente si è svolta una gara di pesca alla mosca), mentre la piena dello scorso anno che ha profondamente modificato il letto del fiume, unendosi alla presenza di  un consistente  stormo di cormorani che soggiornano in questa parte di fiume (anche da me notati durante le ore di pesca), ha allontanato le trote fario  e marmorate di cui questo tratto di fiume era pieno.

Quarto giorno

Siamo nuovamente sulla bella pista ciclabile in direzione Pinzolo e raggiungiamo Carisolo. Breve visita del paese e ritorniamo a Pinzolo. Ci fermiamo al cimitero per vedere la chiesa di “San Vigilio”: con elementi gotici, è particolarmente interessante per gli affreschi a tre livelli presenti sulla facciata rivolta a settentrione. Di questi assai pregevole è la “danza macabra” a cura dal pittore Simone Baschenis datata 1539 (Simone è un esponente di una famiglia itinerante di frescanti originaria del bergamasco a cui si devono anche altri affreschi presenti nelle chiese della zona).

Una volta  terminata la visita, raggiungiamo il centro e gustiamo un ottimo gelato nella gelateria artigianale “Dolom’Ice” in piazza Carrera 11. Ha sia gusti tradizionali che ricercati: noi scegliamo ed apprezziamo  lo yogurt, il lampone, con birra e miele e “Sicilia”, con arancia e mango.

Rientriamo in campeggio e prepariamo il camper per la partenza di domani per la Val di Sole.

QUINTO GIORNO

Percorriamo la SS 239 che da Daré sale, lambendo Madonna di Campiglio, al valico alpino di Campo Carlo Magno, per scendere a Dimaro ed innestarsi sulla SS 42 del Tonale e della Mendola che percorre la Val di Sole (per tutta la strada il paesaggio alpino è davvero molto bello).

Arriviamo al Camping Cevedale, in via di Sotto Pila, 4, Ossana (“campingcevedale.it“). E’ grande, ha un’area barbecue, accoglie anche tende ed ha molti chalet, è sotto al centro di Ossana, è ben gestito, con attività serali. E’ attraversato dal torrente Vermigliana (un ponte collega le due parti del campeggio), e si trova vicino all’inizio di interessanti sentieri e lungo la pista ciclabile che attraversa la Val di Sole.

Noi ne approfittiamo subito e così, con qualche chilometro in direzione Malé, concludiamo il nostro primo pomeriggio in Val di Sole sulle nostre e-bike.

SESTO GIORNO

Come nel precedente campeggio, alla reception facciamo la Trentino Guest Card (scaricabile comunque anche da Internet): è gratuita e permette di viaggiare liberamente con i mezzi pubblici in Trentino, “accedere in più di 60 musei, 20 castelli e più di 40 attrazioni, compresa l’Arena di Verona, degustare prodotti enogastronomici del territorio e acquistarli a prezzi scontati fruire di oltre 60 attività in tutto il Trentino” (citato dal sito della Carta).

Con il treno raggiungiamo Daolosa per prendere la cabinovia che ci porta in Val Mastellina  a 1376 metri sul livello del mare. Dalla stazione di arrivo seguiamo il facile sentiero che ci conduce  al rifugio “Orso Bruno”: siamo in cima alle piste da sci di Folgarida/Marilleva/M.di Campiglio, a 2180 metri sul livello del mare. Decidiamo di pranzare all’esterno: mentre mangiamo un buon piatto di polenta con funghi, continuiamo ad ammirare il bel panorama che ci accompagna da quando siamo scesi dalla cabinovia: a nord le vette del Cevedale e a sud il Gruppo di Brenta.

Iniziamo la discesa a piedi perché vogliamo arrivare alla stazione intermedia della cabinovia. Però manchiamo il cartello, un funzionario della cabinovia che incontriamo lungo il sentiero ci dà un’indicazione sbagliata, noi non ci fidiamo di percorrere un sentiero dove compare l’indicazione “zona di presenza dell’orso bruno”. Conclusione: per più di sei chilometri camminiamo in discesa sulla strada provinciale che ci conduce a Marilleva 900, da dove prendiamo il treno per ritornare al campeggio.

Alla sera ci attende una attività del campeggio. Il titolo è “We taste”: il proprietario di un negozio della zona (“Maso dei Sapori”a Mezzana) ci intrattiene piacevolmente parlando di speck, salumi, formaggi e grappe. Ci offre dei piccoli assaggi: una serata interessante, che trabocca di passione per il territorio, delle sue genti e dei suoi prodotti,  che ci permette di conoscere ed assaggiare grappe per noi insolite (ma buone: indimenticabile quella ai fiori di sambuco, da servire fredda con una foglia di menta), di apprendere la differenza tra speck artigianale e industriale, di gustare la mortandela, “tipico salume del Trentino che non viene insaccato ma bensì stagionato sotto cumuli di farina di polenta e affumicato”.

SETTIMO GIORNO

Dal centro di Ossana seguiamo il Sentiero de la Lec, che sale seguendo il corso di un torrente e  al’’interno di una incantevole e rigogliosa abetaia che ci porta nella conca di Valpiana ,a m. 1221. Dopo una breve sosta per ammirare l’incantevole paesaggio, in prossimità del Rifugio Valpiana imbocchiamo la strada forestale che attraversa il fitto bosco di abeti del costone del Monte Salvat per raggiungere il lago di Fazzon o, come è meglio conosciuto, dei Caprioli (1321 m.s.l.). Molte sono le persone che o camminando sul sentiero che circonda il lago o sedute sulle rive si gustano il bel panorama e la bella giornata (e le canzoni della tradizione montanara cantate da un coro anche lui sulle rive del lago).

Il lago infiamma la mia passione per la pesca. Mi sono portato la canna per la pesca alla mosca: i turisti mi condizionano e raffreddano un po’ l’entusiasmo, ma alla fine sono pronto. Certo dovrò ancora di molto migliorare il mio lancio, capire con quale mosca pescare, però riesco a prendere la mia prima trota con questo tipo di pesca: c’è sempre una prima volta …

Il pomeriggio sta finendo e anche se le trote hanno da poco iniziato a bollare (situazione ideale per la pesca) lasciamo il lago seguendo il facile “Sentiero degli Gnomi”  (il nome deriva dalle opere in legno che ritraggono streghe, spiriti del bosco, animali e gnomi che si incontrano lungo il percorso) che ci porta a Pellizzano. Da qui, sempre a piedi, lungo la pista ciclabile, raggiungiamo il campeggio.

OTTAVO GIORNO

Lo trascorriamo in bicicletta perché percorriamo la parte centrale o “valle bassa” della pista ciclabile che attraversa la Val di Sole che si sviluppa da Ossana a Malé. Dal depliant dell’Azienda per il Turismo della Val di Sole che abbiamo trovato alla reception del campeggio: “Pisa ciclabile easy … si sviluppa quasi per intero lungo il percorso del fiume Noce per 35 km da Cogolo di Pejo fino a Mostizzolo ricalcando il tracciato di antiche strade di collegamento o di strade arginali e di campagna. Il percorso non è impegnativo e copre un dislivello complessivo di 565 metri. Si possono scegliere vari percorsi, utilizzare il treno Dolomiti Express (servizio Bike Train/Bus) organizzato per il trasporto delle bici per integrare più itinerari o risalire comodamente dal fondovalle.” La parte che noi abbiamo fatto, tutta asfaltata, è composta da tratti pianeggianti a lievi discese, offre belle vedute sul fiume Noce (spesso percorso da canoe e gommoni impegnati in gare e/o spericolate discese lungo le rapide del fiume) e dei prati attorno, e da Daolana (a proposito: questo comune come tutta la valle sono un grande territorio per gli amanti della mountain bike)  a Malé “è probabilmente il tratto più semplice di tutta la ciclabile” (citato dal depliant).

Arrivati a Malé, che è il capoluogo della Comunità della Val di Sole e si trova in ottima posizione rispetto al Parco Naturale Adamello Brenta, Madonna di Campiglio ed il Parco dello Stelvio, facciamo una breve visita del paese (per chi fosse interessato, interessante è la visita al Museo etnografico della civiltà solandra in via Trento nel Palazzo della ex Pretura).

Alla sera, ceniamo in un ristorante Michelin “Antica Osteria”, che si trova nel centro di Ossana.  Per la guida: “piacevole ristorante ricco di fascino montano ed antico al tempo stesso. Tutta la famiglia è dedita all’attività, con risultati proverbiali: sapori regionali in ricette sfiziose, nelle quali si utilizza il meglio degli ingredienti stagionali della zona. In primis, carne e cacciagione”. Non possiamo che confermare questo giudizio. Il ristorante è composto da piccole ed accoglienti sale, che ricordano gli interni di case montane, tutte arredate con gusto, il titolare ed il personale sono cortesi e professionali e la nostra eccellente cena è consistita in piatti che hanno valorizzato alcuni prodotti del territorio come la battuta di carne di cervo, le erbe selvatiche di campo poste sopra alla battuta di cervo (in agrodolce) o contenute nel pesto del risotto (più noci, nocciole tritate finemente e formaggio grattugiato), la consistente e saporita fetta di formaggio prodotto dal locale caseificio cotta alla brace. Crostoni con lardo locale dal sapore delicato e che si scioglieva in bocca, fiori di zucchina ripieni di ricotta, due ottimi calici di vino hanno completato la cena, che, tra l’altro, ha avuto un ottimo rapporto qualità/prezzo.

Una bella conclusione di una settimana che ci ha confermato che il Trentino è davvero una bella ed accogliente regione, in cui sicuramente ritorneremo.

Una settimana a Livigno

E’ la prima volta che raggiungiamo Livigno in camper: per non passare dalla Confederazione elvetica percorriamo le statali 36, 38 e 331,  superiamo il passo del Foscagno che collega la valle di Livigno alla Valdidentro e la Valtellina e tra i campeggi scegliamo “Aquafresca” in via Palibert 374, http://www.aquafresca.info. E’ un po’ defilato rispetto al centro di Livigno: la distanza è di circa 5 chilometri facilmente colmabile però con il servizio navetta gratuito gestito dal Comune o con la pista ciclabile che corre lungo il torrente Spoel. Accoglie una sessantina di camper e qualche tenda: tranquillità, pulizia ed ordine sono le tre caratteristiche che troviamo e che apprezziamo.

Non siamo soli: ci accompagnano alcuni parenti (loro soggiornano in una pensione) con cui trascorriamo i giorni facendo gruppo (noi siamo gli zii e … come tali ci comportiamo), tra passeggiate a piedi e in bicicletta,  e, chi scrive, anche pescando: un soggiorno stimolante, in un bell’ambiente naturale, rilassato e rilassante, sicuramente da ripetere in futuro. Sia in estate che in inverno perché Livigno offre grandi possibilità in entrambi le stagioni (per chi ne vuol sapere di più, consigliamo di visitare il sito livigno.eu)

PRIMO GIORNO

Partiamo con il camper molto presto da casa ed arriviamo a Livigno nella tarda mattinata. Subito saliamo in bicicletta e percorriamo la parte della pista ciclopedonale che dal campeggio va in centro Livigno.

Nel pomeriggio rifacciamo questo tratto a piedi: il torrente Spoel (Acqua Granda in italiano), con le sue acque impetuose, la lunga valle in cui si trova adagiata Livigno (c’è chi, un po’ enfaticamente, la definisce il “Piccolo Tibet”), le alte montagne che la circondano (Livigno è a 1816 metri sul livello del mare) ci regalano un’impressionante e meravigliosa vista.

In Livigno ci sono numerosi negozi, oltre a ristoranti hotel e pensioni di vario genere: infatti gode dello status di zona extradoganale (le origini risalgono a circa 500 anni fa, mentre è una legge dell’inizio del XX° secolo a stabilire lo status di porto franco) che ai visitatori permette di avere, ai giorni nostri, merci senza l’IVA nel rispetto di una spesa massima a persona di € 300 (risultano davvero molto convenienti i carburanti: abbiamo pagato il gasolio meno di 1 euro al litro).

SECONDO GIORNO

Ancora una passeggiata a piedi: prima sulla pista ciclopedonale, poi, una volta raggiunta la Latteria di Livigno,  in via Pemont 911, seguendo il sentiero n. 138, “un percorso breve, senza alcun dislivello”, che “costeggia, …, la riva destra del lago di Livigno fino a raggiungere, nell’amenita’ del Bosc’ch dal Re’ste’l, il Pont da li Ca’bra (Ponte delle Capre), raggiungiamo “dopo aver percorso 50 metri di leggera salita, il ristoro da l’Alpasge’la” ovvero “Apisella” (citazioni dal sito di Livigno). Il ristoro è molto frequentato, la vista sul lago molto bella, c’è uno spazio dedicato ai giochi dei bambini, mentre i piatti sono quelli che ti aspetti in luoghi come questi: affettati misti con formaggio, polenta e funghi, calici di vini valtellinesi, birra sono stati il nostro pranzo.

TERZO GIORNO

Per chi scrive, è pesca nel lago, che è un bacino artificiale tra Italia e Svizzera, costruito per scopi energetici. Per pescare bisogna far riferimento al “Regolamento per l’Esercizio della pesca nelle acque a salmonidi della provincia di Sondrio”: e così con l’acquisto di un permesso giornaliero No-kill di € 20 fatto presso il negozio “PB Pesca” in via Dala Gesa, 563, trascorro qualche ora dedicata ad una delle mie passioni. L’avevamo notato ieri: c’è poca acqua ed il lago è di molto rientrato rispetto alle sue rive.

Mi tengono  compagnia pochi altri pescatori: loro sono dediti con canna e galleggiante alla pesca del salmerino (ed ottengono qualche buona cattura), io invece a spinnning con piccoli ondulanti. Quando mi posiziono nella parte del lago dove entra lo Spoel ed un altro torrente che scende dal lato in cui c’è il Ponte delle Capre, riesco a catturare una bella fario ed alcune iridee di taglia media (nel lago vengono fatte delle semine nel corso del periodo estivo).

Mentre io pesco, il resto della compagnia cerca di riposarsi sdraiandosi nella parte in secca del lago (resisteranno meno di  un’ora) o intraprendere una passeggiata sul sentiero n. 138 che lambisce il Ristoro Val Apisella.

A mezzogiorno ci ritroviamo tutti al Ristoro e ai piatti di ieri si aggiunge anche una buona salamella alla piastra con polenta.

Nel pomeriggio io continuo la mia attività alieutica, mentre è tempo di shopping per gli altri.

QUARTO GIORNO

E’ giunto il momento di fare una bella camminata in montagna. Decidiamo di seguire il sentiero n. 167 della Val Federia che inizia dal parcheggio n. 3 di Livigno Pont de la Calchéira a m. 1850 (in realtà noi lasciamo l’auto in uno spazio in prossimità del lago e così allunghiamo un po’ il percorso con la parte che segue il torrente Federia).

Il sentiero non presenta particolari difficoltà (all’inizio coincide con un tratto di un Percorso Vita che dopo un ponte di legno prosegue a sinistra del sentiero): la chiesetta di Federia, gli alberi, il ruscello, un piccolo ghiacciaio, la verde spianata di Plan de l’Isoleta (m. 2050), la vista delle vette innevate davanti a noi ci riempiono gli occhi.

Dal Plan dell’Isoleta il sentiero sale un po’, mezzogiorno è passato ed in un prato in cui c’è un tavolo e delle panche ci fermiamo per il pranzo (e lì vicino una struttura conica in legno funge da toilette!). Terminato il pranzo noi continuiamo a salire un po’ lungo il sentiero: al margine ci sono molte tane di marmotte che purtroppo non vediamo. Però ci fermiamo: le successive mete Cheseira da Fedaria, il rifugio Casciana ed il Rifugio Carosello 3000 (il belvedere più alto di Livigno) saranno raggiunte nella nostra prossima visita a Livigno che sicuramente ci sarà (a proposito: per il rifugio Carosello c’è anche la funivia che parte in via Saroch 1242/G a Livigno).

Rientriamo per lo stesso sentiero a Livigno ed un meritato riposo serale ci aspetta.

QUINTO GIORNO

Per quanto mi riguarda, è dedicato interamente alla pesca (fruttuosa), mentre per gli altri è tempo di altro shopping (ah Livigno porto franco … che, poi, “molto franco” non sempre è…)

SESTO GIORNO

E’ giorno di un’altra passeggiata in quota. Decidiamo di salire con la telecabina che parte da via Bondi 43 al Mottolino (m. 2349). Da qui scendiamo lungo un sentiero, largo ed in parte in costruzione che, come camminatori,  ci lascia un po’ perplessi (è da ricordare però che Mottolino è soprattutto uno splendido snowpark e territorio per MTB). Perplessità che proviamo anche quando incontriamo un cacciabombardiere G9: nessuno scenario di Prima o Seconda guerra Mondiale, ma lì messo per “scatenare la fantasia di chi scende con gli sci o in mountain bike” (così nei depliant: !?).

Raggiungiamo Trepalle ed il passo Eira (m. 2210) e qui seguiamo il sentiero n 134, abbastanza facile,  che sale fino al Crap de la Paré, a m. 2393.  All’inizio ci sono delle stazioni della Via Crucis; poi, dopo aver svoltato a sinistra al cartello “Crap de la Paré“,  ci godiamo un altro spettacolo naturale: i fiori e la vegetazione che cambiamo con l’altezza, la meraviglia della vista del lago di Livigno dell’alto, le vette delle montagne innevate e no del vallone che racchiude Livigno, Livigno stessa vista dall’alto fanno di questa giornata un’altra giornata particolare del nostro soggiorno.

Al rientro noi scegliamo si ritornare sui nostri passi verso il Passo Eira e da qui scendere a Livigno per un comodo sentiero che ci conduce alla stazione di partenza della telecabina, a fianco del quale corre la pista per le MTB.

SETTIMO GIORNO

Un giorno in bicicletta. Dal campeggio ci muoviamo, lungo la pista ciclopedonale, in direzione opposta rispetto al centro di Livigno. Oltrepassiamo il parcheggio n.8 sulla strada che sale al passo della Forcola per prendere, a sinistra, la strada sterrata che ci porta, dopo aver attraversato il primo ponticello sul fiume Spoel, alla “Malga Alpe Vago”. La valle in cui ci troviamo  è la Val Nera ed  il sentiero prosegue fino alle cascate (dal parcheggio sono circa 6 chilometri per un dislivello di 255 metri).

Noi questa volta ci fermiamo alla malga. Si possono degustare prodotti tipici (per chi fosse interessato il loro sito è alpelivigno.it), ma noi preferiamo qualcosa di dolce (avevamo acquistato i salumi nel loro negozio in centro Livigno, Via Plan 93h) e  ci deliziamo con una piccola forma di ricotta ricoperta con sciroppo al pino mugo (con la ragazza che ci serve che racconta, tutta contenta, la sua raccolta delle pigne e la preparazione dello sciroppo).

Ritorniamo al campeggio percorrendo qualche chilometro della strada che scende dal Passo della Forcola, che d’estate, arrivando dal territorio svizzero, è una delle tre strade attraverso le quali Livigno può essere raggiunta (le altre due sono quella del Passo del Foscagno e la galleria stradale, a pedaggio e a senso unico alternato, “Munt La Schera”, che la collega all’Engadina). E’ ovviamente tutta in discesa  e senza mai toccare i pedali ritorniamo al campeggio.

La settimana è ormai finita ed il giorno successivo ritorniamo a casa.

Un fine settimana a Bene Lario

Questo soggiorno è per noi insolito perché siamo senza il nostro camper, con alcuni dei nostri parenti e, dopo tantissimi anni, ospiti in un “bed and breakfast” o, per meglio dire, in un “airbnb”. Siamo a Bene Lario, in un piccolo comune  della comunità montane Valli del Lario e del Ceresio, posto sopra a Menaggio,  sulla sponda comasca del lago di Como, nella val Menaggio.

L’”airbnb” è il casale “La Selva” e quello che segue è il giudizio che abbiamo condiviso al termine della nostra permanenza: “A Casa di Marco (un “superhost” per il portale) verrete accolti da un ambiente rurale immerso nella natura delle colline. Marco è la simpatia fatta a persona, è disponibilissimo e non vi farà mancare nulla. La Casa è un rustico “fatto a mano” da Marco stesso, questo lo rende unico, affascinante e con qualche difetto con cui convivere. Un’esperienza da provare”.

Arriviamo di venerdì e ci sistemiamo nei vari appartamenti. Mentre i cuccioli della compagnia si tuffano subito nella piccola piscina, noi adulti ci siamo rilassati nel bel giardino della casa ed abbiamo ammirato la bella vista sui verdi monti circostanti e su una porzione di  un piccolo lago – Lago di Piano – che è una bella “Area protetta italiana, una ZSC (Zona Speciale di Conservazione) e un SIC (Sito di Importanza Comunitaria Europeo)” incastonata tra quei monti.

Raccogliendo qualche suggerimento di Marco, alla sera decidiamo che il giorno dopo avremmo fatto una bella camminata verso e attorno al lago per ritornare nel tardo pomeriggio al casale. La camminata  di circa 10 chilometri è stata piuttosto interessante:  attraversato il comune di Bene Lario (la cartina del percorso segnala la presenza di alcuni lavatoi degni di osservazione), il sentiero si snoda in mezzo ad una fiorente vegetazione, costeggia un piccolo ruscello e qualche diroccato mulino, e ci accompagna lungo tutto il perimetro del lago, regalandoci qualche bello scorcio di vegetazione acquatica.

Durante il percorso non poteva non mancare una ritemprante sosta culinaria in un crotto in prossimità del lago (Ristorante Pizzeria Crotto Bottari, in via Artigiani, 19 Carlazzo). E qui, mentre i piccoli della compagnia mangiavano una pizza, noi adulti ci siamo lasciati tentare da alcuni piatti tipici di questo tipo di ristorazione: stracotto di asino con polenta, polenta e funghi e gli immancabili, data la zona, e saporitissimi missoltit (gli agoni del lago di Como fatti essiccare al sole), sempre accompagnati da una buona porzione di polenta.

L’esperienza culinaria si è ripetuta alla sera presso un altro crotto: il Mirabel, in via Mirabel, località Monti di Grotto, Carlazzo. Tra affettati, tagliatelle al sugo (?!), una gustosissima polenta concia, un buon stufato di cervo, ed una bella vista del lago di Porlezza di sera, ha così avuto termine la nostra prima giornata.

C’è ancora tempo per una breve visita e dopo circa mezz’ora parcheggiamo l’auto sul lungolago di Menaggio. C’incamminiamo nel borgo antico, bello e ben curato come tutto il lungolago, di impronta medioevale nella parte alta e moderna (tra ottocento e novecento) sul lungolago con l’elegante passeggiata alberata e gli hotel, ammiriamo la vista sul lago e sulle montagne circostanti (non a caso la cittadina è nell’elenco delle Bandiere Arancioni del Toiring Club) e, nell’insieme, capiamo che è un bel posto di villeggiatura.

La domenica mattina ci siamo alzati di buonora e con la “guida” Marco  abbiamo fatto una camminata nel bosco sopra il casale fino in prossimità delle sorgenti del torrente Civagno (qualche anno fa il Comune di Bene Lario ha istituito il Geosito del Torrente Civagno). La camminata è stata spettacolare, non sempre agevole, e ci ha permesso di percorrere anche un pezzo di sentiero acciottolato che, a detta della nostra “guida”, risale ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Una volta rientrati, abbiamo velocemente pranzato, pensato ad altre visite nella zona (il lago di Piano è sul percorso ciclabile che collega Menaggio a Porlezza) e gustato ancora qualche attimo di tranquillità nel giardino del casale con la bella vista sul territorio circostante. Una degna conclusione di un ritemprante fine settimana.

Si riparte: una settimana in Friuli Venezia Giulia

E’ stata la nostra prima uscita dopo il difficile tempo dei lockdown: siamo stati tanto contenti di essere risaliti sul nostro camper e di riassaporare il senso del viaggio: tanta voglia di lasciare il tran tran quotidiano di questo periodo limitato e limitante per andare là dove non siamo mai stati, per nuove conoscenze ed incontri. 

PRIMO GIORNO

Abbiamo raggiunto il campeggio “Al Bosco” di Grado: è abbastanza vicino al centro, raggiungibile a piedi in circa mezz’ora (ma è anche fiancheggiato dalla pista ciclabile), non è certamente un “camping village”, i camper di oltre i 7 metri possono avere seri problemi di spostamento al suo interno, è però accogliente e soprattutto molto comodo se si vuole passare qualche giorno in spiaggia o fare gite in bicicletta.

SECONDO GIORNO

In bicicletta lungo il percorso FVG 2, nella parte che costeggia la Laguna di Grado, la Riserva Naturale della Valle Cavanata fino al villaggio di pescatori di Punta Sdobba (avremmo voluto raggiungere anche l’isola della Cona ma, ad un certo punto, quando la pista ciclabile è diventata un piccolo sentiero nei campi, ci siamo trovati immersi nel fango, che ci ha impedito di proseguire). Il tratto che noi abbiamo fatto è facile, quasi sempre la pista è asfaltata, e permette di cogliere pienamente le caratteristiche del luogo: una zona umida (di valore internazionale), con  bacini salmastri, i canali, i terreni che periodicamente vengono sommerse dall’acqua, la vegetazione lagunare, i filari di vigneti, gli uccelli (nel sito, vallecavanata.it, ne dichiarano 260, tra migratori e rapaci, con l’oca selvatica, scelta a simbolo) e i mammiferi. A noi è capitato di vedere delle garzette, degli aironi, delle oche selvatiche, udire il gradevole canto di uccelli a noi sconosciuti e, per due volte, fermare la bicicletta per vedere, nel vicino prato, un capriolo.

Quando rientriamo al campeggio c’è ancora tempo per una visita di Grado. Con la bicicletta, superata la parte turistica degli hotel, ci spostiamo nel centro storico: tante sono le calli ed i campielli, bella è l’antica Cattedrale di S. Eufemia, con il suo campanile quattrocentesco, l’insieme è davvero suggestivo (anche se, per i nostri gusti, un po’ troppo turistico).

TERZO GIORNO

Ci spostiamo a Trieste. Scegliamo come base l’area attrezzata “Mamaca Park”, in via del Pane bianco 16, (45°37’31.6″N 13°47’12.2”E): una bella area, ben gestita, all’esterno della quale c’è la fermata del bus che in circa 10 minuti vi porta nel centro della città (e qualche negozio dove fare la spesa). Prima di arrivare è consigliabile telefonare per avere il codice di accesso e qualche indicazione stradale (il loro sito è: www. mamaca.org).

Dedichiamo il giorno alla visita della città. Due gli aspetti che ci colpiscono e che vediamo costantemente presenti nel nostro percorso a piedi nelle vie e nelle piazze: la sua dimensione di crocevia culturale e la presenza del mare. Iniziamo da Piazza della Borsa, nel borgo teresiano (da Maria Teresa d’Austria che fece grande Trieste) con il Palazzo della Borsa vecchia e raggiungiamo Piazza dell’Unità d’Italia, il cuore della città antica, con la sua apertura verso il mare ed i suoi eleganti ed imponenti palazzi, di cui ci colpisce l’eclettico Palazzo comunale. Dopo di che ritorniamo nel borgo teresiano e qui il Canal Grande con i palazzi che lo fiancheggiano attirano la nostra attenzione. Così le targhe che ricordano i luoghi della vita di due grandi letterati legati a Trieste, James Joyce e Italo Svevo.

E’ mezzogiorno e non ci lasciamo scappare una tappa culinaria in un famoso ristorante: è il “locale storico” Buffet da Bepi, attivo da più di cento anni, con radici culinarie della tradizione austro-ungarica. Così nel loro sito, “buffetdapepi.it“: “…la tecnica originale della cottura in caldaia delle carni di maiale, variante locale del bollito in brodo. Potrete dunque essere deliziati dall’ineguagliabile piatto misto, che vi darà la possibilità di assaggiare insieme tutte le nostre specialità. Oppure, se siete di fretta, un rapido e gustoso panino di “porzina” (porcina, coppa di maiale aromatizzata), condito e profumato con senape e kren (rafano fresco grattugiato).” Noi optiamo per una porzione di jota triestina,  antica zuppa composta da listarelle di cavolo cappuccio fermentato fagioli patate salsiccia pancetta brodo vegetale erbe e spezie, due piatti misti accompagnati da una porzione di patate in tecia: del piatto di carne ci stupisce la leggerezza e tutti e tre sono davvero una grande delizia per i nostri palati.

Dopo il pranzo, tralasciamo la visita dei musei (il tempo è tiranno) e saliamo sul colle di San Giusto. Alle pendici, profondamente trasformate da interventi di demolizione all’inizio del XX° secolo, ci sono due interessanti chiese: S. Maria Maggiore, con una bella facciata barocca e la piccola basilica di S. Silvestro, antica, dal bel rosone gotico che arricchisce la semplice facciata. Prendiamo la scalinata che termina nella Piazza della Cattedrale, lungo la quale trova posto l’Orto lapidario (con un pregevole elemento architettonico: un piccolo edificio classicheggiante dell’archeologo Winckelmann). Il primo settore della piazza è occupato da S. Giusto, che è il massimo monumento e simbolo della città, unione di due chiese risalente al trecento, e al suo fianco dalla piccola chiesetta gotica di San Michele al Canale. Sullo sfondo della piazza  sorge il Castello, con i suoi bastioni, ai piedi del quale c’è la platea romana con i resti della basilica forense romana.

Ritorniamo in Piazza dell’Unità d’Italia e gustiamo un ottimo caffè nel famoso Caffè degli specchi, altro locale storico di Trieste. E concludiamo la nostra giornata passeggiando lungo il Molo Audace, dove il ricordo della Prima Guerra Mondiale si unisce ad una contemporanea passeggiata rilassante, e Le Rive, ovvero gli ampi viali sui quali si prospettano altri imponenti e begli edifici.

QUARTO GIORNO

La prima tappa del giorno è il Sacrario di Redipuglia. Purtroppo è “temporaneamente chiuso”: vedere  l’imponente scalinata e le croci alla sua sommità, sapere che conserva le salme di 100.000 caduti e che sui gradini sono incisi i nomi di chi ha perso la vita nelle violentissime e sanguinose battaglie che si sono combattute in queste zone, ti fa pensare alla Patria (o, per meglio dire, alla “Madre Patria”), a chi è morto per la sua difesa, ma anche a qualche poesia, a qualche pagina di romanzo, a qualche  scena di film e, perché no, a qualche canzone, e allora non sai più che cosa prevale tra tristezza, amarezza e rabbia.

Gradisca di Isonzo, un “borgo d’Italia”, è stata la successiva tappa. Abbiamo lasciato il camper nel parcheggio in Via Trieste, la via che conduce verso il centro,  tra un supermercato ed un distributore di benzina (GPS 45°53’08”N; 13°29’44.9”E). Una breve passeggiata di circa un quarto d’ora e ci troviamo sulla grande piazza che precede il centro della cittadina con il bell’edificio del teatro comunale.

Superata la porta entriamo nel centro storico. La sua peculiarità ed importanza è data da vie parallele collegate da minuscole vie e dai tratti di mura, bastioni, porte e torri che è tutto ciò che rimane del “luogo fortificato” (di qui il nome gradisca di derivazione slovena) fatto costruire dai Veneziani nel quattrocento. Qualche bella casa, il Municipio di impronta palladiana, il Duomo completano la nostra visita.

Altra tappa della giornata è Gorizia. Lasciamo il camper nell’ Area Attrezzata in Viale Oriani, GPS 45,945936N; 13,616056E; GPS 45° 56′ 45″N; 13° 36′ 58”E.  Dopo una breve camminata, sotto un tunnel, la nostra visita ha inizio dalla grande Piazza Vittoria,  nel passato luogo di mercati e di cerimonie pubbliche, con la chiesa barocca di S. Ignazio e a fontana di Nettuno. Continuiamo in Via Rastello, la prima via (risale al trecento) della città, ora pedonale, con tanti edifici interessanti, di epoche diverse. Saliamo al Borgo Castello, per noi la parte più suggestiva di Gorizia. Sovrasta il centro storico, è cinto da bastioni eretti dai Veneziani agli inizi del XVI° secolo e rappresenta il nucleo primigenio di Gorizia. Entriamo dalla porta leopoldina degli inizi del XVII° secolo, passeggiamo nelle vie, notiamo quel che resta degli edifici medioevali (purtroppo la zona fu ampiamente distrutta nel corso della Prima Guerra Mondiale), soprattutto la gotica chiesetta di S. Spirito, con il suo campanile a vela, il  rosone e il protiro pensile, ed il Castello.

Alla sera ci siamo spostati a Capriva del Friuli, nell’Area Attrezzata in via degli Alpini, GPS 45° 56’47.8”N; 13°30’42.8”E. E’ immersa nel verde, di fianco alla pista ciclabile che attraversa il Collio, peccato però che le colonnine dell’elettricità non sono funzionanti.

QUINTO GIORNO

Alla mattina, quando ci svegliamo, decidiamo di cambiare programma: abbandoniamo l’idea di percorrere una parte della  ciclabile del Collio (“Slow Collio”) per visitare Cividale del Friuli, l’Abbazia di Rosazzo e per ritornare a Grado.

Cividale ci sorprende per la sua bellezza. Passeggiamo nel centro storico medievale. C’è tanto rispetto ed amore per il passato: in molte vie notiamo delle targhe che ricordano le attività, le botteghe ed i proprietari che si sono succeduti nel corso del tempo (XX° secolo): un pezzo di storia della città, che ricorda ai giovani da dove veniamo. Interessante il Duomo, in forme gotico-venete, con la Piazza dove si trovano una copia della statua di Giulio Cesare in Campidoglio ed il Palazzo Comunale. Splendide sono le viste sul Natisone, il fiume che l’attraversa: dal Ponte del Diavolo, la cui origine risale alla metà del ‘400, oltre che del fiume, si ha un bel colpo d’occhio su tutto il centro storico. Ma dei monumenti è soprattutto il Tempietto longobardo, nel Borgo Brossana, uno dei più antichi di Cividale, che ci colpisce: fa parte del sito “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”, iscritto alla Lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel giugno 2011. E’ un grande esempio di arte altomedioevale, inserito in un convento di religiose (fu costruito come una cappella palatina): si presenta come un’aula quadrata, con volta a crociera, con una parte absidale tripartita da due file di colonne. L’aula contiene degli stalli lignei (durante la nostra visita, per un’opera di ristrutturazione, portati nella Sagrestia), ha degli affreschi bizantineggianti, ma sono soprattutto gli stucchi figurati della parete di fondo che danno ulteriore e grande valore alla visita.

Più che per la visita dell’Abbazia, di Rosazzo ci ricorderemo del roseto (d’altro canto il nome deriva appunto dal fiore): tante sono le rose, dalle molte varietà e quasi tutte in fiore, coltivate sul crinale dove l’abbazia venne costruita e la vista che dalle rose sale verso l’Abbazia o scende verso la valle è davvero molto bella.

Alla sera ci ritroviamo nel campeggio “Al Bosco” di Grado.

SESTO GIORNO

Un’altra bella passeggiata in bicicletta su una pianeggiante pista ciclabile, in larga parte asfaltata,  di circa 60 chilometri (andata e ritorno dal campeggio), una sezione della Ciclovia Alpe-Adria.

La prima tappa è Aquileia. Ed ovviamente restiamo incantati dalla Basilica, “tra i più grandiosi e importanti monumenti religiosi del periodo romanico, nonostante i successivi rifacimenti intervenuti mantiene le forme della sistemazione voluta dal patriarca Popone nel secolo XI°” (così la guida del “Touring Club”), dal  suo pavimento a mosaico dei primi del IV° secolo, diviso in 9 grandi riquadri con varie figurazioni, “è la più vasta testimonianza di mosaico paleocristiano dell’Occidente” (così ancora la guida del “Touring Club”).

Abbiamo una giornata piuttosto piena e ciò ci obbliga ad accorciare la visita: tralasciamo la Cripta degli Scavi nella basilica, il Cimitero dei Caduti, il Museo Archeologico Nazionale, le rovine del porto che avremmo voluto visitare: una ragione per ritornarci!

Così lasciata la Basilica, raggiungiamo Strassoldo, uno dei “Borghi più belli d’Italia” nel Friuli Venezia Giulia, “con i suoi due castelli costituisce un raro esempio di antico borgo medievale, estremamente ben conservato e di raro fascino”, anche se il complesso che appare oggi è il frutto del rimaneggiamento settecentesco. E’ tuttora abitato dai discendenti della famiglia germanica dei Strassoldo-Graffemberg, importane famiglia patrizia che ha dato molti funzionari all’impero austro-ungarico. Lasciata la bicicletta alla Porta Cistigna, entriamo nel Borgo vecchio che è quello del Castello di sopra per poi arrivare al Castello di sotto: la via in acciottolato, gli edifici in pietra, gli esterni del Palazzo principale del Castello di Sopra,  la chiesa di San Nicolò, l’imponente edificio in pietra del Castello di sotto, un ponticello superato il quale si entra nel Borgo Nuovo, forse del XIII° secolo: ci sentiamo in un’altra dimensione temporale, molto lontana dalla vita dei giorni nostri.

Continuiamo la nostra passeggiata e raggiungiamo Palmanova, dichiarato nel 2017  dall’Unesco uno dei siti italiani Patrimonio Universale dell’Umanità. Una volta passata la cinta muraria ed entrati da una delle porte, ci spostiamo nella grande piazza centrale dalla quale risulta chiaramente la sua struttura di borgo fortezza a pianta poligonale a stella con 9 punte pianificato dai veneziani nel 1593 che gli è valsa la classificazione dell’Unesco e la designazione di monumento nazionale dal 1960.

E Palmanova è la tappa finale della nostra passeggiata.

SETTIMO GIORNO

Restiamo a Grado e facciamo una lunga passeggiata sulla spiaggia. Il mare è di molto rientrato e la spiaggia è molto estesa (il toponimo Grado deriva dal latino “ad aquas gradatas” che forse allude al declivio della spiaggia), gli stabilimenti balneari con i bar le cabine e le sdraio, che hanno fatto da sempre la fortuna della cittadina anche all’estero nelle terre della Mitteleuropa, sono solo a ridosso del centro ed il luogo ha un che di “selvaggio” che a noi piace tanto: una bella passeggiata che conclude la nostra prima e tanto attesa uscita. 

Un viaggio nella “terra del dragone”, del porro e del narciso

Un viaggio estivo di quasi quattro settimane tra caratteristici, deliziosi villaggi (volutamente abbiamo tralasciato le grandi città: Cardiff, Newport, Swansea), castelli, dolci e verdi colline, valli incontaminate, montagne maestose e mare con splendidi sentieri a picco sull’oceano:  questa è stato per noi Cymru o, come noi diciamo, il Galles.

Prima di iniziare con il nostro diario, riteniamo opportuno specificare che questa terra, che è parte del Regno Unito ma però con un proprio Parlamento ed una capitale (Cardiff),  si chiama “Cymru” in lingua celtica, l’idioma parlato dalle tribù celtiche che qui trovarono rifugio nel corso del V° secolo sotto la spinta delle tribù germaniche – i Sassoni – che in quel periodo invasero l’isola e che ora è ancora parlata correttamente da buona parte della popolazione (qualche problema noi l’abbiamo avuto con i cartelli stradali ed in qualche sperduto pub dove il mio inglese veniva “accettato” perché a parlarlo non era un inglese – effetto delle pinte bevute o verità?),  mentre “Wales” è il corrisponde termine in lingua inglese che deriva da “Welsh” il termine dispregiativo che i Britanni romanizzati riservavano alle genti di quei territori.

Dopo esser sbarcati dal traghetto a Dover e prima di raggiungere la meta del nostro viaggio, facciamo due tappe in terra di Inghilterra: la prima, di un giorno, lunedì 12 luglio, a Brighton (per chi vuol sapere i motivi che ci fanno amare questa città può leggere il nostro diario), la seconda, il giorno successivo in direzione Galles,  in una perla della contea del Wiltshire, terra che evoca tempi lontani (Stonehenge), di verdi colline e magnifici villaggi: Bradford-on-Avon. Non solo per le belle case georgiane e gli edifici lungo il fiume (la cittadina si sviluppa sulle colline che scendono verso l’Avon e lungo il fiume stesso), ma per uno splendido, indimenticabile cream tea al “The Bridge Tea Rooms”, al 24A di Bridge Street.

Primo giorno

Lasciata Bradford, visitiamo il nostro primo castello gallese: è il Caerphilly Castle (Caerfilli in gallese) nell’omonima cittadina, praticamente un sobborgo di Cardiff. La costruzione del castello risale alla seconda metà del XIII° secolo, non fu mai sede reale, ebbe un momento di splendore dopo la sua costruzione (la splendida Great Hall risale a quel periodo) ma purtroppo cadde in rovina nel corso della seconda metà XIV° secolo e quello che ora si ammira è il risultato degli attenti e minuziosi restauri del XX° secolo. Al suo esterno colpisce la profusione di torri e merletti, fossati pieni d’acqua piene di anatre. Nell’insieme il castello è un bell’esempio di fortezza medievale, ma anche ottima location per film ed eventi in costume oltre che in luglio dell’annuale Big Cheese Festival (nella zone si produce un ottimo formaggio bianco, duro e friabile che ricorda il cheddar  ma più saporito – ed un pezzo di questo gustoso formaggio, al termine della visita, è arrivato sul nostro camper).

Le tante ore di luce del giorno ci permettono di spostarci nella Forest Fawr, un territorio protetto dall’Unesco, fino a Ystradfelte. L’itinerario è molto suggestivo tra brughiere, terreni con fiori, pendii dalla intensa e lussureggiante vegetazione, cascate scenografiche (in un depliant troviamo la dedizione di “strada bianca” per le cascate). Quando raggiungiamo Ystradfelte scopriamo che è un remoto villaggio con delle splendide cascate nelle vicinanze: la più bella la Cascata di Neve (Sgwd-yr-Eira in gallese), dove è possibile camminare dietro la parete d’acqua. C’è anche un percorso ad anello di circa una quindicina di chilometri che tocca tutte le cascate che, però per il tempo del nostro viaggio, non abbiamo modo di fare (un buon motivo per un ritorno). Trascorriamo una notte tranquilla in un parcheggio del villaggio.

Secondo giorno

Siamo nella Gower Peninsula (Y Gwyr) nella contea di Swansea,  che si estende per circa 25 chilometri, classificata come “Area di straordinaria bellezza naturale, in larga parte posseduta dal National Trust. La nostra prima tappa è il villaggio di Rhossili: incantevole è la passeggiata che facciamo lungo la baia con la splendida spiaggia a ridosso della ripida altura, Rhossili Down, fino a Worms Head, dal profilo che può ricordare un dragone (attenzione al significato di “worm”: “dragone”), che è l’estremità meridionale della baia stessa. Facendo attenzione all’orario delle maree, raggiungiamo l’estremo crinale (Outer Head): e qui allo splendore del mare, della spiaggia, della vegetazione del ripido crinale si aggiunge quello dei numerosi animali che qui vivono (gabbiano, procellarie, pulcinella di mare, gazze marine, urie, e, ci dicono, foche).

Il villaggio di Southgate è la successiva tappa per un sentiero del National Trust lungo le splendide scogliere calcaree, le Pennard Cliffs, fino alla Three Cliffs Bay. Come dice il nome, questa baia prende il proprio nome dallo sperone roccioso a tre punte, con un foro nella parte centrale, che si trova nella sua parte orientale e che la rende, per molte persone che la visitano, una delle più belle spiagge della nazione.

Dopo la passeggiata, riprendiamo il camper e passiamo la notte nel campeggio della baia (www.threecliffsbay.com)

Terzo giorno

Visitiamo il National Botanic Garden (Gardd Fotaneg Genedlaethol Cymru), a Llanarthney nella valle del fiume Tywi, nella contea  Carmarthenshire. Dai depliant di presentazione: “The National Botanic Garden of Wales (…) includes 568-acres of parkland, formal gardens, lakes and woodland which all surround a huge tropical glasshouse designed by Norman Foster. This is Wales’ answer to the Eden Project – minus the crowds”. La gigantesca serra, a forma di cupola ed altamente tecnologica, colpisce per la  sua struttura ma, soprattutto, per le piante che in essa trovano rifugio in quanto sono in via di estinzione. Comunque è tutto il giardino che lascia una profonda traccia in chi lo visita, per la sua ricchezza e varietà.

La tappa successiva è la vicina Carmarthen (Caerfyrddin) capoluogo delle contea. Facciamo una breve passeggiata e troviamo di grande interesse la county hall progettata nel XVII° secolo dal grande architetto John Nash (a lui si deve Buckingham Palace).

Con questa cittadina veniamo in contatto con le leggende legate al mago Merlino e a Re Artù perché si dice che qui nacque Merlino. E Cymru è anche questo: leggenda, Re Artù e Merlino!

Si scatena un diluvio quando raggiungiamo Tenby (Dinbych Y Pysgod) nella parte sud del Pembrokeshire: nel campeggio “Meadow Farm”, www.meadowfarmtenby.com“, trascorreremo tre notti.

Quarto giorno

La prima tappa è Pembroke (Penfro), o per meglio dire, il suo imponente e spettacolare castello (Castell Penfro), risalente al Medioevo, con alcuni camminamenti sulle mure e di collegamento fra le torri, con un mastio il cui torrione può essere raggiunto con una scalinata di circa cento gradini e la cui salita è ripagata da una bella vista sull’intero villaggio. Che è soprattutto una strada lunga la quale si trovano delle interessanti case in stile vittoriano e georgiano.

Terminata la visita, con il camper, raggiungiamo Stackpole Estate del National Trust, circa 13 chilometri di incantevole natura. La prima tappa è il villaggio di Bosherston per la visita ai Bosherston Lily Ponds, che in giugno e, come noi è capitato, in luglio, percorrendo una serie di sentieri e ponticelli in legno,  regalano agli occhi dei visitatori  la splendida fioritura dei bianchi gigli d’acqua e la vista di aironi, libellule e lontre. 

Dopo gli stagni, a piedi,  è stata la volta di Broad Haven South, una splendida spiaggia dorata, ornata da una scogliera grigia ed aguzzi faraglioni. A seguire, raggiunto il parcheggio del National Trust, Stackpole Quai, dove la roccia arenaria della riva da rosata diventa grigia, e da cui, seguendo un breve sentiero (10 minuti non di più) raggiungiamo Barafundle Bay, una delle più belle e scenografiche spiagge della Gran Bretagna tutta (ovviamente sconsigliabile la visita nei fine settimana estivi).

Quinto giorno

Ci rechiamo al porto di Tenby per prendere l’imbarcazione che ci porta alla Caldey Island (Ynys Bŷr), una “holy island” difronte alla cittadina, sede di un monastero con una comunità di monaci cistercensi, che tengono viva una  “tradition which began there in Celtic times. More than a thousand years of prayer and quiet living have made this remote and beautiful island a haven of tranquility and peace” (così nel loro sito web,caldeyislandwales.com). 

Gli edifici della comunità dei monaci ci trasmettono un’impressione di austerità, ordine ma anche opulenza (producono profumi ottenuti dai fiori selvatici dell’isola e prodotti dolciari). Visitiamo l’antica prioria, sede di monaci benedettini nel Medioevo, e la St Illtyad’s Church, con uno strano campanile a punta e con, al suo interno, una pietra con una iscrizione in caratteri ogham (antica scrittura celtica). E’ stato poi piacevole passeggiare: bella la vista che si ha dal faro. E compagni sono stati i numerosi uccelli che vivono sull’isola e qualche foca grigia mollemente adagiata sulla riva.

Alcuni edifici di Calday Island

Una volta rientrati sulla terraferma, visitiamo Tenby. E’ centro turistico, con un affollato porto ed una lunga spiaggia sabbiosa. Ma la nostra attenzione è riservata soprattutto al promontorio di Castle Hill, ovvero alla vecchia Tenby, che si sviluppa sulla ripida Quai Hill che sovrasta il porto: qui ammiriamo la Tudor Merchant’s House, una residenza cittadina, sapientemente restaurata,  risalente al XV° secolo e la St Mary’s Church, con splendide ed antiche borchie lignee di varie forme (anche una sirena con un pettine ed uno specchio!) ed un monumento, che può emozionare i matematici,  dedicato a Robert Recorde, che qui visse nel XVI° secolo e a cui noi tutti dobbiamo qualcosa.

Prima di arrivare alla sommità del promontorio, apprezziamo Laston House, una “public bath house for Sir William Paxton of Middleton Hall“, di importanza storica “Graded II as a Georgian marine bath designed by a leading architect and for the historical importance in the development of Tenby as a resort”, la stazione di battelli di salvataggio RNLI, mentre alla fine, i resti del castello normanno ed uno splendido panorama della costa.

Un  sentiero ci conduce al Tenby Museum & Art Gallery così appendiamo la storia della cittadina da antico villaggio di pescatori a florido centro di villeggiatura.

Sesto giorno

La prima tappa è Haverfordwest (Hwlffordd) la capitale del Pembrokeshire, di antiche origini e storicamente fiorente cittadina commerciale che si trova in una zona conosciuta come “Little England Beyond Wales” (per molti secoli la lingua qui parlata è stata l’inglese). Si sviluppa lungo un’ansa del Western Cleddau River (“guado delle capre”) su cui incombono le rovine del castello medioevale.

Noi facciamo una passeggiata nel centro storico: è compatto con numerosi vicoli e stradine, con interessanti edifici risalenti al periodo georgiano. Visitiamo la St Mary’s Church, una chiesa risalente tra la fine del XIII° e XV° secolo con degli interessanti volti.

Siamo nella costa occidentale del Pembrokeshire e la St Bride’s Bay (Bae Sain Ffraid) è molto bella e comprende alcune delle spiagge più belle del Galles. Noi ci fermiamo a Broad Haven, all’angolo meridionale. E’ un tipico centro balneare inglese per famiglie con spiagge di sabbia ed un lungomare che è un’infilata di sale da tè, negozi che vendono di souvenir ed articoli da spiaggia nonché ciambelle e gelatine di vari colori.

Seguiamo la strada che corre lungo la Newgate Beach, molto bella e molto amata dai surfisti. Ci fermiamo a Solfa (Solfach), situata difronte alla St Bride’s Bay, e restiamo colpiti dalla bellezza di  alcune case colorate costruite lungo la strada, ma il villaggio ci resta nei ricordi anche per un superbo cream tea, con savoury cheese e clotted cream.

Alla sera arriviamo a St David’s (Tyddewi) e ci sistemiamo nel campeggio “Caerfai Bay Caravand & Tent Park” in direzione sud dalla cittadina. Si estende  su un grande prato che termina sulla scogliera e le vedute sul mare avrebbero potuto essere magnifiche sin dal nostro arrivo (resteremo due notti) perché il tempo è infame e non si distingue il mare dal cielo: la visibilità è ridotta a qualche metro, oltre ai quali tutto è grigio, e per noi che siamo con il riscaldamento acceso sul camper non rimane che l’immaginazione.

Settimo giorno

Andiamo nel centro della cittadina (Cross Square è il punto di riferimento) per raccogliere del materiale riguardante le numerose passeggiate lungo la scogliera che partano da St David’s. Troviamo anche un depliant con un percorso verso l’interno  con tappe presso alcuni produttori locali di birra. Così ritorniamo al campeggio, prendiamo il camper e ci muoviamo verso l’interno. Non c’è che dire: le colline di questa terra sono dolci e davvero molto verdi, le pecore tante. La visita di uno dei birrifici è molto interessante perché il mastro birraio/proprietario, con grande passione, ci illustra le fasi del lungo lavoro di produzione della birra. La visita si conclude nel negozio dove, tra assaggi ed acquisti di bottiglie, veniamo a sapere che i figli sono nel nostro paese a studiare viticoltura ed enologia: beh non c’è che dire: un bel matrimonio.

Dopo essere rientrati in campeggio, iniziamo la nostra visita di St David’s, che ci terrà occupati per un intero pomeriggio. La cittadina è il centro religioso e spirituale del Galles: nel VI° secolo, in questo territorio nacque e venne seppellito St. David, il santo Patrono del paese, e nel Medioevo Papa Callisto II stabilì che il pellegrinaggio alla cattedrale di St David’s aveva lo stesso valore di quello fatto a Roma (se ripetuto due volte) e a Gerusalemme (se ripetuto tre volte). E così, da quel papato ad oggi, la cittadina è stata la meta di numerosi pellegrini.

La Cattedrale (Eglwys Gadeiriol Tyddewi) ed il Bishop’s Palace (Llys yr Esgob Tyddewi) sono i due luoghi in cui si materializza la dimensione religiosa del luogo. Alla cattedrale si entra da una porta di ingresso che dà sul recinto. Da qui si ha una completa vista della cattedrale: costruita tra il XII° e XIV° secolo, è imponente, massiccia, in pietra di diversi colori (anche perché subisce l’azione dei licheni), e l’impressione che se ne ricava è che sembra più una fortezza che una chiesa (venne costruita su una preesistente cappella  del VI° con l’obiettivo  di nasconderla dagli eventuali predatori vichinghi che però non si realizzò perché fu più volte saccheggiata). Un altro problema della Cattedrale è stata l’instabilità del terreno: ci furono dei lavori di restauro nel XIX° secolo (risale a quel periodo la facciata occidentale), ma entrando nella navata (una parte molto antica) si notano subito la pendenza del pavimento e l’inclinazione delle belle colonne di pietra. All’interno, assolutamente da ammirare sono: il soffitto intagliato della navata; il pulpito con la statua di St David; il coro con le curiose immagini intagliate sugli stalli; la torre del lucernario, dai colori vivaci; la Holy Trinity Chapel, luogo di coronamento dei pellegrinaggi, perché in un cofanetto di quercia sono contenute le ossa di St David (e di san Giustiniano).

Nel pulpito della Cattedrale c’è la tomba del vescovo Henry Gower, morto nel 1347, il maggior responsabile della costruzione del Bishop’s Palace che ora apprezziamo. Posto difronte alla Cattedrale, le sue imponenti rovine evidenziano il potere e la ricchezza che la chiesa ebbe nel periodo medievale. La parte più interessante e caratteristica è il parapetto ad arcate che si sviluppa tutto attorno al cortile che contiene un motivo decorativo a scacchiera fatto in pietra calcarea (la stessa della Cattedrale) dai colori gialli e purpurei e che presenta figure scolpite di animali affiancate da creatura mitiche e teste umane.

Eccezion fatta per la mattina, la pioggia, a tratti molto intensa, ci ha disturbato, e non poco, la visita. E soprattutto ci costringe ad abbandonare l’idea della passeggiata lungo la costa fino a Whitesands Bay (con ritorno in pullman) programmata per il giorno dopo: così facciamo un giuramento solenne con le nostre mani appoggiate sul cofano del nostro camper: “non sappiamo quando, non sappiamo con chi (intendiamo: con questo o altro camper), ma un giorno qui ci ritorneremo, forse con minor baldanza, con o senza pioggia, noi fino a Whitesands Bay andremo e ritorneremo, con o senza navetta”.

Alla sera, nel camper con il riscaldamento acceso per combattere l’umidità del giorno, riusciamo a cogliere uno scorcio della scogliera e del mare: magra consolazione. Ed il giuramento si ripete: questa volta però all’interno del camper.

Ottavo giorno

Lasciamo St David’s e facciamo sosta a Porthgain: un bel e caratteristico villaggio, incuneato in  una baia rocciosa, dove una volta esisteva un porto molto attivo per il trasporto dell’ardesia (sono ancora visibili i depositi di allora).

Altra tappe sono: Newport (Tredraeth), un villaggio, base di molte escursioni lungo la costa, un insieme di cottage; Cardigan, (Ceredigion), nel  Mid-Wales, con una lunga High Street che sale dal fiume, per noi dal gusto molto inglese, con numerose case colorate di epoca georgiana e vittoriana, che termina con le rovine del castello.

Raggiungiamo Aberystwyth e ci sistemiamo nel bel campeggio “Morfa Bychan Holiday Park”, www.hillandale.co.uk (ha una sezione per il turismo itinerante). Abbiamo tempo per una visita della cittadina: molto vivace per via dell’università, ha una lunga e bella passeggiata sul mare, con edifici di epoca georgiana, dai colori pastello, per noi molto inglese, e che regala, se il tempo lo permette, degli incantevoli tramonti sulla Cardigan Bay.

Nono giorno

Al mattino continuiamo la visita Aberystwyth. Siamo sempre sul lungomare in direzione North Beach: come molti visitatori percorriamo Marine Tee, la passerella in legno che si affaccia sulla spiaggia, il Royal Pier (ma per noi che amiamo Brighton, è poca cosa) e vediamo le rovine del castello. Ci spostiamo sulla North Beach, sulla cui estremità settentrionale sorge il promontorio della cittadina, Constitution Hill. Con la funivia elettrica, in uso sin dai tempi della regina Vittoria, arriviamo alla sommità che ci regala un bel panorama sia della costa  che dell’interno (è visibile anche lo Snowdon, la montagna più alta del Galles, con i suoi 1086 metri).

La giornata continua con la visita al villaggio di Devil’s Bridge che si trova nella Rheidol Vale. Qui tutto è altamente scenografico: due impetuosi fiumi, Mynach e Rheidol, confluiscono in un’unica gola. Il primo è attraversato da tre ponti in pietra, il più antico dei quali risale attorno all’anno 1000, mentre il secondo, proprio sopra alla confluenza, precipita per un centinaio di metri formando spettacolari cascate. Ci sono due passeggiate per ammirare la natura: una di circa 10 minuti che permette di vedere i tre ponti ed una circolare, di circa mezz’ora con però la discesa di cento gradini (la Jacob’s scale, la scala di Giacobbe), che attraversa il Mynach e risale dall’altra parte. Noi scegliamo la seconda ed il cream tea gustato nel coffee shop al termine della passeggiata ci ritempra dalle fatiche e dall’umidità al momento giusto.

Lasciato Devil’s Bridge, transitiamo da Aberdyfi, un  elegante villaggio costiero. Percorriamo una bella strada costiera fino a Dolgellau, antica cittadina quacchera e legata all’industria della lana, ora al turismo, piuttosto signorile, con case in pietra. Siamo entrati in una delle zone più belle del paese: siamo nel nord, terra di grande bellezze naturali (lo Snowdonia National Park, in gallese Parc Cenedlaethol Eryri, il più conosciuto del Galles, il secondo nel Regno unito dopo il Lake District, con il monte Snowdon, alto m. 1085, il più alto del Galles, frequentissimo da chi ama l’escursionismo a piedi,  arrampicate, la mountain bike, il rafting),  di importanti e affascinanti siti storici ed artistici e, nella parte ovest, di forti legami alla tradizione e all’idioma locale.

La nostra giornata continua con la visita di Barmouth (Y Bermo), all’imbocco dell’estuario del Mawddach e posta difronte ad una grande spiaggia, molto popolare, piena di negozi e chioschi di cibi.

Nel tardo pomeriggio arriviamo a Harlech. Vorremo visitare il castello ma, per salire, imbocchiamo  una stretta strada: vuoi perché il pomeriggio sta finendo vuoi perché siamo stanchi rinunciamo alla visita e ci sistemiamo nel bel campeggio “Min-Y-Don”, http://www.minhdonholidayhomepark.co.uk, proprio sotto il castello ed in prossimità della spiaggia.

Decimo giorno

Visitiamo il castello (Castell Harlech) che, insieme a Caernarfon, Conwy e Beaumaris, è un sito Patrimonio dell’Umanità. Venne completato alla fine del XIII° secolo e rappresenta il castello più meridionale dei 17 castelli che formano l’Iron Ring, un progetto di occupazione militare voluto dal re inglese Edoardo I per tenere sotto controllo i gallesi. Costruito in arenaria grigia, ha due massicce porte d’ingresso, turrite e con gradini che conducono ai bastioni che, unitamente alle intatte e possenti mura esterne gli danno l’aspetto di fortezza inespugnabile. In realtà non fu così perché nella sua storia più volte fu espugnato (di qui il soprannome del “Castle of the Lost Causes”). All’esterno, in prossimità del parcheggio, c’è un belvedere dal quale si ha un’ottima veduta dell’intero castello e, se si ha la fortuna di avere il cielo pulito con lo Snowdon sullo sfondo.

Facciamo anche una breve passeggiata nel villaggio: il nucleo storico è a nord del castello, c’è una High Street, con qualche negozio di antiquariato e l’ufficio turistico.

Porthmadog è la tappa seguente. Percorriamo l’High Street e troviamo degli interessanti charity shops: non sono i primi, altri ne seguiranno, insomma durante tutto il viaggio abbiamo fatto tanti acquisti che hanno di molto  incrementato le scorte per il nostro mercatino. Tralasciamo, a causa del poco tempo a disposizione, la ferrovia a scartamento ridotto Rheiffordd Ffstiniog Railway, una delle più belle del Galles ed il negozio di un recente ma giustamente famoso micro birrificio della cittadina, Bragdy Mws Piws (The Purple Moose Brewery), in Madoc street (ma questa volta non ci impegnano con il giuramento del ritorno …).

Percorriamo tutta la penisola di Llyn, una lunga (circa 56 chilometri) e stretta (circa 13 chilometri) lingua di terra, che con l’isola di Anglesey fu l’ultimo baluardo della resistenza delle popolazioni locali agli invasori Romani  e poi Normanni (di qui il forte senso d’identità nazionale gallese che scorre nelle vene delle persone che qui abitano). Noi arriviamo fino alla punta estrema di Aberdaron, per la nostra guida “Lonely planet” “un posto fuori dal mondo con bianche casette spazzate dal vento” (e per questo motivo noi ci siamo andati), facendo  sosta a Morfa Nephyn, un minuscolo villaggio che si sviluppa attorno ad un parcheggio gestito dal National Trust e da cui parte la bella passeggiata sulla spiaggia (il secondo motivo per la nostra visita).

Nel rientro dalla penisola facciamo tappa a Criccieth, con un elegante lungomare ed i resti di un castello, uno dei 17 voluti da Edoardo I e ci fermiamo per la notte nel bel campeggio “Glan Byl Farm Caravan & Camp Site”: è a conduzione famigliare e ci regala una bella vista sulla baia di Cardigan.

Undicesimo giorno

La prima tappa è Beddgelert, un “conservation village” al centro del parco (Parc Cenedlaethol Eryri), affascinate nella sua piccola dimensione con case dai mattoni grigi, un ponte sopra il fiume, fiori ovunque (i villaggio ha più volte vinto il premio di “Britain in bloom”),  incantevoli negozi dove compriamo begli oggetti di seconda mano per il nostro mercatino, ed invitanti “tea shops”.

Attraversiamo il parco lungo una bella strada panoramica che ci conduce a Caenarfon. Facciamo una breve visita del villaggio, ma è soprattutto il castello il motivo della nostra sosta. Per la fedele guida della “Lonely Planet” è uno dei castelli medievali più importanti del mondo”. Fu costruito come fortificazione militare, sede di governo e residenza reale su, molto probabilmente, ispirazione delle mura di Costantinopoli. Di qui la presenza di torri poligonali al posto di quelle circolari con torrette, tutte fornite di sistema di botole per difendersi dal nemico (cedette solo all’attacco delle truppe di Cromwell nel 1646, ai tempi della Rivoluzione borghese). Delle torri  ricordiamo la Eagle Tower, per la le sue statue di pietra con elmi progettate per ingannare gli assalitori.

Lasciato il castello ci spostiamo verso e raggiungiamo l’isola di Anglesey (Ynys Non), antica terra che fu l’ultima a cedere agli invasori romani (e i ricordi di chi scrive non poterono non andare  al romanzo “Le querce di Albion”, dal solido e preciso impianto storico unito alla storia d’amore tra un figlio di un generale romano ed una sacerdotessa britanna). L’isola è la più grande del Galles ed è collegata alla terra ferma da due importanti e storici ponti. La nostra prima tappa è Moelfre, un villaggio elegante con una bella costa. Alla sera raggiungiamo Pentraeth dove passiamo la notte nel campeggio “Rhos Farm Caravan Park”, (rhosholidayparkanglesey.co.uk).

Dodicesimo giorno

Dedichiamo l’intera giornata alla visita della bella Beaumaris (Biwmares), principale porto e centro dell’isola, con i suoi edifici georgiani dai colori pastello e la bella vista su Snowdonia (tempo permettendo in quanto noi l’abbiamo potuto solo immaginare …)

Su una stretto, Menai Strait, si innalza il castello di Beaumaris (Castell Biwmares), costruito tra il 1295 ed il 1330, rimasto incompiuto per mancanza di fondi, comunque un capolavoro di simmetria per lo sviluppo concentrico delle sue “mura dentro le mura”, dotate di passaggi che collegano le torri e che portano alle camere di avvistamento e a quelle utilizzate dagli abitanti del castello.

Usciti dal castello abbiamo passeggiato senza meta nella cittadina e visitato la Courthouse, la corte di giustizia fatta erigere nel 1614, dove abbiamo assistito alla recita di un processo, e la prigione, truce testimonianza della vita dei carcerati, uomini e donne condannati ai lavori forzati, nell’età vittoriana.

Abbiamo ripreso il camper e ci siamo spostati a Plas Newydd House and Gardens, di proprietà del National Trust, sulla  A55 a sud ovest di Llanfairpwll, per la nostra guida “un capolavoro gotico del XVIII° secolo”. All’interno della residenza ammiriamo la stanza della musica, la scalinata della hall ed i grandi trompe-l’oeil di Rex Whistler, mentre dai giardini all’inglese avremmo potuto gustare una bella vista su Snowdonia se non ci fosse stata la nebbia.

Sempre in mezzo alla nebbia, percorrendo una strada che sarebbe stata panoramica, siamo rientrati al campeggio.

Tredicesimo giorno

Con partenza da Beaumaris, facciamo una escursione in barca a Puffin Island dove soggiornano una colonia di simpatici e colorati pulcinella di mare  e numerose foche.

A mezzogiorno, seduti su una panchina prospiciente il mare, con un vento che sferza i nostri visi e ci infreddolisce non poco, ci gustiamo un ottimo “fish and chips” avvolto in una specie di carta paglia.

Ritemprati dal pasto, visitiamo il Penrhyn Castle, vicino a Bangor, costruito nel XIX° secolo in stile neo normanno dalla famiglia Pennant con i proventi provenienti dal lavoro degli schiavi nelle piantagioni da zucchero in Giamaica e ora gestito dal National Trust. Gli interni sono molto grandi e sfarzosi, ricchi di mobili (c’è anche un letto fatto di ardesia, voluto per la regina Vittoria), con della carta da parati dipinta a mano. All’esterno visitiamo il walled garden e facciamo una bella passeggiata nel parco. 

Alla sera raggiungiamo il bel campeggio “Conwy Holiday Park”, conwyholidaypark.co.uk, dove trascorreremo quattro notti. Durante la prima, un amichevole e mangione coniglio che apprezza le foglie di insalata ed i pezzetti di carote che gli prepariamo ci tiene compagnia fuori dalla scaletta del nostro camper.

Quattordicesimo giorno

Visitiamo Conwy, incantevole cittadina dai molti negozi e tea shops, sull’estuario del fiume Conwy, radicata nel passato, con alcuni gioielli storici: il castello (Castell Conwy), la passeggiata sulle mure di circa un chilometro, il suspension bridge sul fiume Conwye due dimore, l’Aberconwy House e la Play Mawr.

Il castello, costruito nella seconda del XIII° secolo, è inserito nell’elenco dei siti Unesco, è un ottimo esempio di architettura militare medievale, imponente, con bastioni, torri e passaggi, che gli conferiscono anche una dimensione fiabesca e regalano splendide vedute della cittadina e del territorio circostante (l’estuario del fiume Conwy e del vicino Snodownia National Park). Degli interni rimane poco: della Cappella, degli appartamenti reali e della Great Hall rimangono le rovine che comunque contribuiscono al fascino della visita.

Molto interessante la passeggiata sulle mura, per la guida della “Lonely Planet” “la più completa cinta di mura della Gran Bretagna”, perché ci regala delle vedute di insieme del castello e dall’alto delle vie e delle abitazioni della cittadina.

La tappa successiva è il suspension bridge, opera di Thomas Telford dell’inizio del XIX° secolo, dalle caratteristiche torrette gotiche (all’inizio, dove un tempo si pagava il pedaggio,  c’è anche un piccolo locale-museo). Ora è per il passaggio di pedoni e di ciclisti ed è sotto la cura del National Trust, mentre accanto ci sono altri due ponti: uno d’acciaio per il traffico ferroviario risalente anch’esso al XIX° secolo ed uno moderno per il traffico veicolare.

Play Mawr, nella High Street,  risale al periodo elisabettiano, “la più bella dimora” di quel periodo secondo la guida. Fu completata nel 1585 per una persona molto importante allora, mercante e cortigiano che si chiamava Robert Wyatt: all’esterno è imbiancata a calce, mentre gli interni sono lussuosi e manifestano l’opulenza dell’allora proprietario.

Terminata la parte storica della nostra visita ci rilassiamo passeggiando nel centro. Non mancano gli acquisti: un olio con una scena di campagna molto britannica ed un “lovespoon” di cui la cittadina è famosa: un cucchiaio il legno intagliato che veniva usato come romantico regalo.

La giornata termina con la visita a Bangor, interessante per la Cattedrale (Eglwys Gadeiriol Bangor)ed il molo vittoriano, dalla struttura orientaleggiante, che si estende in direzione di Anglesea e da cui abbiamo potuto scorgere un altro suspension bridge, sempre opera di Thomas Telford, questa volta costruito sul Menai Strait.

Quindicesimo giorno

Facciamo la prima visita della giornata al Bodnant Garden, a sud di Conwy. E’ uno splendido giardino gestito dal National Trust: un tripudio di colori e piante in fiore: rododendri, camelie e magnolie in primavera, i boccioli del laburno lungo il tunnel di 50 metri in maggio e giugno, rose e ninfee in estate (e queste le abbiamo davvero amate), ortensie e le sfumature di giallo delle foglie in autunno.

La giornata è continuata con la visita di Llaurwst, una  “historic market town”, nel passato legata al commercio della lana, con delle interessati almhouses (antiche case per i poveri), un ponte a tre arcate che la collega ad una manor house ed una corte di giustizia. E si è conclusa con tipico villaggio di montagna, nello Snodonia National Park, Betws-y-Coed. Il villaggio è una rinomata località turistica sin dai tempi della regina Vittoria, base per le numerose attività che si possono fare nello Snodonia National Park (testimonianza di ciò sono i numerosi negozi di attrezzature sportive ed i molti escursionisti che popolano il piccolo centro), è circondato dalla  spettacolare natura del Parco (molto belle sono le cascate a circa tre chilometri dal villaggio, Swallow Falls).

Sedicesimo giorno

Completiamo la visita di Conwy. Iniziamo con Aberconwy House, nella Castle Street: è del XIV° secolo circa, costruita in legno e gesso e pietra scura, fu abitata da mercanti e nel corso dei secoli ha avuto diversi usi, ma nonostante ciò è ancora ben conservata (non a caso è gestita dal National Trust).

Ci regaliamo un’altra passeggiata nel centro ed il castello ci colpisce ancora.

La giornata termina a Llandudno, “la più grande località balneare del Galles”. Ed infatti sono molti, troppi per noi, i turisti che incontriamo. E’ soprattutto la sua posizione che richiama così tanta gente: è incuneata tra due promontori gemelli che chiudono la lunga spiaggia lunga circa un chilometro, fiancheggiata da un lungomare su cui prospettano molti e belli edifici vittoriani, risalenti al periodo quando la cittadina iniziò ad essere centro di grande richiamo per i villeggianti.

Diciassettesimo giorno

La visita di Ruthin apre la nostra giornata: un interessante e tipica “old market town”.

Erddig, la residenza con i giardini ed il parco sono la successiva tappa. Seguiamo la visita guidata della residenza e scopriamo che chi visse qui riuscì a stabilire una relazione “democratica” con la propria servitù. Dal sito del National Trust: “Sitting on a dramatic escarpment above the winding Clywedog river, Erddig tells the 250-year story of a gentry family’s relationship with its servants.A large collection of servants’ portraits and carefully preserved rooms capture their lives in the early 20th century, while upstairs is a treasure trove of fine furniture, textiles and wallpapers. Outdoors lies a fully restored 18th-century garden, with trained fruit trees, exuberant annual herbaceous borders, avenues of pleached limes, formal hedges and a nationally important collection of ivies.The 486-hectare (1,200-acre) landscape pleasure park, designed by William Emes, is a haven of peace and natural beauty, perfect for riverside picnics. Discover the ‘cup and saucer’ cylindrical cascade or explore the earthworks of a Norman motte-and-bailey castle. A walk through the estate spans the earliest origins of Wrexham to the technology of an 18th-century designed landscape. All around, tenant farmers continue the work of generations.”

Lasciata la residenza ci spostiamo nel bel campeggio “Abbey Farm Camping”, a Llangollen, http://www.the abbeyfarm.co.uk. E’ prospiciente i resti di un abbazia: un ambiente sicuramente romantico. Del quale ricordiamo anche le numerose anatre, che si sono abbuffate con il nostro pane.

Diciottesimo giorno

Visitiamo la Valle Crucis Abbey, a 3 chilometri da Llangollen. Fu una delle ultime abbazie cistercensi del Galles, anticipò la più famosa Tintern Abbey, e nella nostra visita abbiamo potuto ammirare ciò che ne è rimasto: la parte frontale dell’ala occidentale risalente al XII° secolo, con un bel portale intagliato ed i resti del transetto e del presbiterio, e la parte orientale e gli archi a volta  della sala del Capitolo.

La cittadina di Llangollen non ci lascia una grande impressione eccezion fatta per la Plas Mawdd, dove vissero per quasi 50  le ”Ladies of Llangollen”, unite da un forte amore lesbico, durante i quali modellarono la loro residenza secondo la loro fervida immaginazione romantica.

Ci spostiamo con il camper per visitare il Pontcysyllte Acqueduct, con il relativo canale, riconosciuto dall’Unesco come sito Patrimonio dell’Umanità. Fu costruito ai tempi della prima fase della Rivoluzione industriale (la costruzione iniziò nel 1795 e venne completata nel 1805), è un capolavoro di ingegneria del famoso Thomas Telford,  lungo 316 metri e alto 38, e fu realizzato per far passare il “Llangollen Canal” sopra il  fiume Dee. E’ navigabile e anche noi, sull’apposita imbarcazione, abbiamo avuto l’ebbrezza di navigarlo.

Una volta scesi abbiamo fatto una piccola passeggiata fra alcuni resti romani.

La tappa successiva è stata il Chirk Castle, a sud est di Llangollen, di proprietà del National Trust, tutt’oggi abitato dai discendenti della famiglia Myddelton, che agli inizi del XVI° secolo trasformarono l’allora fortezza vecchia di circa duecento anni in una confortevole residenza. Nella nostra visita abbiamo apprezzato anche i bei giardini ornamentali.

La giornata si chiude a Welshpool (Trallwng): troviamo un parcheggio dove è permessa la sosta ai camper per una notte (fatto insolito per la Gran Bretagna).

Diciannovesimo giorno

Visitiamo a di Welshpool alla ricerca di qualche buon “charity shops” ed altri interessanti acquisti si aggiungano alla nostra già lunga lista mentre gli spazi del nostro camper si rimpiccioliscono sempre più: alla fine questo sarà uno dei viaggi più fruttuosi.

A sud di Welshpool si trova il Powis Castle and Garden. La sua costruzione risale attorno al 1200, ma nel corso della storia è stato più volte ampliato ed abbellito. Colpisce la sua posizione: sorge su una roccia che si trova sopra ad un giardino terrazzato dalle molti siepi di tasso, statue in piombo e serre per proteggere piante di agrumi, di chiara impronta francese ed italiana. Anche l’interno è piuttosto caratteristico per i suoi mobili, dipinti, murales e pannelli in legno che i vari componenti della famiglia Herbert e Clive proprietari del castello dal XVI° secolo (è però gestito dal National Trust), hanno aggiunto nel corso degli anni.

Nel castello si trova anche il “Clive Museum”, con una notevole ed importante quantità di reperti provenienti dal’India (giade, avorio, stoffe, armature)  che rendono bene l’idea della posizione dei britannici nell’occupazione di quelle terre.

Lasciato il castello ci spostiamo verso Llandovery (Llanymddyfri): percorriamo una bella strada tra le verdi colline del Galles (A470, A338). Durante il tragitto, facciamo sosta alla decaduta Newtown (Y Drenewydd) un tempo patria della flanella gallese ed importante centro tessile (oltre ad aver dato i natali al riformatore Robert Owen): vediamo qualche bella casa ottocentesca, il periodo è quello della Rivoluzione Industriale, ma per noi nulla di particolare.

Trascorriamo la notte nel bel campeggio “Erwlon Caravand and Camping Park” di Llandovery, http://www.campsites.uk.

Ventesimo giorno

Visitiamo Dinefwr, in prossimità della cittadina di Llandeilo, una tenuta gestita dal National Trust che raccoglie un castello un parco e la Newton House.

L’origine del castello risale al XII° secolo quando era una fortezza (fu la sede del potente principe Lord Rhys, il sovrano del Deheubarth, regno o principato nella parte meridionale del Galles), ma i resti della struttura che noi vediamo adesso è il frutto dei lavori di rifacimento risalenti al XVII° secolo. Per raggiungerlo facciamo una bella passeggiata e, poiché sorge su di un innalzamento del terreno, una volta raggiunto abbiamo una bella vista del territorio circostante.

Il parco è stato modellato nel corso del XVIII° secolo ed è classificato come “parkland national nature reserve”: bella e romantica la passeggiata lungo i suoi sentieri durante la quale vediamo dei cervi, una rara varietà di bovini dal manto bianco e con corna, antiche piante e vecchi pascoli.

La Newton House fu costruita nel 1660 e, nel corso dei secoli, è stata sottoposta a vari rifacimenti: dell’originale rimane soprattutto la grande scalinata all’interno ed i soffitti decorati, mentre l’attuale facciata, in stile gotico, fu aggiunta nella metà del XIX° secolo.

La giornata continua con la visita di Aberglasney House and Gardens. I giardini che risalgono al XVII° secolo sono davvero belli: molti sono all’inglese e sono cinti da mura, c’è un giardino con dei piccoli laghi, nel kitchen garden c’è un lungo corridoio di piante di mele con dei piccoli frutti, si incontrano tassi dalle forme geometriche ed anche una residenza di circa 500 anni con all’interno una serra in vetro che ospita belle orchidee, palme e cicadee.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il “Blossom Touring Caravan Park”, a Tredilion  in prossimità di Abergavenny

Ventunesimo giorno

Chepstow, Cas-Gwent, è la nostra prima tappa. O, per meglio dire, il suo splendido castello, Castell Cas-Gwent. Venne costruito subito dopo l’invasione dei Normanni da parte do Earl William bits Osbern, amico fraterno di William the Conqueror (come dimostra  l’imponente Great Tower, molto ben conservata) e fu uno delle prime fortezze normanne nel Galles. La nostra visita si è svolta tra spazi verdi, scalinate, bastioni, camminamenti, vista di latrine, cantine, “la più antica porta di una castello esistente in Europa” costruita prima del 1190 (citato dalla guida “Lonely Planet”, ma in realtà ne esistono più di una nel castello) e ci ha regalato delle belle viste sul territorio circostante perché il castello è stato costruito su una roccia calcarea che domina il fiume Wye, sulla cui ansa si trova la cittadina di Chepstow. E per gli amanti delle leggende veniamo informati che nella grotta che si trova sotto il castello riposa re Artù, in attesa del risveglio per salvare con i suoi cavalieri la Gran Bretagna.

Percorriamo la strada lungo la valle del fiume Wye tra Chepstow  e Monmouth che ci porta al villaggio di Tintern per la visita delle meravigliose e ben conservate rovine della omonima abbazia cistercense, Abaty Tyndym. Nella nostra visita siamo rimasti affascinati dalla abbazia (costruita a partire dal 1269), intatta se si esclude il tetto, un capolavoro del gotico britannico con le meravigliose monofore della parte occidentale, gli slanciati archi gotici e gli elaborati trafori della navata, i resti del chiostro, la sala del capitolo, il refettorio. Il fascino è accresciuto dalle presenza dei licheni e dalle screziature di color grigio, verde, rosa ed oro presenti sulle antiche pietre. Nonché dal contesto naturale lungo il fiume Wye in cui l’abbazia si trova e che può essere maggiormente apprezzato con una breve passeggiata, come noi abbiamo fatto, di circa 4 chilometri, fino ad un dirupo roccioso chiamato Devil’s pulpit.

E per chi come chi scrive ha per molti anni  insegnato letteratura inglese tutta la visita non poteva non avere come sfondo la poesia di William Wordsworth, i dipinti e i disegni di J.M.W. Turner. Perché l’abbazia è anche una icona della cultura romantica inglese.

Per la sera ci spostiamo in un campeggio vicino Abergavenny dove resteremo tre notti.

Ventiduesimo giorno

Visitiamo di Blaenevon (Blaenafon) sito dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. E’ una cittadina “del ferro e del carbone”, con una intatta ferriera, che risale ai tempi della Rivoluzione industriale. E mentre passeggiamo nello stabilimento, di cui ci colpiscono  le tre grandissime fornaci a carbone il cui funzionamento era potenziato da una macchina a vapore che dava forza ai mantici (divenne la seconda ferriera al mondo), entriamo in  alcune abitazioni (usate anche set cinematografico), vediamo gli ingressi alle miniere, i pozzi abbandonati ed i  semplici percorsi su rotaie destinati ai vagoncini per il trasporto del materiale sulle colline circostanti, abbiamo l’impressione di essere precipitati in uno buco temporale che ci riporta alla dura vita di quegli anni, tra la fine del settecento gli inizi dell’ottocento. 

La tappa successiva è Brecon (Aberhonddu) la cui visita ci regala qualche scorcio particolarmente interessante.

Ventitreesimo giorno

Ci spostiamo ad Abergavenny (Y Fenni). Dedichiamo parte della visita agli acquisti per il nostro mercatino ed un “flea market”  nella Market Hall ed alcuni “charity shops” rappresentano una occasione per incrementare il nostro già consistente bottino. La cittadina è soprattutto commerciale, ai confini orientali del Brecon Beacons National Park, per la “Lonely Planet” un parco che “racchiude alcuni dei più bei paesaggi del Galles” e per questo ottima base, come Brecon del giorno prima, per la visita. A noi Abergavenny sembra gradevole.

Monmouth (Trefynwy)  è la seconda tappa della giornata.  La nostra passeggiata si svolge tra Agincourt Square e Monnow Street. La piazza è il centro nevralgico di questa animata cittadina: interessanti  la Shire Hall del 1724 e la statua di Charles Steward, a cui la cittadina ha dato i natali, uno dei fondatori della Rolls Royce. La strada, invece, è la via dello shopping e termina con un ponte dall’omonimo nome, un bell’esempio di ponte fortificato del XII° secolo (per la nostra guida “il solo esistente in Gran Bretagna”), anche se quello che si ammira oggi è il frutto di un restauro del l’inizio del XVIII° secolo.

L’ultima tappa è il Raglan Castle, bello nella sua pietra rosa scuro, l’ultimo grande castello medievale ad essere costruito, più residenziale e manifestazione di ricchezza e potenza che fortezza. A testimonianza di ciò, sono gli ampi cortili e l’ imponente l’esagonale Great Tower attorno a cui si sviluppa un fossato.

L’itinerario nel Galles sta per finire, il giorno successivo inizierà il viaggio di ritorno, ed allora, come all’inizio, è una tappa culinaria a segnare il momento. Alla sera, prima del rientro in campeggio, sulla B4598, lungo la Old Raglan Road, ci fermiamo al ristorante “The Hardwick”, pluripremiato. Nel menù troviamo piatti ispirati alla nostra cucina, altri di pesce, altri ancora legati al territorio. Una festa per il nostro palato: chi scrive si ricorda ancora la bontà della spalla di agnello locale, a cottura lenta, e del manzo cotto alla carbonella, con gli elaborati contorni; per non parlare dei dolci.

Ventiquattresimo giorno

Ci muoviamo lungo la B4586 verso Usk (Brymbuga) ad una ventina di chilometri nordest da Newport sull’omonimo fiume, dove facciamo una breve sosta. E’ una bella cittadina, dominata da un castello, con fiori lungo la strade, con una caratteristica piazza centrale con una torre dell’orologio.

E con Usk termina la nostra presenza in Cymru. Con una promessa: quella di ritornare. E non solo perché non siamo riusciti a fare la passeggiata di St David’s…